danaro. Non si arrende? L’avarizia può più del nome romano e della
paura? Ebbene, lo si caccia in uno stambugio e, acceso un buon fuoco
di legna verdi, lo si lascia a considerare se ha minor pregio l’oro,
o dà maggior molestia il fumo[349]; _citra sanguinis effusionem!_ Di
oro intanto sarà meno avara in Atene Minerva, e al magistrato romano
che la vide e non ne partì a mani vuote, ne rimarrà due volte grato
il ricordo[350]. Sono ancora troppo ricchi, troppo ornati questi
templi di Grecia e d’Oriente, pur dopo che vi passò, da tanti anni, il
conquistatore romano: ha troppe statue Apollo nel suo tempio, a Delo
ove nacque, e nella notte è bene che ne sparisca qualcuna. Ma Apollo è
qualche volta un dio iroso e capace di difendere la sua proprietà, come
un qualunque avaro mortale, anche invocando da Poseidone un uragano:
la tempesta infatti viene e la nave, che porta la sacrilega preda,
si sfascia ed il turbato flutto del mare riporta alla riva le statue
sacre di Apollo; sicchè — fu superstizione o necessità di resipiscenza?
— Dolabella deve farle rimettere là donde furono prese e donde il
popolo, tacito, ne deplorava la mancanza, pur non avendo il coraggio di
reclamarle[351].
Ma non tutti gli dèi sanno o vogliono difendersi come Apollo: a Samo
il tempio di Giunone resta a dirittura spogliato[352]; a Tenedo lo
stesso dio indigete Tene non riesce a restar fermo al suo posto[353];
Diana di Perga vede depredato non solo il suo tempio, ma sè stessa
degli ornamenti muliebri che porta[354]. E invano tentano gli uomini
di sopperire alla neghittosità degli iddii; a’ legati di Samo, che
vanno a muoverne lamento, C. Nerone risponde che vadano a Roma, e Roma
è lontana, e, quando essi vi arrivino, potranno avere la sorpresa di
vedere che, in prova d’animo generoso, il loro depredatore si è offerto
ad ornare per un giorno delle opere d’arte rubate i fòri e le vie[355].
Intanto bellissime statue sono portate via di forza da Chio, da
Erythrae, da Alicarnasso[356]; da Aspendo, in cospetto di tutti, su
carri tirati da buoi s’asporta tutto quanto stava ad ornamento di
edifizî pubblici e di templi e, tra l’altro, quel citarista, che per
la perfezione sua era passato in proverbio e si dicea capace di cantare
ogni cosa[357].
Non perdona agli dèi il nuovo padrone e tanto meno perdona agli uomini;
ma, in cambio, come ama piacere, ad ogni costo, alle donne!
Il suo amore egli lo insinua, lo offre per tutto, più spesso lo impone
a dirittura.
[L’avventura di Lampsaco.]
Vi è una missione per i re Sadala e Nicomede, e Verre fa sì che Cn.
Dolabella gliela commetta; una felice occasione a queste spedizioni
feconde e senza pericoli. Sulla sua via è Lampsaco, ed egli vi fa
sosta con tutto il suo seguito. Dolce e generoso è il vino di Lampsaco
e belle ne sono le donne; ma bella più di tutte è la figliuola di
Filodamo, bella e pudica. Verre è ospite di Janitore, di cui non gli
riesce potere abbandonare la casa, e a Filodamo impone, ospite non
desiderato, non accetto, Rubrio, un suo bracco, lo stesso appunto che
avrebbe scovata la bella fanciulla. Filodamo tuttavia vuol fare ammenda
dell’ospitalità mal concessa, e la casa del ricco anfitrione s’apre per
accogliere, convitati da Rubrio, Verre e il seguito suo. Fu intanto
pensiero preconcetto, come vuole Cicerone, o fu caso? Ma, libando e
crescendo l’eccitazione del convito, Rubrio si rivolge a Filodamo
per suggerirgli di chiamar lì la sua bella figliuola e, al timido
schermirsi di Filodamo, altre voci si levano più pertinaci invocando
la donna, e, tra le insistenze e la minacciata violenza degli uni e
la resistenza degli altri, si accende una rissa in cui un littore,
Cornelio, viene ucciso e donde lo stesso Rubrio esce ferito[358]. La
voce e l’ira del tumulto viene il giorno appresso portata in piazza, e
Verre, assalito in casa da una folla furibonda, che minaccia di metter
tutto a ferro e fuoco, deve la sua salvezza soltanto all’interposizione
de’ cittadini romani, che erano colà per i loro commerci[359]. E
parte, rinunziando anche per ora a chiedere la punizione dell’offesa
fatta alla sua autorità ed alla sua persona[360]; ma la vendetta non
scende meno sicura nè meno rapida sul capo di Filodamo e del figliuolo.
Cn. Dolabella lascia la sua provincia di Cilicia e l’esercito e la
guerra per accorrere in Asia ed indurre C. Nerone, esitante, a punire
l’uccisione avvenuta nella sua giurisdizione, e da un tribunale
composto di Dolabella, de’ suoi prefetti e tribuni, dello stesso
Verre e di creditori di Greci sempre ligi a’ legati; Filodamo e il suo
figliuolo passano nelle mani del carnefice sul fòro di Laodicea[361],
dando a tutta l’Asia spettacolo più della vendetta, che della giustizia
romana.
[Il brigantino di Mileto.]
Pur troppo gli Asiatici erano costretti a vederne d’ogni colore. Verre
passa per Mileto, ne tratta con alterigia i magistrati, e, mentre si
fa ospitare lautamente, li maltratta e taglieggia la città con la
richiesta di un contributo di lana; poi, partendo, chiede una nave
che gli serva di scorta sino a Myndo, e, subito, con T umiltà di chi
serve, gli è dato un brigantino ben allestito, ben armato, scelto tra
i dieci che Mileto aveva a servizio della stessa repubblica. Ma il
magistrato della repubblica è anche più infido del mare: soldati e
marinai tornano, ma a piedi; il vascello non più; venduto a L. Magio e
L. Fannio, dichiarati poi nemici di Roma, esso va in corsa da Sinope a
Dianium, dalla Spagna al Mar Nero!
E guai a muoverne pure lamento! Lettere di Dolabella arrivano e
impongono che non se ne parli, che se ne cancelli la traccia dagli atti
pubblici, che tutto insomma torni nel buio[362].
[Verre tutore.]
Ma Verre andava omai a vele spiegate ed era la fortuna che gli gonfiava
la vela. C. Malleolo, il questore, viene ucciso ed è una doppia eredità
che tocca a Verre, la proquestura, che Cn. Dolabella gli affida, e la
tutela del figliuolo dell’ucciso: doppia eredità; chè anche la tutela
può, in certi casi e con certe persone, valere come un’eredità.
Qui, a dir di Cicerone, sarebbero cominciate quelle esimie baratterie
nelle compre del frumento a un prezzo designato dalla stessa legge che
ne ordinava l’acquisto (_emptum_, _imperatum_), e nelle riscossioni
fatte in luogo del frumento da fornire al pretore ed al suo seguito
(_aestimatum_), che poi in Sicilia assunsero così larghe proporzioni.
Nè si tratta di tentativi tanto timidi, se fu poi addebitato un
profitto di tre milioni di sesterzî a Dolabella per frumento, cuoi,
sacchi, panni, che avrebbe dovuto prendere e non prese, avendone in
cambio danaro[363].
E il tutore del pupillo valeva quanto il pubblico amministratore. C.
Malleolo, uomo senza scrupoli, per affermazione dello stesso Cicerone
faceva il paio con Verre ed era ricco di masserizie, di servi, di
crediti verso le città. In tutto questo panno ora Verre avrebbe
tagliato a suo agio, senza discrezione: de’ vini, che quegli aveva in
gran copia, pensò a rifornire le sue cantine; tutte le argenterie,
gli schiavi, o che si raccomandassero per la bellezza dell’aspetto
o per particolari attitudini, li prese per sè ed i crediti li fece a
poco a poco sfumare tra le sue mani. Egli avrebbe esatto due milioni e
cinquecentomila sesterzi, ma di dare i conti non se ne parlava; messo
alle strette dalla madre e dall’ava del pupillo, perchè dicesse almeno
quanto aveva portato, parlò di un milione, poi, per uno scambietto di
cui non possiamo comprendere nulla, come nulla mostrava di comprenderne
Cicerone, con una dolosa cancellatura, il milione si trovò ridotto
a seicentomila sesterzi, che apparivano dati al servo Crysogono
ed accreditati al pupillo Malleolo, senza che nemmeno si fossero
integralmente versati[364].
[Verre e Dolabella in giudizio.]
Quelli della provincia erano i giorni della gazzarra; ma, mentre il
lampo dell’oro e lo strepito de’ tripudî rendeva il governatore ebbro,
e come un ebbro sicuro di sè stesso, quelle lagrime di manomessi, di
spogliati, di violate talvolta si addensavano lontano, a Roma, per
iscoppiare loro, sul capo, al ritorno. Era il fuoco del purgatorio
non acceso, oltre la vita, da una trascendente giustizia divina; ma
qui in terra, e non dalla pietà verso i provinciali, ma dall’invidia,
dall’avidità delusa, dall’ira di parte, dall’ambizione, da tutto il
vento delle passioni insomma, che vi soffiava dentro, facendo di quei
giudizî una fiamma da tregenda. Un M. Scauro della famiglia degli
Aurelî[365], più probabilmente che di quella degli Emilî[366], è
forse quello stesso che Cicerone poco innanzi nomina come questore in
Asia[367] e che colà poteva avere avuto notizia de’ fatti, giovane
d’anni ma astuto e corrivo alla vendetta, si faceva nell’anno 78
accusatore di Dolabella, chiedendogli conto del suo governo di Cilicia.
Quanta parte nel malgoverno aveva avuta Dolabella? quanta ne aveva
avuta Verre?
Cicerone tendenziosamente ne vorrebbe addossare tutta a questo la
soma, facendone quasi il solo responsabile degli stessi fatti, di
cui Dolabella riportò condanna: un’esagerazione, comoda certamente a’
bisogni della causa, ma manifesta sì per la diversa posizione de’ due e
sì per le stesse parole di Cicerone, quando fa intervenire Dolabella a
metter la polvere sugli atti di Verre od a sperderne la traccia[368] e
quando egli stesso, per induzione, arriva a concludere che se Dolabella
ne fu l’autore, Verre ne fu l’esecutore materiale[369]. È chiaro in
ogni modo che se il governo della provincia avea dovuto farne due amici
e la concordia era sopravvissuta anche alla spartizione della preda,
ora nel giudizio l’istinto della propria conservazione dovea farne
due avversarî; e M. Scauro, intento sopratutto a colpire Dolabella,
trasse naturalmente partito da questa posizione di cose, anche
senza quell’anticipato e perverso accordo, che forse può essere una
posteriore induzione di Cicerone[370].
Cicerone fa colpa anche a Verre di non aver resi i suoi conti prima
della condanna di Dolabella; eppure nulla vi era di più giusto.
La responsabilità anche amministrativa di Verre e la sincerità de’
suoi conti dipendevano direttamente dal grado di responsabilità di
Dolabella e dalla provata verità delle sue attestazioni in giudizio;
era impossibile parlare di resoconto, mentre si disputava se Dolabella
avesse oppur no ricevuto, e se Verre gli avesse dati cinquecento
trentacinque mila sesterzî, e se alla sua volta Verre avesse ricevuto
altri duecento trenta duemila sesterzî non riportati ne’ suoi registri,
e di frumento un altro milione ed ottocentomila sesterzî parimenti
non riportati. Può darsi benissimo che ne’ suoi registri Verre avesse
trascurato d’iscrivere i crediti verso Q. e Cn. Postumio Curzio e che
avesse pure in Atene versato nelle mani di P. Tadio quattro milioni
di sesterzî[371]: in ogni modo da quel processo, donde correva rischio
di riuscire come un accusato, ne uscì immune. Fu a proposito di questo
giudizio che Verre dovette trattenersi in Roma tre giorni[372], la sola
dimora da lui fatta in città dopo l’esercizio della sua questura, a
quanto almeno dice Cicerone; e, se ciò è vero, questa sua breve fermata
e la lunga assenza valgono anche a togliere credito a’ maneggi che
Cicerone gli attribuisce nella causa di Dolabella.
[La pretura di Verre.]
Dove fu e che cosa fece, dopo ciò, per più che tre anni? Poichè era
questo il tempo in cui la parte mariana, rifatta ardita dalla morte di
Silla, faceva una nuova levata di scudi in Italia e maggiore anche e
più fortunata nella penisola iberica; è probabile che Verre non restò
inoperoso e contribuì a sostenere le sorti della parte aristocratica
di cui era un campione. È notevole che Cicerone per questo triennio e
più non gl’imputa niente di determinato, e, benchè dica che la cronaca
cittadina non cessa di occuparsi di lui e non per festeggiarlo, non è
improbabile ritenere che, durante la sua lontananza, gli echi di fatti
suoi non commendevoli, che aveano potuto ripercuotersi nel processo di
Dolabella, si andarono spegnendo, e con essi, come per chi è lontano
suole appunto avvenire, molte ire e rancori.
Quando Verre tornò a Roma nel 679 (75 a. C.), vi tornò per essere
elevato ad una delle più alte cariche dello Stato, a quella che,
se poteva essere seconda in importanza ad un’altra, poteva in
dignità ritenersi non seconda ad alcuna. Verre divenne pretore.
Fu tutta opera della corruzione elettorale e di nient’altro che
della corruzione? Cicerone lo dice nella forma più esplicita e tale
che non ammette repliche. Trecentomila sesterzî distribuirono per
suo conto i _divisores_ ed ottantamila n’ebbe l’accusatore perchè
recedesse dall’accusa[373]. Certamente il credere alla corruzione
non è fare ingiuria nè all’uomo, nè a’ tempi; l’uno e gli altri anzi
lo suggeriscono; ma non bisogna neppure dimenticare che un uomo come
Verre, duro, inesorabile ostinato e senza soverchi scrupoli, era per la
parte in cui militava, e lo mostrò, uno strumento non trascurabile, ed
il potere della parte aristocratica, allora prevalente, va pure tenuto
in conto. Comunque ciò fosse, quando il suo nome uscì trionfante dal
voto dei comizî, egli dovè sentire tutto l’orgoglio e la gioia di chi
è salito così alto che non ha se non da tendere la mano per afferrare
il supremo fastigio del potere. Anche la sorte lo favoriva; egli era
pretore urbano[374].
Strumento ed artefice al tempo stesso della legge, egli si assideva
oggi in Roma come l’arbitro della giustizia civile; e, tra un
anno, l’aspettava la provincia, dove, questa volta, con autorità
incontestata, e se dio voglia, con migliore fortuna avrebbe compiuta
quello che aveva fatta ed anche quello che forse non aveva fatto
Dolabella.
Ma dunque, o Cicerone, è un pirata che si accampa nel fòro di
Roma?[375].
Il pretore — occorre appena rammentarlo — non era semplicemente
l’esecutore della legge, stretto dalla parola di essa in determinati
confini ed a spiegare l’opera sua soltanto caso per caso. Fra gli
elementi che concorrono all’esplicazione della coscienza e della vita
giuridica romana, il pretore è l’elemento più vivo ed operoso, e il
suo editto è lo spirito innovatore che svolge le istituzioni e le
leggi antiche e le adatta alle nuove condizioni di vita; deriva da’
nuovi rapporti economici e sociali le nuove norme giuridiche e segue
assiduamente Roma in questo allargamento progressivo della sua sfera
di azione ed in questa graduale fusione della civiltà cittadina con
la civiltà universale. Quanto più vasto il compito adunque, tanto più
facilmente irto di pericoli, fecondo di errori; ed il rimedio a tutto
non era in una espressa disposizione di legge, ma piuttosto nella
natura transitoria del provvedimento, nel divieto al suo adempimento
opposto da un magistrato di potere uguale o maggiore, nel limite
sopratutto che ciascuno dovea sapere imporre a sè stesso. Ancora
un freno di meno: l’editto non era il programma del candidato, che
diveniva legge poi per l’eletto; ma uno schema, neppure rigorosamente
obbligatorio, del pretore designato ad entrare in funzione. Che cosa
non dovea prestarsi a divenire un tale ufficio nella Roma del settimo
secolo, divenuta il mercato del mondo, in quella gara intemperante di
ambizioni, d’interessi, di cupidigie, e come doveva essere ben saldo
sulla sua sedia curule il pretore per resistere a quel cozzo, e quante
volte vi restava saldo? E che cosa ne fece Verre? Che pagina scrisse
egli in questa storia sì gloriosa, se guardata a grandi tratti, della
pretura romana? L’opinione di Cicerone è risaputa: la pagina che Verre
vi scrisse, fu quale l’avidità potea suggerire, la malafede dettare,
e l’insipienza scrivere. Designato pretore non fece che tessere tutta
una rete piena di viluppi per tenderla poi ne’ giorni dell’uffizio:
tale è il suo editto. Non è nemmeno la manifestazione di uno o di un
altro concetto giuridico; è, così, un ingegno messo insieme per prede
predestinate. E Cicerone, al giorno del giudizio, ne strappa via alcuni
nodi e alcune maglie per agitarli innanzi a’ giudici e al popolo, onde
tutti li vedano, tutti concepiscano il resto.
[L’eredità di P. Annio.]
P. Annio Asello è morto, che era ancor pretore C. Sacerdote, il
predecessore di Verre: non avea che una figliuola e la legge Voconia,
rogata secondo la data più probabile[376] novantaquattro anni innanzi,
nel 585 (169 a. C.) dal tribuno Voconio, favente Catone, avrebbe potuto
toglierle o limitarle il diritto ereditario; ma egli non era censito
ed il diritto ereditario della figliuola così resta salvo. Pure così
non pare a Verre. Giacchè vi è un L. Annio, erede secondo chiamato,
a quanto dice Cicerone, Verre lo fa venire a sè, si accorda con lui,
ed ecco introdotta nell’editto una regola interpretativa della legge
Voconia, e con effetto retroattivo per giunta, per cui la figliuola di
P. Annio vien dichiarata incapace di succedere al padre e l’eredità si
devolve a L. Annio[377].
[L’eredità di P. Trebonio.]
P. Trebonio muore lasciando varî eredi, tra i quali un suo liberto
e, poichè suo fratello A. Trebonio è proscritto e non può essere suo
erede, impone agli eredi istituiti di giurare che farebbero in modo
di far arrivare ad A. Trebonio almeno la metà di ciascuna porzione
ereditaria. Gli eredi, consapevoli della legge Cornelia che interdiceva
qualsiasi aiuto al proscritto, vanno da Verre, mostrano l’impossibilità
legale del giuramento e sono immessi nel possesso dell’eredità: più
ingenuo il liberto presta il suo giuramento e ne è escluso[378].
Ancora. Muore durante la pretura del predecessore di Verre, di C.
Sacerdote, C. Sulpicio
[L’eredità di Sulpicio Olympo.]
Olympo ed istituisce suo erede M. Ottavio Ligure, uomo di posizione
molto elevata per nome, qualità personali ed opulenza. M. Ottavio
Ligure era stato già immesso nel possesso dell’eredità dal pretore
C. Sacerdote, quando l’anno appresso, sotto la pretura di Verre, la
figliuola del patrono di Olympo si fa a chiedere la sesta parte della
sua eredità. Nell’assenza di M. Ottavio, il fratello Lucio, e con lui
altri amici e parenti, cercano tutelare il suo interesse: L. Gellio
ne assume il patrocinio, sopravviene in fine lo stesso M. Ottavio e
cerca far intendere a Verre le sue ragioni e che il suo editto non
può avere effetto retroattivo e via; ma Verre gli fa intendere alla
sua volta, senza ambagi, che non è questione di argomenti giuridici e
disquisizioni legali, è soltanto questione di quattrini[379].
Cicerone dice di poter evocare seicento sentenze almeno, che hanno in
sè stesse l’impronta della corruzione[380]. Si trattava di una realtà
o di una amplificazione? Non è punto difficile propendere per questa
seconda opinione.
Che che ne dica Cicerone, i tre casi innanzi esposti, che sono i tre
esempi addotti da Cicerone, non sono tali da far dire che Verre uscisse
assolutamente fuori della legalità, decidendo come decise.
[Verre e la _lex Voconia_.]
Noi non possiamo dire di conoscere veramente bene la legge Voconia,
giacchè le notizie, che su di essa ci sono pervenute, sono in parte
incomplete, e in parte contraddittorie[381]. Due tratti dello stesso
Cicerone, che si riferiscono ad essa[382], se a qualcuno sono sembrati
atti ad essere conciliati[383], ad altri sono sembrati assolutamente
repugnanti. E discordanti sono ancora sembrati un luogo di Gaio[384],
ed un altro di Cicerone[385], che si riferiscono non alle regole
dell’eredità, ma a quelle de’ legati, imposte dalla legge Voconia.
Stando alla relazione che l’epitome liviana (l. c.) dà della legge
Voconia, il procedimento di Verre sarebbe stato affatto conforme al
precetto legislativo; giacchè il divieto di istituire erede una donna
sarebbe stato generale e non limitato a’ cittadini aventi un censo
maggiore di centomila assi. Ma forse potrà ritenersi che l’epitome, per
lo stesso sforzo di essere compendiosa, sia riescita monca; e sia. Sia
dunque il divieto limitato come Gaio[386] vuole a’ testatori aventi
un censo superiore a centomila assi. Di che cosa Cicerone fa colpa a
Verre? Non già di avere escluso a torto dalla successione di P. Annio
la figliuola perchè unica; bensì di averla esclusa a torto, perchè
suo padre non era censito. Anche qui l’uso della parola «censito» ha
generati alcuni equivoci sulla legge Voconia; quasi che per Cicerone,
essa si riferisse a tutti i censiti, non a quelli della prima classe
soltanto. Il concetto di Cicerone non è questo: egli intende dire
semplicemente che P. Annio, se fosse stato censito, sarebbe stato
annoverato nella prima classe; ma egli non era stato censito. E perchè
non era stato censito? Nessuno ce ne dice categoricamente la ragione;
ma, rammentando le fasi cui andò soggetta la censura dopo Silla, che,
se non l’abolì di dritto, l’abolì di fatto[387], intenderemo facilmente
che P. Annio, il quale forse appunto in quel giro d’anni avrebbe dovuto
essere censito, non fu iscritto per la mancata redazione delle nuove
liste. Ciò posto, nell’applicazione della legge Voconia, doveva aversi
riguardo al vecchio censo od alle nuove mutate condizioni di fatto?
È chiaro che il diritto pretorio specialmente, che aveva uno scopo
eminentemente pratico, dovea attenersi a questa seconda norma; e a
questa si attenne Verre. Che P. Annio fosse un uomo facoltoso, risulta
da tutto il complesso della narrazione di Cicerone, e questa, cui si è
accennato, è la maniera più probabile di spiegare come egli non fosse
compreso nel censo. E nel caso suo doveano trovarsi anche più e più
altri; e la legge Voconia sarebbe stata praticamente elusa, anche più
che non si tentasse di fare con altri mezzi[388]; onde il provvedimento
di Verre, anche volendo disputare sulla sua legalità, era in ogni modo
giusto.
Ed allora sembra che non vi fosse nemmeno ragione di parlare di un
effetto retroattivo arbitrariamente dato da Verre alla norma da lui
stabilita. Anzi tutto il divieto della retroattività non fu mai così
assoluto, specialmente nella sua pratica applicazione[389], come si
potrebbe credere; e sopratutto, quando si poteva trattare di norme di
ordine pubblico, nel novero delle quali bisogna far entrare la legge
Voconia. Per giunta poi, qui non si trattava di una nuova legge, ma di
una interpretazione di una legge già esistente e di un suo adattamento
alle innovate condizioni dello Stato; e non si vede quindi sino a qual
punto si potesse parlare di effetto retroattivo e di violazione di
diritti quesiti.
[Verre e la _lex Cornelia de proscriptis_.]
Che se poi si guarda alla condotta di Verre nell’altro caso, nella
successione di P. Trebonio, la sua giustificazione è più che mai
evidente. Se infatti la _lex Cornelia de proscriptis_[390] vietava
qualunque aiuto a’ proscritti, ne confiscava tutti i beni e li
rendeva perfino incapaci di ereditare nelle successioni legittime; il
testamento di P. Trebonio offendeva direttamente quella legge. Che
doveva fare Verre in tal caso? Per quella norma giuridica appresso
anche più recisamente prevalsa, per cui la condizione illecita negli
atti di ultima volontà non gl’invalida, ma ne resta invece invalidata,
l’eredità bene ricadeva a quegli eredi che, consapevoli della legge,
non giurando, mostravano di non osservare la condizione apposta al
lascito; e Verre gl’immise senz’altro nel possesso dell’eredità.
Quanto al liberto, Cicerone stesso riconosce, che, col suo giuramento,
se fece atto di ossequio alla volontà del suo patrono, fece del pari
cosa contraria alla legge; soltanto sembra intenda che Verre avrebbe
del pari dovuto immetterlo nel possesso ereditario, curando poi con
un’azione indipendente di sottoporlo alla pena conveniente e privarlo
anche dell’eredità per la violata disposizione di legge. Ma, se anche
tutto questo lungo rigiro poteva rispondere al rigoroso schematismo
della procedura ed alla lettera delle leggi, era nell’indole del
diritto pretorio di giungere allo stesso risultato per via più spedita,
e non di altro poteva farsi colpa a Verre.
[Verre e il diritto successorio de’ patroni.]