di convegno di tutti i popoli che si erano disputato l’imperio del
Mediterraneo; e, pure decisa la lotta a favore di Roma, restavano
ancora tutte queste diverse razze, diverse consuetudini, diverse norme
giuridiche a fondere insieme, ed intanto occorreva renderne possibile
la coesistenza.
Inoltre, ruinato il ceto agricolo romano ed italico, e fattosi
vorticoso il crescere del proletariato e dato allo Stato, dopo
i Gracchi, quell’indirizzo, che metteva tra i suoi compiti
l’alimentazione del proletariato cittadino; la Sicilia, sino alla
conquista dell’Egitto uno de’ maggiori granai d’Italia, avea per
la vita politica ed economica, per la sussistenza stessa di Roma
un’importanza capitale. Il particolare sistema di amministrazione
della Sicilia (Cicerone non si stanca mai di ripeterlo e di farlo
intendere) era in teoria tale che l’interesse suo e quello dello Stato
dominante erano intimamente connessi. La prosperità crescente della
Sicilia voleva dire una decima più abbondante, il frumento _imperatum_
comperato a miglior prezzo e, con l’aumento dell’importazione e
dell’esportazione, una quota più alta di tributi indiretti.
Ma l’ordinamento provinciale della Sicilia, per quanto Roma avesse
cercato favorirlo, per necessità di cose e di tempi, non avea punto
evitati tanti di quegl’inconvenienti, che ne impedivano il completo
sviluppo economico; e, tanto più potea essere naturale l’opera pratica,
adattata a’ singoli casi, del governatore, che rendeva meno sensibili
alcune asprezze, che attenuava o s’ingegnava di eliminare alcuni mali.
Il sistema d’impedire alle diverse parti della provincia di trovare in
se stessa un centro, a cui fortemente riconnettersi, e quello di creare
barriere tra parti e parti della provincia, per far sì che propositi
di autonomia non sorgessero, o non venissero messi in atto; erano cose
a cui i Romani non aveano saputo, nè potuto rinunziare interamente
nell’amministrazione della Sicilia. Di qui tanti di quegl’inceppi, che
non poteva fare a meno di comprimere lo svolgimento di tutte le sue
attività.
Benchè ci avvenga d’incontrare un _commune Siciliae_, è affatto da
escludere ogni organizzazione regionale. Tutte le città vivevano
ciascuna a sè, trovando il proprio centro, fuori dell’isola, in Roma,
e, nell’isola, in colui che ne era il rappresentante, nel governatore.
V’era un più stretto legame tra alcune città, ma erano le diciassette,
che s’erano mantenute sempre fedeli a Roma; ed i rapporti più stretti,
che le univano, aveano semplicemente carattere e scopo religioso.
A ciò si aggiunga che la classe dominante romana avea vivo l’interesse,
chiaro il disegno di attrarre a sè, come più poteva, tutte le fonti di
ricchezza e, come meglio le riusciva, di monopolizzarle.
Di tutta l’azione di questi diversi interessi pubblici e privati, la
Sicilia sentì vivamente gli effetti e con danno della sua economia.
Se il _commercium_ interdetto ad ogni altro sul territorio di
Segesta[296] dipendeva non da altro che dalla sua condizione di
città libera, che la facea considerare come uno stato indipendente
anche rimpetto a’ Romani; quello che lo stesso Cicerone ci dice di
Agrigentum[297], mi pare possa ben dar luogo a supporre che tra città
e città si erano elevate barriere, ed era impedito o circoscritto il
_commercio_ ai cittadini di una in un’altra città. E, pur ritenendo che
la natura del suolo provinciale, sia di città censorie che di decumane,
non ammetteva ne’ detentori un diritto di dominio, non è detto che
anche il semplice trasferimento del possesso non potesse essere più
o meno limitato dal divieto o dalla mancanza d’ogni riconoscimento
giuridico. Ne nasceva allora che, posti tali inceppi, i cittadini
romani, che, come tali, aveano il _commercium_ nelle città soggette di
Sicilia, poteano vittoriosamente fare agli altri la concorrenza.
È sicuro in ogni modo che campi ed aziende agricole siciliane vennero
in buona parte, nelle proporzioni e sotto forma di latifondi, in
mano di cittadini Romani, i quali, menandone innanzi la coltura,
si avvalevano del lavoro servile, e davano luogo ad una industria
agricola, che, diretta ad esaurire gli uomini impiegati ed il suolo,
ruinava l’agricoltura e fomentava quel malessere che divampò due volte
nelle guerre servili.
La produzione nel primo terzo del primo secolo si è fatta
ascendere[298] in tutta la Sicilia ad otto milioni di medimni (ogni
medimno siciliano è di litri 52,392)[299] di frumento e quattro milioni
di medimni di altri cereali; ma, considerando che la sola decima del
frumento delle città decumane ascendeva a cinquecentomila medimni,
potrebbe fors’anche il computo portarsi più alto[300].
Intanto, secondo calcoli che naturalmente possono accettarsi solo
come approssimativi[301], la popolazione che, tra la fine del quinto
e il principio del quarto secolo, ascendeva a circa 800000 abitanti e
appresso avea avuto un incremento e sotto Agatocle avea potuto salire
ad un milione; colla morte del tiranno avea cominciato a decadere, e
se, ristabilita la pace dopo ottanta anni di guerre, la regione riavea
sotto i Romani un periodo di relativa risurrezione economica, era
il numero degli schiavi che cresceva in proporzione assai notevole,
assai più che innanzi non fosse stato, sino a pareggiare il numero de’
liberi.
A lenire alcuni inconvenienti, a stornare alcuni mali, ad esercitare in
tutto un’azione benefica, potea giovar molto l’opera del governatore,
fornito, così com’era, di largo potere; e, del pari, se mosso da
impulsi diversi, potea recar molto male.
Di settantasei de’ governatori della Sicilia, che esercitarono
l’ufficio loro prima di Verre, noi abbiamo notizia[302]; ma dell’opera
ivi spiegata da loro, specialmente quando non si riferisce ad imprese
di guerra, poco sappiamo. Di M. Valerio Levino, primo tra i governatori
dell’intera Sicilia, sappiamo bensì che cercò di svilupparne la
produzione anche artificialmente, incitando personalmente[303], alla
coltura del suolo.
In questa provincia fu mandato come governatore, settantesimosettimo di
quelli a noi noti, C. Verre.
V.
HOMO AMENS AC PERDITUS?
Chi era C. Verre?
[Le Verrine.]
Lo scrittore, il poeta, l’oratore, l’artista sono anche tanti
giustizieri. In questo arruffìo quotidiano della vita, mentre essi,
gravati dell’incommodo bagaglio delle loro idealità, passano assai
spesso punzecchiati, derisi, angosciati; gli uomini piccoli, che per
la loro stessa natura non perdono mai di vista la terra, s’insinuano
in tutti i meandri del multiforme inganno umano, tendono reti e stanno
in agguato, ghignando, sugl’improvvidi che vi cadono, scavano ad
altri la terra sotto i piedi; e da questo lavorio di tutti i giorni
assurgono pieni di oro e di fango, carichi di uffizî e di onori, e,
tra l’incenso, che loro sale alle nari e le maledizioni che si perdono
inascoltate nell’aria, arrivano freschi, riposati, sereni al termine
della loro giornata terrena.
Ma se essi inciampano il poeta, lo scrittore, l’artista, in un’ora
della vita in cui il loro cuore è colmo d’infinita amarezza, il
poeta, lo scrittore, l’artista, che sanno anche essere giustizieri,
li acciuffano con la mano febbrilmente potente, e sulla fronte,
insolitamente rivolta verso il cielo, imprimono come un suggello il
marchio della condanna.
Si spengono allora gli echi dolenti delle angoscie che essi
suscitarono; scompare fin la traccia delle ville sontuose e de’ palagi
superbi, onde guardarono con piglio insolente sul mondo e sulla vita;
le statue, ch’essi si eressero, vanno in pezzi; ma vive ancora nel
verso, nell’orazione, nel libro il povero clandestino epigramma, che
anonimamente ronzava intorno a loro; e, raccomandati all’opera di chi
li fece eterni, passano alla posterità cinti di un nimbo d’infamia,
monumenti vivi dello stridente contrasto tra la gente che impera e
quella che langue, esempî di tanti altri, che vissero della loro vita e
godettero della loro fortuna.
Tale è la sorte di Verre. Non son molti davvero i personaggi
dell’antichità, specialmente di ordine secondario, delle cui gesta
possiamo dire di sapere tanto come di Verre. Ma tutto quello che
sappiamo di lui, sgorga da una fonte sola, e questa non è una
fonte spassionata ed impersonale; anzi è un atto di accusa, dove la
narrazione si trova incastrata tra invettive, sarcasmi, dileggi.
E, quasi che ciò non bastasse, l’accusa non è soltanto la reazione di
un’anima offesa dallo spettacolo dell’ingiustizia, ma, che che Cicerone
faccia per attenuarne l’effetto, è l’assalto di un avversario ed un
atto coordinato a tutto un piano di condotta politica e destinato ad
avere un’azione immediata sugli avvenimenti politici del tempo.
Pure, benchè la fonte sia così unilaterale e ci manchi generalmente la
possibilità del controllo, convenientemente usata ed interpretata, ci
dà modo di formarci un concetto non incompiuto dell’uomo e del tempo.
Chi ha qualche volta osservato l’indole e le fasi dello svolgimento de’
drammi giudiziari, come usa chiamarli, ha veduto come spesso, nelle
mani di chi accusa o difende, i fatti vengano abilmente svisati ed
affermati o smentiti secondo un preconcetto disegno. Ma tal’altra volta
i fatti son tali, o così provati, che si contende piuttosto della loro
importanza e della interpretazione a cui possono andare soggetti, ed
allora anche un’accusa od una difesa può esser un documento storico di
notevole valore. E questo sembra sia il caso delle «Verrine». In esse
per giunta troviamo riflettuto, sia pure per farne strazio, tutto il
sistema di difesa di Verre, e di tratto in tratto ci è dato gettare uno
sguardo sull’ambiente esteriore, e conoscere ciò che si operava dietro
la scena e da quali impressioni era dominata e come si moveva la folla,
che, assistendovi, partecipava anch’essa a questo così importante
episodio della vita romana.
Accanto a qualche esagerazione ed a qualche interpretazione forzata, da
alcuni particolari stessi che non hanno diretto rapporto con l’accusa,
balza fuori in qualche modo la figura dell’accusato. Da tutto l’insieme
di dati piccoli e grandi, da quella sfida cinica alla giustizia ed
all’opinione[304], da quella furberia talvolta sino infantile[305]
e da quella cieca e sventata imprevidenza, da quella passione
delle opere di arte morbosamente irresistibile[306], da quella sua
irritabilità[307] che, eccitata reagisce feroce, da quella sua rapacità
che diventa crudeltà, da quel suo furioso entusiasmo della libidine e
dell’orgia[308], e da quella sua incontinenza che non conosce confine,
si ricompone — se tutti que’ dati son veri — una figura di delinquente
quale la scienza moderna[309] lo concepisce: un tipo di degenerato
morale, che da un lato si ricongiunge alla follia e dall’altro presenta
come un ritorno atavico dell’uomo primitivo, del selvaggio. Tra la
civiltà greca, in mezzo a cui vive, egli appare veramente il tardo
nepote de’ favoleggiati compagni di Romolo, assertori del diritto della
forza, rapitori di donne, banditi; o come un’anticipazione di quello
che sarà tra un secolo Nerone, amatore dell’arte cieco ed impotente,
che vuol trasportare nella vita un suo grande sogno di lusso e di
piacere e, dominato da invincibili impulsi, piega e spezza tutto quanto
si para come un ostacolo al suo egoismo armato del potere.
E insieme alla figura di Verre viene a galla tutto un altro gruppo
di figure, quale intraveduta appena, quale sbozzata e pur chiara; e
tutta una serie di concetti morali dominanti la vita pubblica e la
privata, e i buoni e i cattivi istinti della folla e l’ambiente stesso
della vita giornaliera de’ dominatori e dei soggetti; tutto un momento
insomma della vita romana, che il processo di Verre rievoca e ricompone
intorno a Verre, fatto centro di tanti interessi, ire e passioni,
che, compenetrandosi con la sua sorte e la sua persona, le danno una
particolare importanza storica.
[C. Verre e la sua famiglia.]
Chi egli fosse e da quale famiglia uscisse, non parve sempre, nè
a tutti ben chiaro. Il nome romano, che ha la particolarità di
determinare così bene un uomo ne’ suoi rapporti pubblici e privati,
nelle sue relazioni famigliari e di schiatta, appare in C. Verre,
piuttosto che monco, suscettibile di ambigue interpretazioni. Fu
creduto anche che Verre fosse solo il cognome, e il nome gentilizio,
per tutto taciuto, fosse Cornelio; ma è invece il contrario ch’emerge
dal testo stesso di Cicerone[310], e si può affermare con sicurezza che
quello di Verre fu un nome gentilizio[311], e, cosa del resto non rara,
egli non ebbe cognome. Nè il nome stesso ha il carattere eccezionale,
che da principio si sarebbe inchini ad attribuirgli, se può ritenersi
soltanto come una forma più antica di Verrius[312], della cui schiatta
la famiglia di Verre potrebbe così essere stata un ramo, distratto
sempre più dal tronco comune.
Vi sarebbe qualche motivo per credere che non potesse già vantare
parentele illustri e potenti[313]; in ogni modo era nobile[314]. Suo
padre, C. Verre anch’esso[315], dovea aver nome d’insigne manipolatore
di elezioni e vivea in una cerchia d’incettatori di voti[316],
incettatore egli stesso, addestrando nell’arte, perchè non si perdesse,
altri membri di sua famiglia, un Q. Verre[317] per esempio, della tribù
Romilia.
Malgrado ciò, o forse per ciò, non gli mancò un posto nel senato.
Sua madre avea comune la schiatta ed il nome con Q. Tadio[318].
Questi i congiunti che avea per parte de’ suoi genitori. Il suo
matrimonio appresso lo legò con vincoli di affinità a Vezio, cavaliere
romano[319]: un legame non sappiamo di qual genere e tra chi, lo rese
anche affine de’ Metelli, ma solo alla vigilia del suo giudizio[320].
Di qual famiglia fosse il genero non sappiamo. L’anno della sua nascita
ci è del pari ignoto, ma sapendo della sua morte avvenuta, e non per
causa naturale, nel 43 av. C. e che, pretore in Sicilia era padre di un
figlio presso ad uscire dall’adolescenza e di una figliola già fatta
sposa[321]; possiamo da tutto ciò argomentare che all’epoca della sua
pretura probabilmente egli doveva avere un’età non maggiore o di poco a
quella richiesta per covrire l’ufficio.
Egli dunque dovè fare con rapidità e con fortuna la sua carriera, a cui
si preparò non con pazienza di studî e nobile esercizio di vita; ma,
piuttosto, sulla scorta dell’esempio paterno e, conforme all’indole dei
tempi, emergendo nel lieto pandemonio delle gazzarre cittadine.
Non si logorò proprio negli studî; e se Cicerone non lo calunnia
anche in questo[322], non trovò nemmeno il tempo di acquistare una
conveniente cultura, neppure quello di apprendere il greco, cosa
relativamente comune per gli uomini del suo stato. Ma Cicerone
certamente esagerò anche questa volta.
In ogni modo da adolescente si sarebbe annunziato, quale sarebbe poi
stato maturo. Cicerone fa le viste di non volersi occupare della sua
vita di adolescente; ma ciò non è che un artifizio retorico; ricorrendo
alla figura della preterizione, trova benissimo il modo di rievocare le
orgie notturne e la gioventù spesa tra lenoni, biscazzieri, mezzani, e
i buchi fatti al patrimonio paterno; quella sua prima milizia non ricca
che d’ignominie, e in cui profuse oro insieme ed onori; tutta insomma
l’impura adolescenza che ora si rinnovava nel figliuolo[323].
[La questura di Verre.]
Questo stesso suo modo di vita non doveva essergli d’impedimento
a salire nelle nuove condizioni della vita romana e specialmente
nell’infuriare delle dissensioni civili; e lo vediamo infatti entrare
nella vita pubblica come questore[324] del console Cn. Papirio Carbone
nella lotta della parte mariana e sillana. Cicerone gli fa tener questa
carica quattordici anni prima della causa e, benchè, secondo quella
che ad alcuni può parere la più usuale maniera di contare, si sarebbe
aspettato che avesse detto quindici[325], riesce evidente che intendeva
riferirsi all’anno 84 a. C.[326].
Il fatto che Cicerone lo fa restare questore ancora sino al sacco
di Rimini[327], il quale non potè accadere che nell’82, e ad anno
abbastanza avanzato, ha dato origine ad una viva controversia
sull’epoca vera della questura di Verre; onde, mentre qualcuno[328]
l’assegna all’anno 84, altri[329] l’attribuisce all’anno 83, ed
altri[330] ancora all’anno 82. Che Cicerone assegnasse l’entrata di
Verre in carica all’anno 84 è fuor di dubbio e non pare lo facesse per
una svista, giacchè egli si ferma molto alle particolarità del fatto,
rileva il nome di L. Scipione, siccome quello del console succeduto a
Cn. Papirio Carbone e mostra di ben conoscere il seguito de’ fatti di
quegli anni, che del resto si erano svolti sotto i suoi occhi.
D’altra parte per l’allusione al sacco di Rimini, per la menzione de’
conti resi a P. Lentulo e L. Triario[331], questori nell’anno 81, si
deve pure ritenere, che nell’anno 82, C. Verre occupava l’ufficio di
questore.
Di fronte a questi fatti restano prive di valore le opinioni
unilaterali di quelli che vorrebbero far valere la data di un anno
o quella di un altro, e pare si debba pensare ad una prorogazione
dell’ufficio o ad una rielezione di Verre all’ufficio di questore;
cosa tanto più probabile in quanto avrebbe fatto riscontro appunto alla
reiterazione del consolato di Cn. Papirio Carbone[332].
Cronologicamente dunque la notizia di Cicerone non offre materia ad
appunti: merita bensì di essere accolto con ogni cautela il giudizio
che dà del modo onde l’ufficio fu gerito e degli incidenti che
l’accompagnarono. Verre infatti nell’anno 82 si staccò dalla parte
mariana per aderire alla sillana, e Cicerone non ha parole sufficienti
per bollare più e più volte questa sua defezione[333]. A sentire il
suo accusatore, prima di tutto C. Verre non fece questa apostasia
per considerazioni politiche, ma semplicemente a scopo di rapina.
Infatti da’ conti resi della sua questura appariva com’egli dovesse
avere ancora presso di sè seicentomila sesterzi, quanti costituivano
la differenza tra il denaro ricevuto e lo speso, e, intanto, a’ suoi
successori non seppe darne altra giustificazione se non d’averli
lasciati a Rimini, dove a cagione del sacco doveano essere andati
perduti[334]. Ora come accadessero le cose, noi non siamo in grado di
dire; ma si può ben dire che la giustificazione di Verre non menava
univocamente a quell’interpretazione che Cicerone le dava. E tanto più
apparisce parziale, quanto più passionato ed esagerato è il biasimo che
Cicerone getta su Verre, indipendentemente da ogni ragione di furto,
pel semplice abbandono del suo console.
Per averne un chiaro intendimento occorre mettere in relazione quel
fatto con altri avvenimenti del tempo stesso. L. Cornelio Silla era da
poco sbarcato in Italia e già dalla parte avversa molti cominciavano
ad inclinare verso di lui. L’esercito di L. Scipione abbandonava il suo
comandante e si rendeva a Silla[335], e colle vittorie de’ suoi legati
e l’affermarsi della sua fortuna, la demoralizzazione e la sfiducia
entravano nel campo nemico; e le diserzioni spesseggiavano tanto
più, quanto l’uomo, _a’ suoi benigno ed a’ nemici crudo_, sapeva con
tutte le arti del fascino personale e con tutte le minacce della più
inesorabile vendetta attrarre a sè gli uomini[336]. Se qualche cosa è
notevole, è precisamente questo: che Verre potè ancor tanto tempo dopo
la venuta di Silla in Italia restare fedele alla sua parte, e non passò
all’avversario, se non quando la sua parte si andava ormai dissolvendo
senza rimedio e i suoi interessi di Romano e di nobile lo gettavano in
braccio a Silla; e probabilmente non si poteva dire ch’egli abbandonava
il suo console, ma che il suo console abbandonava lui e l’esercito e la
sua parte, cercando in Africa uno scampo[337]. Il peggio che in questo
può dirsi di Verre è che, al pari di tanti altri, in questa e nelle
posteriori guerre civili, anch’egli finì per obbedire a quel senso
dell’opportunità, che, se oggi è perfino il programma e la bandiera
di un partito, fu sempre come la bussola de’ moltissimi che, nella
vita civile e nella politica, in ogni tempo ebbero a supremo scopo
all’esistenza il salvataggio della borsa e della pelle.
Verre potè dire d’aver assicurato l’una cosa e l’altra. Silla lo
mandò nel Beneventano tra i suoi amici, per diffidenza come vuole
Cicerone[338], per ragione di uffizio, se come è lecito dedurre dalla
resa di conti fatta a’ questori dell’anno successivo, egli tenne la
carica sino alla fine dell’anno[339]. Silla in ogni modo, com’era
natura dell’uomo, lo beneficò e lo protesse, e Verre potè andare
innanzi nella sua carriera. A Roma dopo questa sua questura, rimase
appena tre giorni[340], occupato del resto, come sembra, in missioni ed
incarichi, probabilmente nel Beneventano.
[La legazione e la proquestura di Verre.]
Due anni dopo, nell’anno 80, Cn. Dolabella di parte aristocratica,
stato l’anno innanzi pretore, va come propretore in Cilicia ed, a
proprio legato, non sa eleggersi miglior compagno di Verre, e dopo
la morte del suo questore C. Malleolo gli affida anche la gestione
della questura in sua vece[341]. Che legazione e che proquestura! Qui
Cicerone aggrava la mano e fa Verre responsabile non solo di quello
ch’egli potè commettere, ma di quello altresì che commisero il suo capo
ed i suoi dipendenti. Che cosa in verità fece di suo proposito e per
suo conto, che cosa come ministro del propretore? Noi non lo possiamo
sapere completamente. Dolabella era ornai tramontato dall’orizzonte
e a Cicerone fa commodo addebitare tutto a Verre, anche quello di
cui Dolabella era stato riconosciuto colpevole in giudizio[342],
ricorrendo ad induzioni ed illazioni, invocando la testimonianza
di gente danneggiata e stizzita, o disposta ad accusare anche per
propria difesa[343]. In ogni modo, se anche alcuni fatti non ebbero
origine in un preconcetto disegno, ma furono l’incidente di una notte
di crapula[344]; se in alcuni atti egli fu il braccio allungato di
Dolabella, non bisogna durar molta fatica per ammettere che il suo
passaggio, più che quello di un legato del popolo romano, dovè sembrare
talvolta quello di qualche infortunio[345]. Soltanto, di questi
infortunî in pellegrinaggio si era destinati a vederne più d’uno.
I Dolabella erano di razza rapaci e fraudolenti[346] e C. Malleolo,
il questore, era tutt’altro che un puritano[347]. Un uomo dal senso
morale molto mediocre, come era Verre, non poteva proporsi altro
che di accomodarsi alle leggi dell’ambiente e farne suo pro, e così
fece. A quella scuola egli apprese e ritenne per poi, se mai, emulare
o superare i maestri. Era, pare, la sua prima scorsa su’ poderi del
popolo romano ed egli vi faceva, come è dire, il suo noviziato; per
non perdere tempo anzi incominciò dal viaggio. La sua casa era ancora
poco adorna di statue greche, e la selvetta che la circondava sarebbe
stata lieta di porgere le sue ombre alle divinità elleniche[348]; i
provinciali aveano ancora molta lana da potersi tosare e, se anche un
colpo di forbici arrivava alla pelle, ciò li avrebbe resi più umili;
e, finalmente, a lui che usciva dalla guerra sillana, gli ozî di Marte,
dio infido e terribile, doveano parere utili a propiziarsi Afrodite, e
tutte le avventure galanti della provincia poteano fornire un diletto,
lieto a godere oggi e bello a narrare domani.
[Il viaggio.]