Così Cicerone ne prese copia, anche con l’autorità de’ testimoni

presenti (giacchè que’ registri de’ pubblicani non potevano

asportarsi); e fu assai pago della scoperta, che gli dovea poi appresso

permettere anche di ricamarvi su delle facezie[673]. Altro non si

riprometteva da una città come Syracusae, che non aveva nemmeno veduta

rappresentata nelle legazioni venute per accusare Verre[674]; che

dovea essere affezionata a Verre per l’ottenuta eredità di Eraclio e

per i cuori conquistati delle sue donne e le benemerenze acquistate

presso i loro mariti[675], e che, finalmente, avea ancora, nella curia,

la statua dorata di Verre[676]. Vi si tratteneva dunque Cicerone,

più che altro, per ripigliare un po’ fiato nella sua inquisizione ed

attingere quegli elementi, che gli potevano essere forniti da cittadini

romani. Ma, sembra che con la partenza di Verre, avesse perduto il

sopravvento chi ne teneva le parti, e la preeminenza l’aveano omai i

suoi avversarî; o, quali che fossero, almeno gli si erano ora voltati

contro. Eraclio, che avea la suprema magistratura, invitò Cicerone

e suo cugino ad intervenire in Senato, dove seguì uno scambio di

dichiarazioni e spiegazioni, per cui si rigettava tutta sugli amici di

Verre l’odiosità della statua eretta a Verre nella curia ed ancora in

piedi, la dilapidazione dell’eredità di Eraclio e la dissidenza dagli

altri Siciliani, andati a Roma, per proporre l’accusa contro Verre.

L’ansia di allontanare ogni sospetto di favore verso Verre, di provare

la nuova cordialità verso Cicerone, andò tant’oltre che Cicerone e

il cugino suo furono dichiarati ospiti pubblici; a Cicerone fu data

comunicazione degli atti pubblici, che provavano le ruberie di Verre,

e fu messa a partito e votata, a pieni voti, la proposta di rivocare la

_laudatio_, concessa già a Verre a malincuore, sotto la pressione di L.

Metello.

Ma, quando Cicerone andò per avere copia di questa deliberazione, P.

Cesezio, già questore di Verre, benchè non ne avesse facoltà, cercò

impedirlo; e Metello, a cui Cicerone ricorse, in quel giorno cercò

di evitarlo, e, nel dì appresso, non solo non volle aderire alla

sua richiesta, ma gli fece rimprovero dell’aver parlato greco ed in

un senato greco. Cicerone non ebbe altro rimedio che prenderle per

forza, non senza aver dovuto impegnarsi in una rissa con Theomnasto,

un mattacchione, zimbello de’ Siracusani, da essi chiamato Theoracto,

forse quello stesso che Verre a suo tempo avea fatto gran sacerdote.

Ma l’ebbe; l’ebbe, malgrado la rinnovata opposizione di Metello; e

Theomnasto, vedendolo più forte, com’era natura dell’uomo, non pensò

che a rabbonirlo, e finì, come soprassello, per dargli un libretto,

dov’erano scritti tutti i furti da Verre compiuti a Syracusae[677].

[Il ritorno di Cicerone.]

L’inquisizione di Cicerone in Sicilia, omai poteva dirsi compiuta.

Essa era durata cinquanta giorni: egli si vantava di averla compiuta

in un termine più breve di quello assegnato, ed in un modo da avere

raccolto quanto si poteva, e di non essere stato a carico di alcuno,

nè ad alcuno d’impaccio, fermandosi sempre, quantunque senatore,

soltanto da’ suoi ospiti privati[678]. Pure il suo ritorno, che,

anch’esso, come l’andata, a sentir Cicerone, si sarebbe compiuto tra

le insidie di Verre e tra pericoli di pirati e masnadieri, dovette

essere assai frettoloso, e da Vibo a Velia il tragitto fu compiuto

sopra una piccola barca[679]. È inutile qui discutere se fosse stato

lecito a Cicerone d’abbreviare il termine ottenuto di centodieci giorni

ed iniziare prima la causa, anche per eludere lo strattagemma del

processo suscitato contro il governatore di Acaia. Che che si voglia

ritenere, in astratto, di questa facoltà[680], Cicerone non avrebbe

potuto farne uso; perchè, se il finto accusatore acaico non s’era

mosso di Roma, non gli avrebbe mai permesso, non piacendo a Verre, di

trattare il suo processo prima di lui. Inoltre Cicerone dà come ragione

del suo ritorno, più che affrettato, precipitoso, non il desiderio di

affrettare la trattazione della causa, ma il bisogno di trovarsi a Roma

allo spirare del termine a lui concesso, per evitare che, nell’assenza

dell’accusatore, Verre si facesse prosciogliere dall’accusa. Se è così,

si può allora ritenere che Cicerone avesse consumato ancora in Roma,

prima di partire, una parte del tempo a lui dato per l’inquisizione;

ovvero che, finita l’inquisizione, rimanesse ancora un po’ di tempo

in Sicilia. Infatti egli dava convegno a molti de’ testimoni, perchè

tornassero con lui; e ciò potè essere causa dell’indugio; anche perchè

la partenza di alcuni era impedita o distornata da Metello[681].

Potea poi anche darsi che attendesse il tempo favorevole pel ritorno.

Ammettendo l’una cosa e l’altra, e che tra il termine fissato e la

reale trattazione della causa passassero altri tre mesi[682]; Cicerone

dovè tornare a Roma sulla fine dell’Aprile. Che se tornò prima, vuol

dire che Cicerone dovè trovare opportuno, specialmente in un’orazione

non pronunziata, d’introdurre anche quest’altro particolare, per

rendere sempre più interessante e drammatico il suo contegno in questo

processo.

[La candidatura di Cicerone e i preliminari della causa.]

Altre cose, del resto, oltre al processo, chiamavano a Roma Cicerone,

e gli consigliavano d’affrettare il ritorno. Egli era candidato, ed

occorreva ch’egli stesse bene sull’avviso, per non farsi dare dagli

avversari il gambetto. Intanto che il processo del governatore di

Acaia, montato nell’interesse di Verre, si faceva, (e pare che si

trascinasse in lungo per tre mesi), Cicerone non perdeva di vista la

sua causa, ed, anche a Roma, radunava altri documenti ed altre prove.

Sequestrò così i _codices accepti et expensi_ di Verre e del padre di

lui; ma trovò ch’egli li avea fatti sino al consolato di M. Terenzio

e C. Cassio, cioè sino all’anno 73[683], epoca della partenza di

Verre per la Sicilia; così che non gli servirono che per trarre un

argomento dalla loro mancanza[684]. Sequestrò pure presso L. Vibio,

già amministratore della società de’ pubblicani di Sicilia, la copia

privata di due lettere, in cui L. Canuleio, loro agente a Syracusae,

denunziava le abusive esportazioni di Verre; lettere che Carpinazio,

poichè divenne amico di Verre, avea fatto sparire, insieme alle sue

stesse, dagli atti della società[685]. Rinvenne presso L. Tullio le

copie delle lettere che P. Vezio avea mandate a Carpinazio, e che

Cicerone avea già ritrovate in Sicilia presso costui[686]. Ma tanta

parte del tempo di Cicerone, dopo questo suo ritorno, dovette essere

assorbito dal lavoro elettorale. La lotta era fierissima. Vi erano

impegnati personalmente i Metelli, i _consoli per decreto del fato_,

con due della loro famiglia, che chiedevano il consolato e la pretura;

e candidato al consolato era anche l’avvocato stesso di Verre, Q.

Ortensio.

Innanzi tutto, occorreva formare il corpo giudicante, il collegio de’

giudici. Era soltanto un preliminare della causa, ma un preliminare,

che doveva essere il miglior pronostico dell’esito del giudizio, ed,

in realtà, dovea decidere di esso. Verre ponea in questo le maggiori, o

tutte le sue speranze; e le somme, che avea spese sin dal suo ritorno,

quelle che ancora era pronto a spendere, lo facevano tener sicuro del

fatto suo[687]. A Cicerone d’altra parte tardava anche di venire alla

costituzione della giuria, per assicurare un severo giudizio, e al

tempo stesso per dare la prima smentita alle ciarle messe in giro sulla

sua collusione con Verre[688].

E riuscì, pure bene nell’una cosa e nell’altra[689]. Un Q. Curzio,

consorte di Verre, che, falsamente, è stato da qualcuno ritenuto

presidente di questa causa di Verre, ma che in realtà, come è stato

ampiamente dimostrato[690], non poteva avere in questa causa un

ufficio, che consta essere stato gerito da Glabrione; venne in aiuto

di Verre, cercando di perturbare il regolare e sincero sorteggio de’

giudici. Sembra, benchè ciò sia un’ipotesi e null’altro, che tutto

l’albo de’ giudici fosse diviso in tante _decurie_, quante erano le

_quaestiones_[691]. Ora Q. Curzio, delegato a presiedere una delle

_quaestiones_, cercò comprendere nella decuria, assegnata alla sua

_quaestio_, molti di quelli, che doveano invece prendere parte alla

_quaestio_, innanzi a cui era rinviato Verre e che potevano essere

giudici non grati a costui. Ma Cicerone pubblicamente sventò il suo

inganno, e gli tenne testa, mentre alle rampogne sue si univano

quelle di tutto il popolo[692]. Così il sorteggio seguì la sua

via regolare e ne venne fuori un corpo giudicante, che Cicerone,

con una amplificazione, molto naturale nell’oratore che parlava o

fingeva parlare a giudici presenti, dice superiori per dignità e

splendore a tutti quelli che si erano visti sin qui[693]. Tanto era

un’amplificazione la sua, che, qualche tempo dopo, ed altrove, non si

peritò di parlare di parecchi di loro in maniera affatto diversa[694].

[I giudici della causa.]

A noi non sono noti tutti i giudici, ed anzi non è nemmeno noto il

loro numero. Ma sappiamo che v’erano tra loro M. Cesonio, anch’esso,

insieme a Cicerone, creato edile per l’anno successivo[695] e noto

già pel processo di calunnia[696] contro Cluenzio[697]; Q. Manlio;

Q. Cornificio, _homo sobrius et sanctus_ e di famiglia che avea dato

consoli allo Stato[698]; M. Crepereio, C. Cassio, Cn. Tremellio, P.

Sulpicio, M. Metello, P. Servilio, Q. Lutazio Catulo, Q. Titinio[699],

C. Marcello[700]. Verre, che, per la sua qualità di senatore, non

avea ristretto a tre soltanto il numero de’ giudici da ricusare[701],

ricusò sei giudici: P. Cervio, che era stato suo legato in Sicilia e

con cui probabilmente era venuto in disaccordo[702]; Sesto Peduceo,

che l’avea preceduto nel governo della Sicilia, e che non poteva avere

verso lui i migliori sentimenti, sopratutto per l’impedimento posto

ad una manifestazione del Senato di Syracusae in suo onore[703]; Q.

Considio, uomo di animo forte[704], giudice probo, amico di Cicerone

probabilmente, se tale possono farlo credere le lodi con cui sempre lo

menziona[705]; C. Cassio, uomo consolare, giudice severo, della cui

moglie avea offeso gl’interessi nel Leontino[706]; Q. Junio, avverso

a Verre per la tradizione popolare della sua gente, e ancor più, se

come è probabile, congiunto al _iudex quaestionis_, condannato in

seguito al giudizio di Oppianico ed al pupillo Junio, vessato per

l’appalto del tempio di Castore[707]; P. Galba, appresso competitore

di Cicerone nel consolato[708]. Sesto Peduceo, Q. Considio, Q. Junio

li ricusò, nonostante che Hortensio ne lo dissuadesse[709]. Nel

collegio giudicante, così come riuscì composto, v’erano familiari di

Verre, amici del padre; almeno egli ne menava vanto[710]; e, stando

infatti anche a quelli soli qui nominati, era notevole per lui il

nome di M. Metello. Tuttavia, per quello che Cicerone ne dice, il

complesso de’ giudici sarebbe riuscito affatto contrario a’ suoi

desiderî: egli anzi ne sarebbe stato sgominato e disanimato al punto

di credere senz’altro perduta la sua causa; e gli altri credevano

altrettanto con lui[711]. In verità, parecchi di questi nomi non

erano fatti per alimentare le sue buone speranze. Cesonio, candidato

all’edilità, in quell’anno, con Cicerone e trionfato indi con lui,

era probabilmente del suo stesso partito; e in ogni modo il processo

di corruzione, a lui intentato per la causa di Oppianico, cui avea

preso parte, se anche era finito con la sua completa assoluzione,

non gli avea potuto lasciare l’animo ben disposto verso Verre, che

avea avuto in quel processo la parte che sappiamo[712]. Q. Manlio

e Q. Cornificio, oltre a tutti i caratteri personali, che potevano

renderli contrarî a Verre, o refrattarî alle sue corruzioni e che

Cornificio specialmente sembrava avere[713], erano stati eletti

tribuni della plebe per l’anno seguente[714] e, per coerenza alla loro

carica stessa, doveano essere avversi al dispregiatore della plebe,

al puntello della fazione sillana. Di P. Sulpicio, di cui come si è

visto, è stata confusa la persona, non si sa molto. Anzi, mentre il

Pseudo Asconio[715] lo dà come tribuno della plebe, v’è chi[716] mette

in dubbio tale dato, per il cominciare che faceva l’anno tribunizio

il 10 Decembre, e non il 5. L’esclusione di questa carica è anche

meglio dimostrata, benchè non incontrastabilmente, dalla sua qualità

di patrizio e dalla considerazione, che Cicerone l’avrebbe menzionato

insieme a’ due altri tribuni, Manlio e Cornificio. Al tempo stesso

non poteva essere edile, perchè tali erano Cicerone e Cesonio. Non

resta dunque a ritenere se non che egli fosse questore, e come tale

entrava in ufficio alle none di Decembre[717]. L’esempio recente

tra i Sulpici di un altro P. Sulpicio (Rufo), che avea aderito alla

parte mariana, poteva non farlo prevedere favorevole a Verre; e, in

ogni modo, per tale non dovea darlo la sua qualità di _iudex iustus

et integer_[718]. C. Cassio, oltre all’appartenere alla famiglia di

quel L. Cassio, la cui severità era passata in proverbio[719], dovea

risentire le ire del console C. Cassio, offeso e danneggiato da Verre

in Sicilia. M. Crepereio apparteneva ad una famiglia equestre, e

ciò dovea bastare a renderlo avverso a Verre; per giunta poi, nella

sua famiglia, era ereditaria l’acrimonia e la severità[720]. Cn.

Tremellio, se è quello stesso che ci appare poi legato in amicizia con

Cicerone[721], non poteva nemmeno essergli benevolo; e, studioso di

cose agricole[722], dovea vie maggiormente sentirsi spinto a prendere

le parti degli agricoltori siciliani. P. Servilio era nipote di Q.

Metello il Macedonico[723]; ma l’alta posizione, ch’egli avea, poteva

far concepire a Cicerone la speranza di un retto giudizio. Del resto,

un altro P. Servilio, preposto della società de’ pubblicani, e che

non sappiamo in che rapporti fosse con questo, avea avuto a dolersi

degli abusi di Verre[724]. Q. Lutazio Catulo apparteneva, è vero, alla

fazione sillana, anche per tradizione paterna, ed era divenuto, o dovea

divenire, il cognato di Ortensio; ma, oltre all’essere di riconosciuta

probità[725], avea la ferma persuasione che l’essere severi ne’ giudizî

era ancora una delle poche cose, che potessero fare argine al rifluire

della parte popolare[726]. Q. Titinio, di una famiglia plebea, che

avea dato alla repubblica tribuni, i quali si erano opposti in altro

tempo (193 av. C.) al trionfo di Q. Metello, e cavalieri, che avevano

lottato per le prerogative dell’ordine[727], dovea ora vedere in Verre

non solo l’aderente di Silla e de’ Metelli, ma anche il pretore, da

cui il suo fratellastro C. Junio era stato, o pretendeva di essere

stato danneggiato[728]. C. Marcello, discendente dell’espugnatore di

Syracusae, era anche stato pro-pretore in Sicilia (79 av. C.)[729] e,

mentre da un lato era legato da un vincolo di patronato ereditario a’

Siciliani[730], dall’altro era imparentato con la famiglia Junia[731].

Di tutti questi, che conosciamo, se non il solo favorevole, certamente

il più favorevole era M. Metello, per i rapporti di famiglia, per

l’aiuto da lui avuto nelle elezioni, per tradizione politica.

Cicerone ne dovè ricusare degli altri ben più compromessi, se si adattò

a ritenere M. Metello; tra gli altri dovette ricusare quel M. Lucrezio,

che rimproverava quasi a Verre di aver voluto ritenere e che non

sappiamo in quali rapporti fosse con Verre[732].

Tuttavia, o che guardasse agli altri giudici — ve ne doveano ben

essere molti altri; nel processo di A. Cluenzio erano trentadue[733]

— o che, chiuso in quelle distrette, prendesse a fare quell’alchimia,

che gli accusati sogliono fare, almanaccando su tutti i possibili

rapporti con i giudici[734]; cominciò forse a riaversi un cotal

poco da quell’abbattimento, che Cicerone gli appone. Che quando, con

l’intervallo di pochi giorni, l’elezioni ebbero luogo e dettero la

vittoria alla sua parte, ogni abbattimento era dileguato, ed egli

credeva vedere in esse l’auspicio e l’augurio della vittoria.

[Le elezioni.]

Le elezioni ebbero luogo, probabilmente, tra la fine del Luglio ed i

primi di Agosto, epoca solita, poichè l’entrata in carica avea luogo

nel Gennaio[735]; prima i comizî consulari, e ne uscirono trionfanti Q.

Metello e Q. Ortensio; poi i pretori, e ne uscì eletto M. Metello.

Parve il trionfo di Verre. Alla notizia della riuscita di Q. Ortensio,

L. Curione, che s’imbattè in Verre presso l’Arco Fabiano, lo fermò e

l’abbracciò, auspicando d’allora la sua assoluzione; e la sua opinione

era l’opinione di tutti[736]. Quando poi si seppe che a M. Metello

toccava presiedere per l’anno appresso i giudizî _de repetundis_,

Verre mandò un messaggio in sua casa, perchè la moglie sapesse subito

la fausta notizia[737]. Pure il trionfo non era completo, nè certo

l’auspicio, se le elezioni non si chiudevano con la disfatta di

Cicerone; e a ciò tendevano ora gli sforzi. Prima e soprattutto si

ricorse al danaro. Dieci scrigni di danaro siciliano furono lasciati

presso un senatore, perchè servissero contro Cicerone. Mestatori

elettorali furono chiamati a congresso e, con i ricordi delle passate

largizioni, con l’eloquenza del danaro e con le promesse di somme

maggiori, furono incitati e confortati nell’opera loro contro Cicerone.

Pure il còmpito parve ad alcuni difficile e fin disperato; solo Q.

Verre, della tribù Romilia, consanguineo di Verre, si riprometteva

la riuscita della cosa, quando fossero depositati cinquecentomila

sesterzi. Cicerone sapeva tutto per mezzo de’ suoi clienti, di uomini

di sua fiducia; ma, messo com’era tra l’elezioni ed il giudizio, che

si seguivano a poca distanza di tempo, non poteva far tutto quello

che voleva. Non poteva attendere esclusivamente all’una cosa ed

all’altra. Le convenienze delle elezioni gli vietavano di dare addosso

alle corruzioni, che minacciavano il giudizio; e, d’altra parte, i

corruttori delle elezioni, sapendolo già tutto avvolto in quella bèga,

si tenevano sicuri del fatto loro[738]. Intanto, quasi che tutto ciò

non bastasse, si era messa in giro la voce che anche Cicerone fosse

stato corrotto e comprato[739]; calunnia fatta per compromettere a

un tempo l’elezioni e la causa, ma già sfatata dalla maniera onde era

avvenuta la costituzione del corpo giudicante.

[Alla vigilia del giudizio.]

Ma, a dispetto di tutto, malgrado tutto il da fare che si dettero e

Verre e il figliuol suo, Cicerone riuscì eletto; e, avendo omai le

mani libere, potè attendere tutto al giudizio, che era imminente e

richiedeva ogni sua cura.

Verre avea bene tratto profitto della lunga mora, che avea saputo

procacciarsi. Sin da prima che Cicerone partisse, aveva mandato per

avere attestati laudatorî (_laudationes_) di città siciliane, e ne avea

avute due, una di Messana, l’altra di Syracusae, rilasciato, secondo

fu detto di Cicerone, quasi a denti stretti, e senza molto entusiasmo.

Poca roba; ma, in ogni modo, si trattava di due delle città più

importanti, una la più amica a’ Romani, e l’altra nella quale egli avea

vissuto per tre anni.

Avea poi, a dire di Cicerone, cercato aiutarsi in ogni altra maniera

col corrompere, con l’insidiare, col placare. Avea promesso di

restituire alcune delle cose, che avea estorte e rubate[740] salvo,

come fece, a non mantenere la promessa, quando, messo in piazza

l’intrigo, gli nuoceva più che non gli giovasse. Sopratutto poi avea

sparso danaro a dritta e a manca. Cicerone lo accagionava anche, ma

chi sa con quanto fondamento, d’aver fatto aggredire ed uccidere M.

Lollio, figlio di quel Q. Lollio, che era stato vessato ed ingiuriato a

suo tempo da Apronio, e il cui figlio superstite veniva ora a portare

la vendetta in giudizio[741]. Nell’imminenza stessa del dibattimento

Q. Ortensio, già designato console, fece chiamare i Siciliani, perchè

desistessero dall’accusa; ma essi presentirono la ragione della

chiamata e non vi andarono[742]. Rinnovò la prova l’altro console, e fu

più fortunato, soprattutto, perchè fratello di Lucio, il governatore

di Sicilia. Questa volta i Siciliani andarono da lui, ed egli fece di

tutto per dissuaderli, per disilluderli sulle conseguenze dell’accusa;

ma non approdò a nulla[743]. Essendo essi in gran parte legati della

città, forse non avrebbero potuto desistere, anche volendo.

Così si venne finalmente alla causa.

[La causa.]

L’interesse politico, l’importanza dell’accusato, la fama degli

oratori, la passionata attenzione di tutto un popolo, fanno rievocare

da alcuni, per trovare alcun che di simile, Warren Hastings, quando

comparve innanzi alla Camera alta per essere giudicato. E, certo, sotto

vari aspetti, il richiamo non è fortuito e il paragone è calzante.

Per noi, cui è toccato assistere a processi come quelli del Panama e

della Banca romana, vengono spontanei alla mente anche questi, che,

meno conformi a quello di Verre nel loro aspetto esteriore, gli si

accostano tanto in quel che hanno di più intimo, e son così adatti

a far comprendere l’ambiente viziato, in cui quello si svolgeva, il

turpe dietroscena e la sua importanza, come indizio di un irrimediabile

decadimento e decomposizione di certe forme economiche e politiche, di

cui fatti come questi sono la diretta conseguenza. L’attenzione non di

Roma soltanto, ma di tutto il mondo romano, si può dire, dovea essere

rivolta a ciò che avveniva in que’ giorni nel Fòro di Roma. Non era

veramente nè la prima volta, nè la seconda che un personaggio, anche

più importante di Verre, si vedea tratto a rispondere di un’accusa

così grave. Ma ora non si trattava come già altre volte di un interesse

esclusivamente locale, o di una contesa meramente personale. L’accusato

avea già spesa l’opera sua in Italia, in Sicilia, in Oriente, lasciando

dovunque tracce del suo passaggio ed ire e rancori: inoltre, il suo

giudizio era uno degli ultimi episodi della lotta contro la parte

sillana, mescolato alla lotta elettorale, alla legge _iudiciaria_,

che, in Roma, pareva fatta per modificare seriamente le condizioni

de’ partiti, e, ne’ soggetti, poteva destare l’illusione di una norma

adatta ad infrenare alcuni abusi de’ magistrati.

Come già da prima era lecito prevedere[744], una folla enorme si

pigiava nel Fòro[745], in vista del tempio di Castore, intorno a’

banchi destinati a’ giudici, alle parti, a’ difensori, a’ testimoni,

aspettando che il dibattimento s’iniziasse; e l’arrivo de’ più

importanti di loro dovea eccitare nella folla un vario movimento.

Verre vi comparve, ma, pare, non, come gli accusati solevano, in

attitudine dimessa e supplichevole, per guadagnarsi la simpatia o

almeno la pietà de’ giudici e del pubblico; ma in atteggiamento che

dovea essere quasi di provocazione, di sfida, se erano vere le dicerie

ch’egli spargeva e faceva spargere sull’esito del giudizio. Una sola

volta egli diceva di aver trepidato per la sua sorte, quando, tornato

appena dalla provincia e fatto segno alle accuse, avea temuto di non

avere il tempo necessario ad ordire tutti gli intrighi[746]. Ora, tempo

ne aveva avuto tanto, e non inutilmente; ed altro ancora sperava di

prenderne, se gli servisse. Egli si ringalluzziva vedendo que’ nobili

suoi fautori, in cui confidava più che in ogni altra cosa[747]. Non

mancava neppure la presenza di qualcuno de’ suoi bracchi: Claudio, da’

capelli neri e ricciuti, con contegno di saccente, stava a prendere

note e dava suggerimenti[748]; Apronio, non di rado atteggiava il volto

al riso[749].

Manio Acilio Glabrione, il pretore, intanto, assumeva la presidenza e

dava regolarmente principio al giudizio.

Era il dì cinque d’Agosto, ed avea principio l’aspettato duello tra

Ortensio e Cicerone.

[Ortensio e Cicerone.]

Difensore di Verre era anche L. Cornelio Sisenna[750], che avea

governata la Sicilia sette anni innanzi nel 77[751]. P. Scipione, al

pari di altri nobili, più che difenderla direttamente, era di quelli,

che prestavano un’assistenza morale, e che riescivano proficui, secondo

un’usanza invalsa, alla causa, sedendo vicino a’ veri difensori,

patroni della causa.[752] Ma tutto il nerbo della difesa era riposto in

Q. Ortensio, ed a lui si dirigeva Cicerone, a lui guardava, contro lui

combatteva. Oltre ad esser la causa di Verre, specialmente per parte

di Cicerone, questa era la causa loro, degli avvocati; un contrasto

determinato dalla loro posizione sociale, e politica, da’ loro

caratteri personali, dalle condizioni dell’eloquenza giudiziaria in

quel tempo.

Ortensio apparteneva ad una famiglia, che, già da tempo remoto, si

era resa nota nella repubblica, e le cariche, che gli antenati aveano

coperto, e la considerazione che aveano saputo guadagnarsi, aveano dato

il battesimo e il prestigio della nobiltà alla schiatta plebea[753].

Egli non avea dunque da farsi da sè un posto al sole, e la sua natura

fiacca ed imbelle non lo portava a fare della sua stessa posizione un

posto più elevato di combattimento. Alieno da’ pericoli e dalla gloria

militare, anche se ciò gli portasse il rimprovero d’ignavia[754],

cercava con sapiente studio i diletti della vita, e si dimenticava

tutto nella cura della sua piscina e delle sue ville[755]; e della

voluttà godeva, coltivandola e cantandola.

Il processo di Verre · 第 13 / 21 段