Usando di frequente le città siciliane riscattare il tributo, col

prendere esse stesse le decime in appalto; entrava a licitare contro

quelle uno de’ soliti satelliti di Verre. Ne seguiva allora facilmente

che l’appalto restasse a costoro, e, sia che gli avversarî, disanimati,

recedessero dalla gara, sia che, insistendovi, obbligassero quelli

ad assumere l’appalto ad alta ragione, in ogni caso non mancava loro

materia ingente di lucri. Infatti, nel primo caso, l’utile veniva

dalla bassa ragione dell’appalto; nel secondo caso, le vessazioni,

fatte con ogni sicurezza agli agricoltori, li compensavano del prezzo

dell’appalto ed assicuravano loro un guadagno non lieve. Oltre di

che, assai di sovente, le città stesse erano costrette a prendere in

subappalto le decime dall’appaltatore con grave loro danno.

Delle decime, dovute da Agyrium, era divenuto appaltatore Apronio;

e venne ad Agyrium, preceduto da minacce e dagli uscieri stessi del

governatore, promettendo d’altra parte d’andar via subito e senza far

piati, se gli fosse assicurato un lucro conveniente. Ma gli Agyrinensi

credevano di non doverlo temere, e di non doverlo placare; ed ecco

i loro magistrati ed i loro cinque primarî chiamati a Syracusae, per

rispondere di violazione dell’editto del pretore. L’accusa era vaga

e perciò stesso insidiosa; giudici i soliti: Artemidoro il medico,

il pittore Tlepolemo ed altri simili; pure niente spaventava gli

Agyrinensi, e restavano duri perfino di fronte all’offerta mediazione

di Timarchide, che, insieme, gl’invitava a transigere e faceva loro

balenare innanzi agli occhi l’ingente condanna. Ma, quando intesero

dallo stesso pretore la minaccia di essere fustigati sino a morirne,

piangendo, si arresero, promettendo di voler dare ogni loro cosa;

e poterono dire di essersela cavata a buon mercato riscattando le

decime e dando ad Apronio, a titolo di lucro, trentatremila medimni di

frumento, un sesterzio a medimno per l’esame del frumento e trentamila

altri sesterzî, come lucro, per le decime dell’orzo[501]. Allo stesso

trattamento fu soggetta Herbita per tre anni. Nel primo anno furono

costretti gli Herbitensi a dare trentottomila ed ottocento modii

di frumento, a titolo di lucro, ad Atidio, uno de’ noti satelliti

di Verre, che aveva preso in appalto le decime di quella città per

soli diciottomila modii[502]. L’anno appresso, nella stessa maniera,

furono obbligati a dare, sempre a titolo di lucro, ventun mila modii

di grano e duemila sesterzî di giunta ad Apronio, che aveva preso

l’appalto per venticinquemila modii di frumento[503]. Nel terzo anno

finalmente, al modo stesso delle città asiatiche, destinate a fornire

di ornamenti le varie mogli del gran re, Herbita fu chiamata a dare un

tributo a Pipa e Terzia, le due vezzose amanti di Verre. Escrione, il

marito putativo di Pipa, e Docimo, il marito compiacente di Terzia,

divennero gli appaltatori, il primo della decima di frumento ed il

secondo della decima dell’orzo. Nella gara Escrione avea portato

l’appalto ad ottomila cinquecento medimni, una ragione così alta che

Verre la ridusse a settemila cinquecento. Gli Herbitensi intanto,

trattando da Siciliani a Siciliani, non temevano nè l’uno nè l’altro.

Tratti allora in giudizio a Syracusae, sono obbligati a dare ad

Escrione i seicento medimni, scemati da Verre all’appalto, e a Docimo

dodicimila sesterzî[504]. Altri seicento medimni di frumento furono

fatti guadagnare allo stesso Docimo sulla decima di Aceste, costretta

a prenderle in subappalto da lui[505]. I Liparensi, le cui decime,

povere e scarse, erano state affittate ad A. Valenzio, l’interprete di

Verre, furono costretti a riscattarle da lui, pagando in più trentamila

sesterzî[506].

I Tissensi, in ugual modo, furono costretti a dare a Diogneto, servo

del tempio di Venere, pubblicano di nuovo conio, ventunmila sesterzî

nel secondo anno e duemila modii di frumento nel terzo; a Diogneto,

che, per la sua qualità e la povertà sua, non poteva essere, come vuole

Cicerone, che un prestanome di Verre[507].

Addette le decime di Amestratum a M. Cesio ad un’alta ragione,

Eraclio, uno de’ legati, fu obbligato, senza mandato del suo senato e

senz’altro, a riscattarle con la perdita di ventiduemila sesterzî[508].

La stessa città dovette dare altro denaro a Sesto Vennonio, nel

secondo anno, con lo stesso pretesto. Appresso, aggiudicate le decime a

Bariobale, un altro servo del tempio di Venere, per ottocento medimni

di grano, gli Amestratini furono costretti a riscattarle, dando un

lucro di ottocentocinquanta medimni e millecinquecento sesterzî, un

lucro maggiore dello stesso prezzo di appalto[509]. I Petrini furono

obbligati a dare cinquantaduemila sesterzî di lucro a P. Nevio Turpione

su di un appalto di tremila medimni, equivalenti a quarantacinquemila

sesterzî, presso a poco[510]. Halycia, dove solo gl’inquilini e non i

cittadini pagano, dovè dare allo stesso Nevio quindicimila sesterzî

di lucro per una decima di cento medimni[511]. A Segesta, dove era

decumano un altro servo di Venere, Symmaco, gli agricoltori, contro

ogni norma di legge, sono obbligati a dare sicurtà di stare in giudizio

fuori del loro fòro; Diocle Phime di Panhormus, che avea in fitto

in quel territorio un podere per seimila sesterzî, fu obbligato a

pagare, per decime, sedicimila sesterzî e seicentocinquantaquattro

medimni di frumento, non senza una giunta di battiture; lo stesso C.

Anneo Brocco senatore fu obbligato a dare danaro e frumento[512].

Per le decime di Thermae un tal Venuleio, concorrente a posticcio,

vinse nella gara il legato della città, che voleva aggiudicarsele,

portandole sino ad ottomila medimni; e, perchè non andasse sul posto,

la città stessa si vide obbligata a dargli settemila modii di frumento

e duemila sesterzî[513]. Gli Imacarensi, dopo essere stati ridotti

allo stremo, dovettero dare ad Apronio ventimila sesterzî[514]. Gli

Hennensi, dopo che le loro decime furono appaltate per ottomila

duecento medimni, dovettero darne ad Apronio altri tremila con

duemila sesterzî per giunta[515]. I Calactini furono obbligati a

dare a M. Cesio in Amestratum le decime, date per lo innanzi sempre

nella loro città, anche sotto Verre nel biennio precedente[516]. I

Mutycensi furono così vessati da Theomnasto Syracusano, che, per dare

le seconde decime, dovettero comperare ii frumento; nè ciò accadde

ad essi soltanto[517]. Gli Hyblei finirono col pagare per decima al

decumano Cn. Sergio sei volte quello che aveano seminato[518]. Altre

simili soperchierie furono fatte a’ Menaeni[519], agli Agrigentini,

agli Entellini, agli Heracleensi, a’ Soluntini, a’ Catinensi, a’

Tyndaritani, a’ Cephaloeditani, agli Haluntini, agli Apolloniensi,

agli Enguini, a’ Capitini, agli Innensi, a’ Murgentini, agli Assorini,

agli Helorini, a’ Ietini, a’ Cetarini, agli Scherini, a tutte insomma

le città siciliane[520]. Ad Aetna, ove insieme banchettava nel fòro

e smungeva e sberteggiava gli agricoltori, Apronio trasse un lucro

di cinquantamila sesterzî[521]. A Leontini lo stesso Apronio, su

di un’estensione coltivata di trentamila jugeri, prese in appalto

le decime per trentaseimila medimni, in concorrenza di Q. Minucio,

che voleva assumerla ad una ragione di cinquemila medimni di più;

e, prelevando tre decime invece di una, poi tre cinquantesimi e poi

ancora, per ogni medimno, uno o due sesterzî, giunse a fare un guadagno

di quattrocentomila modii all’incirca[522].

[Le compere di frumento.]

Altra occasione di lucri fornì il _frumentum imperatum_, quello cioè

che, come si è detto, giusta la legge _Terentia Cassia_, i Siciliani

erano obbligati a vendere alla repubblica per un prezzo imposto,

ed il _frumentum aestimatum_, quello cioè dovuto per i bisogni del

governatore e del suo seguito.

Per l’acquisto del _frumentum imperatum_, Verre ebbe dalla repubblica

circa dodici milioni di sesterzî, più precisamente, undici milioni

e settecentomila sesterzî: nove milioni per comperare dalle città

decumane, a tre sesterzî il modio, tre milioni di modii, quantità

equivalente alla decima già contribuita, e due milioni ottocentomila

sesterzî per comperare, indistintamente da tutte le città,

ottocentomila modii di grano, a tre sesterzî e mezzo il modio[523].

Questo danaro dovea essergli versato dalla società de’ pubblicani di

Sicilia, e Verre cominciò dal lasciarlo nelle loro casse, esigendo, non

senza loro lamento, un interesse del due per cento al mese[524]; poi,

nell’esazione del frumento, rifiutò, quasi non fosse buono, il frumento

di molte città, come di Halaesa, Thermae, Cephaloedium, Amestratum,

Tyndaris, Herbita ed altre, e, non dando nulla di quanto loro doveva, o

le obbligò a comperare il frumento di Apronio, o altrimenti esigette,

per ogni medimno, il massimo prezzo corrente, quindici sesterzî[525];

da alcune città, come Centoripae, Agrigentum ed altre, prese il

frumento e pagò il denaro, ma facendo notevoli detrazioni per l’esame

del grano, per il _collybum_, il cambio delle monete, e per il così

detto _cerarium_, onde veniva un diritto del quattro per cento a favore

_dello scriba_[526]. Considerando tali detrazioni, l’interesse carpito

e i diciotto o ventun sesterzî avuti dallo Stato per ogni medimno e

ritenuti, si ha che i lucri ascendevano ad una cifra assai forte. Oltre

di che Verre, o la sua coorte, avea modo così di mettere in commercio

il frumento arbitrariamente ed indebitamente esatto nella percezione

delle prime decime[527].

Quanto al _frumentum aestimatum_, il senato avea assegnato a Verre

quattro sesterzî a modio per comperare il grano e due per comperare

l’orzo[528]. Avuto riguardo al prezzo del frumento, secondo ci dice

Cicerone, allora assai basso, di due, o al più, di tre sesterzî

al modio, Verre seguendo una consuetudine invalsa, avrebbe potuto

ritenere il denaro, astenendosi dal comperare il frumento[529].

Servendo questo _frumentum aestimatum_ al vitto del pretore e de’ suoi

dipendenti, per uso, se non per legge, il governatore era divenuto

arbitro dell’acquistarlo oppur no, dell’esigerlo in genere o in denaro,

del richiederlo in un luogo, piuttosto che in un altro, della sua

provincia. La composizione, che ne potea seguire tra agricoltori e

governatore, quando non era fatta con sistema assolutamente leonino,

potea riuscire anche a vantaggio de’ provinciali, esimendoli dalle

noie di trasporti in luoghi lontani, dalle molestie di privarsi del

grano, che avevano bisogno d’impiegare in uso proprio o di ritenere,

per venderlo in tempi più propizî[530]. Verre si dispensò dal percepire

il frumento, ma, invece di esigerne l’equivalente al prezzo corrente

di due o tre sesterzî a modio, fece tutto un coacervo dell’orzo e

del grano, che avea diritto di esigere, e stabilì, per ogni modio, un

prezzo di tre denari, cioè dodici sesterzî, e per conseguenza ritenne

i quattro sesterzî a modio, a lui assegnati dal Senato, e per giunta

ne esigette altri otto[531]. Cosa affatto ingiustificata, secondo

Cicerone; giacchè, nè le spese di trasporto potevano portare a quel

prezzo, nè il costo del grano variava da una città ad un’altra di

Sicilia[532]. Tutto questo danaro, che Verre veniva così accumulando,

serviva, massimamente, a realizzare nella vita quel suo sogno di lusso

e di piacere, che era come la mèta di ogni suo desiderio; una vita

di dominio e di godimento, allietata da tutti i diletti de’ sensi,

menata innanzi, giorno per giorno, in conspetto di quanto più potesse

allegrare la vista, in ville e palagi magnifici e splendidamente

ornati[533].

[La caccia alle opere d’arte.]

Per la moda incalzante, pel senso dell’arte, che la coltura greca

progrediente rendeva sempre più vivo, le opere d’arte di fattura greca,

se anche non completamente apprezzate, doveano costituire una delle

maggiori, se non la maggiore attrattiva; e l’averne quanto più fosse

possibile, l’avere le più belle, per Verre, più che una passione, più

che una tendenza irresistibile, costituiva una vera manìa[534], la

quale in un paese di coltura greca, come la Sicilia, potea trovare il

suo massimo sfogo[535]. Egli vi avrebbe fatta, secondo Cicerone, una

vera razzìa. Dovunque arrivavano i suoi occhi, arrivavano le mani;

e per vedere, anzi per fiutare più da lontano e per prendere, gli

stavano alle costole Tlepolemo e Jerone, i due fratelli; i due cani di

Cibyra, a cui nulla sfuggiva, fuori di quello che a loro convenisse non

vedere[536].

Così il suo accusatore potea dire, intendendo dare alle parole

il loro pretto significato letterale, che non vi era gemma, vaso

prezioso, statua, arnese fatto d’oro o d’avorio, dipinto od arazzo,

che egli avesse veduto e non avesse preso, pagandoli molte volte

a prezzi vilissimi, tanto per salvare le apparenze e mostrare di

aver comperato. Si era venuto a tale che, per possedere ancora

tutti questi oggetti artistici e di pregio, bisognava possederli

clandestinamente. Guai a metterli sotto i suoi occhi in un convito, in

una festa, nell’ospitarlo; il giorno appresso essi partivano, seguendo

l’ospite[537]. Già una cosa di tal genere era stato il pomo della

discordia tra lui e Stenio: ma quello, nell’accusa di Cicerone, non

era destinato ad essere che un piccolo episodio di tutto un sistema.

Ospite di Q. Heio di Messana, Verre l’obbliga a vendergli per seimila

e cinquecento sesterzî tutto quanto formava l’ornamento e il decoro del

suo sacrario domestico: un Cupido di Prassitele, uguale a quello famoso

di Tespi, un Ercole di Myrone, due canefore di Policleto[538]. Queste

apparivano comprate: per alcune stoffe attaliche, intessute d’oro, non

occorse nemmeno questa finzione. Semplicemente, spedite ad Agrigentum,

per ordine di Verre, trovarono la via dell’andata, mai più invece

quella del ritorno[539].

Ad Aristone di Palermo, a Cratippo di Tyndaris, a Phylarco di

Centoripae estorse alcune splendide collane; nè l’averle nascoste

riuscì a quest’ultimo di giovamento per salvarle[540]. Pamphilo di

Lilybaeum perdette nello stesso modo un’anfora (_hydria_) d’argento,

lavorata da Boetho di Calcedonia, splendida per fattura e preziosa per

qualità di materia; e salvò due sue coppe lavorate a rilievo, a stento,

intendendosi co’ cani di Cibyra e rimettendovi mille sesterzi[541].

Diocle il genero di lui, anche di Lilybaeum, dovette pentirsi di far

delle mostre, perchè Verre gli portò via tutti i vasi d’argento, così

come li avea esposti sulla mensola, facendo, come al solito, mostra

di pagarli[542]. Da M. Celio, cavaliere romano, prese quel che volle;

da C. Cacurio tutta la sua suppellettile; da Q. Lutazio Diodoro,

cittadino romano per beneficio di Q. Catulo, una magnifica e grande

tavola di cedro. Con Apollonio di Drepanum, figlio di Nicone, chiamato

poi, dopo l’acquisto della cittadinanza, A. Clodio, prima saccheggiò i

beni de’ pupilli affidati alle cure di lui, e poi lo spogliò di tutto

l’argento lavorato. Da un altro pupillo, Heio, posto sotto la tutela di

C. Marcello, portò via quantità di denaro e nappi di fine lavoro. Da

Lysone, uno de’ primarî di Lilybaeum, portò via una statua di Apollo,

per un prezzo irrisorio di mille sesterzî[543].

Diodoro di Malta, anch’esso dimorante a Lilybaeum, possiede molti vasi

di fine lavoro, e, tra gli altri, alcuni nappi, lavoro di Mentore, il

famoso cesellatore, chiamati _tericlei_ dalla forma, che il vasaio

Tericle dette primo ad essi. Verre non sa starne senza, e manda per

averli, nè sa privarsene Diodoro. Così, tra i due, comincia una vera

scherma per depredare e non essere depredato. Non sono a Lilybaeum;

sono a Malta? Verre manda anche colà. Ma prima di Verre, ha mandato

anche Diodoro a Malta, e fa che i vasi non si trovino. Così il giuoco

continua, ma Diodoro sta per uscirne con un’accusa capitale, da cui lo

scampano solo l’intervento del padre di Verre e l’essere Verre ancora

novizio: si era al primo anno della sua propretura. Pure la cosa costa

a Diodoro un volontario esilio di tre anni[544].

Più fortunato fu invece con L. Curidio e con Gn. Calidio, a cui

l’essere figlio di senatore non giovò a salvare certi suoi bicchieri

di argento (_eculei_)[545]. A L. Papirio, cavaliere romano, tolse

semplicemente il fregio dell’incensiere, restituendogli il resto, quasi

fosse vago non del metallo, ma del lavoro; e così del resto fece con

molti altri; che in ogni casa, si può dire v’erano arredi, specialmente

sacri, con qualcuno di questi fregi attaccati[546].

Ne fecero esperienza, fra gli altri, Cn. Pompeo di Tyndaris, già, prima

di essere cittadino romano, chiamato Philone; Eupolemo di Calactae

ed altri. Eschilo e Trasone di Tyndaris, Nymphodoro di Agrigentum,

intanto, vi rimisero, oltre al fregio, anche gli arredi, un incensiere,

una tazza, un vaso (_patella_)[547].

Una caccia speciale dava agli anelli, alle gemme. Vien portata un

giorno una lettera al suo interprete Valenzio. Verre ne vede l’impronta

che gli piace, e non ha pace, sin che l’anello non passa dal dito

di chi avea spedito la lettera, di L. Tizio, nelle sue mani[548].

Ma questi erano gli amminicoli, presi qua e là, come l’occasione

si presentava, in mancanza di preda maggiore. Le razzìe assumevano

talvolta proporzioni più vaste e forme ufficiali, o quasi. A Catina

chiama il proagoro Dionysiarco, a Centoripae Phylarco, ad Agyrium

Apollodoro, ad Haluntium Arcagato, tutti primi cittadini o magistrati

de’ luoghi, ed impone loro di fare una regolare requisizione di vasi

d’argento cesellati, di vasi corinti, che egli si faceva portare e,

fidato al fiuto de’ cani di Cibyra, ne faceva la scelta. Ad Arcagato,

secondo Cicerone, dette anche il compito di essere in questa occasione,

suo banchiere, ma senza mai rivalerlo[549].

A Syracusae poi, nello stesso palazzo del pretore, sotto i suoi occhi,

per rifondere e foggiare a nuovo tutta questa preda raccolta[550],

si era impiantata una vera officina per allestir vasi d’oro, staccare

fregi e adattarli. Per tutta la Sicilia, a Segesta, in casa di Lamia,

a Netum, in casa di Attalo, a Lilybaeum, in casa di Lysone, ad Aetna,

in casa di Critolao, a Syracusae in casa di Escrione, Cleomene e

Theomnasto, ad Helorum, in casa di Arconida, tanti telai lavoravano

indefessamente per Verre, a tappezzare i letti delle sue molte

ville[551]. Altrove si facevano i letti stessi e i candelabri.

Quella sua manìa degli oggetti d’arte lo metteva a tale da non

perdonare a nessuno, non a re, non agli dèi. Antioco l’Asiatico,

figliolo di Antioco il Pio, reduce da Roma, dove era stato a brigare

per l’eredità di sua madre Selene[552], traversava la Sicilia, e avea

con sè un magnifico candelabro, che intendeva dedicare nel tempio di

Giove Capitolino e che riportava con sè, non essendo stato ancora, dopo

l’incendio, rifatto quel tempio. Verre riuscì per favore speciale a

vederlo, e gli fece tale impressione, che, avendolo avuto a casa per

inganno, lo ritenne per forza; senza che dal suo proposito potessero

rimuoverlo l’autorità, le lagrime stesse del principe, le sue promesse,

il dovere dell’ospitalità, o la paura di un futuro gastigo[553].

Contro un gastigo degli uomini si sentiva bene agguerrito, e, quanto

a Giove, pensava che il dio non guardasse a ciò; od egli almeno non

guardava al dio, troppo lontano.

[I sacrilegi.]

Verre era sulla via del sacrilegio, e seguitava a batterla,

spensieratamente. Era una guerra dichiarata, insieme, al sentimento

religioso ed a quello patrio de’ Siciliani; giacchè da’ loro templi

rapiva le statue delle divinità, ed erano quelle stesse che, prese da’

Cartaginesi, erano ritornate in Sicilia, dono insigne di Scipione, come

testimonianza e trofeo della distruzione di Cartagine[554].

Verre cominciò dal volere la Diana di bronzo di Segesta; e, poichè non

l’ebbe, giù con vessazioni contro i Segestani, aggravî nella compera

del _frumentum imperatum_ e nell’esigere il contributo di marinai e

remiganti, molestie nel chiamarli in giudizio, tirandoseli dietro per

tutte le giurisdizioni della provincia; e, per giunta, minaccie di

peggio a tutti, presi insieme o singolarmente. Così la resistenza si

fiaccava e veniva meno; venivano vinti, sotto l’impulso della paura,

gli ultimi scrupoli patriottici, le ultime superstizioni, e, infine,

la statua di Diana, cosparsa di unguenti, coronata di fiori, usciva,

tra i pianti delle donne e il muto cordoglio degli uomini, da Segesta

e da’ confini del suo territorio, e la base, che portava scritto l’atto

magnanimo di P. Africano, veniva demolita, quasi a sperdere la memoria

del fatto e del misfatto[555].

A Tyndaris, dove il senato gli negava una bellissima statua di

Mercurio, dono anch’esso di Scipione, Verre fece in pubblico,

d’inverno, legare il proagoro Sopatro alla statua equestre di C.

Marcello, e ve lo tenne, sin che la cittadinanza ed il senato, per

salvare il concittadino e il magistrato, quasi semivivo dall’onta e dal

freddo, assentirono all’importuna richiesta del pretore, e la statua di

Mercurio, a spese pubbliche, fu portata a Messana[556].

Ad Enguion, dal tempio, a cui sempre P. Scipione ne avea fatto dono,

prese loriche ed elmi di bronzo cesellato, ed urne ed altre opere

d’arte[557].

Ad Agrigentum, di soppiatto, fece rubare dal tempio di Esculapio una

bellissima statua d’Apollo, che un’iscrizione, incisa nel femore,

attribuiva a Myrone[558]. Ma imprese di questo genere non sempre

gli riuscirono bene. Agrigentini e cittadini romani, residenti in

Agrigentum, messi sull’avviso, stettero in guardia, e quando, sotto

la condotta di Timarchide, in una fosca notte, gli emissarî di Verre

andarono per rubare dal tempio di Ercole la statua stessa dell’eroe,

venerato tanto, che per i baci de’ devoti aveva avuto logoro il mento;

tutto il popolo accorse ed a sassate li obbligarono a fuggire con

soli due piccoli emblemi, mentre già, con forza di corde e con ogni

fatica, tentavano di smuovere la statua, senza pure riuscirvi[559]. Ad

Assorum uguale insidia fu tesa al nume fluviale indigete Chrysa da’ due

cani di Cibyra, ed ugualmente fu elusa, chiamando, a suon di buccina,

a raccolta i cittadini[560]. Ma questi tentativi, mal riusciti, non

disanimavano Verre, nè lo intiepidivano. A Catina, i suoi stessi servi

rubarono un’antichissima statua di Cerere da un sacrario, a cui le

sole donne aveano accesso; e poi, per distornare da sè l’accusa, fece

imputare del fatto un servo, ad esso estraneo ed innocente. Ma il

senato di Catina l’assolse, avendo sentore della trama, e quasi in onta

al vero colpevole[561].

A Malta spogliò il santuario di Giunone di ogni più bella cosa, perfino

di certi ingenti denti di elefanti, che Massinissa avea già avuti come

preda e che avea restituiti, poichè ne conobbe la provenienza[562].

Ad Henna dov’era il tempio più antico di Cerere e Proserpina, e dove

appunto si credeva che Proserpina fosse stata rapita da Plutone, rubò

la statua bronzea di Cerere, la più antica di quelle ivi conservate, e,

da un’altra statua di Cerere, posta innanzi al tempio e difficile ad

esportare per la sua grandezza, strappò una statuina della vittoria,

ad essa posta tra mani[563]. A Syracusae, del tempio di Minerva,

posto nell’_Insula_, fece un vero scempio, spogliandolo del quadro

rappresentante la battaglia equestre di Agatocle e di ventisette altri

con i ritratti di re e di tiranni di Sicilia, tutte cose, che Marcello,

nella presa della città, avea rispettate e che erano care, sia pel loro

pregio artistico, che per la memoria de’ fatti e delle persone[564].

Dalle porte stesse del tempio, magnificamente lavorate in oro e

in avorio, strappò la bellissima testa di Medusa e tutti gli altri

rilievi, perfino le borchie d’oro, lasciandole nude e appena adatte

a chiudere[565]. Dal Pritaneo, posto in Acradina, prese la bellissima

Saffo di Silanione[566]. Dal tempio di Esculapio, prese la statua di

Pean; da quello di Bacco, la statua di Aristeo, tenuto per inventore

dell’olio; dal tempio di Giove, prese la statua stessa del nume, la

statua di Giove Ourio, una delle tre più celebrate del genere, secondo

Cicerone; e qua e là, un po’ per tutto, mense delfiche e bellissime

tazze di bronzo, una quantità ingente di vasi corinzî[567].

[Le cospirazioni degli schiavi.]

Il processo di Verre · 第 10 / 21 段