mente di qualcuno quella di Claudio imperatore[756]; ed egli, uomo
privo di una vera energia, si era rifugiato nel culto della parola,
da cui aspettava tutto e che lo portò infatti a’ primi onori. Egli
naturalmente faceva causa comune con la nobiltà prevalente e teneva
alla continuazione del privilegio, ma senza poter pretendere alla
direzione politica della sua parte, ed, anche quando si trovava
alla testa di essa, guidato assai più che non guidasse, cercato e
corteggiato per la sua facondia e per le stesse qualità negative, che
in alcuni momenti della politica consigliavano di metterlo innanzi.
La sua stessa eloquenza si manifestò assai più nell’arringo forense
che in quello politico; ed i maggiori servigi alla sua parte li rese
appunto nei giudizi, e non sempre, nè solo con l’eloquenza. Uomo del
suo tempo, egli avea cercato d’informare al genere greco-asiatico,
specialmente a quello venuto in moda a’ suoi giorni, l’eloquenza
giudiziaria latina; e, tutto quanto di pregio potesse esservi in esso,
la parsimonia e la venustà dello stile, il dire caldo e faceto[757],
egli li possedeva pienamente. Poi tutto quanto potea giovare a dar
nell’occhio e piacere, il gesto accurato, l’eleganza dell’abito e del
movimento, la dolcezza della voce, la cura perfino dell’acconciatura;
egli lo cercava sino al punto da farsi appiccicare il nomignolo di
Dionysia, la ballerina più in voga[758]. Egli voleva essere insomma,
e vi riesciva completamente, un virtuoso della tribuna giudiziaria;
e la sua eloquenza, che pure gli dava la fama indiscussa di primo
oratore, piaceva più al volgo che a’ meglio atti a giudicarne; e le
sue orazioni, messe in iscritto, perdevano molto di pregio. Queste
sue attitudini ora egli le pose interamente al servigio della sua
parte, specialmente della consorteria dominante; e tutti i magistrati
prevaricatori e concussionari ebbero in lui il più strenuo de’
difensori. Tanto più strenuo, perchè, dove non arrivava la parola,
giungevano le sue malizie e i mezzucci d’avvocato consumato nell’arte.
Era rimasta, così, famosa, tra le sue malizie quella adoperata,
allorchè fu difensore di M. Terenzio Varrone, suo cugino; e, per
esercitare un controllo su’ giudici corrotti, fece sì che le tabelle
di cera, distribuite per la votazione, fossero tutte di colore
diverso[759]. Egli era divenuto così l’ègida di tutti i governatori
concussionarî, che, in cambio, lo sostenevano ne’ comizî elettorali,
gli permettevano, da edile, di dare i giuochi più suntuosi, gli
ornavano le ville e gli davano il vanto di avere le cantine meglio
fornite[760]. M. Canuleio, i due Cn. Dolabella, Terenzio Varrone erano
stati difesi tutti da lui, ed assai più si accingeva a difenderne[761]
in appresso. Egli era il «_re dei giudizî, il lume della curia,
l’ornamento del fòro_».
E contro questo signore assoluto della curia, Cicerone sentiva, prima
di tutto, il bisogno d’insorgere.
Anche a lui non sorrideva la vita delle armi, e, per uscire, lui
uomo novo ed ignoto, dall’oscurità, avea veduto, per riflessione
e per esperienza, che altra via non v’era, se non quella di
conquistarsi cariche e fama nel fòro, sotto gli occhi stessi de’
suoi concittadini[762]. Tra lui e il suo scopo, Ortensio era forse
l’ostacolo maggiore; e non gli perdonò mai, anche quando, per le
vicende della politica, cessò di essere suo avversario per restare
semplicemente suo emulo. Anche sotto il colore della benevolenza
e dell’amicizia, l’insinuazione si fa via per ferirlo, da vivo e
da morto[763]. Non apprezzato, come volea esserlo, da’ nobili, al
principio della sua carriera, Cicerone, che faceva una politica
eminentemente personale, fu con la parte popolare più temperata, per
forza stessa della cosa e per far meglio sentire la sua forza e la
sua importanza alla parte aristocratica, altezzosa e chiusa in sè
stessa[764]; che egli, secondo ogni apparenza, si proponeva di trarre
ad accordi coll’ordine equestre specialmente, per passare poi come lo
schermo dell’una e dell’altro ed il puntello della repubblica. Ora, sin
che questa parte politica avesse avuto il suo oratore, il suo uomo,
uscito quasi dal suo seno, non avrebbe ricorso ad un altro. Perchè
si ricorresse a lui, Cicerone dovea infondere la persuasione della
superiorità del suo talento oratorio e politico, ed a ciò tendevano i
suoi sforzi, coronati in fine da buon esito.
La causa di Verre era proprio un punto culminante e forse decisivo
per questa sua carriera, ed egli lo sentiva, fors’anche più che non lo
comprendesse.
Intanto essa veniva a mettersi in modo che bisognava scegliere fra il
trionfo oratorio e quello politico. L’uno avrebbe forse fatto svanire
l’altro; e Cicerone vedeva, che, così accadendo, lo stesso trionfo
oratorio ne sarebbe stato più che dimezzato; perchè il grosso del
pubblico giudicava naturalmente dall’esito, e, per quanto ne potesse
ammirare il discorso, e quali che potessero essere politicamente
le conseguenze dell’assoluzione, avrebbe visto in lui sempre il
rappresentante della parte soccombente.
[Gli ultimi maneggi di Verre.]
Per quanto i fautori di Verre facessero pompose vanterie, per quanto
Alba Emilio, uomo dappoco, tenuto a vile persino da’ buffoni, seduto
all’entrata del macello, bandisse a’ quattro venti la tariffa, secondo
cui erano stati comprati i giudici, a 300, a 400, a 500 mila sesterzî,
ed aggiungesse che, per venire ad una condanna, le cose dovevano essere
presentate così smaccatamente da non esservi luogo a rispondere[765];
per quanto si facesse e dicesse, il consesso dei giudici non era
tale, che egli potesse fare a fidanza con essi per un’assoluzione.
La stessa vittoria elettorale di Ortensio e Metello, che avea così
improvvisamente rialzato gli spiriti abbattuti di Verre e de’ suoi,
avrebbe prodotto tutto il suo effetto, se si fosse riusciti a far
discutere nell’anno seguente la causa, sotto il loro consolato, mentre
essi potevano mettere al servigio del loro amico, non il credito loro
personale soltanto, ma tutto il potere, che potea dare ad essi la
loro posizione ufficiale. Tutte le mene dunque di Verre e de’ suoi
patroni erano dirette a portare la causa al prossimo anno, per farla
decidere sotto la direzione di M. Metello. Un rinvio della causa al
nuovo anno avrebbe dato un corpo giudicante affatto diverso; giacchè
doveano cessare dal farne parte M. Cesonio, per prendere la sua carica
di edile; Q. Manlio e Q. Cornificio, per occupare il tribunato; Q.
Sulpicio pel suo ufficio di questore; M. Crepereio, L. Cassio, Cn.
Tremellio, già designati al tribunato militare; e, in luogo di tutti
costoro, se ne sarebbero sorteggiati altri. Anche il posto lasciato
vacante da M. Metello avrebbe dato luogo al sorteggio di un altro
giudice[766].
Si teneva tanto al rinvio della causa al nuovo anno, e tante speranze
erano riposte in questo espediente, che quelli i quali, per prezzo,
aveano assunto l’incarico di far assolvere Verre, l’aveano stipulato
espressamente[767].
E questo proposito veniva incoraggiato ed agevolato dalla stagione
dell’anno e dal succedersi di varie festività, durante le quali il
giudizio dovea, necessariamente, essere sospeso. Era il giorno cinque
d’Agosto[768], quello in cui cominciava la discussione vera della
causa. Tra dieci giorni, a’ 16 del mese, cominciavano i giuochi, che
Cn. Pompeo avea promesso di compiere nella guerra contro Sertorio, ed
avrebbero occupati ben quindici giorni di tempo[769]. Tra i giorni 4 e
19 Settembre aveano luogo i _ludi Romani_. A’ 26 d’Ottobre cominciavano
i giuochi della Vittoria, istituiti già da Silla per la battaglia
da lui vinta alla porta Collina, e andavano sino al 1 Novembre. A’ 4
dello stesso mese cominciavano i _ludi plebei_ per proseguire sino a’
17[770]. Restava ancora del tempo utile per la causa, tra gli uni e
gli altri ludi; ma una sequela, abilmente escogitata, di gherminelle,
di astuzie, di differimenti avrebbe potuto stremare ed anche rendere
insufficiente quel tempo.
[Il sistema d’accusa di Cicerone. L’orazione.]
Contro questo tranello dunque, che gli si tendeva anche poco
copertamente, tra per leggerezza e tra per cinica confidenza in sè
stessi, Cicerone dovea mettersi in guardia; e lo fece, e s’ingegnò
anche a tutto potere di sventarlo.
Uno de’ pericoli poteva stare nella sua ambizione letteraria, o nel suo
amor proprio che fosse. Di fronte ad Ortensio, la cui carriera oratoria
era lì lì per prendere la curva discendente della parabola (il suo
avversario ne data proprio dall’epoca del consolato la decadenza[771]);
egli ora potea presentarsi come avversario maturo e temibile, nel
pieno rigoglio delle sue forze; e poche cause, forse, come questa, per
il grande interesse e per la larga materia e la varietà grande degli
episodi, potevano metterlo in grado di sfoggiare tutte quelle qualità,
che, a senso suo stesso, costituivano il suo primato: la perizia
letteraria, il ragionamento addestrato nello studio della filosofia,
la conoscenza del diritto e delle istituzioni dello Stato, la memoria
de’ tempi presenti e degli andati, la digressione opportuna e sapiente,
quello spirito bonariamente ironico ed arguto, che dava l’impronta alla
sua fisionomia, e sopratutto quell’abilità di eccitare a sua posta
il riso ed il pianto, per meglio stringere in un cerchio di acciaio
l’avversario e trarre i giudici al proprio avviso[772]. Pure, questa
volta, il senso dell’opportunità e del momento, l’interesse della
causa, lo sguardo strategico, insomma, della lotta impegnata potettero
far passare in seconda linea perfino il suo invincibile e prepotente
bisogno di fare un bel discorso; e si appigliò ad un espediente, fatto
per togliere a Verre ogni via di scampo e sventare tutti i suoi più
sottili artifizî.
L’ordine consueto e normale de’ giudizî (solo in parte e
temporaneamente modificato dalle leggi di Pompeo nel 702 a. u. = 52
a. C.) portava che l’accusatore dovea svolgere l’accusa nella sua
orazione; ad essa dovea seguire la difesa; e tutte le prove della
colpa e dell’innocenza, che facean poi seguito a questa, chiudevano
questa prima parte del giudizio, che avea nella _comperendinatio_ come
un’appendice ed una seconda parte, in cui le prove ed il loro esame
erano meglio completati e discussi[773].
Quanto tempo potesse occupare questa orazione d’accusa non sappiamo,
in ogni modo: ad essa, come all’orazione defensionale, era assegnato
un tempo determinato[774], che, per giunta, a dedurlo da’ casi
analoghi[775], non era molto lungo; si trattava di ore. Pure, per
Cicerone, specialmente in vista degli imminenti _ludi_ di Pompeo, ogni
tempo era prezioso, ed intendeva risparmiarlo, lesinarlo anzi, in ogni
modo.
Così pensò di rinunziare ad una lunga e diffusa orazione, in cui
ogni capo d’accusa fosse diffusamente, o particolarmente almeno,
proposto, esaminato, discusso, limitandosi a fare soltanto una breve e
compendiosa proposizione dell’accusa e riservandosi di spiegare tutti
i capi nello svolgimento delle prove, che egli intendeva presentare
aggruppate ed ordinate insieme, secondo la connessione del loro
soggetto.
L’orazione che Cicerone pronunziò, calda, serrata e piena di
concitazione, accennò appena[776] a tutte le colpe personali di Verre
e più brevemente ancora a quelle ch’erano l’oggetto determinato
dell’accusa, e tenne piuttosto a rilevare l’indole speciale della
causa, la sua importanza politica e morale, ed il suo rapporto col
momento che si attraversava. Pur mostrando di non volere essere
oppositore sistematico dell’ordine senatorio, a cui egli stesso
apparteneva, in realtà ebbe parole roventi per la progrediente
corruzione dei giudizî senatorî; sulla qual nota egli poi tornava
ripetutamente e con istraordinaria insistenza[777], giacchè, mentre
da un lato essa gli dovea servire a guadagnare il favore di quelli che
sostenevano la riforma de’ giudizî ed a preparare a questa il terreno,
dall’altro canto, agitata come uno spettro rosso innanzi agli occhi de’
giudici, dovea spingerli a compiere il sacrificio di Verre. Le insidie
di Verre, poi, le sue improvvide vanterie e le ciniche ostentazioni,
sue e de’ suoi amici, sull’effetto sicuro delle corruzioni e
degl’intrighi, furono tutte da Cicerone, in quel breve discorso,
portate in piazza e sventate, confondendo in un solo biasimo l’imputato
e la causa, i patroni e la parte cui appartenevano, ed affrontando
apertamente i Metelli ed Ortensio col denunziare la loro prepotenza
politica e forense.
L’orazione, in cui le tinte forti s’alternavano abilmente co’
chiaroscuri, i consigli con le insinuazioni, le lusinghe con le
minaccie, rispondeva pienamente alla sua indole di uomo, al suo
programma politico, alla sua posizione di accusatore, al momento
stesso; ed, anche dal punto di vista oratorio, quello dovette essere
per lui un trionfo sui suoi avversarî.
Il lato nuovo della condotta, serbata da Cicerone in questa causa,
non era già l’omissione di un’orazione continua, in cui analiticamente
si desse il prospetto di tutta l’accusa; il lato nuovo consisteva nel
rompere, come fece, quest’orazione, adattandola, come un’introduzione
ed un commento, ad ogni gruppo di testimoni e di prove. Quell’orazione
preliminare era stata già, molte altre volte, pretermessa anche da’
maggiori e più riputati degli accusatori; e far ciò potea sembrare ed
essere un loro diritto. Questo sistema anzi, invalso, conferì forse
a fare adottare la legge di Pompeo, per cui l’udizione de’ testimoni
regolarmente precedeva le requisitorie e le difese. Nondimeno, in
pratica, esso veniva a mettere in una strana posizione l’accusato e la
sua difesa; e, sotto questo aspetto, s’intende come Verre ed Ortensio
se ne dolessero[778]. Alle accuse vaghe e generali, contenute in questa
prima orazione, ove gli epiteti tenevano luogo de’ fatti, era piuttosto
impossibile, che difficile, dare alcuna conveniente risposta. E così
il diritto del difensore di parlare due volte era in pratica ridotto ad
una sola.
Nè stava in ciò tutto il male: l’orazione preliminare dava già, così
a’ giudici come all’accusato stesso, un concetto chiaro ed anticipato
dello svolgimento dell’accusa e permetteva a questo di premunirsi
contro tutti gli attacchi, con l’addurre opportuni elementi di prove,
di non trovarsi innanzi ad ogni testimone ed ad ogni carico, come
innanzi ad una cosa inaspettata, che non dava modo di ben considerare
le domande da svolgere, le obbiezioni da fare. Ed Ortensio sentiva
bene tutto questo, quando deplorava che _il silenzio dell’accusatore
era un modo di sopraffare l’imputato, che niente era tanto pericoloso
per la sorte degl’innocenti come questa congiura del silenzio, ordita
dagli avversarî; che se Cicerone avesse molto parlato, sarebbe stato
di qualche sollievo al suo difeso; che l’avea invece perduto tacendo_;
che occorreva conoscere la causa, e che così facendo, si toglieva
all’imputato tutto il vantaggio della doppia fase del giudizio[779].
Fu opinione difatti che Cicerone contribuisse alla condanna di Verre
col suo silenzio, più che con la sua parola[780].
Era invero malagevole rispondere ad un’orazione vaga ed indeterminata
come quella di Cicerone, ed infatti nè Ortensio, nè alcun altro dei
difensori vi rispose[781].
Si procedette quindi a sviluppare l’accusa per mezzo di prove e di
testimonî.
[L’oggetto dell’imputazione.]
In quali termini era sviluppata l’accusa, e quale estensione,
precisamente, avea essa in questa causa? Quali erano veramente i
delitti, su cui il tribunale dovea pronunziare?
V’è chi crede che l’accusa[782] riguardava tanto gl’illeciti profitti,
fatti in Sicilia per un valore di quaranta milioni, quanto gli atti
arbitrarî e crudeli, di cui è parola nelle varie orazioni. Questa
opinione si fonda sulla conclusione dell’orazione della prima azione,
in cui Cicerone dice che Verre «avendo commessi molti atti di libidine,
molte crudeltà in danno di cittadini romani e di provinciali, avendo
compiute molte azioni riprovevoli contro gli dèi e contro gli uomini,
avea inoltre, con violazione delle leggi, fatti in Sicilia illeciti
profitti per una somma di quaranta milioni di sesterzî[783]».
Il fatto stesso che gli atti di libidine, le crudeltà, le altre azioni
vergognose sono collocate in un inciso della proposizione, ove si
contiene l’accusa, spinge a credere che sieno menzionate là, soltanto
in via sussidiaria, per rendere più odiosa l’accusa principale,
indicando insieme con quali mezzi gl’illeciti lucri furono fatti.
Ma, a rendere più salda ancora tale opinione, concorrono ancora varî
tratti delle varie orazioni di Cicerone, che, riuniti insieme, son tali
da indurre un criterio di certezza.
Che molti di questi atti iniqui furono commessi, appunto a scopo di
lucro, e come mezzi per raggiungerlo, è detto espressamente[784]; come
pure espressamente è rilevato il multiforme aspetto de’ delitti da
lui compiuti e la contemporanea violazione di molte norme, non solo
giuridiche, ma altresì religiose[785].
Rileva pure altrove Cicerone, per qualcuno de’ fatti a Verre apposti,
che esso presenta tutti i caratteri del peculato[786]; ma nota
altresì che, quando a Verre avvenisse di sfuggire, ora, a questa
condanna, egli, Cicerone, lo trarrebbe innanzi ad un’altra quaestio,
in un’apposita causa di peculato[787]. Del pari, per l’archipirata
sottratto al supplizio, dichiarò di voler serbare integro l’argomento,
giacchè «vi è un luogo apposito, un’apposita legge, un apposito
tribunale, al cui giudizio è riservato questo delitto[788]», e,
similmente, per le uccisioni de’ cittadini romani, dice che porterebbe
la causa innanzi al popolo romano, nel febbraio, se Verre ora sfuggisse
all’accusa presente[789]. Ed era naturale che così fosse. Portando
una tale accusa la pena capitale, non se ne poteva giudicare se non da
tutto il popolo, (_maximo comitiatu_).
Tutto ciò dimostra sufficientemente la natura vera dell’accusa proposta
contro Verre e l’oggetto vero della sentenza, che si provocava. Ma,
anche più manifestamente, se è possibile, Cicerone dice che era un
delitto di avarizia quello, di cui specialmente si voleva convincere
Verre[790], e lo chiarisce anche là, dove parla della disfatta
dell’armata e delle sevizie usate contro i navarchi e su’ loro
stessi cadaveri[791]. In più altri luoghi poi si rivela o si torna a
rammentare che l’oggetto della causa è il rintracciare le concussioni
commesse da Verre[792], e che la causa presente ha origine e prende
nome dalla legge _de repetundis_[793]. A’ giudici si rammenta che
sono _iudices de pecunia capta, conciliata_[794]; di Heio, si dice
che si serve della legge, dalla quale ha origine questo giudizio, e la
legge è appunto la _lex de repetundis_[795]; e _de repetundis_ viene
espressamente chiamato il giudizio anche in altre occasioni. E che tale
fosse e non altro, lo dimostrano la considerazione che la causa era
fatta ad istanza di Siciliani, e la natura e il genere della domanda,
che dava origine al processo; e tutto ciò che riguardava specialmente
l’uccisione di cittadini romani, era trattato da Cicerone piuttosto per
soddisfare un dovere morale; ma egli stesso avea cura di rilevare che
ciò non entrava nella causa a lui affidata (_recepta_)[796].
[Il danno e il risarcimento.]
I lucri indebitamente fatti da Verre, e di cui quindi dovea rispondere
innanzi alla _quaestio_ de _repetundis_, ascendevano, secondo l’accusa,
a quaranta milioni di sesterzî[797]. Tra questo dato e l’altro
della _Divinatio_[798], in cui si chiedevano invece cento milioni
di sesterzî, non vi è vera discrepanza; giacchè la cifra minore
potrebbe, come molti vogliono, indicare che la domanda, in seguito
all’inquisizione di Cicerone, venne ridotta; fors’anche il dato della
_Divinatio_ determinava la somma, che si chiedeva come risarcimento del
danno; gli altri dati indicano il valore del danno. Nel primo caso è
adoperata una parola (_repeto_), che vuol denotare la domanda proposta
in giudizio; negli altri due una parola (_abstulit_, _abstulisse_),
che dinota il puro fatto materiale compiuto da Verre, e, se si tien
conto del carattere penale, che andava sempre più assumendo la _lex
de repetundis_, del tribunale, innanzi a cui fu portato Verre e della
verosimiglianza di un risarcimento che sapesse anche di multa; apparirà
sempre più probabile la seconda opinione.
[L’esame delle prove e de’ testimonî.]
A svolgere dunque quest’accusa, si venne senz’altro all’esame delle
prove e de’ testimonî; e, poichè era peculiare degli antichi processi
che venisse in essi in discussione tutta la vita dell’accusato (del
giudice antico, specialmente, si poteva dire, come Vergilio di Minosse:
_vitasque et crimina discit_), non si trascurò d’introdurre tutto
quanto potesse concorrere a mettere in cattiva luce la vita e la
persona di Verre.
Quello che di nuovo Cicerone portò in questa causa, come si è detto,
non fu già l’eliminazione di una lunga orazione preliminare di accusa,
ma il sistema di presentare per gruppi, secondo i diversi delitti,
i testimoni e le prove, premettendo all’esame di essi un’esposizione
ed un esame del fatto che si voleva provare. E il metodo seguito da
Cicerone e queste stesse esposizioni e discussioni, noi possiamo dire
di conoscerli. Si sa infatti che il giudizio non ebbe, come dovea,
la sua seconda fase, a seguito della _comperendinatio_: tuttavia, a
ben considerare le cinque orazioni, comprese nella _secunda actio_,
si vede che son fatte precisamente con questo metodo; sicchè non è
punto improbabile supporre che, ridotte in iscritto e pubblicate,
fossero foggiate in modo da comporre come una seconda accusa, ampliate,
coordinate ed arricchite di dati e di fatti; ma, in realtà, in esse
bisogna cercare lo schema primitivo di queste introduzioni e commenti,
fatti alle singole prove. Per esempio quelle apostrofi a’ giudici,
fatte ora di minacce, più o meno larvate, ora di lusinghe[799]; quegli
eccitamenti, fatti anche più spesso e più direttamente al popolo, col
solletico del suo amor proprio, del suo sentimento religioso e del suo
interesse[800]; quello studio di aizzare ora i Marcelli[801], ora lo
stesso ordine senatorio[802], e gli stessi Scipioni[803] contro Verre;
mentre, d’altra parte, faceva l’apologia degli _homines novi_ contro
la nobiltà ereditaria[804]; quelle insinuazioni contro Ortensio[805];
quegl’incensi bruciati sotto il naso di Pompeo[806]; son tutte cose che
ben potettero e forse dovettero trovar luogo in questi intermezzi di
Cicerone.
Così i testimonî, come le altre prove, si seguirono in gran copia, come
era stato promesso[807].
Cittadini romani in gran numero, appartenenti anche all’ordine
senatorio ed a quello dei cavalieri, e, con essi, Siciliani, intesi
sia come privati, che come delegati delle loro città, vennero a deporre
su fatti compiuti da Verre, tanto in danno loro che d’altri; e furono
esibiti pure atti pubblici e privati, lettere, sentenze ed ogni altra
specie di documenti[808].