d’Epicrate[450], il maggior proprietario di Bidi, ed ecco i nemici
suoi già pronti a rinnovare con lui il giuoco così ben riuscito con
Eraclio. Ottantamila sesterzi sono versati a Volcazio, come prezzo
degli accordi presi col pretore, e i palestriti di Bidi, al modo stesso
di quelli di Syracusae, son pronti ad intentare la causa. Ad uguale
attacco uguale difesa; ma Epicrate è più pronto di Eraclio, e fugge a
Reggio prima ancora d’esser tratto in giudizio, così che sventa quasi
con la sua fuga la trama che gli era stata tesa. I suoi avversarî, i
palestriti, rischiano questa volta di fare come i pifferi di montagna
e lo seguitano a Reggio per patteggiare con lui ed uscire almeno senza
danno dall’impresa abortita. Se non che Epicrate si sente al sicuro
e li respinge e non li ascolta. Il caso va di bocca in bocca e se ne
parla tanto che Verre è obbligato ad occuparsene direttamente ed a
far rendere da Volcazio a’ Bidini la mancia pagata. Ma anche questa
volta si trattava di una lustra: infatti non solo non allontana da sè
Volcazio, il corrotto, e non punisce i corruttori; ma fa in modo che
la causa si rinnovi in altro modo e con sorte anche peggiore. I Bidini
chiedono di nuovo l’eredità, poichè sanno che Verre farà dritto alla
domanda anche contro l’assente, i procuratori di Epicrate chiedono che
la causa si svolga secondo le leggi patrie, o secondo la legge Rupilia.
Nell’imbarazzo della risposta gli avversarî dicono dolosa la fuga
di Epicrate e chiedono di essere immessi nel possesso de’ beni; ma,
come ottenere tutto ciò, se gli amici di lui, che non doveva nulla ad
alcuno, sono là pronti a dare ogni più ampia malleveria? Allora, come
pensiero rampolla da pensiero, in quella nuova contesa dell’agnello
e del lupo, viene fuori un altro addebito, quasi che Epicrate avesse
falsificato atti pubblici. Gli amici di lui resistono ancora, chiedono
che la causa non venga fatta contro l’assente; invocano le leggi
patrie, e quando si accorgono che è vana ogni resistenza o difesa,
abbandonano la causa e Verre immette i Bidini in possesso de’ beni di
Epicrate; non solo di quelli di cui era contesa, ma de’ suoi propri
che ascendevano ad un milione e cinquecentomila sesterzî. E di questo
genere di ricatti giudiziarî Cicerone non ne addebita a Verre uno o
due soltanto: per estorquere denaro (100000 o 400000 sesterzi?) ad
Eraclio di Centoripae[451], rescinde giudicati, gl’interdice l’accesso
al senato e ad ogni luogo pubblico, lo mette a dirittura fuori della
legge; proclamando altamente che non punirebbe qualunque violenza a lui
fatta, e ad ogni domanda farebbe diritto che venisse proposta contro di
lui.
Veramente, a quanto dice Cicerone, i giudicati aveano per Verre un
valore molto relativo.
[La condanna di Sopatro di Halycia]
Sopatro di Halycia[452], già giudicato da C. Sacerdote, veniva ora
chiamato nuovamente in giudizio capitale innanzi a Verre per la
stessa accusa da cui era stato assolto. Sicura gli pareva la cosa;
pure Timarchide sa circonvenirlo e carpirgli ottantamila sesterzî;
ma, dopo un po’ di tempo, gli sembrano pochi, e la causa è rinviata,
ed intanto egli torna per avere altro danaro. Il giudice si metteva
all’incanto, ed i suoi avversari erano disposti a pagare di più. Gli
amici sconsigliano Eraclio dal dare di più; con maggiore impulso ancora
lo sconsiglia il suo modesto stato di fortuna; egli dunque tien duro;
infine vi sono de’ giudici a Syracusae! E v’erano proprio i giudici,
che l’avevano assolto la prima volta. Ma è ingenuo far questi calcoli
con Verre. Quando l’udienza sta per aprirsi ed i giudici convengono
numerosi, e tra essi quelli sperati da Sopatro; Verre ordina a M.
Petilio, cavaliere romano, di attendere alle cause private, ed una
obbiezione di Petilio è occasione per fare allontanare tutti gli altri
e far restare Verre solo a giudicare con la sua banda.
Q. Minucio, cavaliere romano, difensore di Sopatro, ha per un
momento ancora l’illusione che la causa venga rinviata; e, quando n’è
disilluso, abbandona l’udienza. Verre cerca trattenerlo; è in furia
poichè non vi riesce, ed esita; quando una parolina, susurrata al suo
orecchio da Timarchide, lo rimette in carreggiata, e si riprende, e
fa sfilare a tamburo battente i testimoni e chiude il dibattimento e
condanna.
Che quando poi, alla speranza del lucro, si aggiungevano l’ira,
il dispetto, l’amor proprio offeso; allora i giudizî sotto Verre
assumevano una forma anche peggiore; come fu il caso di Stenio[453].
[Il caso di Stenio da Thermae.]
Stenio di Thermae era, a quanto dice Cicerone, uno degli uomini
più ragguardevoli che allora contasse la Sicilia. Onorato di tutte
le cariche pubbliche del suo paese, le aveva esercitate assai
onorevolmente; avea con munificenza singolare ornata la sua città,
ottenendone da essa pubblici attestati, ed aveva saputo acquistare
considerazione ed amicizia presso i principali uomini che al suo tempo
fossero a Roma, da C. Mario a Cn. Pompeo. Amante, come tanti Siciliani,
delle opere d’arte, sia per soddisfare questa tendenza, assai viva in
paesi di coltura greca, che per compire con maggior splendore i suoi
doveri di ospitalità verso tanti ospiti illustri, avea ornata con
la maggior magnificenza la sua casa della più elegante suppellettile
di bronzo di Delo e di Corinto, di pitture, di vasellame d’argento;
tutte cose messe insieme sin dall’adolescenza, mentre era in Asia.
Tra gli ospiti di Stenio fu anche Verre, e mai non ne partì, senza
che qualcosa, mancante dalla casa ospitale, attestasse la sua venuta.
Pure Stenio sopportava tutto, con rassegnazione, e in silenzio. Ma
all’uomo, che così tranquillamente avea tollerato il danno proprio,
vennero meno rassegnazione e pazienza, quando Verre volle mettere le
mani su di alcune opere d’arte, che avevano già appartenuto ad Himera
e che Scipione Africano, dopo la conquista di Cartagine, avea donato
a Thermae, città vicina della distrutta Himera. Erano molte statue di
bronzo, figure muliebri, una statua di Stesicoro, una capretta così
bella che avrebbe fatto impressione anche ad un Romano non educato al
gusto di queste cose. Verre le desiderava ardentemente, ed ardentemente
la cittadinanza teneva a conservarle, come cose che si connettevano
alle tradizioni cittadine, alla memoria di Scipione, e costituivano
quanto di più caro e più prezioso avesse il paese. Stenio si fece il
coraggioso interprete del sentimento de’ suoi concittadini, e si oppose
e rese vano il desiderio di Verre. Per costui fu come una dichiarazione
di guerra. Lascia la casa di Stenio per andare a quella de’ nemici
suoi, che, come suole accadere, perciò stesso l’invitavano. Egli
non ha che l’imbarazzo della scelta; andrà da Agatino o da Doroteo,
suo genero? La bella Callidama, sua moglie, fa dare la preferenza a
quest’ultimo; e l’intervallo di una sola notte lo avea già fatto tale,
che si sarebbe detto avesse tutto comune con Doroteo, ed Agatino fosse
come un suo parente ed affine. E la sua buona fortuna non lo placa; lo
incita anzi di più alla vendetta contro Stenio. I suoi nemici stessi
non sanno escogitare nulla contro di lui; ma Verre gl’incita e li
aiuta ad imbastire uno de’ soliti processi per falsificazione di atti
pubblici. Stenio, per la condizione autonoma di Thermae, per la legge
Rupilia, chiede che la causa venga trattata secondo le leggi termitane.
Verre fa il sordo e, per tutta risposta, indice la causa per l’ora
nona.
È inverno, e il mare è più infido che mai; pure a Stenio il mare
pare meno infido e meno malsicuro di Verre, e si commette al mare per
cercare a Roma un aiuto contro il suo persecutore. Intanto Verre, che
all’ora nona puntualmente lo aspetta e non lo vede, va in furia, cerca
da per tutto per iscovarlo; lascia il fòro alla terza ora della notte
per tornarvi il domani e condannarlo in contumacia, per falsificazioni
di atti pubblici, a pagare cinquantamila sesterzî al tempio di Venere
del monte Eryce. Ancora alcuni anni dopo, Cicerone vi vedeva un
Cupido d’argento, consacrato da’ beni di Stenio, quasi a rappresentare
plasticamente il segreto della sua condanna. Ma non basta; nè Verre
si tien pago: in pubblico, dal suo seggio, fa sapere a tutti, che se
qualcuno vorrà accusarlo di delitto capitale, egli procederà contro
Stenio, comunque assente. Pure lo stesso Agatino non si presta a ciò,
e, per trovare chi lo faccia, bisogna ricorrere ad un tale Pacilio, un
pezzente ed uno sciocco. Vien fatto precetto a Stenio di trovarsi fra
trenta giorni per le calende di Decembre, a Syracusae. Ma Stenio a Roma
non perde tempo, e si muove e si agita tanto, che i consoli Gn. Lentulo
e L. Gellio (s’era nel 72 av. C.)[454] fanno una mozione, perchè il
Senato stabilisca che nelle provincie non sia lecito sottoporre a causa
capitale gli assenti. Si stava già per decider questo, e dichiarar
nullo ogni giudizio che contro tale regola si fosse fatto a danno
di Stenio, quando il padre di Verre, con pianti e con l’aiuto di
ostruzionisti, riesce a rimandare la cosa, poi la mette a dirittura
in tacere, promettendo di far sì che il figliuolo non dia corso alla
causa. Se non che nulla ponno presso Verre le preghiere di suo padre,
nulla i pericoli, onde lo minacciano gli stessi suoi atti; le calende
di Decembre vengono, ed egli cita l’accusato. Non risponde Stenio, e
non risponde, chi sa per qual caso, neppure l’accusatore; nondimeno
Verre va avanti. V’è bisogno di un patrocinatore? Gli assegna uno de’
suoi satelliti, un Claudio, figliuolo di Claudio, della tribù Palatina,
probabilmente un liberto, nimicissimo di Stenio, e così lo condanna.
Con tutto ciò la sua ira può dilaniare i beni, non raggiungere la
persona di Stenio; giacchè Cicerone, ospite ed amico di Stenio, ottiene
da’ tribuni della plebe, che egli possa rimanere in Roma al sicuro,
malgrado l’editto che non permetteva di restare in Roma a condannati
per delitto capitale.
E questi erano i delitti più perspicui compiuti da Verre
nell’amministrare la giustizia: ma accanto ad essi molti altri non si
accennavano neppure, per la stessa moltitudine loro[455].
[L’ingerenza nelle elezioni de’ magistrati locali.]
La funzione giudiziaria era un modo per estorquere danaro; ma non
era il solo. L’esercizio del diritto elettorale, che in Roma era un
cospicuo mezzo di lucro, divenne tale anche in provincia in mano di
Verre; e, per far meglio, anche dove non gli competeva, se l’arrogava
arbitrariamente. Così avvenne dell’elezione de’ senatori, sottratta a’
suffragi popolari, resa indipendente da tutte le limitazioni di età, di
censo e da ogni altra condizione personale, che le leggi, conservate
a’ Siciliani o date dal governo di Roma, imponevano[456]. In Halaesa,
dove per le leggi date da Appio Claudio Pulcher, non si potea essere
senatore che a trenta anni, per danaro furono creati senatori fanciulli
di sei, di sette, di dieci anni, ed ogni altro che volle[457].
Ad Agrigentum ed Heraclea, dove al senato doveano avere parte, in
proporzioni uguali, i vecchi cittadini ed i nuovi coloni, per prezzo
ne fu confusa la proporzione, covrendo indifferentemente con gli uni i
posti serbati agli altri[458].
Dove al suo volere si opponevano difficoltà d’ordine naturale,
disposizioni recise di legge, se non si determinava a violarle
apertamente, le girava riducendo la legge ad un giochetto, tenendo un
metodo tutto gesuitico; e così, salvando capra e cavoli, si trovava
all’altra riva.
[I sacerdoti.]
Si trattava di dare il sacerdozio di Giove in Syracusae a Theomnasto,
suo familiare, contro la legge che limitava la elezione de’ candidati
a tre schiatte e dava l’ultima scelta alla sorte? Si faceva, con un
abuso, introdurre Theomnasto fra i tre, e poi, perchè la sorte non lo
tradisse, si metteva nell’urna, tre volte, il solo suo nome[459].
[I censori.]
A Cephaloedium, l’elezione del sommo sacerdote avveniva in un mese
determinato e, per le particolari condizioni locali, quell’onore
spettava ad un tale Erodoto. Perchè invece l’ottenesse un tale
Artemone Climachia, sarebbe stato, con l’introduzione di un mese e
mezzo intercalare, turbato l’ordine de’ mesi in tal modo, che Erodoto
non potè giungere a tempo da Roma, e rimase, nella maniera più
strana, deluso nella sua aspettativa[460]. Ma il peggio avvenne nella
creazione de’ censori. Quell’ufficio era tenuto in gran conto per le
grandi conseguenze pratiche che venivano dalla redazione del censo; e
l’elezione di essi, fatta città per città, da’ rispettivi concittadini,
costituiva una garanzia di non piccola importanza. Verre ne avocò a sè
la nomina e pose ognuno di que’ posti all’incanto. A trattare la cosa
non v’era forse persona più adatta di Timarchide, di lui, che aveva un
fiuto finissimo, che in Sicilia conosceva uomini e cose e sapeva trar
partito dalle amicizie, dalle inimicizie, dall’avidità, dalle debolezze
umane, e, servendo Verre, dominava e Verre e la Sicilia. Egli teneva
questo mercato a Syracusae nella stessa casa del pretore, e poche
volte, forse, alcun mercato fu tanto ricco come quello, onde uscivano
in quell’anno i centotrenta censori della Sicilia; la quale finì
per pagarne a dovizia le spese; perchè il censo fu quale da siffatti
censori poteva attendersi, e quale loro conveniva che fosse per rifarsi
ad usura della compera della carica[461].
Inoltre, quasi che tutto ciò non bastasse, ognuno de’ censori fu
obbligato a contribuire trecento danari per rendere onore di statue
a Verre; e con quest’altro pretesto sarebbero stati estorti, nella
maniera più aperta, altri trentotto mila denari[462].
[Le statue.]
Questa delle statue era un’altra delle ubbie di Verre. In parte era
vanità, quella stessa vanità, che gli aveva fatto sostituire le feste,
designate col suo nome «Verria», a quelle già esistenti in onore
di Marcello e che prendevano nome da costui «Marcellia»[463]. Egli
ne avea fatta mettere una, dorata, nella Curia di Syracusae[464],
e un’altra innanzi al tempio di Serapide[465], un’altra equestre, a
Roma, innanzi al tempio di Vulcano[466]; altre erano state dedicate
dalla rappresentanza comune delle città siciliane[467]; altre ancora ne
erano state erette a Tauromenium[468], Tyndaris[469], a Leontini[470],
a Centoripae[471] e altrove, con gli epiteti più altosonanti di
_patrono_, di _soter_ perfino, quasi che i Siciliani avessero bisogno
di chiedere alla loro propria lingua un vocabolo appropriato[472]. A
Syracusae ne erano state fatte anche al padre ed al figliuolo[473].
Ma non era tutta e sola vanità, era almeno vanità e qualcos’altro.
Cicerone pretendeva provare che, col pretesto delle statue, Verre
avesse estorti dalla Sicilia circa due milioni di sesterzî[474]; da’
soli Centoripini avea tratto a tal fine duecento mila sesterzî[475]. La
sola Syracusae era stata costretta a contribuire tante volte: per le
statue da porsi nel fòro, per quelle da erigersi in Roma, per quella
che elevavano gli agricoltori, per quella che offriva la Sicilia
collettivamente[476]. Contribuzioni simili avevano fatto Halaesa,
Catina, Tyndaris, Henha, Herbita, Agyrium, Netum, Segesta, per tacere
di tante altre[477], e con esse gli agricoltori ed i _negotiatores_
di Syracusae di Agrigentum, di Panhormus, di Lilybaeum[478]. E,
per assicurare meglio il profitto, l’esecuzione delle statue veniva
appaltata allo stesso Timarchide[479].
La cosa era proceduta a tal punto che i Siciliani dovettero fare una
petizione ridicola in apparenza, pratica in fondo; dovettero chiedere
cioè «che non fosse loro permesso di promettere statue ad alcun
magistrato, se prima non avesse lasciato il paese[480].»
[Le esportazioni abusive.]
La più gran parte intanto, di ciò che Verre espilava in Sicilia, non
era destinata a rimanere quivi, ed occorreva pagare il cinque per cento
di dazio sulla roba esportata. Verre volle esimersi dal pagamento di
questi diritti, e tale sua condotta provocò qualche dissenso tra lui
e i pubblicani. Dal solo porto di Syracusae esportò in pochi mesi
quattrocento anfore di miele, molti panni maltesi, cinquanta letti
per triclinî, una grande quantità di candelabri, per un valore di un
milione e duecento mila sesterzî; e L. Canuleio, rappresentante della
società in quel porto, che mal sapeva rassegnarsi alla perdita di
sessantamila sesterzî di dazio, non seppe fare a meno di scriverne a’
suoi, mandandone vivo lamento[481]. Ma il dissenso fu presto appianato.
L. Carpinazio, che sopraintendeva agli appalti di Sicilia, da vero
pubblicano, pensò che, come suole avvenire in questi casi, perdere
qualche cosa col pretore, potesse essere anche un buon affare per
sè e per la società stessa; e non solo largheggiò col pretore, ma
anzi divenne il compagno indivisibile e familiare di lui, un altro
Timarchide insomma, e si costituì suo banchiere. Era egli che poneva a
frutto i capitali del governatore; inoltre in tutti quei loschi affari,
in cui occorreva sborso di danaro ed i poveri ricattati non l’avevano
pronto, egli era sempre disposto ad anticiparlo, e poi lo accreditava a
Verre, al suo scriba, a Timarchide[482].
[L’amministrazione frumentaria. Verre e la _lex Hieronica_.]
Ma di tutte queste cose si poteva dire che fossero appena delle riprese
per Verre; cose messe a profitto qua e là, e secondo l’occasione si
dava. Il vero campo, in cui Verre mieteva con tutta la larghezza,
era il tributo della Sicilia, nelle varie sue forme, che, per la
sua opulenza e per la sua ricorrenza costante, offriva la mèsse più
ubertosa a’ suoi lucri.
A tale scopo, prima di ogni altra cosa, Verre cercò mettere da parte la
legge _Hieronica_, se non con l’abrogarla apertamente, coll’aggiungere
varie clausole al suo editto e con l’eluderla nel campo pratico.
Anzi fece in modo che il decumano poteva trovarsi in una condizione
privilegiata, mettendosi senz’altro in possesso della quantità di
frumento che a sè credeva dovuta e lasciando all’agricoltore il
compito di farsi attore in giudizio e ripetere quanto gli fosse
stato tolto contro ragione. Tanto l’agricoltore era obbligato a dare
al decumano, quanto costui diceva che gli fosse dovuto a titolo di
decima[483]. Con tali innovazioni, tra le altre cose, anche l’onere
della prova ricadeva sull’agricoltore, e, sotto ogni rapporto, la
sua posizione diveniva meno favorevole. Seguiva a questa, è vero,
un’altra disposizione, per la quale, a giudizio finito, il decumano
doveva restituire otto volte quello che arbitrariamente avesse preso,
e l’agricoltore quattro volte quello che ingiustamente avesse negato
di dare[484]. Ma queste sanzioni legali, dice Cicerone, divenivano
un’irrisione, perchè i giudici e i _recuperatores_ non erano presi,
secondo la legge, dal _conventus_[485], bensì dalla coorte di Verre,
ed erano satelliti di costui, complici de’ complici suoi. E infatti,
a dire di Cicerone, non solo nessuno di questi giudizî era stato mai
risoluto a favore di qualche agricoltore, ma non v’era stato neppure
uno che ne avesse tentata la sorte[486]. E l’editto proseguiva per
questa via, arricchendosi di altre clausole, quali ironiche, quasi, per
gli agricoltori, quali fatte per rendere ancora più difficile la loro
posizione. Si promettevano per esempio i _recuperatores_, ma solo nel
caso che l’uno e l’altro de’ litiganti li volessero[487]; e l’uno de’
litiganti, che solitamente avrebbe dovuto essere Apronio, certamente
non li voleva. S’imponeva agli agricoltori di fare la dichiarazione
dell’estensione di campi da essi coltivati, per trar motivo di altre
molestie dalla inosservanza o dalla pretesa violazione di questa parte
dell’editto[488]. Si dava facoltà al decumano di scegliersi la sede del
giudizio, obbligando l’agricoltore a dare, dove quello volesse, sicurtà
di comparire in giudizio[489]; e, per gente aliena dalle controversie,
trattenuta dal genere stesso delle sue occupazioni nella propria città,
può immaginarsi quanto ciò riescisse molesto. Quasi che non fosse
stato già abbastanza aver concesso al decumano di impossessarsi della
quantità che a lui piaceva; si ordinava al magistrato siculo di mettere
in esecuzione questo privilegio, già accordato al decumano[490]. Altre
volte si trattava di aggiunte escogitate per una particolare persona,
per un caso particolare, per togliere ogni via di scampo, che la legge
o l’editto avesse ancora potuto lasciare. Tale per esempio era stata la
disposizione che metteva la scelta del luogo del giudizio nelle mani
del decumano; tali furono quelle sulla rimozione e sul trasporto del
frumento al mare. Un cavaliere romano Q. Septicio — i Siciliani erano
per necessità più ossequenti — non volea saperne di venire a patti
con i decumani: opportunamente viene l’editto ad imporre che, prima
d’essersi accordato co’ decumani, non si può portar via il frumento
dall’aia. Q. Septicio cede più al dispetto che all’interesse e gli
piace meglio veder marcire il frumento, sotto la pioggia, nell’aia,
che non vederlo finire ne’ granai di Apronio e di Verre; allora ecco
un’altra volta l’editto, che impone ad ognuno di trasportare al mare le
decime a tutto il mese di Agosto[491]. Che fare? Dove volgersi? Erano
gli ultimi colpi di Verre, i provvedimenti presi nel terzo anno del
suo governo, a raccolta già fatta, per dare l’ultima mano, gli ultimi
ritocchi all’editto e scagliarli, come la freccia del Parto, alla
Sicilia che stava per abbandonare[492].
E tutti questi editti dovevano essere le armi per colpire
infallibilmente la preda, in mano a’ suoi servi stessi, che egli avea
sguinzagliati, nuovo genere di decumani, per tutti i campi e le città
di Sicilia. Mossi dall’avidità, fatti securi ed anche audaci, più che
dalla protezione, dalla complicità del governatore, essi scorrevano la
regione, come paese di conquista; ed in testa a tutti Apronio, un altro
Timarchide, il compagno indivisibile e l’uguale di Verre, il consorte
de’ conviti, il fido Acate del pretore, che niente avea integro e
sano, nemmeno il fiato. Così Verre, quello che altri aveano seminato e
mietuto ne’ campi, mieteva e raccoglieva sulle aie.
[Le angherie degli agricoltori.]
Apronio vuole che Nymphone di Centoripae non abbia sinceramente
denunziate le estensioni da lui coltivate; e l’uno e l’altro vanno
in giudizio. Che sentenza verrà mai fuori da _recuperatores_ come
il medico Cornelio, quello stesso Artemidoro che aiutò già Verre a
spogliare il tempio di Diana di Pergae, e l’aruspice Volusio e il
banditore Valerio? Un provvedimento semplice, ma tale che toglierà
a Nymphone per l’avvenire, non si dice il desiderio di litigare, ma
fino il modo di coltivare ancora la terra. Se Nymphone ha mentito,
occorre che paghi, e paghi tanto frumento, quanto ne ha nelle sue aie.
In tal modo Apronio, in luogo della decima, ha settemila medimni di
grano, e Nymphone si rifugia a Roma aspettando, se verrà, la tarda
giustizia[493].
Xenone Menaeno è avvolto nella stessa briga: ma i fondi non sono suoi,
son di sua moglie; ed egli confida nel suo difensore M. Cossuzio,
confida nella sua causa, malgrado tutto, malgrado quella singolare
specie di _recuperatores_. Se non che Verre ha ancora qualche cosa
in serbo per lui. Non teme il giudizio e la condanna? forse non sarà
altrettanto delle verghe; e infatti, a quella minaccia, egli si arrende
e paga a’ decumani tanto quanto si chiede da lui[494].
In verità questa delle battiture, o minacciate o date, era un sistema
infallibile. Polemarco di Murgentia, che su cinquanta iugeri non voleva
dare settecento medimni di decima, chiamato nella stanza da letto
di Verre e preso a pugni ed a calci, finisce per darne mille[495].
Lo stesso trattamento doma ogni spirito ribelle in Eubulida Grospo
di Centoripae, ed egli si placa e dà tutto quello che si vuole[496].
Sostrato, Numenio e Nymphodoro della stessa città fuggono, non volendo
dare per decima più di quanto avean raccolto. Apronio invade i loro
poderi, mettendoli a sacco ed a ruba, e, quando Nymphodoro va ad Aetna
a pregarlo per ottenere la restituzione del suo, lo fa sospendere
all’olivo selvatico, ch’è nel fòro, tenendovelo così, finchè gli
garba[497].
Nè solo con i Siciliani, per la condizione loro, più esposti alle
offese, ma con gli stessi cittadini romani si trattava così. C.
Matrinio, cavaliere romano, è tenuto per due giorni a Leontini prigione
e digiuno[498]. Q. Lollio, a cui l’esempio di C. Matrinio e l’età di
novant’anni non hanno tolta ogni velleità di resistenza, è portato
innanzi ad Apronio ad Aetna, mentre, come di consueto, banchettava nel
fòro, e, lì stesso, in pubblico, è schernito, dileggiato da’ convitati,
sin che non si arrende a’ patti che Apronio gl’impone[499].
A Leontini dove la moglie di C. Cassio, dell’ordine senatorio, avea
molte colture, i decumani portarono via tutto il ricolto[500].
[Le città e il riscatto delle decime.]
Ciò co’ privati; rispetto alle città poi sarebbe stata escogitata
un’altra serie di espedienti, che menava a lucri più sicuri anche e più
pingui.