Che dire del caso di M. Ottavio Ligure? La condotta di Verre a quel

proposito trova la sua spiegazione e la sua giustificazione nelle

vicende legislative del diritto ereditario de’ patroni verso i

liberti. Quel diritto, il più importante, si può dire, di tutti quelli

competenti a’ patroni, dopo la introduzione della più ampia libertà di

testare, di cui, come ogni altro cittadino, si avvalevano i liberti,

finiva per essere illusoria. L’equità pretoria, che anche in questo

caso interveniva per sovvenire alla deficienza della legge, a questa

_iniquitas_ anzi, dice Gaio; per mezzo della _bonorum possessio_,

assicurava il diritto del patrono, garentendogli, in mancanza di

figli naturali la metà de’ beni del liberto[391]. La regola seguita

da Verre fa parte di tutto questo indirizzo della giurisprudenza

pretoria, che regolò questo argomento, specialmente sino alle leggi

introdotte sotto Augusto. Nè potea costituire un ostacolo il possesso

dell’eredità già ottenuto da M. Ottavio sotto C. Sacerdote, sia perchè

la _bonorum possessio_, specialmente nel suo periodo più antico, ebbe

un carattere temporaneo e mirò a costituire uno stato di fatto; sia

perchè la figliuola del patrono di C. Sulpicio Olympo, che si faceva

ora a domandare da M. Ottavio la sesta parte dell’eredità, non potea

essere stata pregiudicata da quel fatto, cui era rimasta estranea, e

poteva, da varî punti di vista, ripetere da M. Ottavio, successore di

C. Sulpicio, tutto ciò che le toccava.

L’altro tratto dell’editto[392] riguardante la validità del testamento

e la trasmissione dell’eredità, consente l’esame anche meno, se si

considera che in un punto è d’incerta lezione[393].

[La giustizia di Verre.]

Guardando specialmente a’ casi precedenti, appare quanto fosse

esagerato ed anche ingiusto il biasimo di Cicerone; e, messo invece

l’editto in rapporto con tutta l’evoluzione della coscienza giuridica

romana e delle sue forme, non appare che Verre si fosse veramente

allontanato dall’una e dalle altre. Nè depone veramente contro di lui

il fatto che alcuni di quei precetti da esso introdotti nell’editto

urbano scomparvero dal provinciale[394], giacchè e l’esperienza fatta e

le diverse condizioni di vita potettero suggerire il mutamento.

Ciò intanto non vuol punto dire che Verre fosse il modello de’ giudici

e che, nel campo pratico specialmente, la giustizia trovasse ne’ suoi

pronunziati la migliore espressione.

Uomo di partito, eletto co’ voti e con l’appoggio di un partito contro

di un altro, egli non trovava modo di scordarsene nell’amministrare la

giustizia. A lui, campione della parte aristocratica, quei liberti,

que’ plebei e tutti in fine gli avversarî doveano parere gente da

potersi impunemente mettere fuori della legge, conculcare, taglieggiare

anche all’occasione. I nomi di quelli che si dicono lesi da lui durante

la sua pretura, Annio[395], Junio[396], Ottavio fors’anche, sono nomi

di plebei, e plebei erano pure con poche eccezioni i Minucii, che

aveano dati già tribuni alla plebe[397]. Trebonio era un cavaliere

ed era un proscritto. Pare che la sua pretura ebbe questo carattere

prevalentemente partigiano, tanto che L. Pisone[398] suo collega

nella pretura dovette più volte colla sua interposizione impedire

l’esecuzione de’ suoi atti. Q. Opimio tribuno della plebe, menato in

giudizio innanzi a Verre, o che, nella gestione del suo officio, avesse

semplicemente detto, come vuole Cicerone, qualche cosa contro il volere

di qualche nobile, o che davvero avesse interposto il suo _veto_ contro

la legge Cornelia; dopo una causa di tre ore semplicemente, ne uscì

privo de’ suoi beni, di ogni avere, di ogni grado[399].

Ma non soltanto per passione politica pare che traviasse Verre: l’oro

che tutto poteva e tutto faceva, a’ suoi tempi come o un po’ più che in

certi altri, riesciva a tirarsi dietro a sghimbescio la sua giustizia.

Almeno, salvo il valore delle loro testimonianze, erano in parecchi ad

attestarlo in giudizio, anche per questo periodo[400].

[Chelidone.]

Sopratutto poi a’ varî fonti di diritto conosciuti sin qui se ne era

aggiunto un altro: Chelidone. Col crescere della raffinatezza e del

lusso, Roma era invasa pure da una folla di quelle etère che già in

Grecia avevano tenuto lo scettro; e la Grecia vinta signoreggiava il

conquistatore anche con le deboli e delicate mani di queste sue donne.

Esperte di tutte le arti di piacere, colte anche qualche volta, piene

di capricci e di bizzarrie, strano impasto di tenerezza e di malizia,

quali ci appaiono specialmente nei poeti del secolo che finisce e

di quello che incomincia; esse erano fatte per abbagliare, attirare

e conquistare i conquistatori del mondo, e, in tempo di prosperante

arbitrio e di crescenti poteri personali, portare più che mai il

coefficiente dell’alcova nell’alchimia della politica contemporanea.

In una di queste amabili panie era andato ad invischiarsi Verre.

_Lei_ si chiamava, o si faceva chiamare Chelidone: rondine; un nome,

specialmente per l’epoca quasi sentimentale, il nome dell’uccello

commisto alla triste favola di Tereo, dell’uccello cantato da

Anacreonte, un nome bello e sonoro che aveva in sè come un’eco

indistinta di risorgenti primavere e d’autunni morenti, di lunghe

lontananze e di fedeli ritorni. _Lui_, n’era preso, pare, alla follia,

e la piccola mano che regge col freno il pretore, reggerà anche la

pretura ed i giudizî[401].

O litiganti, a che affollare la casa del giureconsulto ed impetrare il

parere di Scevola e l’opera dell’avvocato? Benchè sia la via diretta,

nondimeno è la più lunga e spesso non vi conduce in porto. La chiave

della pretura e del cuore del pretore è nelle mani di Chelidone; e

nella sua casa s’agitano e si decretano le sorti d’ognuno. La sua

casa è gremita, come non mai casa di giureconsulto, ed ella si asside,

sibilla del nuovo oracolo; chi chiede di essere messo in possesso, chi

di non esserne espulso, chi di essere posto al coverto da un giudizio

che non vuole, chi l’attribuzione delle cose contese e chi numera

quattrini e chi suggella scritture[402]. È la casa dell’etèra o l’aula

della giustizia? L’una cosa e l’altra, che tendevano — e forse non

allora soltanto — a divenire una cosa. E l’oro che affluisce colà, ora

e poi, per una via o per un’altra, pure va a finire in mano di Verre!

Anche morendo due anni appresso (72 a. C.) Chelidone è provvida tanto

da pensare a che il gaudio dell’erede renda meno amare le lagrime

dell’amante[403]. Chelidone infatti morì sotto il consolato di Cn.

Lentulo e L. Gellio[404].

[La manutenzione de’ pubblici edificî.]

Nè in quella pretura, sembra, mancavano a Verre ed a Chelidone

l’occasione di rimestare e brogliare. La mancanza di censori faceva sì

che gli appalti della manutenzione di pubblici edifici entrassero tra

le incombenze de’ consoli o de’ pretori ad essi sostituiti, e qui anche

più, od anche più palesemente, a quanto dice Cicerone[405], Verre si

creò un largo campo di azione.

L. Ottavio e C. Aurelio consoli nel 75 a. C.[406] e con essi i pretori

C. Sacerdote e M. Caesio non avevano potuto farsi dare la consegna

degli edificî sacri, la cui manutenzione aveano dato in appalto, e con

apposito senatusconsulto l’incarico di esaurire tale compito venne

dato a’ pretori C. Verre e P. Celio[407]. A dire di Cicerone, Verre

ne fece di tali e tante nel disimpegno di questo suo ufficio, che la

voce ne correva in città, e ad attestarlo non facevano nemmeno difetto

testimoni anche della sua parentela. Pure ve n’era uno, che, per le

sue particolarità e pel suo carattere manifesto, faceva sì che tutti

gli altri impallidissero a suo confronto; una cosa non da sentirsi

soltanto, ma da vedersi ogni giorno e da tutti.

P. Junio, un uomo della plebe, avea preso in appalto sotto il consolato

di L. Silla e Q. Metello nell’anno 80 a C.[408] la manutenzione del

tempio di Castore, il celebre tempio votato, secondo la tradizione,

nella battaglia al lago Regillo e dedicato sedici anni dopo[409];

ed è probabile che non prendesse quell’appalto per la prima volta,

anzi l’avesse già avuto da cinque anni innanzi sotto la censura di L.

Marcio e M. Perpenna[410]. Morto prima di dare la consegna, lasciò un

figliuolo minore in tutela di L. Habonio o Rabonio[411], di P. Tizio

o Tettio[412] e M. Marcello. La grandezza e la magnificenza del tempio

potevano fare sperare a Verre di trovare pingui lucri dall’approvazione

di quell’appalto, e con tali auspicî Verre si appresta a farla; ma, il

pretesto?

Il tetto bellamente ornato, tutte le cose nuove e tenute in ordine

non erano fatte per offrirlo. Verre è in imbarazzo e con lui quei

bracchi, che, per suo stesso detto, numerosi gli erano intorno, quasi

a scovare la preda; nulla promette ad essi neppure il loro fiuto,

e un di loro, levando in alto il naso, in aria di sconforto: Nulla,

dice, o Verre; nulla, nulla, fuorchè se vuoi chiedere che le colonne

sieno messe a perpendicolo. A perpendicolo? È un modo di dire, e, a

sentir Cicerone, Verre non lo comprende nemmeno; ma, quando gli viene

chiarito, il motto diventa per lui una trovata, ed ha già il capo in

mano per volgere la cosa in suo profitto. Ma appaltatore pel nuovo

quinquennio è quello stesso Habonio, tutore del pupillo Junio. La cosa

dunque gli sfuggirà di mano? Verre non si arrende per così poco, e dopo

breve tratto di tempo, avendo a consiglieri la paura e la speranza,

Habonio è già dalla sua ed anch’egli vuole le colonne a perpendicolo.

La casa di Junio è messa in agitazione; gli zii C. Mustio e M. Junio,

il tutore P. Tizio, messi in trambusto, vanno a prendere consiglio

dall’altro tutore M. Marcello e costui va egli stesso da Verre per

distornare il male minacciato: tutto inutilmente. Dunque non vi è via

di uscita? Forse ve n’è una: sotto la pretura di Verre quel che non può

Marcello, può Chelidone; e C. Mustio, M. Iunio, P. Tizio vanno, nuovo

pellegrinaggio, da Chelidone. C. Mustio è l’oratore de’ nuovi legati, e

Chelidone, per quella che ella è, li accoglie, si direbbe, onestamente,

ed onestamente li congeda. Verre non ama soltanto Chelidone; ama

l’oro e Chelidone; e assai guadagno spera avere da quest’affare, nè

sa acconciarsi a rinunziarvi. Si torna allora da Habonio: l’opera può

costare quarantamila sesterzi, non più; si pattuisce per duecentomila.

Ma neppur di questo Verre è contento; egli dunque darà l’opera in

appalto, e senz’altro la mette in appalto, senza indire il giorno e

senza avvisi, durante gli stessi _giuochi romani_, nel fòro ornato

per quella solennità. Pure i tutori vi accorrono: M. Junio, lo zio,

alza il dito, chiedendo per sè l’appalto. La preda sfuggirà dunque

di nuovo a Verre? No, sinchè non gli verrà meno un espediente; e

d’espedienti egli non è a corto così facilmente. Verre si perde

d’animo per un momento, ma poi si riprende, ed una clausola che vieta

al pupillo di concorrere all’appalto ha tutto rimediato. Si tratta

di un’aggiunta già fatta da tempo, o immediatamente per quel caso?

Pare fatta immediatamente. Inoltre, ad escludere ogni altro, si fissa

all’esecuzione dell’opera un termine brevissimo, dagl’idi di Settembre

alle calende di Decembre. Così l’opera, che M. Junio volea compiere per

400.000 sesterzî, viene data ad Habonio per 560.000. Ma, in compenso,

Verre tiene alla regolarità del contratto; abbonda in cautele, è

provvido e previdente. Non si tratta che di scomporre le colonne e

ricomporne le parti con maggiore regolarità; non vi è dunque materiale

vecchio da scartare, nè nuovo da adoperare; tutto consiste nella mano

d’opera e nell’impalcatura; in ogni modo Verre prevede ogni danno,

che l’appaltatura possa arrecare e gliene impone il risarcimento;

gli prescrive di eseguire regolarmente l’opera in ogni sua parte,

gli attribuisce infine il materiale di scarto e, tra l’una cosa e

l’altra, non dimentica di disporre che il prezzo dell’opera appaltata

venga pagato prontamente; dimentica bensì di esigere poi il compimento

dell’opera e collaudarla. In cambio ha una mezza resipiscenza, che gli

fa condonare a Giunio 110.000 sesterzi su 560.000.

[La _sortitio iuniana_.]

Così Verre regolava gli appalti, e a chi creda scorgervi qualche

inverosimiglianza — nè io oserei asserire che non ve ne sieno — si deve

rispondere, riferendosi a Cicerone[413] come l’Ariosto a Turpino. E di

questa pretura urbana altro non ci dice Cicerone, solo, egli maestro di

sottintesi e di reticenze, sotto la forma della preterizione, lancia,

come la freccia del Parto, l’ultima accusa; una gherminella di Verre

per riversare, allontanandola da sè, su C. Junio tutta la colpa delle

corruzioni avvenute nel processo Oppianico. È un’accusa che Cicerone

ripeterà anche alcuni anni dopo, difendendo A. Cluenzio[414]. Ma contro

la sua affermazione stava il giudicato da cui era stato condannato

C. Junio; perchè i giudici non aveano creduto a costui ma a Verre, e,

non trovando confermato dagli atti di Verre il sorteggio de’ giudici

di Oppianico, aveano ritenuto irregolare il sorteggio e colpevole di

corruzione C. Junio. Del resto Cicerone non v’insiste; la gestione

della pretura era per lui come un utile preambolo per meglio potersi

domandare: Che cosa farà fuori d’Italia costui, se tale si è mostrato

nello stesso fòro romano? e quale sarà con i provinciali, chi tale è

stato con i cittadini?[415].

Ed un preambolo si può dire fosse per lo stesso Verre la pretura

urbana. Già sin dal primo entrare in ufficio la provincia dovea

allettarlo con le seduzioni del futuro, e, come più l’anno procedeva,

l’isola da’ molti armenti e da’ floridi campi e dalle piazze fastose

doveva attirarlo con il fascino della terra promessa. L’anno 73

spuntava ben auspicato per C. Verre.

In Sicilia risorgono forse tutte le speranze, le aspettative, le

illusioni, i timori che un mutamento di padrone suol destare.

O terra di Aceste, è un altro lontano nipote di Enea che viene a

renderti il guiderdone dell’ospitalità data all’antenato, e si appresta

a scrivere nella tua storia secolare una dolorosa pagina, che non è la

prima e, purtroppo, non sarà l’ultima.

VI.

QUASI IN PRAEDAM

[Verre e i suoi accoliti in Sicilia.]

E con quanti bracchi, o fondo del popolo romano, il tuo padrone manda

in caccia il suo ministro! Sono e saranno con lui il figliuolo[416],

il genero[417], i legati, tra cui Q. Tadio suo parente[418] e P.

Cervio[419], i questori T. Vezio[420] fratello di suo cognato, P.

Cesezio[421], Postumio[422]; ma non tutti sono buoni bracchi e ad ogni

conto sono pochi. Egli ha perciò la sua coorte, l’aruspice Volusio,

il medico Cornelio[423], il liberto Timarchide, suo ministro[424]

Cornificio lo scriba[425]; ed, a coadiuvarlo ancora, intorno a lui,

come per un misterioso richiamo, si aggruppano altre umane arpie,

quali venute d’Italia, quali attratte presso al governatore da ogni

punto della Sicilia: Nevio Turpione, uomo corrotto e violento[426],

Volcazio, cavaliere romano[427], Valenzio, interprete, non della

lingua greca soltanto, ma della rapacità del pretore[428]; Claudio il

cinico, bruno e da’ crespi capelli[429], Theomnasto siracusano[430];

Escrione e Cleomene i due mariti indulgenti[431], Atidio[432],

Jerone e Tlepolemo, i due cani di Cibyra[433], Carpinazio, preposto

all’azienda de’ pubblicani in Sicilia[434], Papirio Potamone[435];

e con questi tutta un’altra schiera di liberti, servi fuggitivi,

aruspici, medici, prefetti, banditori, littori[436], che andavano da

Apronio[437], uno stratega della corruzione, la mente e il braccio di

Verre, a L. Sestio[438], il carnefice, la mano passiva, che colpiva

inesorabilmente.

Non mancano veramente i bracchi a Verre per iscoprire la preda e per

impadronirsene, e poi egli ha già tutto un piano prestabilito: il suo

fine odorato l’ha già da Roma messo sulle tracce, ed egli sa già di là

dove metter le mani[439]. E non perde tempo.

[L’eredità di Apollodoro Laphirone.]

[L’eredità di Sosippo e Philocrate.]

Apollodoro Laphirone è morto ed ha lasciato erede il figliuolo di Dione

di Halaesa con l’obbligo di porre alcune statue nel fòro, e con la

minaccia di una multa a favore di Venere Erycina, se ciò non faccia.

L’eredità si è devoluta sotto C. Sacerdote, la condizione è adempiuta,

e l’erede gode in pace la ricca eredità. Ma Verre è appena giunto a

Messana, la città complice, la ricettatrice delle sue ruberie[440] e

il giorno stesso in cui vi giunge[441] (proprio il giorno stesso?) fa

chiamare Dione, uomo primario, fatto poi da Metello cittadino romano,

e gli dice di voler giudicare dell’eredità pervenuta al figliuolo di

lui. Giudicare di che, se non vi è ombra di dubbio o di contesa? Ma

Venere è la dea del gioco, e, se la sorte aiuti, qualcosa ne uscirà.

Il tempio del monte Eryce ha un magistrato, che ne può rivendicare i

diritti, uno de’ questori; pure chi si presenta a rivendicarli è quel

Nevio Turpione che sappiamo. La causa si fa, e Dione vince la causa, ma

perde la lite. Venere non ottiene la multa; ma un milione di sesterzî

dalle mani di Dione passa in quelle di Verre, e branchi di cavalli ed

argento lavorato e tappeti dalla sua casa passano ad ornare quella del

pretore[442]. Venere in verità, non ha campione più disinteressato di

Verre. Due fratelli di Agyrrium, Sosippo e Philocrate[443], hanno avuta

per testamento dal padre l’eredità sotto condizione di pagare una multa

a Venere, se in un certo luogo si faccia una certa cosa. Nel ventesimo

anno, dopo che tanti pretori, tanti questori e tanti calunniatori

v’erano stati in Sicilia, viene loro mossa la causa; e quattrocentomila

sesterzî dati a Volcazio fanno loro vincere la causa; ma la vittoria

loro è più nefasta di quella di Pirro[444].

[I metodi giudiziarî di Verre.]

Tutto l’ampio e, si può dire, infinito potere che è nel diritto di

giudicare e ch’è la condizione della conservazione di ogni avere e

di ogni diritto, Verre l’usava, a quanto dice Cicerone, in maniera

da raggiungere l’effetto opposto, determinando in forma equivoca la

questione della causa, storcendo l’ordine de’ giudizî, violando le

giurisdizioni e le competenze.

Con la divisione della procedura _in iure_ e _in iudicio_, in questa

seconda fase del giudizio non si faceva che applicare e trarre alle

sue conseguènze concrete una premessa posta dal magistrato. Perciò,

malgrado l’apparenza contraria, il destino della causa era in mano di

costui, e il _iudex_ poteva divenire in mano sua il materiale strumento

del suo volere. A sentire Cicerone, Verre poneva i giudici del fatto

alle prese con questioni del genere di queste[445]: «Se pare che il

fondo capenate, intorno a cui verte la lite, appartenga, secondo il

diritto quiritario, a P. Servilio, nè tal fondo verrà reso a Q. Catulo

— fa che gli sia reso[446]»; oppure: «Se non accetta ciò che tu dici di

dovergli, menalo in giudizio; se agisce per ottenere quel che pretende,

menalo in carcere[447]». Riesce evidente che con questi responsi

sibillini, anzi con queste trappole, non v’era alcuno che potesse

sfuggire ad una voluta condanna, nè il _iudex_, fosse stato un uomo

comunque si voglia dotto e ligio al dovere, poteva evitare di compiere

una madornale ingiustizia.

Similmente tutte le leggi riflettenti l’ordinamento giudiziario in

Sicilia e l’autorità chiamata a giudicare ne’ vari casi di controversie

sorte tra Siciliani e Siciliani o tra privati e città, o tra Siciliani

e cittadini romani, o tra agricoltori e decumani od in altri casi

ancora, erano, come Cicerone vuole[448], completamente eluse da

Verre, mercè una pena comminata nel suo editto a chi indebitamente si

attribuisse la funzione di giudicare. Una tale minaccia, pendente, come

la spada di Damocle, su chiunque si accingesse a giudicare, facea sì

che, pur restando ferme astrattamente le norme di rito giudiziario, in

realtà tutto si facea a posta di Verre; giacchè o il giudice designato

cedeva il campo, o giudicava, ma senza libertà di coscienza. E, nella

massima parte de’ casi, il posto che avrebbero dovuto avere giudici

tratti dal _conventus_ e dai _negotiatores_, lo prendeva la coorte, e

qual coorte! di Verre.

La violazione di queste forme era della massima conseguenza, perchè la

loro eliminazione, specie se fatta a disegno, privava di ogni garanzia

i litiganti; e Cicerone tende appunto a dimostrare con varî esempi i

fatti ed il motivo di essi.

[L’eredità di Eraclio Siracusano.]

Eraclio siracusano[449], già ricco del suo, ha da un altro parente,

anch’esso di nome Eraclio, un’eredità di circa tre milioni di sesterzi

e con essi una casa ben fornita di stoviglie di argento e di tappeti e

di schiavi. La cosa è, come dire, l’avvenimento del giorno e tutti ne

parlano. Verre non solo lo sa per sentita dire, ma vi è chi richiama

la sua attenzione e gli fa vedere l’agevolezza di entrare come coerede

dell’erede. Cleomene ed Escrione, i due mariti compiacenti, Theomnasto,

Dionisodoro, gli stanno all’orecchio; Eraclio è vecchio, poco svelto;

di protettori altri non ha che Marcello, e Marcello è a Roma: che più?

Pel testamento egli ha l’obbligo di ergere statue nella palestra, e,

se anche egli ve l’abbia poste, ciò può esser tal rampino da tirar

appresso l’eredità ed il resto. E Verre non se lo lascia dire la

terza volta; la cosa gli piace e, detto fatto, i palestriti indicono

ad Eraclio la causa. Viene il giorno assegnato, ma Eraclio invoca il

beneficio del termine che gli viene dalla legge Rupilia e che gli

concede trenta giorni. Verre si rassegna, ma dopo i trenta giorni

la causa di Eraclio ricomparisce con precedenza su tutte le altre,

rinviata per l’occasione: e si è già al sorteggio; almeno Verre fa le

viste di farlo. Se non che gli attori in giudizio chiedono che scelga

egli cinque giudici da quelle città che convengono a quel fòro pe’

giudizi. Eraclio, ed i suoi avvocati con lui, chiedono che si faccia il

sorteggio, quale la legge Rupilia vuole; ma invano: cinque giudici sono

scelti a piacere, senza sorteggio, senza facoltà di ricusazione, senza

alcuna norma prestabilita, e la causa è rinviata al giorno appresso.

Che scampo resta ormai ad Eraclio? Nessuno fuori che quello de’ deboli,

la fuga. Solo la sua contumacia potea riuscirgli di qualche aiuto,

rendendo più odiosa la grave condanna, l’assegnazione non legale de’

giudici e il resto, e quella notte stessa Eraclio lascia Syracusae. Il

giorno del giudizio è venuto, e, poichè è giorno di raccolta, questa

volta Verre si è levato di buon mattino per metter mano alla messe.

Eraclio è assente? Che importa? ed incita i giudici a condannarlo, ma

questi stessi, un po’ più peritosi di lui, ottengono che si rimetta

la cosa all’ora decima; poi lo stesso Verre ha qualche esitazione, e,

ritornando su’ suoi passi, scarta i cinque giudici scelti e, ritornando

alla legge Rupilia, trae a sorte tre giudici. Ma è tutta una lustra;

in fatto, questi han l’ordine di condannare e condannano. E quale

condanna! Non solo Eraclio perde l’eredità di tre milioni, ma quello

che il testatore, indipendentemente dal testamento, gli aveva dato

prima di morire; persino quello che gli era venuto dal padre. La sua

casa è addirittura messa a sacco, e l’argento scolpito, i vasi corinti,

i tappeti, il meglio degli schiavi prendono la via della casa di Verre.

E quando i Siracusani rendono conto in Senato di questi beni di Eraclio

e si svolge la lista delle tazze d’argento, delle anfore, de’ tappeti,

degli schiavi dati a Verre, un senso di segreto dolore serpe tra gli

uditori: pur si contengono. Ma quando in un sol capo fu detto che per

ordine di Verre si erano dati trecentomila sesterzi, il malcontento,

appena contenuto, proruppe in modo che Verre, sgomento, non seppe far

di meglio che riversare la colpa sul genero, il quale alla sua volta e

con isdegno, respinse l’accusa, e poco appresso lasciò il suocero e la

Sicilia. In ogni modo Verre credette uscire d’impaccio, e, quel che è

più, i trecentomila sesterzî, usciti così dalla porta, rientrarono per

la finestra.

[L’eredità di Epicrate.]

Il processo di Verre · 第 8 / 21 段