Tutto, insomma, era, dice Cicerone, per Verre buona occasione di

guadagno, che che accadesse, che che ne andasse di mezzo. Eccitato

dall’imperversante guerra servile d’Italia ad usare una severa

disciplina, escogitava immaginarie cospirazioni di schiavi per trarne

pretesto a ricattare i loro padroni.

È così che imbastisce, nel territorio triocalino, una simile accusa

contro gli schiavi di Leonida, e li mena a Lilybaeum e li condanna;

poi, mentre, già stretti al palo, stanno per patire l’estremo

supplizio, per ragioni, che a Cicerone non parevano un mistero, li

scioglie e li ridona a’ loro padroni[568].

In un modo presso che simile si condusse con Aristodamo di Apollonia,

con Leonte Imacarense; coll’espediente delle stesse accuse, carpì

sessantamila sesterzî ad Eumenida di Halycia, cinquecentomila allo

stesso C. Matrinio, cavaliere romano[569]. Da Apollonio, figlio

di Diocle, di Panhormus, voleva assolutamente conto di un servo,

preposto agli armenti, che quegli non avea mai avuto: in realtà, volea

quattrini; e, poichè non n’ebbe, senza regolare accusa, senza giudizio,

lo fece prendere e lo gettò a marcire in carcere per diciotto mesi,

senza che valessero a liberarlo le pubbliche intercessioni del Senato,

de’ magistrati, de’ sacerdoti panormitani. Poi d’un tratto — qualche

cosa di maggiore efficacia agli occhi di Verre era intervenuto — senza

trattar causa, senza nessuna formalità, lo trasse di carcere[570].

[La flotta e i pirati.]

Questa sua smania d’illeciti lucri non si arrestava nemmeno dinanzi a

ciò che riguardava, più da presso, la sicurezza della sua provincia;

anzi, sempre secondo Cicerone, ne lo rendeva più dimentico che mai.

Così, contro la lettera stessa del trattato, esentò Messana dal

contribuire, come sin qui avea fatto, con una bireme e con marinai e

soldati alla flotta, mentre vi astrinse Tauromenium, che per trattato

n’era esente[571]. Poi l’amministrazione della stessa flotta gli

suggerì tutta un’altra lunga e sicura speculazione. Mentre per lo

innanzi ogni città dava al suo navarco, che ne dovea dare poi stretto

conto, quanto era necessario a mantenere la nave e le persone poste

sotto il suo comando; Verre avocò a sè l’amministrazione, obbligando

ogni città a mettere nelle mani di lui quel che prima era dato al

navarco. Al tempo stesso prese a trattare con le città per dispensarle,

dietro un corrispettivo, dal fornire un determinato numero di marinai;

trattò privatamente con ognuno di questi, per congedarli innanzi

tempo con un compenso di seicento sesterzî a testa; e così, mentre

straordinariamente faceva questi lucri, se ne veniva ad assicurare

un altro anche più stabile, avendo da mantenere un numero di uomini

inferiore a quello calcolato dalle città nel loro contributo[572].

Intanto, una simile condizione della flotta la rendeva inetta a

provvedere efficacemente alla difesa contro i pirati. Già, se anche

questi talvolta gli capitavano tra mano, non ne faceva un trattamento

tale che valesse ad estinguerli e sopratutto ad atterrire con il rigore

dell’esempio. Presa una volta presso Megaride, non lungi da Syracusae,

una nave piratica da una flottiglia di dieci navi, posta sotto il

comando di P. Cesezio e P. Tadio, Verre non pensò che ad appropriarsi

la preda assai grande ed opulenta.

Quanto agli uomini, invece di mandarli pubblicamente al supplizio, de’

più giovani, più belli, degli istrutti in qualche arte fece dono agli

amici ed acoliti; sei, sinfoniaci, ne mandò anche ad una sua amica di

Roma; i vecchi, gli inutili li fece uccidere ad uno alla volta, senza

pensare a quelli che pretendevano fare l’esatto conto de’ presi e degli

uccisi. Il capo de’ pirati non lo vide nessuno; Verre l’avea mandato a

Centoripae, con ordine, dice Cicerone, di trattarlo bene; mentre così

sorgeva e si accreditava sempre più la voce che danaro fosse stato dato

da’ pirati per la sua liberazione[573].

[Il supplizio de’ navarchi.]

Ma questo fortunato evento fu dovuto più al caso ed alla forza

evidentemente preponderante che ad altro; ed in ogni modo sarebbe

stato unico. Lo stato della flotta e la potenza de’ pirati, sempre

più minacciosa, erano meglio adatti ad apportare de’ rovesci; e non

mancarono. La passione per Nice, la bella Siracusana, il pensiero di

meglio agevolare la sua tresca, aveano indotto Verre a dare il comando

della flottiglia al marito di lei, Cleomene, imbelle ammiraglio di una

squadra resa già, essa stessa, sì imbelle. Così la flottiglia uscì

dal porto di Syracusae per non più tornarvi; prima di tutte la nave

di Centoripae, nave ammiraglia, che portava lo stesso Cleomene, e poi

in ordine quelle di Segesta, di Tyndaris, di Herbita, di Heraclea, di

Apollonia, di Haluntium. Dopo cinque giorni, era a Pachynum, nel porto;

e la gazzarra, che Cleomene vi faceva, fu interrotta dall’annunzio

delle navi piratiche, che si trovavano nel vicino porto di Odyssea.

Stremate erano le ciurme ed affamate, ridotte a nutrirsi di radici di

palme selvatiche: sperò per un momento Cleomene di potersi rifornire

con le forze del presidio di terra, ma esse non si trovavano in

condizioni migliori di quelle delle navi. Altro scampo non gli parve

avere che la fuga, e si apprese a quel partito: le altre navi ebbero

per un momento un proposito di resistenza, ma poi seguitarono verso

Helorum la nave ammiraglia; senonchè, meno celeri e più esposte come

erano, ne caddero già due, subito, nella fuga, in mano a’ pirati:

quella di Haluntium, il cui capitano, Phìlarco, fu preso prigione e

quello di Apollonia, il cui prefetto, Anthropino, fu ucciso. La perdita

delle altre venne ritardata soltanto, non evitata; che tutte caddero in

mano de’ pirati, poichè gli equipaggi, giunti a terra, le abbandonarono

in mare, ed Eracleo, l’archipirata, le fece tutte bruciare. La nuova

giunse rapidamente a Syracusae nel cuore della notte, destando furore

ed allarme, e, dopo breve tempo, vi arrivarono gli stessi pirati, che

penetrarono e restarono nel porto, cioè a dire nella città, finchè a

loro stessi non piacque d’andarsene. Già, nel tumultuario diffondersi

della prima novella, Cleomene sentiva il bisogno di nascondersi,

e Verre, esso stesso, si sentiva minacciato dal fermento di tutta

la cittadinanza; indi ogni giorno crescevano le vociferazioni e le

accuse. Verre sentì il bisogno di mettersi al coverto, e credette di

provvedervi, inducendo tutti i navarchi a dichiarare in forma legale

che le navi erano bene equipaggiate e ben provviste; ma, quando furono

venuti a ciò, poterono dire di aver segnata la loro condanna di morte.

Tutti furono accusati a mezzo di Nevio Turpione, uno de’ bracchi

del pretore, e tutti, per sentenza di Verre e de’ peggiori della sua

coorte, furono destinati al supplizio che doveva togliere per sempre

ogni incommoda testimonianza. Nulla valsero ad Aristeo, il navarco di

Tyndaris, le lagrime del padre Desone, già ospite di Verre; nulla a

quello di Herbita le difese e le implorazioni del padre Eubulide; nulla

a Furio di Eraclea il suo atteggiamento minaccioso e sprezzante; nulla

potè nemmeno, in favore di Eraclio di Segesta, l’assenza regolarmente

giustificata da malattia. Solo Cleomene rimase senza molestia e senza

appunto, tenendosi allato al pretore durante lo svolgimento stesso del

giudizio. Phalacro di Centoripae, che era con Cleomene nella stessa

nave, dovette alla corruzione più che a questo argomento lo scampo.

Gli altri tutti perirono, e come miseramente! Per prezzo i parenti ne

ottennero da Sestio, il carnefice, una morte meno lunga e meno penosa;

a prezzo, gemendo innanzi alle porte della prigione, ne riscattarono i

cadaveri[574].

Ma Verre era crudele non meno che avido, e l’una passione soffiava

sull’altra, accendendola.

Quale specie d’inviolabilità potevano avere i Siciliani, dove non era

rispettata neppure quella de’ cittadini romani? C. Servilio, uomo di

affari, del convento di Panhormus e cittadino romano, per non aver

voluto dar una cauzione di duemila sesterzî in una causa di furto,

indettagli da Verre col nome di un servo venerio, morì dopo esser stato

battuto a sangue da sei littori; e da’ beni di lui Verre consacrò indi

nel tempio di Venere un Cupido di argento[575].

[I ricatti e le uccisioni.]

Ma gli ultimi resti della guerra sertoriana in Ispagna, la pirateria

sempre più estesa e minacciosa, e la guerra servile d’Italia

davano maggiormente occasione ed anche pretesto ad ogni maniera di

soperchierie. Ogni nave che approdava in Sicilia, da ogni parte,

anche di Oriente, era staggita, e, quanto più onusta, tanto più veniva

battezzata come proveniente dalla Spagna e cosa di sertoriani.

Era un seguito di ricatti; mentre le _lautumiae_, le carceri di

Syracusae, si riempivano di cittadini romani, che quando non ne

uscivano già cadaveri, ne uscivano a capo coperto per esser menati

all’estremo supplizio[576]. Liberti di P. Granio ed altri liberti e

mercatanti di Puteoli furono così messi a morte[577]. T. Herennio,

banchiere a Leptis, venne ucciso in cospetto di tutta Syracusae, mentre

v’erano almento cento cittadini romani, che potevano dar contezza

dell’esser suo[578]. P. Gavio, del municipio di Compsa, fuggito

dalle _lautumiae_, fece troppo presto a vantarsi e ad inveire contro

di Verre; che, mentre si apprestava a salire in nave per tornare in

Italia, fu consegnato da’ Mamertini a Verre, allora soppravvenuto; e,

confitto alla croce, come una spia degli schiavi ribelli d’Italia, gli

fu dato solo per ischerno di guardare, morendo, la terra, in cui egli

avea sperato di ritrovare, con l’impero della legge, la sua salvezza.

Nè gli valse a nulla l’invocare la sua qualità di cittadino romano; a

nulla l’offrirsi a provarla[579].

[Lo stato della Sicilia sotto Verre.]

Tali secondo Cicerone sarebbero stati i fasti di Sicilia sotto

l’imperio di Verre. Un cupo e tetro sentimento emana dalle impetuose

orazioni dell’accusatore; quasi che un alito di morte passasse,

tutto abbassando e piegando, sul bel paese degli idilli siracusani,

sulla feconda terra di Cerere. I campi parevano quali avrebbe potuto

renderli una guerra accanita ed ostinata, che vi avesse portato la

devastazione. I piani ed i colli, innanzi verdi e fiorenti, erano ornai

brulli e deserti, sì che la terra stessa pareva invocare e rimpiangere

l’agricoltore[580]. E n’era il caso; perchè gli agricoltori, ridotti

agli estremi dalle vessazioni e da’ dissesti, abbandonavano la coltura,

esulavano, ponevano persino termine violentemente a’ loro giorni[581].

Ad Henna, a Murgentia, ad Assorum, ad Imachara, ad Aetna l’abbandono

era tale che non appariva più traccia di quello che la Sicilia era

stata una volta. Nell’agro leontino gli agricoltori si riducevano

da ottantaquattro a trentadue; nel mutycense da centottantasette ad

ottantasei; ad Herbita da dugentocinquantadue a centoventi; ad Agyrium

da dugentocinquanta ad ottanta[582].

I furti delle opere d’arte lasciavano tristi le case, che ne rimanevano

spogliate[583]; e, specialmente quando si trattava di arredi del

culto, di oggetti sacri, non ne uscivano che lasciando immerse in

pianti e lamenti le donne[584]. Quelle statue di divinità, strappate

o fatte scomparire da’ templi, lasciavano dietro di sè un’impressione

di superstizioso terrore, che faceva attribuire a quella violazione

religiosa la scarsità de’ ricolti ed ogni male che ne seguisse[585].

[Le gazzarre del pretore e della coorte.]

E, mentre la Sicilia giaceva così oppressa e le sue piazze erano

insanguinate, e compromessa n’era in ogni modo la pace e la

sicurezza[586]; Apronio andava banchettando per tutti i fòri, e Verre

attendeva a rallegrare ogni giorno di un novo gaudio la sua vita.

L’inverno lo tratteneva a Syracusae, la città dove è fama che mai il

giorno sia così brutto che non lasci per qualche ora vedere il sole,

ed i conviti gli davan modo d’impiegare lietamente i giorni brevi, e

gli amori le notti lunghe nella bella reggia di Jerone. Al più, lo

richiamava talvolta l’officina artistica, che avea costituito nel

suo stesso palazzo, ed a cui egli assisteva in _pallio_ e _tunica

pulla_[587]. Al venire della primavera — e solo il rifiorire delle

rose era per lui nunzio verace di primavera — cominciava le sue

peregrinazioni di città in città, condotto in una lettiga, della quale

non aveano una più bella i re di Bitinia, adagiato su molli guanciali

di Malta imbottiti di rose, avendo in testa una corona, avendone

al collo, mentre un tenue lino, appena mosso, diffondeva anch’esso

tutt’intorno soave odore di rose.

Di là non iscendeva che per entrare nel cubicolo, dove riceveva

magistrati e cavalieri e dove si ordivano gl’intrighi e si maturavano

i suoi responsi. Più spesso ancora amava ricevere le più belle donne

del luogo: se aveano più ritegno, esse vi venivano evitando gli sguardi

indiscreti; se erano più libere, prendevano parte anche a’ conviti,

che spesso, vere orgie, finivano in risse: in una battaglia di Canne

del vizio, dice Cicerone. L’estate poi non lo sorprendeva già sulle

aie polverose, tra l’opera faticosa della mietitura e gli schiavi

congregati: essa lo trovava di nuovo a Syracusae, ma non più nella

reggia. Come in un accampamento estivo, nell’isola che sta quasi a

guardia de’ due porti, sotto tende di tela finissima, egli seguitava

là il costume della sua vita invernale[588]. Quivi veniva Terzia, la

figlia del mimo Isidoro, portata via a un rodio sonatore di flauto,

e Pipa, la moglie di Escrione, e Nice la moglie di Cleomene, che,

vinte forse da Terzia nella gara della bellezza e nell’affetto di

Verre, sollevavano alterchi, mostrando di averne a schifo l’ignobiltà

dell’origine[589]. E il figliuolo adolescente era con lui[590].

[L’addensarsi della tempesta e gli scongiuri.]

Intanto i Siciliani aspettavano, affrettandone il termine co’ voti,

che l’anno del suo governo finisse, che arrivasse Q. Arrio[591] il

successore; ma Arrio non veniva. La morte l’avea colto per via. Così

Verre vi rimase ancora un anno; poi un altro anno ancora[592].

Per tutta vendetta i Siciliani esercitavano contro di lui il loro

spirito _frondeur_.

Il nome di Pipa, la moglie putativa di Escrione, si trovò parecchie

volte scritto sul seggio del pretore[593]. Ad altri motti di spirito

dette occasione il tentato furto della statua di Ercole in Agrigentum:

questo _verre_ prese posto nelle fatiche d’Ercole, accanto al cinghiale

erymantio[594]. I sussurri, poi, le vociferazioni sulla sua condotta,

su’ suoi rapporti con Apronio e con i decumani si spandevano e

crescevano ogni giorno, divenendo qualche volta aperta sfida e audace

rampogna, come nel caso di Scandilio[595].

In cambio, Verre pensava a farsi degli amici, tra Siciliani e Romani,

con doni militari e in altro modo, sperando di trarre profitto da ogni

evento[596]. Tentava amicarsi qualche città, specialmente Syracusae,

la più importante, dove egli risiedeva, con espedienti come quelli

dell’eredità di Eraclio[597]. Con Messana poi avea stretto una vera

lega, e ne avrebbe fatto la sua complice, mentre egli la esentava da

ogni contribuzione verso la repubblica e per la difesa della Sicilia.

Messana, una testa di ponte tra la provincia e l’Italia, diveniva il

quartiere generale e il magazzeno di Verre, fornendolo anche di una

_cybea_, fatta a mo’ di trireme, bellissima e fornitissima, costruita

a spese pubbliche, perchè meglio potesse mettere in salvo tutte le sue

ruberie[598].

Pure anche il terzo anno, il terzo e lunghissimo e rovinoso anno passò,

e finalmente Verre partì.

Non aveva ancora posto piede, si può dire, in Italia, e già le ire

represse si scatenavano e scoppiava la tempesta, che per tanto tempo si

era venuta addensando. Le statue, che egli si era fatto erigere, non

solo per trarne guadagno, ma altresì a difesa ed anche a lode del suo

governo, vennero rovesciate a furia di popolo, e appena, a quanto dice

Cicerone, il nuovo pretore potè salvarne qualcuna[599].

A Tauromenium la sua statua venne demolita, lasciando per maggior

onta intatto il piedistallo; e, con lo stesso intento, a Tyndaris

veniva abbattuta la statua, lasciando in piedi il cavallo[600].

Alcuni mesi dopo, il senato di Centoripae ordinò che si appaltasse la

demolizione della statua di Verre e del figlio, e che trenta senatori

vi assistessero[601].

Era un lungo clamore, che inseguiva Verre nel suo ritorno, come un

grido di dolore e di vendetta; ed a Roma, questa volta, non mancava

gente disposta a raccoglierlo.

VII.

AD ARAM LEGUM

[Il carattere dell’accusa e l’ambiente.]

Non potevano davvero mancare a Verre accusatori, ed accusatori

implacabili. Quello di accusare un uomo politico importante, un

governatore di provincia era un modo, se anche un po’ discreditato, di

venire in fama e di acquistare importanza; ma l’accusa di Verre, questa

volta, trascendeva i confini di un interesse semplicemente individuale.

Le lotte civili soffocate, ma non spente, da Silla, si erano riaccese

non appena egli era sceso nel sepolcro; e la parte popolare tentava

in ogni modo di riconquistare il potere, riprendere i suoi diritti,

indebolire in tutti i modi la parte sillana, combattendola non solo

come partito, ma, individualmente, ne’ suoi uomini principali e più

intransigenti.

Verre, come uomo di parte, era di una selvaggia energia, implacabile ed

ostinata, aliena da tergiversazioni e da scrupoli, e non dovea essere

piccolo guadagno per i suoi avversarî metterlo fuori di combattimento.

La plebe, da lui avversata specialmente nel periodo della sua pretura;

i cavalieri, trattati molte volte senza riguardi in Sicilia e feriti

ne’ loro interessi sopratutto con la preferenza accordata negli

appalti delle decime agli uomini della coorte pretoria, aspettavano

ed invocavano una vendetta contro C. Verre, ed, altrettanto o più,

l’invocavano tutte le vittime delle proscrizioni e delle confische

sillane, le cui piaghe recenti non si erano peranco rimarginate, e che

in Verre odiavano non solo l’acolito di Silla, ma l’antico disertore

che, passando a Silla dalla parte mariana, vi avea portato tutto

l’ardore e lo zelo del rinnegato. Ma, oltre allo sfogo che il processo

di Verre potea procacciare a queste ire, oltre ad essere una questione

di sentimento; esso avea una presente ed evidente importanza politica,

ed era destinato ad avere un’azione immediata sugli avvenimenti del

giorno e sull’atteggiamento dei partiti. Non erano trascorsi ancora

otto anni dalla morte di L. Cornelio Silla, e già il fondamento

politico della sua costituzione era scosso e l’egemonia dell’ordine

senatorio vacillava, sì per il crescere delle forze de’ suoi avversari,

sì per la cattiva prova che aveva fatta nel suo esclusivo reggimento

del governo.

In questo stesso anno del processo, nell’anno 70 av. C., sotto gli

auspicî di Cn. Pompeo, l’antico e massimo aderente di Silla, ora

console con M. Crasso, si veniva ad una serie di concessioni, da

cui la costituzione sillana usciva tanto modificata. Pompeo, giunto

ad un grado elevato di potenza e guardato con gelosia dalla parte

aristocratica, era attratto verso la parte popolare, di cui, ogni

giorno più, crescevano l’ardire e le forze. Il tribunato, per la cui

completa reintegrazione si lottava già da parecchi anni, e che era

riuscito a liberarsi da qualcuno de’ vincoli ad esso imposti da Silla,

vi acquistava già in principio di quest’anno, per opera di Pompeo[602],

la pienezza de’ suoi diritti e delle sue prerogative[603]. L’altro

validissimo privilegio del giudicare veniva minato con la proposta

di ammettere a giudicare altresì i cavalieri ed i _tribuni aerarii_,

fatta da L. Aurelio Cotta, zio di C. Giulio Cesare e fratello di quel

C. Aurelio, sotto il cui consolato, nel 75 erano state abrogate le

incapacità de’ tribuni a coprire le altre magistrature[604].

La democrazia riprendeva le sue posizioni, attaccando la reazione in

tutti i suoi baluardi; ed, in un tale momento della lotta politica,

il processo di Verre si presentava come un’arma di combattimento di

prim’ordine. Un processo che svelasse tutte le prepotenze, le ruberie,

gli abusi di ogni sorta di un membro della fazione aristocratica,

com’era Verre, riusciva già per sè solo, quale che ne fosse l’esito,

di non piccola efficacia; poichè ne sarebbe risultata chiara la

cattiva amministrazione delle provincie, e le colpe individuali

si riflettevano, in ogni modo, sull’intero ordine. Ma anche più

imbarazzante era questa volta il processo per gli ottimati. Una

condanna li obbligava a volgersi contro uno de’ più validi loro

sostegni, a togliersi un appoggio ed a confessare quasi lo sgoverno

delle provincie, che all’ordine veniva rimproverato. Un’assoluzione,

quando la colpa fosse dimostrata, o ne fosse indotto almeno il sospetto

nella cittadinanza, faceva anche più apertamente assumere all’intero

ordine la responsabilità de’ fatti imputabili a Verre e non poteva

a meno di provocare una reazione, la quale si dovea manifestare

specialmente col togliere all’ordine senatorio la prerogativa de’

giudizî, così caduti in discredito.

Il processo di Verre acquistò per ciò stesso un’importanza di gran

lunga maggiore di quella che poteva venirgli dall’alta posizione

dell’accusato, e dall’ingente valore delle concussioni, di cui gli si

dava colpa. C. Verre diveniva come il vivente segnacolo di una grande

e decisiva battaglia politica, ed il suo processo era destinato a

destare tutto l’interessamento de’ contemporanei e ad avere, anche

per i venturi, un’importanza storica più assai di molti altri processi

consimili.

[Cicerone.]

Perciò, quando i Siciliani si presentarono in Roma, per proporre

regolarmente l’accusa, non mancarono loro appoggi, nè costò difficoltà

il trovare chi la volesse sostenere; se pure, come non è ardito il

supporre, non furono essi stessi allettati ed incitati a venire. E

sicuramente l’invito a sostenere la loro causa, se non fu sollecitato

da Cicerone, fu in ogni modo accolto da lui più che di buon grado e

ricevuto come una buona ventura: giacchè questo processo era destinato

anche a rappresentare, come rappresentò, una tappa notevolissima nella

carriera politica ed oratoria di Cicerone.

Il conterraneo di C. Mario, che egli, quale che ne fosse la

ragione[605], avea preso anche a soggetto de’ suoi versi giovenili,

non poteva proprio avere le maggiori simpatie per Silla ed il suo

ordinamento, che, tra l’altre cose, non era destinato ad agevolare

il suo cammino, a lui _homo novus_ ed aspirante a farsi una via

con l’eloquenza. Nè i tempi, nè forse la natura dell’animo suo lo

potevano spingere a mettersi sulla via di un’opposizione ostinata

ed aperta; pure i suoi primi passi, le sue prime prove nel fòro lo

posero contro ad aderenti di Silla e all’azione diretta o indiretta

di lui. La difesa sua di Roscio Amerino, nell’80 a. C., fu una lotta

fortunata, massimamente contro L. Cornelio Chrysogono, uno de’ potenti

liberti di Silla[606]; e, quand’anche si voglia far la tara al suo

coraggio, supponendo che alcune frasi fossero posteriormente inserite

nell’orazione e che lo francheggiasse la protezione de’ Metelli, di

Servilio, e degli Scipioni, amici di Roscio[607], mentre Silla non

prendeva vero interesse alla cosa; resta nondimeno quell’orazione a

prova delle sue antiche tendenze. Le quali si mostrarono anche più

manifeste, e in forma più recisa, nell’anno seguente, quando, essendo

ancora vivo Silla, fece ritener nulla da’ giudici la disposizione, con

la quale Silla avea privato dell’_jus civitatis_ gli Aretini[608].

Ora, l’incarico di sostenere l’accusa contro Verre non era solo

l’occasione di richiamare una pena sul capo di uno de’ più appassionati

e meno scrupolosi adepti di Silla, ma era anche la via per portare

un ultimo colpo alla costituzione del dittatore, per attaccare nel

fòro apertamente tutta quella fazione di ottimati, orgogliosi ed

intransigenti, che niente più mostravano di spregiare, quanto gli

_homines novi_[609], alla cui categoria Cicerone apparteneva.

Il processo di Verre · 第 11 / 21 段