tante volte invocato ed aspettato, in cui l’oratore dovea e potea fare
la prova della sua eloquenza. I trionfi di L. Ortensio, del famoso
oratore, di otto anni più vecchio di lui[610], non gli aveano lasciato
i sonni tranquilli; e, per una natura ingenuamente ambiziosa, come
quella di Cicerone, così innamorato della sua arte, emulare e superare
il più grande oratore del suo tempo, era al tempo stesso un’aspirazione
ed un bisogno.
Già, in una delle sue prime cause, la prima, di cui l’orazione ci sia
rimasta, quella di P. Quinzio nell’a. 81[611], Cicerone si era trovato
a fronte del grande avvocato; ma la causa, una contesa d’interessi
privati, poco si prestava ad un vero duello oratorio, e poi Cicerone
allora era giovane, e stette a fronte del suo contraddittore, così come
i tempi, la diversa fama, la diversa posizione sociale esigevano. Ma
d’allora undici anni circa erano passati: il giovane era divenuto un
uomo maturo di trentasette anni; si era valso del volontario esilio,
che si era imposto negli ultimi anni della vita di Silla, per compiere
i suoi studî filosofici e retorici, nella culla stessa della cultura e
dell’eloquenza; avea fatto le sue prime prove di magistrato; avea preso
il suo posto nella lotta de’ partiti, e potea bene sperare d’ingaggiare
la tenzone desiderata col suo emulo, da pari a pari, in una causa a
cui doveano essere rivolti, non solo gli occhi di Roma, ma di tutto il
mondo romano, ed in cui egli potea sperare di avere la miglior parte.
Nè solo la fama di primo oratore dovea dargli quel singolare duello
giudiziario; era anche un’altra spinta sulla via degli onori. Dopo
avere nel 75 a. C. coverta, in Sicilia, la carica di questore del
propretore Sesto Peduceo[612], egli, ora, trascurando di chiedere il
tribunato, che forse non credeva interamente conforme alla sua indole
e al genere di politica che intendeva seguire, chiedeva l’edilità; e
lo speciale compito, che disimpegnava in questo processo, lo metteva
in vista come l’uomo del giorno, e faceva sì, che sul suo nome, più che
su di ogni altro, la sua parte avrebbe affermato i suoi sentimenti e il
suo programma.
[I primi maneggi di Verre.]
Verre dal canto suo non se ne sta inoperoso.
Mentre egli era ancora in viaggio verso Roma, Timarchide scriveva ad
Apronio in Sicilia, suggerendogli i modi di neutralizzare la cattiva
fama, in cui si cercava mettere presso Metello tanto lui che Verre;
modi che erano quali poteva consigliare un artefice esperto di ogni
corruzione com’era Timarchide. «Adoperati con ogni diligenza, perchè
non abbia a scapitare l’opinione del pretore. L’abilità e l’eloquenza
non ti mancano. Hai di che spendere. Tira a te gli scribi, gli uscieri:
con Volteio, che può moltissimo, fai comunella e taglia per diritto
e per traverso. Voglio, o fratello mio, che tu presti ascolto al
tuo fratelluccio; e tutta la compagnia ti avrà caro. Abbi pronta una
pezza per ogni sdrucitura; con l’intercessione tua ognuno è avvezzo a
vincere. Sai che Metello è un talentone. Se Volteio sarà con te, tutto
si farà come per gioco. Hanno insinuato a Metello e Volteio che tu hai
ruinati gli agricoltori. Hanno loro intronato le orecchie dicendo che
tu eri il compare del pretore. Fa che sappia la tristizia loro; ed essi
avranno da correre un bel po’, se gli dèi vorranno[613].»
L. Metello infatti doveva essere giunto in Sicilia assai preoccupato,
non solo di queste voci, ma della condizione generale della Sicilia,
quale che egli potesse crederne la ragione. Ne è prova la lettera,
che egli, nell’anno istesso della sua propretura, diresse a’ consoli
Crasso e Pompeo, in cui accennava alle decime vendute secondo la _lex
Hieronica_; all’opera interposta, con le lettere e con le parole,
perchè vi si seminasse quanto più era possibile, malgrado la difficoltà
de’ tempi ed il numero stremato degli agricoltori, ed a tutti i
provvedimenti presi, perchè la percezione presente non fosse tale da
esaurire le fonti stesse del reddito[614]. Egli cercò, a quanto pare,
di mostrare un’attitudine conciliante e di riparare alle conseguenze di
alcuni atti compiuti dal governatore precedente. Reintegrò così Eraclio
ed Epicrate nel possesso de’ loro beni[615]. Rescisse altri giudicati
di Verre, a Panhormus, ad Agrigentum e Lilybaeum; mise da parte il
censo fatto durante la pretura di lui, valendosi del precedente: fece
insomma cose tali, da far dire a Cicerone che l’opera sua consisteva
massimamente nel disfare l’opera del suo predecessore[616]. Ma,
improvvisamente, poco prima dell’arrivo di Cicerone in Sicilia, si
mutò. Fu questo l’effetto de’ consigli dati da Timarchide ad Apronio?
Non pare. Cicerone ne attribuisce la causa all’arrivo, da Roma, di
un tal Letilio, suo segretario, e ad alcune lettere che gli portò.
Venivano direttamente da Verre queste lettere, come alcuni volevano,
per rammentargli l’antica amicizia e la parentela e tante altre cose?
La lettera che operò il miracolo doveva essere una lettera ricevuta di
casa sua[617], e, probabilmente, al mutamento dettero causa ragioni
assai più forti d’ordine politico. L’aspetto, sempre più chiaramente
politico, che assumeva il processo di Verre, la parte che costui
prendeva nelle elezioni di quell’anno, finite poi con la vittoria di
Metello; tutto dovea consigliare un mutamento che subito seguì. Verre,
da questo punto, ebbe in L. Metello un amico ed un alleato, che non
poco vantaggio era in grado di recargli. Alla sua coorte poi Verre potè
entrare in grazia, non solo per favore riflesso, ma anche con altri
argomenti più positivi[618].
[La proposizione dell’accusa. Cicerone e Q. Cecilio.]
Intanto Cicerone si era presentato innanzi al pretore M. Acilio
Glabrione, destinato a presiedere i giudizî _de repetundis_, facendo
la sua _postulatio_, perchè a nome di tutte le città di Sicilia, meno
Messana e Syracusae, venisse egli incaricato della _delatio nominis_
contro Verre per le sue concussioni. Ma, contemporaneamente, o prima, o
poco dopo di lui, in ogni modo prima che la querela di Cicerone venisse
regolarmente accolta e gli fosse data regolare facoltà d’iniziare la
sua inquisizione, Q. Cecilio Niger, già questore di Verre e siciliano
di patria, dolendosi anch’egli di essere stato a torto danneggiato
da Verre, si presentò alla sua volta per muovere querela ed essere
abilitato a menare innanzi egli stesso il processo[619].
La necessità di evitare sentenze contraddittorie menava, senz’altro,
all’unità del giudizio; e, nel caso di più querele, specialmente
quando riguardavano una sola specie di reati, occorreva, con un
procedimento molto sommario e con un giudizio quasi di delibazione,
vagliare la condizione giuridica de’ vari accusatori per affidare
poi ad uno di essi, od a varî congiuntamente, la cura di portare
innanzi l’inquisizione e l’accusa. A considerare il nome familiare di
Cecilio, può argomentarsi che egli fosse, per tradizione familiare,
un aderente de’ Metelli, di cui portava il nome. La questura, da
lui gerita in Sicilia con Verre, non è fatta per diminuire valore a
questa ipotesi, e Cicerone, nella _Divinatio_, lo accusa apertamente
di essere un accusatore simulato. Gl’intrighi e le escogitazioni di
Verre crescevano, quanto più il pericolo minacciava ed incalzava; e
non sarebbe punto improbabile che, perduta la speranza di mandare
a monte il processo, egli avesse pensato, con un accusatore di
sua scelta, un nemico compiacente, di farlo finire in una bolla di
sapone e magari in un trionfo. Non è men vero d’altra parte che Verre
e Cecilio, uniti e concordi forse a’ danni de’ Siciliani, aveano
finito col venire in contrasto al momento della spartizione delle
spoglie[620]; la riconciliazione, che potè aver luogo tra loro, non
si sa se fosse sincera e tale da mettere del tutto a tacere l’avidità
delusa e le vecchie ire[621]. Varî mesi dopo, lo stesso Cicerone
parlava dell’inimicizia di Q. Cecilio verso Verre, come di giusta
inimicizia[622], e, forse, quest’asserzione di un tempo non sospetto,
e in cui, di Cecilio, si poteva parlare senza secondi fini, potrebbe
anche essere stata la vera. Due altri Cecilii, Quinto e Lucio, erano
testimoni d’accusa contro Verre nella causa[623]. Ma niente di certo si
può asserire; perchè, d’altra parte, a poca distanza, Cicerone parla
dell’attitudine ostile, mostrata verso di lui da due de’ questori di
Verre[624]. Era tra questi anche Cecilio?
[La _Divinatio_.]
Fosse intanto egli un emissario di Verre, o ne fosse francamente
nemico, Verre amava meglio che l’accusa rimanesse affidata a Q.
Cecilio, anzi che ad un avversario poderoso, eloquente e politicamente
importante, come era Cicerone. La questione venne in decisione
probabilmente nel Gennaio del 70 av. C., come si può calcolare, tenendo
conto de’ cento dieci giorni assegnati a Cicerone per l’inquisizione
e di tre mesi perduti per la interposizione del giudizio contro il
governatore di Acaia, attraverso cui bisogna rimontare dalla data
della causa[625]. Anzi, si può ritenere che ciò avvenne proprio ne’
primi giorni del Gennaio, se si crede a Cicerone che i Siciliani erano
venuti per accusarlo, mentre Verre non avea ancora lasciata la Sicilia
e n’avea ancora in mano il governo[626]. A risolvere la controversia
era chiamato lo stesso Glabrione, assistito da un consesso di giudici,
che non era precisamente quello stesso che poi giudicò della causa,
ma avea parecchi nomi comuni[627]. Di preciso sappiamo che v’era C.
Marcello[628].
Questo primo incidente del giudizio era anche come un
_praeiudicium_[629], non tanto per l’esame superficiale
dell’ammissibilità dell’accusa, che poteva andar congiunta alla
_postulatio nomen deferendi_, quanto perchè la scelta dell’uno o
dell’altro accusatore poteva essere l’oroscopo della fine che avrebbe
avuto il processo.
Ortensio si adoperava per escludere Cicerone, ma con un lavorìo occulto
ed insidioso, ora facendo vedere quanto modesta per sè ed indifferente
fosse la sua pretesa di avere uno piuttosto che un altro accusatore;
ora cercando intimidire i giudici col dire che egli avea nel consesso
chi gli avrebbe dato notizia del voto di ciascuno, giacchè il genere
di votazione, molto sommario e senza preoccupazioni di segreto, offriva
modo di sapere di ognuno il fatto suo[630]. Ma i Siciliani non volevano
saperne di Q. Cecilio, di cui pare non avessero avuto nemmeno a lodarsi
nel tempo della sua amministrazione, ed erano disposti a tutto, pur
di non avere a far causa comune con lui[631]; e Cicerone anche più
di loro. Egli, che avea fatto di tutto per acquistarsi la benevolenza
de’ Siciliani, che si gloriava di aver rintracciato per loro la tomba
di Archimede[632], che, sul partire, avea pubblicamente dato saggio
della sua eloquenza, promettendo loro dal fòro di Lilybaeum ogni suo
appoggio[633]; si credeva il naturale patrono de’ Siciliani, e non
sapeva concepire che altri gli mettesse il piede innanzi. Tanto più
non sapeva concepirlo, considerando l’importanza che per lui avea
questa causa, mentre egli si presentava candidato alla carica di
edile. Cicerone, da questo contrasto, trasse occasione di una prima
avvisaglia oratoria, e venne fuori con quella sua orazione contro
Q. Cecilio, chiamata _divinatio_, probabilmente perchè rifletteva
un genere di giudizi, ove la sentenza dipendeva meno da prove e
più da induzioni[634]. Fu una vera scaramuccia, ed una scaramuccia
fortunata, combattuta con grande abilità. L’ironia, la minaccia,
l’argomentazione stringente furono tutte adoperate per ottenere quanto
a Cicerone importava raggiungere. Di questo, come di tutti gli altri
suoi discorsi, egli mirava a farsi un piedestallo; ma questo suo
scopo lo dissimulò con molto tatto. Il paragone con Cecilio, ch’era
uno de’ grandi argomenti per far decidere la contesa in suo favore, è
affrontato e trattato con tanta disinvoltura, che Cicerone ne esce con
la sua affermazione di grande oratore, di solo degno competitore di
Ortensio, senza pure aver l’aria di pretensioso e vanitoso. Al tempo
stesso, mette in rilievo con molta intenzione la speciale figura,
ch’egli avea in quel processo; si schermisce dalle censure, che il
compito di accusatore, compito oramai discreditato, poteva attirargli,
e cerca di togliere assolutamente alla causa l’aspetto di un duello
di carattere personale, o di una semplice tenzone oratoria, per
ridarle il suo pieno significato politico e civile. Questo valore anzi
disinteressato della sua accusa e il sentimento di solidarietà sociale
che l’inspira, sono punti, su cui Cicerone torna ed insiste anche più
volte in appresso, e la sua eloquenza e la sua persona si rilevano
molto, sotto quella favorevole luce e lo mettono a parte, e al di
sopra, degli altri oratori semplicemente forensi del suo tempo.
Di questo stesso prologo del giudizio profittò intanto Cicerone per
dare come un prospetto di tutta la causa, mettere Verre nella luce
più fosca, cercare di sgominare tutte le mene sue e de’ suoi fautori
e protettori e fare i primi attacchi, benchè in forma velata e
condizionale, contro i tribunali senatorî.
Da questa prima prova Cicerone uscì trionfante. Non solo riuscì ad
ottenere che a lui si affidasse l’accusa; ma evitò anche che gli si
aggiungesse, come _subscriptor_, Cecilio, che avrebbe potuto essere
una spia ed un traditore, e, con lui, scartò anche i due, che Cecilio
si era aggregati come coaccusatori, L. Appuleio e Alieno, un uomo
questo, che aveva forza più ne’ polmoni che nel cervello, e, con loro,
tutto l’altro infinito gregge di accusatori di occasione, i quali
indifferentemente, a scopo di lucro o di vanità, tenevano ad unirsi
nell’accusa con chi che sia[635].
La vittoria di Cicerone dipese essa, tutta, dalla sua eloquenza, o
dalle premure di tutti que’ legati di Sicilia, che, mentre parlava,
gli facevan corona? o dalla considerazione da lui stesso messa innanzi
che l’accusa sua fosse quella meglio atta a dispiacere a Verre e
soddisfare a’ Siciliani? o finalmente dalla persuasione che Cecilio
fosse davvero un falso accusatore? Tutte le ragioni vi contribuirono un
po’; ma, oltre alle considerazioni politiche e al merito di Cicerone,
dovè concorrere molto a fare escludere Cecilio, secondo un’antica
consuetudine[636], la stessa carica di questore, ch’egli occupò già
presso Verre e che lo avea fatto, se non proprio partecipe, assenziente
almeno in qualche modo agli atti di Verre[637].
[L’inquisizione di Cicerone.]
Cicerone si fece assegnare per la sua inquisizione un termine di
centodieci giorni, un termine assai breve, a parer suo[638], ma che
in ogni modo (poichè gli riuscì di sbrigarsi in più breve tempo)
gli avrebbe permesso di fare le cose ad agio, se altro non fosse
sopravvenuto a dargli fretta. L’accusatore del governatore di Acaia
(Cicerone non ne dice il nome e, secondo il Ps. Asconio[639], si
sarebbe trattato di un Rupilio che accusava un Oppio, o addirittura di
Q. Metello Nepote che accusava Curione), mentre Cicerone avea chiesto
un termine di centodieci giorni per la inquisizione contro Verre, ne
chiese due di meno, cent’otto per la propria.
Secondo Cicerone quest’accusa e quest’accusatore sarebbero stati
escogitati e suscitati nell’interesse stesso di Verre, perchè, a misura
che il processo si presentava sempre più come inevitabile e pericoloso
e se ne avvicinava il tempo, non restava altra speranza nè altro aiuto
che il prender tempo, il differire, finchè fosse stato possibile, sino
all’anno successivo in cui tutto faceva sperare, come avvenne, che il
consolato sarebbe venuto nelle mani di L. Ortensio e Q. Metello; ed
a M. Metello, nominato pretore, probabilmente avrebbe potuto toccare
in sorte la direzione della sua causa[640]. L’unica, o la maggior
preoccupazione di Verre, a quanto sembra, fu questa che il tempo
potesse mancargli[641].
Questo anonimo accusatore acaico non giunse neppure a Brindisi, non si
mosse da Roma. Bene invece partì Cicerone. Egli stesso ci dice[642]
che era in Sicilia nel cuore dell’inverno, e da altri luoghi[643] si
desume che vi arrivò, poco meno d’un mese dopo di L. Metello. Se si
deve credere a Cicerone, ogni maniera d’insidia, per mare e per terra,
gli fu tesa; ma egli, or con la propria diligenza, or col benevolo
aiuto degli amici, ne uscì sempre sano e salvo, e con lui il cugino che
l’accompagnava[644].
Arrivò così in Sicilia, e si mise subito all’opera. Suo proposito
era quello di appurare tutto, tutto vedere, tutto toccare e sapere
per propria scienza. Un conveniente concetto delle condizioni della
regione glielo dava già, a suo dire, la vista dello stato stesso
della campagna squallida e derelitta[645]: le valli e i colli
d’Agrigentum, il fecondissimo e famoso territorio di Leontini[646],
ora mesti e desolati; e, nelle città stesse, le statue di Verre
demolite e spezzate, mentre i piedestalli e le epigrafi rimanevano là
a testimoniare l’onta patita[647]. Ma tutto ciò non gli bastava. Egli
dice che andava a cercare gli agricoltori nelle loro stesse capanne per
udirne le doglianze; li cercava sul luogo stesso del lavoro, ne’ campi,
e li ascoltava, mentre, interrotta la faticosa opera dell’aratro, con
la mano sulla stiva, gli narravano tutte le offese ed i danni[648].
Certo gli si paravano difficoltà gravissime e, qualche volta, quasi
insormontabili. L. Metello, che il messaggio di Letilio, giunto due
giorni prima di Cicerone, avea del tutto mutato, non vedea più in Verre
che l’affine, l’amico e, forse più di tutto, il grande elettore de’
suoi fratelli: forse lo stringevano a lui anche argomenti del genere
di quelle _tabellae tributariae_[649], a cui una volta Cicerone allude,
benchè altre volte si affretti a dissipare ogni siffatto sospetto[650].
Così, sino a quel punto, ne avea contraddetti gli atti, imponendo a’
Mamertini, che dall’altro n’erano stati esonerati, la contribuzione
del frumento[651]; ne avea rescissi i giudicati[652]; avea messo da
parte il suo censo, servendosi di quello di Sesto Peduceo, intanto
che se ne facesse un altro[653]; parea insomma più intento a disfare
l’opera del predecessore che a menare innanzi la propria, e, in trenta
giorni, l’avea già disfatta in gran parte[654]. Ora invece imponeva a’
Centoripini di rialzare le statue demolite di Verre[655]; impediva a
C. Gallo Senatore di procedere contro Apronio per le sue concussioni,
acciò Verre non ne fosse compromesso[656].
E, quasi che tutto ciò non bastasse, cercava costringere le città
Siciliane ad assumere la parte di _laudatores_ nel processo di
Verre[657], e minacciava, e tratteneva anche quelli che andavano a
deporre contro Verre[658], e cercava insomma di porre ostacoli di ogni
sorta all’inquisizione di Cicerone. E, fatti tanto più forti del suo
esempio, gli tenevan bordone i questori[659]; tutta la sua coorte,
divenuta a dire di Cicerone, roba d’Apronio[660]; gli amici che Verre
avea lasciati in Sicilia in numero non indifferente[661]. A Messana,
nonostante il suo grado di senatore, Cicerone ricevette un’accoglienza,
più che fredda, ostile; e, ciò che in nessun altra città mai accadde,
non fu pubblicamente ospitato[662].
Ma a tutte queste animosità, a questi piccoli e grandi intrighi,
Cicerone resisteva, forte dell’autorità della legge e della particolare
funzione, che andava colà ufficialmente a disimpegnare, sotto gli
auspicî di Glabrione[663], sorretto anche da’ consoli in carica, e
specialmente da Pompeo, tra i cui clienti ed aderenti, numerosissimi
in Sicilia, reclutò testimoni, denunzianti, fautori. Lo sorreggeva
anche tutto il sentimento pubblico e l’aura popolare, che faceva
vedere in lui come un vindice ed un liberatore; e a lui si facevano
via, per trovare uno sfogo ed un’espressione, tutte le ire, tutti i
dolori, tutte le speranze. Quell’accusa era anche un conforto alla loro
irrequietezza di soggetti, e, nella rivolta contro Verre, vi era in
germe la rivolta contro ogni mala signoria, anzi contro ogni dominio.
Ad Henna gli vennero incontro i sacerdoti, vestiti de’ loro paramenti
sacri, e tutto il popolo che, sotto il peso della superstizione, parea
oppresso dal furto della statua di Cerere e prorompea in pianti e
lamenti alle parole di Cicerone[664]. Altrove gli andavano incontro, se
Metello non riusciva ad impedirlo, le madri e le sorelle degli uccisi.
Ad Heraclea, la madre di uno de’ navarchi, fatti uccidere da Verre,
andò incontro a Cicerone, di notte, al chiaror delle faci, scortata
dalle matrone della città, e, poichè l’ebbe visto, gli si gittò a’
piedi supplicando e piangendo, quasi egli avesse potere di richiamare
in vita il figliuol suo[665].
L’inquisizione ottenne così tutto il suo effetto. Rese la causa in
Sicilia anche più popolare di quel che avesse potuto essere da prima;
rialzò gli animi de’ Siciliani e li rese più tenaci e più coraggiosi
nell’accusare, e fece sì che Cicerone potesse tornare in Italia, con
testimonianze e prove e documenti di ogni sorta.
Egli frugò negli atti pubblici di tutte le città, attraverso le quali
passò, per trarne materia di accusa contro Verre[666]; perquisì la
casa di Apronio, per trovare i suoi libri di conti, ma non ne trovò,
o che davvero non ne avesse, come asseriva, o, come è anche probabile,
che li avesse fatti sparire a tempo[667]; vi trovò bensì la lettera di
Timarchide, a cui già si è accennato, e ch’era tanto adatta a mettere
in luce il dietroscena del processo[668]. Ad Halaesa, dove un membro
del senato cittadino, Enea, avea avuto incarico di rendere grazie
a Cicerone, in nome della città, e coadiuvarlo nell’inquisizione,
potè guardare gli atti pubblici ed i conti ed averne la prova che,
realmente, a Valenzio e Timarchide non si era dato frumento ma
denaro[669]. Ad Entella, intervenne nel senato per prendere conoscenza
di tutti i torti fatti da Verre alla città[670]. A Leontini, fu più
difficile il compito di Cicerone, perchè quel territorio era tutto un
latifondo della famiglia di un tale Mnasistrato, e gli altri tutti non
potevano avere quindi interesse a denunziare i torti a lui fatti, o ne
aveano uno contrario[671]. Egli dunque, qui, si aiutò con quanto gli
potè dire Mnasistrato, prendendo dati e tirandone deduzioni[672]. A
Syracusae, vi andò sopratutto per guardare i conti de’ pubblicani e le
somme che Carpinazio, loro preposto, dava a credito per conto di Verre,
dopo che ne divenne l’amico, l’uomo di fiducia e il banchiere.
Carpinazio, che avea già cercato di rendersi utile a Verre, facendo
scomparire le denunzie fatte da L. Canuleio delle sue abusive
esportazioni, cercò di sperdere anche queste altre tracce, facendo
di Verre un C. Verrucio; ma la cancellatura, sempre ripetuta e mal
dissimulata, la coincidenza delle somme a lui accreditate e di alcune
prevaricazioni di Verre, rivelavano facilmente, dice Cicerone, la
magagna, che si rese più aperta, quando, in pubblica piazza, non vi fu
nessuno che potesse attestare l’esistenza di questo Verrucio.