guadagno, che che accadesse, che che ne andasse di mezzo. Eccitato
dall’imperversante guerra servile d’Italia ad usare una severa
disciplina, escogitava immaginarie cospirazioni di schiavi per trarne
pretesto a ricattare i loro padroni.
È così che imbastisce, nel territorio triocalino, una simile accusa
contro gli schiavi di Leonida, e li mena a Lilybaeum e li condanna;
poi, mentre, già stretti al palo, stanno per patire l’estremo
supplizio, per ragioni, che a Cicerone non parevano un mistero, li
scioglie e li ridona a’ loro padroni[568].
In un modo presso che simile si condusse con Aristodamo di Apollonia,
con Leonte Imacarense; coll’espediente delle stesse accuse, carpì
sessantamila sesterzî ad Eumenida di Halycia, cinquecentomila allo
stesso C. Matrinio, cavaliere romano[569]. Da Apollonio, figlio
di Diocle, di Panhormus, voleva assolutamente conto di un servo,
preposto agli armenti, che quegli non avea mai avuto: in realtà, volea
quattrini; e, poichè non n’ebbe, senza regolare accusa, senza giudizio,
lo fece prendere e lo gettò a marcire in carcere per diciotto mesi,
senza che valessero a liberarlo le pubbliche intercessioni del Senato,
de’ magistrati, de’ sacerdoti panormitani. Poi d’un tratto — qualche
cosa di maggiore efficacia agli occhi di Verre era intervenuto — senza
trattar causa, senza nessuna formalità, lo trasse di carcere[570].
[La flotta e i pirati.]
Questa sua smania d’illeciti lucri non si arrestava nemmeno dinanzi a
ciò che riguardava, più da presso, la sicurezza della sua provincia;
anzi, sempre secondo Cicerone, ne lo rendeva più dimentico che mai.
Così, contro la lettera stessa del trattato, esentò Messana dal
contribuire, come sin qui avea fatto, con una bireme e con marinai e
soldati alla flotta, mentre vi astrinse Tauromenium, che per trattato
n’era esente[571]. Poi l’amministrazione della stessa flotta gli
suggerì tutta un’altra lunga e sicura speculazione. Mentre per lo
innanzi ogni città dava al suo navarco, che ne dovea dare poi stretto
conto, quanto era necessario a mantenere la nave e le persone poste
sotto il suo comando; Verre avocò a sè l’amministrazione, obbligando
ogni città a mettere nelle mani di lui quel che prima era dato al
navarco. Al tempo stesso prese a trattare con le città per dispensarle,
dietro un corrispettivo, dal fornire un determinato numero di marinai;
trattò privatamente con ognuno di questi, per congedarli innanzi
tempo con un compenso di seicento sesterzî a testa; e così, mentre
straordinariamente faceva questi lucri, se ne veniva ad assicurare
un altro anche più stabile, avendo da mantenere un numero di uomini
inferiore a quello calcolato dalle città nel loro contributo[572].
Intanto, una simile condizione della flotta la rendeva inetta a
provvedere efficacemente alla difesa contro i pirati. Già, se anche
questi talvolta gli capitavano tra mano, non ne faceva un trattamento
tale che valesse ad estinguerli e sopratutto ad atterrire con il rigore
dell’esempio. Presa una volta presso Megaride, non lungi da Syracusae,
una nave piratica da una flottiglia di dieci navi, posta sotto il
comando di P. Cesezio e P. Tadio, Verre non pensò che ad appropriarsi
la preda assai grande ed opulenta.
Quanto agli uomini, invece di mandarli pubblicamente al supplizio, de’
più giovani, più belli, degli istrutti in qualche arte fece dono agli
amici ed acoliti; sei, sinfoniaci, ne mandò anche ad una sua amica di
Roma; i vecchi, gli inutili li fece uccidere ad uno alla volta, senza
pensare a quelli che pretendevano fare l’esatto conto de’ presi e degli
uccisi. Il capo de’ pirati non lo vide nessuno; Verre l’avea mandato a
Centoripae, con ordine, dice Cicerone, di trattarlo bene; mentre così
sorgeva e si accreditava sempre più la voce che danaro fosse stato dato
da’ pirati per la sua liberazione[573].
[Il supplizio de’ navarchi.]
Ma questo fortunato evento fu dovuto più al caso ed alla forza
evidentemente preponderante che ad altro; ed in ogni modo sarebbe
stato unico. Lo stato della flotta e la potenza de’ pirati, sempre
più minacciosa, erano meglio adatti ad apportare de’ rovesci; e non
mancarono. La passione per Nice, la bella Siracusana, il pensiero di
meglio agevolare la sua tresca, aveano indotto Verre a dare il comando
della flottiglia al marito di lei, Cleomene, imbelle ammiraglio di una
squadra resa già, essa stessa, sì imbelle. Così la flottiglia uscì
dal porto di Syracusae per non più tornarvi; prima di tutte la nave
di Centoripae, nave ammiraglia, che portava lo stesso Cleomene, e poi
in ordine quelle di Segesta, di Tyndaris, di Herbita, di Heraclea, di
Apollonia, di Haluntium. Dopo cinque giorni, era a Pachynum, nel porto;
e la gazzarra, che Cleomene vi faceva, fu interrotta dall’annunzio
delle navi piratiche, che si trovavano nel vicino porto di Odyssea.
Stremate erano le ciurme ed affamate, ridotte a nutrirsi di radici di
palme selvatiche: sperò per un momento Cleomene di potersi rifornire
con le forze del presidio di terra, ma esse non si trovavano in
condizioni migliori di quelle delle navi. Altro scampo non gli parve
avere che la fuga, e si apprese a quel partito: le altre navi ebbero
per un momento un proposito di resistenza, ma poi seguitarono verso
Helorum la nave ammiraglia; senonchè, meno celeri e più esposte come
erano, ne caddero già due, subito, nella fuga, in mano a’ pirati:
quella di Haluntium, il cui capitano, Phìlarco, fu preso prigione e
quello di Apollonia, il cui prefetto, Anthropino, fu ucciso. La perdita
delle altre venne ritardata soltanto, non evitata; che tutte caddero in
mano de’ pirati, poichè gli equipaggi, giunti a terra, le abbandonarono
in mare, ed Eracleo, l’archipirata, le fece tutte bruciare. La nuova
giunse rapidamente a Syracusae nel cuore della notte, destando furore
ed allarme, e, dopo breve tempo, vi arrivarono gli stessi pirati, che
penetrarono e restarono nel porto, cioè a dire nella città, finchè a
loro stessi non piacque d’andarsene. Già, nel tumultuario diffondersi
della prima novella, Cleomene sentiva il bisogno di nascondersi,
e Verre, esso stesso, si sentiva minacciato dal fermento di tutta
la cittadinanza; indi ogni giorno crescevano le vociferazioni e le
accuse. Verre sentì il bisogno di mettersi al coverto, e credette di
provvedervi, inducendo tutti i navarchi a dichiarare in forma legale
che le navi erano bene equipaggiate e ben provviste; ma, quando furono
venuti a ciò, poterono dire di aver segnata la loro condanna di morte.
Tutti furono accusati a mezzo di Nevio Turpione, uno de’ bracchi
del pretore, e tutti, per sentenza di Verre e de’ peggiori della sua
coorte, furono destinati al supplizio che doveva togliere per sempre
ogni incommoda testimonianza. Nulla valsero ad Aristeo, il navarco di
Tyndaris, le lagrime del padre Desone, già ospite di Verre; nulla a
quello di Herbita le difese e le implorazioni del padre Eubulide; nulla
a Furio di Eraclea il suo atteggiamento minaccioso e sprezzante; nulla
potè nemmeno, in favore di Eraclio di Segesta, l’assenza regolarmente
giustificata da malattia. Solo Cleomene rimase senza molestia e senza
appunto, tenendosi allato al pretore durante lo svolgimento stesso del
giudizio. Phalacro di Centoripae, che era con Cleomene nella stessa
nave, dovette alla corruzione più che a questo argomento lo scampo.
Gli altri tutti perirono, e come miseramente! Per prezzo i parenti ne
ottennero da Sestio, il carnefice, una morte meno lunga e meno penosa;
a prezzo, gemendo innanzi alle porte della prigione, ne riscattarono i
cadaveri[574].
Ma Verre era crudele non meno che avido, e l’una passione soffiava
sull’altra, accendendola.
Quale specie d’inviolabilità potevano avere i Siciliani, dove non era
rispettata neppure quella de’ cittadini romani? C. Servilio, uomo di
affari, del convento di Panhormus e cittadino romano, per non aver
voluto dar una cauzione di duemila sesterzî in una causa di furto,
indettagli da Verre col nome di un servo venerio, morì dopo esser stato
battuto a sangue da sei littori; e da’ beni di lui Verre consacrò indi
nel tempio di Venere un Cupido di argento[575].
[I ricatti e le uccisioni.]
Ma gli ultimi resti della guerra sertoriana in Ispagna, la pirateria
sempre più estesa e minacciosa, e la guerra servile d’Italia
davano maggiormente occasione ed anche pretesto ad ogni maniera di
soperchierie. Ogni nave che approdava in Sicilia, da ogni parte,
anche di Oriente, era staggita, e, quanto più onusta, tanto più veniva
battezzata come proveniente dalla Spagna e cosa di sertoriani.
Era un seguito di ricatti; mentre le _lautumiae_, le carceri di
Syracusae, si riempivano di cittadini romani, che quando non ne
uscivano già cadaveri, ne uscivano a capo coperto per esser menati
all’estremo supplizio[576]. Liberti di P. Granio ed altri liberti e
mercatanti di Puteoli furono così messi a morte[577]. T. Herennio,
banchiere a Leptis, venne ucciso in cospetto di tutta Syracusae, mentre
v’erano almento cento cittadini romani, che potevano dar contezza
dell’esser suo[578]. P. Gavio, del municipio di Compsa, fuggito
dalle _lautumiae_, fece troppo presto a vantarsi e ad inveire contro
di Verre; che, mentre si apprestava a salire in nave per tornare in
Italia, fu consegnato da’ Mamertini a Verre, allora soppravvenuto; e,
confitto alla croce, come una spia degli schiavi ribelli d’Italia, gli
fu dato solo per ischerno di guardare, morendo, la terra, in cui egli
avea sperato di ritrovare, con l’impero della legge, la sua salvezza.
Nè gli valse a nulla l’invocare la sua qualità di cittadino romano; a
nulla l’offrirsi a provarla[579].
[Lo stato della Sicilia sotto Verre.]
Tali secondo Cicerone sarebbero stati i fasti di Sicilia sotto
l’imperio di Verre. Un cupo e tetro sentimento emana dalle impetuose
orazioni dell’accusatore; quasi che un alito di morte passasse,
tutto abbassando e piegando, sul bel paese degli idilli siracusani,
sulla feconda terra di Cerere. I campi parevano quali avrebbe potuto
renderli una guerra accanita ed ostinata, che vi avesse portato la
devastazione. I piani ed i colli, innanzi verdi e fiorenti, erano ornai
brulli e deserti, sì che la terra stessa pareva invocare e rimpiangere
l’agricoltore[580]. E n’era il caso; perchè gli agricoltori, ridotti
agli estremi dalle vessazioni e da’ dissesti, abbandonavano la coltura,
esulavano, ponevano persino termine violentemente a’ loro giorni[581].
Ad Henna, a Murgentia, ad Assorum, ad Imachara, ad Aetna l’abbandono
era tale che non appariva più traccia di quello che la Sicilia era
stata una volta. Nell’agro leontino gli agricoltori si riducevano
da ottantaquattro a trentadue; nel mutycense da centottantasette ad
ottantasei; ad Herbita da dugentocinquantadue a centoventi; ad Agyrium
da dugentocinquanta ad ottanta[582].
I furti delle opere d’arte lasciavano tristi le case, che ne rimanevano
spogliate[583]; e, specialmente quando si trattava di arredi del
culto, di oggetti sacri, non ne uscivano che lasciando immerse in
pianti e lamenti le donne[584]. Quelle statue di divinità, strappate
o fatte scomparire da’ templi, lasciavano dietro di sè un’impressione
di superstizioso terrore, che faceva attribuire a quella violazione
religiosa la scarsità de’ ricolti ed ogni male che ne seguisse[585].
[Le gazzarre del pretore e della coorte.]
E, mentre la Sicilia giaceva così oppressa e le sue piazze erano
insanguinate, e compromessa n’era in ogni modo la pace e la
sicurezza[586]; Apronio andava banchettando per tutti i fòri, e Verre
attendeva a rallegrare ogni giorno di un novo gaudio la sua vita.
L’inverno lo tratteneva a Syracusae, la città dove è fama che mai il
giorno sia così brutto che non lasci per qualche ora vedere il sole,
ed i conviti gli davan modo d’impiegare lietamente i giorni brevi, e
gli amori le notti lunghe nella bella reggia di Jerone. Al più, lo
richiamava talvolta l’officina artistica, che avea costituito nel
suo stesso palazzo, ed a cui egli assisteva in _pallio_ e _tunica
pulla_[587]. Al venire della primavera — e solo il rifiorire delle
rose era per lui nunzio verace di primavera — cominciava le sue
peregrinazioni di città in città, condotto in una lettiga, della quale
non aveano una più bella i re di Bitinia, adagiato su molli guanciali
di Malta imbottiti di rose, avendo in testa una corona, avendone
al collo, mentre un tenue lino, appena mosso, diffondeva anch’esso
tutt’intorno soave odore di rose.
Di là non iscendeva che per entrare nel cubicolo, dove riceveva
magistrati e cavalieri e dove si ordivano gl’intrighi e si maturavano
i suoi responsi. Più spesso ancora amava ricevere le più belle donne
del luogo: se aveano più ritegno, esse vi venivano evitando gli sguardi
indiscreti; se erano più libere, prendevano parte anche a’ conviti,
che spesso, vere orgie, finivano in risse: in una battaglia di Canne
del vizio, dice Cicerone. L’estate poi non lo sorprendeva già sulle
aie polverose, tra l’opera faticosa della mietitura e gli schiavi
congregati: essa lo trovava di nuovo a Syracusae, ma non più nella
reggia. Come in un accampamento estivo, nell’isola che sta quasi a
guardia de’ due porti, sotto tende di tela finissima, egli seguitava
là il costume della sua vita invernale[588]. Quivi veniva Terzia, la
figlia del mimo Isidoro, portata via a un rodio sonatore di flauto,
e Pipa, la moglie di Escrione, e Nice la moglie di Cleomene, che,
vinte forse da Terzia nella gara della bellezza e nell’affetto di
Verre, sollevavano alterchi, mostrando di averne a schifo l’ignobiltà
dell’origine[589]. E il figliuolo adolescente era con lui[590].
[L’addensarsi della tempesta e gli scongiuri.]
Intanto i Siciliani aspettavano, affrettandone il termine co’ voti,
che l’anno del suo governo finisse, che arrivasse Q. Arrio[591] il
successore; ma Arrio non veniva. La morte l’avea colto per via. Così
Verre vi rimase ancora un anno; poi un altro anno ancora[592].
Per tutta vendetta i Siciliani esercitavano contro di lui il loro
spirito _frondeur_.
Il nome di Pipa, la moglie putativa di Escrione, si trovò parecchie
volte scritto sul seggio del pretore[593]. Ad altri motti di spirito
dette occasione il tentato furto della statua di Ercole in Agrigentum:
questo _verre_ prese posto nelle fatiche d’Ercole, accanto al cinghiale
erymantio[594]. I sussurri, poi, le vociferazioni sulla sua condotta,
su’ suoi rapporti con Apronio e con i decumani si spandevano e
crescevano ogni giorno, divenendo qualche volta aperta sfida e audace
rampogna, come nel caso di Scandilio[595].
In cambio, Verre pensava a farsi degli amici, tra Siciliani e Romani,
con doni militari e in altro modo, sperando di trarre profitto da ogni
evento[596]. Tentava amicarsi qualche città, specialmente Syracusae,
la più importante, dove egli risiedeva, con espedienti come quelli
dell’eredità di Eraclio[597]. Con Messana poi avea stretto una vera
lega, e ne avrebbe fatto la sua complice, mentre egli la esentava da
ogni contribuzione verso la repubblica e per la difesa della Sicilia.
Messana, una testa di ponte tra la provincia e l’Italia, diveniva il
quartiere generale e il magazzeno di Verre, fornendolo anche di una
_cybea_, fatta a mo’ di trireme, bellissima e fornitissima, costruita
a spese pubbliche, perchè meglio potesse mettere in salvo tutte le sue
ruberie[598].
Pure anche il terzo anno, il terzo e lunghissimo e rovinoso anno passò,
e finalmente Verre partì.
Non aveva ancora posto piede, si può dire, in Italia, e già le ire
represse si scatenavano e scoppiava la tempesta, che per tanto tempo si
era venuta addensando. Le statue, che egli si era fatto erigere, non
solo per trarne guadagno, ma altresì a difesa ed anche a lode del suo
governo, vennero rovesciate a furia di popolo, e appena, a quanto dice
Cicerone, il nuovo pretore potè salvarne qualcuna[599].
A Tauromenium la sua statua venne demolita, lasciando per maggior
onta intatto il piedistallo; e, con lo stesso intento, a Tyndaris
veniva abbattuta la statua, lasciando in piedi il cavallo[600].
Alcuni mesi dopo, il senato di Centoripae ordinò che si appaltasse la
demolizione della statua di Verre e del figlio, e che trenta senatori
vi assistessero[601].
Era un lungo clamore, che inseguiva Verre nel suo ritorno, come un
grido di dolore e di vendetta; ed a Roma, questa volta, non mancava
gente disposta a raccoglierlo.
VII.
AD ARAM LEGUM
[Il carattere dell’accusa e l’ambiente.]
Non potevano davvero mancare a Verre accusatori, ed accusatori
implacabili. Quello di accusare un uomo politico importante, un
governatore di provincia era un modo, se anche un po’ discreditato, di
venire in fama e di acquistare importanza; ma l’accusa di Verre, questa
volta, trascendeva i confini di un interesse semplicemente individuale.
Le lotte civili soffocate, ma non spente, da Silla, si erano riaccese
non appena egli era sceso nel sepolcro; e la parte popolare tentava
in ogni modo di riconquistare il potere, riprendere i suoi diritti,
indebolire in tutti i modi la parte sillana, combattendola non solo
come partito, ma, individualmente, ne’ suoi uomini principali e più
intransigenti.
Verre, come uomo di parte, era di una selvaggia energia, implacabile ed
ostinata, aliena da tergiversazioni e da scrupoli, e non dovea essere
piccolo guadagno per i suoi avversarî metterlo fuori di combattimento.
La plebe, da lui avversata specialmente nel periodo della sua pretura;
i cavalieri, trattati molte volte senza riguardi in Sicilia e feriti
ne’ loro interessi sopratutto con la preferenza accordata negli
appalti delle decime agli uomini della coorte pretoria, aspettavano
ed invocavano una vendetta contro C. Verre, ed, altrettanto o più,
l’invocavano tutte le vittime delle proscrizioni e delle confische
sillane, le cui piaghe recenti non si erano peranco rimarginate, e che
in Verre odiavano non solo l’acolito di Silla, ma l’antico disertore
che, passando a Silla dalla parte mariana, vi avea portato tutto
l’ardore e lo zelo del rinnegato. Ma, oltre allo sfogo che il processo
di Verre potea procacciare a queste ire, oltre ad essere una questione
di sentimento; esso avea una presente ed evidente importanza politica,
ed era destinato ad avere un’azione immediata sugli avvenimenti del
giorno e sull’atteggiamento dei partiti. Non erano trascorsi ancora
otto anni dalla morte di L. Cornelio Silla, e già il fondamento
politico della sua costituzione era scosso e l’egemonia dell’ordine
senatorio vacillava, sì per il crescere delle forze de’ suoi avversari,
sì per la cattiva prova che aveva fatta nel suo esclusivo reggimento
del governo.
In questo stesso anno del processo, nell’anno 70 av. C., sotto gli
auspicî di Cn. Pompeo, l’antico e massimo aderente di Silla, ora
console con M. Crasso, si veniva ad una serie di concessioni, da
cui la costituzione sillana usciva tanto modificata. Pompeo, giunto
ad un grado elevato di potenza e guardato con gelosia dalla parte
aristocratica, era attratto verso la parte popolare, di cui, ogni
giorno più, crescevano l’ardire e le forze. Il tribunato, per la cui
completa reintegrazione si lottava già da parecchi anni, e che era
riuscito a liberarsi da qualcuno de’ vincoli ad esso imposti da Silla,
vi acquistava già in principio di quest’anno, per opera di Pompeo[602],
la pienezza de’ suoi diritti e delle sue prerogative[603]. L’altro
validissimo privilegio del giudicare veniva minato con la proposta
di ammettere a giudicare altresì i cavalieri ed i _tribuni aerarii_,
fatta da L. Aurelio Cotta, zio di C. Giulio Cesare e fratello di quel
C. Aurelio, sotto il cui consolato, nel 75 erano state abrogate le
incapacità de’ tribuni a coprire le altre magistrature[604].
La democrazia riprendeva le sue posizioni, attaccando la reazione in
tutti i suoi baluardi; ed, in un tale momento della lotta politica,
il processo di Verre si presentava come un’arma di combattimento di
prim’ordine. Un processo che svelasse tutte le prepotenze, le ruberie,
gli abusi di ogni sorta di un membro della fazione aristocratica,
com’era Verre, riusciva già per sè solo, quale che ne fosse l’esito,
di non piccola efficacia; poichè ne sarebbe risultata chiara la
cattiva amministrazione delle provincie, e le colpe individuali
si riflettevano, in ogni modo, sull’intero ordine. Ma anche più
imbarazzante era questa volta il processo per gli ottimati. Una
condanna li obbligava a volgersi contro uno de’ più validi loro
sostegni, a togliersi un appoggio ed a confessare quasi lo sgoverno
delle provincie, che all’ordine veniva rimproverato. Un’assoluzione,
quando la colpa fosse dimostrata, o ne fosse indotto almeno il sospetto
nella cittadinanza, faceva anche più apertamente assumere all’intero
ordine la responsabilità de’ fatti imputabili a Verre e non poteva
a meno di provocare una reazione, la quale si dovea manifestare
specialmente col togliere all’ordine senatorio la prerogativa de’
giudizî, così caduti in discredito.
Il processo di Verre acquistò per ciò stesso un’importanza di gran
lunga maggiore di quella che poteva venirgli dall’alta posizione
dell’accusato, e dall’ingente valore delle concussioni, di cui gli si
dava colpa. C. Verre diveniva come il vivente segnacolo di una grande
e decisiva battaglia politica, ed il suo processo era destinato a
destare tutto l’interessamento de’ contemporanei e ad avere, anche
per i venturi, un’importanza storica più assai di molti altri processi
consimili.
[Cicerone.]
Perciò, quando i Siciliani si presentarono in Roma, per proporre
regolarmente l’accusa, non mancarono loro appoggi, nè costò difficoltà
il trovare chi la volesse sostenere; se pure, come non è ardito il
supporre, non furono essi stessi allettati ed incitati a venire. E
sicuramente l’invito a sostenere la loro causa, se non fu sollecitato
da Cicerone, fu in ogni modo accolto da lui più che di buon grado e
ricevuto come una buona ventura: giacchè questo processo era destinato
anche a rappresentare, come rappresentò, una tappa notevolissima nella
carriera politica ed oratoria di Cicerone.
Il conterraneo di C. Mario, che egli, quale che ne fosse la
ragione[605], avea preso anche a soggetto de’ suoi versi giovenili,
non poteva proprio avere le maggiori simpatie per Silla ed il suo
ordinamento, che, tra l’altre cose, non era destinato ad agevolare
il suo cammino, a lui _homo novus_ ed aspirante a farsi una via
con l’eloquenza. Nè i tempi, nè forse la natura dell’animo suo lo
potevano spingere a mettersi sulla via di un’opposizione ostinata
ed aperta; pure i suoi primi passi, le sue prime prove nel fòro lo
posero contro ad aderenti di Silla e all’azione diretta o indiretta
di lui. La difesa sua di Roscio Amerino, nell’80 a. C., fu una lotta
fortunata, massimamente contro L. Cornelio Chrysogono, uno de’ potenti
liberti di Silla[606]; e, quand’anche si voglia far la tara al suo
coraggio, supponendo che alcune frasi fossero posteriormente inserite
nell’orazione e che lo francheggiasse la protezione de’ Metelli, di
Servilio, e degli Scipioni, amici di Roscio[607], mentre Silla non
prendeva vero interesse alla cosa; resta nondimeno quell’orazione a
prova delle sue antiche tendenze. Le quali si mostrarono anche più
manifeste, e in forma più recisa, nell’anno seguente, quando, essendo
ancora vivo Silla, fece ritener nulla da’ giudici la disposizione, con
la quale Silla avea privato dell’_jus civitatis_ gli Aretini[608].
Ora, l’incarico di sostenere l’accusa contro Verre non era solo
l’occasione di richiamare una pena sul capo di uno de’ più appassionati
e meno scrupolosi adepti di Silla, ma era anche la via per portare
un ultimo colpo alla costituzione del dittatore, per attaccare nel
fòro apertamente tutta quella fazione di ottimati, orgogliosi ed
intransigenti, che niente più mostravano di spregiare, quanto gli
_homines novi_[609], alla cui categoria Cicerone apparteneva.