All’opera dunque! A Sicione fa al magistrato cittadino richiesta di

danaro. Non si arrende? L’avarizia può più del nome romano e della

paura? Ebbene, lo si caccia in uno stambugio e, acceso un buon fuoco

di legna verdi, lo si lascia a considerare se ha minor pregio l’oro,

o dà maggior molestia il fumo[349]; _citra sanguinis effusionem!_ Di

oro intanto sarà meno avara in Atene Minerva, e al magistrato romano

che la vide e non ne partì a mani vuote, ne rimarrà due volte grato

il ricordo[350]. Sono ancora troppo ricchi, troppo ornati questi

templi di Grecia e d’Oriente, pur dopo che vi passò, da tanti anni, il

conquistatore romano: ha troppe statue Apollo nel suo tempio, a Delo

ove nacque, e nella notte è bene che ne sparisca qualcuna. Ma Apollo è

qualche volta un dio iroso e capace di difendere la sua proprietà, come

un qualunque avaro mortale, anche invocando da Poseidone un uragano:

la tempesta infatti viene e la nave, che porta la sacrilega preda,

si sfascia ed il turbato flutto del mare riporta alla riva le statue

sacre di Apollo; sicchè — fu superstizione o necessità di resipiscenza?

— Dolabella deve farle rimettere là donde furono prese e donde il

popolo, tacito, ne deplorava la mancanza, pur non avendo il coraggio di

reclamarle[351].

Ma non tutti gli dèi sanno o vogliono difendersi come Apollo: a Samo

il tempio di Giunone resta a dirittura spogliato[352]; a Tenedo lo

stesso dio indigete Tene non riesce a restar fermo al suo posto[353];

Diana di Perga vede depredato non solo il suo tempio, ma sè stessa

degli ornamenti muliebri che porta[354]. E invano tentano gli uomini

di sopperire alla neghittosità degli iddii; a’ legati di Samo, che

vanno a muoverne lamento, C. Nerone risponde che vadano a Roma, e Roma

è lontana, e, quando essi vi arrivino, potranno avere la sorpresa di

vedere che, in prova d’animo generoso, il loro depredatore si è offerto

ad ornare per un giorno delle opere d’arte rubate i fòri e le vie[355].

Intanto bellissime statue sono portate via di forza da Chio, da

Erythrae, da Alicarnasso[356]; da Aspendo, in cospetto di tutti, su

carri tirati da buoi s’asporta tutto quanto stava ad ornamento di

edifizî pubblici e di templi e, tra l’altro, quel citarista, che per

la perfezione sua era passato in proverbio e si dicea capace di cantare

ogni cosa[357].

Non perdona agli dèi il nuovo padrone e tanto meno perdona agli uomini;

ma, in cambio, come ama piacere, ad ogni costo, alle donne!

Il suo amore egli lo insinua, lo offre per tutto, più spesso lo impone

a dirittura.

[L’avventura di Lampsaco.]

Vi è una missione per i re Sadala e Nicomede, e Verre fa sì che Cn.

Dolabella gliela commetta; una felice occasione a queste spedizioni

feconde e senza pericoli. Sulla sua via è Lampsaco, ed egli vi fa

sosta con tutto il suo seguito. Dolce e generoso è il vino di Lampsaco

e belle ne sono le donne; ma bella più di tutte è la figliuola di

Filodamo, bella e pudica. Verre è ospite di Janitore, di cui non gli

riesce potere abbandonare la casa, e a Filodamo impone, ospite non

desiderato, non accetto, Rubrio, un suo bracco, lo stesso appunto che

avrebbe scovata la bella fanciulla. Filodamo tuttavia vuol fare ammenda

dell’ospitalità mal concessa, e la casa del ricco anfitrione s’apre per

accogliere, convitati da Rubrio, Verre e il seguito suo. Fu intanto

pensiero preconcetto, come vuole Cicerone, o fu caso? Ma, libando e

crescendo l’eccitazione del convito, Rubrio si rivolge a Filodamo

per suggerirgli di chiamar lì la sua bella figliuola e, al timido

schermirsi di Filodamo, altre voci si levano più pertinaci invocando

la donna, e, tra le insistenze e la minacciata violenza degli uni e

la resistenza degli altri, si accende una rissa in cui un littore,

Cornelio, viene ucciso e donde lo stesso Rubrio esce ferito[358]. La

voce e l’ira del tumulto viene il giorno appresso portata in piazza, e

Verre, assalito in casa da una folla furibonda, che minaccia di metter

tutto a ferro e fuoco, deve la sua salvezza soltanto all’interposizione

de’ cittadini romani, che erano colà per i loro commerci[359]. E

parte, rinunziando anche per ora a chiedere la punizione dell’offesa

fatta alla sua autorità ed alla sua persona[360]; ma la vendetta non

scende meno sicura nè meno rapida sul capo di Filodamo e del figliuolo.

Cn. Dolabella lascia la sua provincia di Cilicia e l’esercito e la

guerra per accorrere in Asia ed indurre C. Nerone, esitante, a punire

l’uccisione avvenuta nella sua giurisdizione, e da un tribunale

composto di Dolabella, de’ suoi prefetti e tribuni, dello stesso

Verre e di creditori di Greci sempre ligi a’ legati; Filodamo e il suo

figliuolo passano nelle mani del carnefice sul fòro di Laodicea[361],

dando a tutta l’Asia spettacolo più della vendetta, che della giustizia

romana.

[Il brigantino di Mileto.]

Pur troppo gli Asiatici erano costretti a vederne d’ogni colore. Verre

passa per Mileto, ne tratta con alterigia i magistrati, e, mentre si

fa ospitare lautamente, li maltratta e taglieggia la città con la

richiesta di un contributo di lana; poi, partendo, chiede una nave

che gli serva di scorta sino a Myndo, e, subito, con T umiltà di chi

serve, gli è dato un brigantino ben allestito, ben armato, scelto tra

i dieci che Mileto aveva a servizio della stessa repubblica. Ma il

magistrato della repubblica è anche più infido del mare: soldati e

marinai tornano, ma a piedi; il vascello non più; venduto a L. Magio e

L. Fannio, dichiarati poi nemici di Roma, esso va in corsa da Sinope a

Dianium, dalla Spagna al Mar Nero!

E guai a muoverne pure lamento! Lettere di Dolabella arrivano e

impongono che non se ne parli, che se ne cancelli la traccia dagli atti

pubblici, che tutto insomma torni nel buio[362].

[Verre tutore.]

Ma Verre andava omai a vele spiegate ed era la fortuna che gli gonfiava

la vela. C. Malleolo, il questore, viene ucciso ed è una doppia eredità

che tocca a Verre, la proquestura, che Cn. Dolabella gli affida, e la

tutela del figliuolo dell’ucciso: doppia eredità; chè anche la tutela

può, in certi casi e con certe persone, valere come un’eredità.

Qui, a dir di Cicerone, sarebbero cominciate quelle esimie baratterie

nelle compre del frumento a un prezzo designato dalla stessa legge che

ne ordinava l’acquisto (_emptum_, _imperatum_), e nelle riscossioni

fatte in luogo del frumento da fornire al pretore ed al suo seguito

(_aestimatum_), che poi in Sicilia assunsero così larghe proporzioni.

Nè si tratta di tentativi tanto timidi, se fu poi addebitato un

profitto di tre milioni di sesterzî a Dolabella per frumento, cuoi,

sacchi, panni, che avrebbe dovuto prendere e non prese, avendone in

cambio danaro[363].

E il tutore del pupillo valeva quanto il pubblico amministratore. C.

Malleolo, uomo senza scrupoli, per affermazione dello stesso Cicerone

faceva il paio con Verre ed era ricco di masserizie, di servi, di

crediti verso le città. In tutto questo panno ora Verre avrebbe

tagliato a suo agio, senza discrezione: de’ vini, che quegli aveva in

gran copia, pensò a rifornire le sue cantine; tutte le argenterie,

gli schiavi, o che si raccomandassero per la bellezza dell’aspetto

o per particolari attitudini, li prese per sè ed i crediti li fece a

poco a poco sfumare tra le sue mani. Egli avrebbe esatto due milioni e

cinquecentomila sesterzi, ma di dare i conti non se ne parlava; messo

alle strette dalla madre e dall’ava del pupillo, perchè dicesse almeno

quanto aveva portato, parlò di un milione, poi, per uno scambietto di

cui non possiamo comprendere nulla, come nulla mostrava di comprenderne

Cicerone, con una dolosa cancellatura, il milione si trovò ridotto

a seicentomila sesterzi, che apparivano dati al servo Crysogono

ed accreditati al pupillo Malleolo, senza che nemmeno si fossero

integralmente versati[364].

[Verre e Dolabella in giudizio.]

Quelli della provincia erano i giorni della gazzarra; ma, mentre il

lampo dell’oro e lo strepito de’ tripudî rendeva il governatore ebbro,

e come un ebbro sicuro di sè stesso, quelle lagrime di manomessi, di

spogliati, di violate talvolta si addensavano lontano, a Roma, per

iscoppiare loro, sul capo, al ritorno. Era il fuoco del purgatorio

non acceso, oltre la vita, da una trascendente giustizia divina; ma

qui in terra, e non dalla pietà verso i provinciali, ma dall’invidia,

dall’avidità delusa, dall’ira di parte, dall’ambizione, da tutto il

vento delle passioni insomma, che vi soffiava dentro, facendo di quei

giudizî una fiamma da tregenda. Un M. Scauro della famiglia degli

Aurelî[365], più probabilmente che di quella degli Emilî[366], è

forse quello stesso che Cicerone poco innanzi nomina come questore in

Asia[367] e che colà poteva avere avuto notizia de’ fatti, giovane

d’anni ma astuto e corrivo alla vendetta, si faceva nell’anno 78

accusatore di Dolabella, chiedendogli conto del suo governo di Cilicia.

Quanta parte nel malgoverno aveva avuta Dolabella? quanta ne aveva

avuta Verre?

Cicerone tendenziosamente ne vorrebbe addossare tutta a questo la

soma, facendone quasi il solo responsabile degli stessi fatti, di

cui Dolabella riportò condanna: un’esagerazione, comoda certamente a’

bisogni della causa, ma manifesta sì per la diversa posizione de’ due e

sì per le stesse parole di Cicerone, quando fa intervenire Dolabella a

metter la polvere sugli atti di Verre od a sperderne la traccia[368] e

quando egli stesso, per induzione, arriva a concludere che se Dolabella

ne fu l’autore, Verre ne fu l’esecutore materiale[369]. È chiaro in

ogni modo che se il governo della provincia avea dovuto farne due amici

e la concordia era sopravvissuta anche alla spartizione della preda,

ora nel giudizio l’istinto della propria conservazione dovea farne

due avversarî; e M. Scauro, intento sopratutto a colpire Dolabella,

trasse naturalmente partito da questa posizione di cose, anche

senza quell’anticipato e perverso accordo, che forse può essere una

posteriore induzione di Cicerone[370].

Cicerone fa colpa anche a Verre di non aver resi i suoi conti prima

della condanna di Dolabella; eppure nulla vi era di più giusto.

La responsabilità anche amministrativa di Verre e la sincerità de’

suoi conti dipendevano direttamente dal grado di responsabilità di

Dolabella e dalla provata verità delle sue attestazioni in giudizio;

era impossibile parlare di resoconto, mentre si disputava se Dolabella

avesse oppur no ricevuto, e se Verre gli avesse dati cinquecento

trentacinque mila sesterzî, e se alla sua volta Verre avesse ricevuto

altri duecento trenta duemila sesterzî non riportati ne’ suoi registri,

e di frumento un altro milione ed ottocentomila sesterzî parimenti

non riportati. Può darsi benissimo che ne’ suoi registri Verre avesse

trascurato d’iscrivere i crediti verso Q. e Cn. Postumio Curzio e che

avesse pure in Atene versato nelle mani di P. Tadio quattro milioni

di sesterzî[371]: in ogni modo da quel processo, donde correva rischio

di riuscire come un accusato, ne uscì immune. Fu a proposito di questo

giudizio che Verre dovette trattenersi in Roma tre giorni[372], la sola

dimora da lui fatta in città dopo l’esercizio della sua questura, a

quanto almeno dice Cicerone; e, se ciò è vero, questa sua breve fermata

e la lunga assenza valgono anche a togliere credito a’ maneggi che

Cicerone gli attribuisce nella causa di Dolabella.

[La pretura di Verre.]

Dove fu e che cosa fece, dopo ciò, per più che tre anni? Poichè era

questo il tempo in cui la parte mariana, rifatta ardita dalla morte di

Silla, faceva una nuova levata di scudi in Italia e maggiore anche e

più fortunata nella penisola iberica; è probabile che Verre non restò

inoperoso e contribuì a sostenere le sorti della parte aristocratica

di cui era un campione. È notevole che Cicerone per questo triennio e

più non gl’imputa niente di determinato, e, benchè dica che la cronaca

cittadina non cessa di occuparsi di lui e non per festeggiarlo, non è

improbabile ritenere che, durante la sua lontananza, gli echi di fatti

suoi non commendevoli, che aveano potuto ripercuotersi nel processo di

Dolabella, si andarono spegnendo, e con essi, come per chi è lontano

suole appunto avvenire, molte ire e rancori.

Quando Verre tornò a Roma nel 679 (75 a. C.), vi tornò per essere

elevato ad una delle più alte cariche dello Stato, a quella che,

se poteva essere seconda in importanza ad un’altra, poteva in

dignità ritenersi non seconda ad alcuna. Verre divenne pretore.

Fu tutta opera della corruzione elettorale e di nient’altro che

della corruzione? Cicerone lo dice nella forma più esplicita e tale

che non ammette repliche. Trecentomila sesterzî distribuirono per

suo conto i _divisores_ ed ottantamila n’ebbe l’accusatore perchè

recedesse dall’accusa[373]. Certamente il credere alla corruzione

non è fare ingiuria nè all’uomo, nè a’ tempi; l’uno e gli altri anzi

lo suggeriscono; ma non bisogna neppure dimenticare che un uomo come

Verre, duro, inesorabile ostinato e senza soverchi scrupoli, era per la

parte in cui militava, e lo mostrò, uno strumento non trascurabile, ed

il potere della parte aristocratica, allora prevalente, va pure tenuto

in conto. Comunque ciò fosse, quando il suo nome uscì trionfante dal

voto dei comizî, egli dovè sentire tutto l’orgoglio e la gioia di chi

è salito così alto che non ha se non da tendere la mano per afferrare

il supremo fastigio del potere. Anche la sorte lo favoriva; egli era

pretore urbano[374].

Strumento ed artefice al tempo stesso della legge, egli si assideva

oggi in Roma come l’arbitro della giustizia civile; e, tra un

anno, l’aspettava la provincia, dove, questa volta, con autorità

incontestata, e se dio voglia, con migliore fortuna avrebbe compiuta

quello che aveva fatta ed anche quello che forse non aveva fatto

Dolabella.

Ma dunque, o Cicerone, è un pirata che si accampa nel fòro di

Roma?[375].

Il pretore — occorre appena rammentarlo — non era semplicemente

l’esecutore della legge, stretto dalla parola di essa in determinati

confini ed a spiegare l’opera sua soltanto caso per caso. Fra gli

elementi che concorrono all’esplicazione della coscienza e della vita

giuridica romana, il pretore è l’elemento più vivo ed operoso, e il

suo editto è lo spirito innovatore che svolge le istituzioni e le

leggi antiche e le adatta alle nuove condizioni di vita; deriva da’

nuovi rapporti economici e sociali le nuove norme giuridiche e segue

assiduamente Roma in questo allargamento progressivo della sua sfera

di azione ed in questa graduale fusione della civiltà cittadina con

la civiltà universale. Quanto più vasto il compito adunque, tanto più

facilmente irto di pericoli, fecondo di errori; ed il rimedio a tutto

non era in una espressa disposizione di legge, ma piuttosto nella

natura transitoria del provvedimento, nel divieto al suo adempimento

opposto da un magistrato di potere uguale o maggiore, nel limite

sopratutto che ciascuno dovea sapere imporre a sè stesso. Ancora

un freno di meno: l’editto non era il programma del candidato, che

diveniva legge poi per l’eletto; ma uno schema, neppure rigorosamente

obbligatorio, del pretore designato ad entrare in funzione. Che cosa

non dovea prestarsi a divenire un tale ufficio nella Roma del settimo

secolo, divenuta il mercato del mondo, in quella gara intemperante di

ambizioni, d’interessi, di cupidigie, e come doveva essere ben saldo

sulla sua sedia curule il pretore per resistere a quel cozzo, e quante

volte vi restava saldo? E che cosa ne fece Verre? Che pagina scrisse

egli in questa storia sì gloriosa, se guardata a grandi tratti, della

pretura romana? L’opinione di Cicerone è risaputa: la pagina che Verre

vi scrisse, fu quale l’avidità potea suggerire, la malafede dettare,

e l’insipienza scrivere. Designato pretore non fece che tessere tutta

una rete piena di viluppi per tenderla poi ne’ giorni dell’uffizio:

tale è il suo editto. Non è nemmeno la manifestazione di uno o di un

altro concetto giuridico; è, così, un ingegno messo insieme per prede

predestinate. E Cicerone, al giorno del giudizio, ne strappa via alcuni

nodi e alcune maglie per agitarli innanzi a’ giudici e al popolo, onde

tutti li vedano, tutti concepiscano il resto.

[L’eredità di P. Annio.]

P. Annio Asello è morto, che era ancor pretore C. Sacerdote, il

predecessore di Verre: non avea che una figliuola e la legge Voconia,

rogata secondo la data più probabile[376] novantaquattro anni innanzi,

nel 585 (169 a. C.) dal tribuno Voconio, favente Catone, avrebbe potuto

toglierle o limitarle il diritto ereditario; ma egli non era censito

ed il diritto ereditario della figliuola così resta salvo. Pure così

non pare a Verre. Giacchè vi è un L. Annio, erede secondo chiamato,

a quanto dice Cicerone, Verre lo fa venire a sè, si accorda con lui,

ed ecco introdotta nell’editto una regola interpretativa della legge

Voconia, e con effetto retroattivo per giunta, per cui la figliuola di

P. Annio vien dichiarata incapace di succedere al padre e l’eredità si

devolve a L. Annio[377].

[L’eredità di P. Trebonio.]

P. Trebonio muore lasciando varî eredi, tra i quali un suo liberto

e, poichè suo fratello A. Trebonio è proscritto e non può essere suo

erede, impone agli eredi istituiti di giurare che farebbero in modo

di far arrivare ad A. Trebonio almeno la metà di ciascuna porzione

ereditaria. Gli eredi, consapevoli della legge Cornelia che interdiceva

qualsiasi aiuto al proscritto, vanno da Verre, mostrano l’impossibilità

legale del giuramento e sono immessi nel possesso dell’eredità: più

ingenuo il liberto presta il suo giuramento e ne è escluso[378].

Ancora. Muore durante la pretura del predecessore di Verre, di C.

Sacerdote, C. Sulpicio

[L’eredità di Sulpicio Olympo.]

Olympo ed istituisce suo erede M. Ottavio Ligure, uomo di posizione

molto elevata per nome, qualità personali ed opulenza. M. Ottavio

Ligure era stato già immesso nel possesso dell’eredità dal pretore

C. Sacerdote, quando l’anno appresso, sotto la pretura di Verre, la

figliuola del patrono di Olympo si fa a chiedere la sesta parte della

sua eredità. Nell’assenza di M. Ottavio, il fratello Lucio, e con lui

altri amici e parenti, cercano tutelare il suo interesse: L. Gellio

ne assume il patrocinio, sopravviene in fine lo stesso M. Ottavio e

cerca far intendere a Verre le sue ragioni e che il suo editto non

può avere effetto retroattivo e via; ma Verre gli fa intendere alla

sua volta, senza ambagi, che non è questione di argomenti giuridici e

disquisizioni legali, è soltanto questione di quattrini[379].

Cicerone dice di poter evocare seicento sentenze almeno, che hanno in

sè stesse l’impronta della corruzione[380]. Si trattava di una realtà

o di una amplificazione? Non è punto difficile propendere per questa

seconda opinione.

Che che ne dica Cicerone, i tre casi innanzi esposti, che sono i tre

esempi addotti da Cicerone, non sono tali da far dire che Verre uscisse

assolutamente fuori della legalità, decidendo come decise.

[Verre e la _lex Voconia_.]

Noi non possiamo dire di conoscere veramente bene la legge Voconia,

giacchè le notizie, che su di essa ci sono pervenute, sono in parte

incomplete, e in parte contraddittorie[381]. Due tratti dello stesso

Cicerone, che si riferiscono ad essa[382], se a qualcuno sono sembrati

atti ad essere conciliati[383], ad altri sono sembrati assolutamente

repugnanti. E discordanti sono ancora sembrati un luogo di Gaio[384],

ed un altro di Cicerone[385], che si riferiscono non alle regole

dell’eredità, ma a quelle de’ legati, imposte dalla legge Voconia.

Stando alla relazione che l’epitome liviana (l. c.) dà della legge

Voconia, il procedimento di Verre sarebbe stato affatto conforme al

precetto legislativo; giacchè il divieto di istituire erede una donna

sarebbe stato generale e non limitato a’ cittadini aventi un censo

maggiore di centomila assi. Ma forse potrà ritenersi che l’epitome, per

lo stesso sforzo di essere compendiosa, sia riescita monca; e sia. Sia

dunque il divieto limitato come Gaio[386] vuole a’ testatori aventi

un censo superiore a centomila assi. Di che cosa Cicerone fa colpa a

Verre? Non già di avere escluso a torto dalla successione di P. Annio

la figliuola perchè unica; bensì di averla esclusa a torto, perchè

suo padre non era censito. Anche qui l’uso della parola «censito» ha

generati alcuni equivoci sulla legge Voconia; quasi che per Cicerone,

essa si riferisse a tutti i censiti, non a quelli della prima classe

soltanto. Il concetto di Cicerone non è questo: egli intende dire

semplicemente che P. Annio, se fosse stato censito, sarebbe stato

annoverato nella prima classe; ma egli non era stato censito. E perchè

non era stato censito? Nessuno ce ne dice categoricamente la ragione;

ma, rammentando le fasi cui andò soggetta la censura dopo Silla, che,

se non l’abolì di dritto, l’abolì di fatto[387], intenderemo facilmente

che P. Annio, il quale forse appunto in quel giro d’anni avrebbe dovuto

essere censito, non fu iscritto per la mancata redazione delle nuove

liste. Ciò posto, nell’applicazione della legge Voconia, doveva aversi

riguardo al vecchio censo od alle nuove mutate condizioni di fatto?

È chiaro che il diritto pretorio specialmente, che aveva uno scopo

eminentemente pratico, dovea attenersi a questa seconda norma; e a

questa si attenne Verre. Che P. Annio fosse un uomo facoltoso, risulta

da tutto il complesso della narrazione di Cicerone, e questa, cui si è

accennato, è la maniera più probabile di spiegare come egli non fosse

compreso nel censo. E nel caso suo doveano trovarsi anche più e più

altri; e la legge Voconia sarebbe stata praticamente elusa, anche più

che non si tentasse di fare con altri mezzi[388]; onde il provvedimento

di Verre, anche volendo disputare sulla sua legalità, era in ogni modo

giusto.

Ed allora sembra che non vi fosse nemmeno ragione di parlare di un

effetto retroattivo arbitrariamente dato da Verre alla norma da lui

stabilita. Anzi tutto il divieto della retroattività non fu mai così

assoluto, specialmente nella sua pratica applicazione[389], come si

potrebbe credere; e sopratutto, quando si poteva trattare di norme di

ordine pubblico, nel novero delle quali bisogna far entrare la legge

Voconia. Per giunta poi, qui non si trattava di una nuova legge, ma di

una interpretazione di una legge già esistente e di un suo adattamento

alle innovate condizioni dello Stato; e non si vede quindi sino a qual

punto si potesse parlare di effetto retroattivo e di violazione di

diritti quesiti.

[Verre e la _lex Cornelia de proscriptis_.]

Che se poi si guarda alla condotta di Verre nell’altro caso, nella

successione di P. Trebonio, la sua giustificazione è più che mai

evidente. Se infatti la _lex Cornelia de proscriptis_[390] vietava

qualunque aiuto a’ proscritti, ne confiscava tutti i beni e li

rendeva perfino incapaci di ereditare nelle successioni legittime; il

testamento di P. Trebonio offendeva direttamente quella legge. Che

doveva fare Verre in tal caso? Per quella norma giuridica appresso

anche più recisamente prevalsa, per cui la condizione illecita negli

atti di ultima volontà non gl’invalida, ma ne resta invece invalidata,

l’eredità bene ricadeva a quegli eredi che, consapevoli della legge,

non giurando, mostravano di non osservare la condizione apposta al

lascito; e Verre gl’immise senz’altro nel possesso dell’eredità.

Quanto al liberto, Cicerone stesso riconosce, che, col suo giuramento,

se fece atto di ossequio alla volontà del suo patrono, fece del pari

cosa contraria alla legge; soltanto sembra intenda che Verre avrebbe

del pari dovuto immetterlo nel possesso ereditario, curando poi con

un’azione indipendente di sottoporlo alla pena conveniente e privarlo

anche dell’eredità per la violata disposizione di legge. Ma, se anche

tutto questo lungo rigiro poteva rispondere al rigoroso schematismo

della procedura ed alla lettera delle leggi, era nell’indole del

diritto pretorio di giungere allo stesso risultato per via più spedita,

e non di altro poteva farsi colpa a Verre.

[Verre e il diritto successorio de’ patroni.]

Il processo di Verre · 第 7 / 21 段