Perchè un popolo sia veramente soddisfatto della sua condizione politica

e civile, conviene ch'esso si accorga di progredire sulla via della

prosperità materiale, come su quella dello sviluppo intellettuale. Se

malgrado le compiute conquiste della libertà, della indipendenza e di un

seggio onorevole fra le altre potenze, il popolo riscattato conosce di

scendere di giorno in giorno più rapidamente il funesto pendìo della

povertà; se si avvede della inutilità dei mal diretti e mal concepiti

suoi sforzi per migliorare la sua sorte; quando pure questo popolo non

avesse contratto sotto il già franto giogo il malaugurato vizio della

intolleranza, e la tendenza ad imputare tutte le sue sventure al

governo, ed a' suoi maggiori in generale; quando pure fosse libero da

ogni pregiudizio e da ogni preconcetto errore, non saprebbe obbliare i

suoi patimenti per godere degli acquistati beni. E qualora il possesso

di quelli stessi beni gli venisse contestato, esso non ne risentirebbe

nè quel dolore, nè quello sdegno, che avrebbe risentito se i patimenti

suoi proprii non ne avessero assorbito pressochè tutta la sensibilità. —

L'eroismo che ne fa dimenticare noi stessi e gli attuali nostri dolori,

per godere della prospettiva delle gioie e dei trionfi che l'avvenire

serba in premio ai pazienti, non è tal cosa che si possa chiedere alle

moltitudini; e perchè queste non sono dotate della facoltà

dell'astrazione, e perchè difficilmente sanno imaginare ciò che ad esse

prepara l'avvenire. Se dunque vogliamo vedere le popolazioni italiane

affezionarsi alle istituzioni che le reggono, ed alla nobile, alla

splendida esistenza che le aspetta, dobbiamo applicarci senza indugio a

medicare ed a cicatrizzare le loro piaghe, ed a guidarle verso uno stato

materiale meno penoso di quello in cui si trovino oggidì. Quando avremo

fatto qualche passo su questa nuova via, quando avremo condotto le

moltitudini in luoghi da cui sia ad esse dato di scorgere il ridente

aspetto delle contrade ad esse destinate, le vedremo prender lena e

coraggio; come fece un tempo il popolo ebreo, quando stanco e scorato

del suo lungo pellegrinaggio attraverso il deserto, fu da Mosè condotto

sulle alture in vista della terra promessa, ed ammirò schierate fra le

sue tende i maravigliosi prodotti del paese di Canaan. — Che facciamo

noi? Perchè non seguiamo l'esempio del legislatore ebreo? Noi tentiamo

di condurre le nostre popolazioni attraverso il deserto che circonda la

terra fertilissima della libertà e della moderna civiltà; ma siamo guide

silenziose e maestri intolleranti; facciamo le meraviglie perchè

l'ardore di chi ne segue non si sostiene al pari del nostro,

dimenticando che l'aspettativa del futuro, la quale alimenta la nostra

costanza, non conforta le moltitudini. — Noi tolleriamo di buon animo le

privazioni e i sacrifizi, perchè ne vediamo il termine, e sappiamo che

cosa ne debbono fruttare; ma il popolo lo ignora, e quando esso ci vede

camminare innanzi, ed invitarlo a seguirci per le balze e dirupi sotto

la sferza del cocente sole, che asciuga i ruscelli e le fontane, quando

ci vede innoltrarci nel deserto con fronte serena e con passo animato,

esso ne sospetta di pazzia, o talvolta ancora di tradimento. Perchè non

lo confortiamo? perchè non cerchiamo di rianimare le sue forze con quel

farmaco stesso che sostiene le nostre? Noi gli abbiamo detto: siete

liberi, e la libertà è la bella cosa che vedete. Perchè non dirgli

invece: queste sono le vie che conducono al libero ordinamento della

civile società, questi sono i confini che dividono le schiavitù dell'età

di mezzo dalla bene regolata libertà dell'età nostra e dell'avvenire?

Varchiamoli animosi, con passo veloce, senza cedere nè agli stenti, nè

alla stanchezza, sicuri di trovare conforti e compensi non appena saremo

giunti al termine del nostro viaggio. — Se così gli parleremo, lo

vedremo tosto rasserenarsi; e forse fra non molto troveremo in lui,

nelle sue forze, naturalmente superiori alle nostre, quell'appoggio che

ora siamo in debito di prestargli, e di cui per avventura potremmo

quando che sia alla nostra volta abbisognare.

Ricordiamoci dunque, che le moltitudini non possono mantenersi

costantemente affezionate ad un ordine di cose da cui non traggono alcun

benefizio materiale, nè qualche fondata speranza di futuri e prossimi

vantaggi. — Sforziamoci di migliorare la sorte delle classi più povere

delle nostre popolazioni; e sino a tanto che tale miglioramento non sia

da esse effettuato e conosciuto, mostriamo loro le conseguenze che

risultar debbono dalle istituzioni nostre, e come fra non molti anni

possiamo sperare di porre in fuga gli ultimi avanzi della popolare

miseria, della popolare ignoranza e barbarie. — Presentiamo al nostro

popolo una imagine succinta e fedele della società a cui lo vorremmo

guidare; mostriamogli nell'avvenire l'unione delle varie classi sociali,

ossia l'associazione loro all'intento di sollevare il povero dal peso

della sua miseria e della sua ignoranza: non già col vieto e

limitatissimo mezzo dell'elemosina, che operata largamente, come

dovrebbe esserlo per ottenere un sensibile cangiamento nelle condizioni

del povero, avrebbe per effetto d'impoverire il ricco, con che si

porrebbe fine all'intero sistema dell'elemosina; ma con ciò che a quel

sistema deve sostituirsi nell'avvenire, ossia coll'associazione dei

capitali, degli elementi industriali, e degli artigiani che forniscono

al commercio i prodotti dell'industria loro. Il principale oggetto di sì

fatta associazione sarebbe di sopprimere le spese superflue, e i

disonesti guadagni di coloro che oggi dispongono dei capitali, e che

dirigono l'industria al solo fine di arricchire sè medesimi, ingannando

i compratori, a cui dispensano mercanzie guaste o scadenti, non

concedendo al povero artigiano che quella minima paga che basti a

sostenergli miseramente la vita, per abbandonarlo poi alla carità degli

ospedali e dei luoghi di ricovero, tosto che la gioventù e la forza ne

sono esaurite.

L'Inghilterra maestra di tutto ciò che tende al perfezionamento

dell'industria, ed allo sviluppo della carità bene intesa, (non già

della elemosina), possiede un gran numero di tali associazioni; ed il

concetto loro è così penetrato nella intelligenza di ogni classe di

persone, che la miseria non vi si trova quasi mai, se non unita ad un

eccesso d'immoralità, di perversità e di corruzione, che ne spiegano

abbastanza la torbida sorgente. — Un artigiano laborioso ed onesto, la

cui famiglia, per quanto possa essere numerosa, segua l'esempio dal suo

capo, è sicuro di non trovarsi mai al disotto di una modesta agiatezza;

e per poco che la sua intelligenza si apra e si eserciti, o che le

circostanze gli sieno favorevoli, egli può sperare di giungere in breve

tempo ad un certo grado di ricchezza, al quale pervenuto ch'ei sia,

nulla osta al suo innalzamento fra quei Cresi della industria britannica

che destano la meraviglia del mondo intero. Imitando le associazioni

filantropiche dell'Inghilterra, ed adattandole al carattere ed alle

speciali condizioni nostre, noi otterremo i medesimi effetti, senza

sagrificare altro che i disonesti speculatori e i loro illeciti

guadagni. — E partecipando sin d'ora alle nostre popolazioni l'intento

nostro, le nostre mire e le nostre speranze, infonderemo loro il

coraggio di seguirne attraverso gli sterpi e le spine, che ingombrano

tuttora la nostra e loro via.

Quando il popolo sia convinto che il risultato finale dei nostri sforzi

e l'oggetto delle nostre istituzioni, è il suo maggior bene, cesserà

senza alcun dubbio dal mostrarsi indifferente e dal mettere in dileggio

quelle istituzioni e tutto ciò che noi difendiamo, sosteniamo e

comprendiamo sotto il nome di libertà. Egli si affretterà al contrario

di studiare il significato delle parole da noi usate e delle cose da noi

commendate, per conoscere in qual modo gli è concesso di prendervi

parte, affine di agevolare il compimento dei nostri disegni, e gli

elettori si recheranno puntualmente ai loro collegi, per dare a sè

medesimi dei rappresentanti atti ad ordinare delle buone e provvide

leggi, che assicurino il destino della nazione. — L'istituzione della

Guardia Nazionale, invece di essere considerata come una vessazione

governativa, sarà giustamente considerata come una garanzia pel paese, e

cesseranno dal maledirla. E così di tutti i funesti pregiudizi, che ora

offuscano la mente delle nostre popolazioni, e le rendono intolleranti

di un civile reggimento.

Quando il nostro popolo abbia imparato a giudicare sanamente le

intenzioni degli speculatori disonesti, che vorrebbero trasformare il

nostro nazionale riscatto in una illimitata prerogativa che li autorizzi

a spogliare impunemente altrui di ogni cosa che risvegli la loro

cupidigia, non si lascerà più ingannare da essi come al presente, e più

non crederà che le vessazioni e le spogliazioni, di cui è vittima, sieno

combinate e ordinate dai ministri del re per arricchire sè stessi. —

Quando gli occhi delle popolazioni italiane fossero bene aperti sopra i

raggiri e le menzogne di siffatti speculatori, i loro trionfi avrebbero

fine; e quando essi tentassero di prolungarli, il popolo, conscio dei

loro inganni, potrebbe dar loro una lezione che li disgutasse da nuovi

colpevoli tentativi. Allora, cessando quelli illeciti ed immensi

guadagni, la sorte del povero, alle cui spese si fanno per la massima

parte, sarebbe mirabilmente migliorata.

Per riassumermi dirò, che lo scopo a cui dobbiamo tendere innanzi tutto,

si è lo spargere luce nelle menti delle povere classi delle nostre

popolazioni, onde renderle consapevoli dei loro diritti e dei loro

doveri, e dar loro i mezzi di sfuggire ai sanguinosi artigli degli

spogliatori di ogni genere, che oggi le fanno loro preda. — Le nostre

popolazioni ricevettero dalla natura una intelligenza tanto pronta

quanto retta, che le sforza a seguire il giusto, tosto che lo hanno

veduto e conosciuto. — Con questi due doni della natura, che formano la

parte più elevata del carattere del popolo italiano, come si spiega

l'infinita serie di errori e di pregiudizi, che lo dominano oggi ancora,

e che lo fanno traviare ad ogni passo? Non è questa una irrefragabile

prova che nessuno si è accinto a dir loro la verità? Andiamo sempre

ripetendo, che le nostre popolazioni agricole ed artigiane sono nelle

mani del clero, che le istruisce a modo suo, ed a cui credono

ciecamente; sappiamo che la maggioranza del clero vede di mal occhio,

anzi biasima e condanna tutto ciò che fu fatto in Italia dal 59 in poi,

e nulla tentiamo per togliere al clero le menti ed i cuori delle nostre

popolazioni, e per sostituirci ad esso nella loro confidenza. Di chi

dunque è la colpa, se il nostro popolo è così poco informato delle

massime fondamentali del vivere civile?

Un piccol numero dei nostri possidenti fondiarii incomincia a sospettare

che nessuno possa avere tanto a cuore l'interesse loro quanto essi

stessi. — E perciò, e perchè inoltre il vivere in città è più

dispendioso che il vivere in campagna, questo picciol numero dei nostri

signori abbandona per tempo i conforti e i diletti dei teatri, delle

conversazioni, dei ritrovi, ecc., e si ritira in mezzo a' suoi campi,

nelle sue ville, e fra i suoi villici, per accudire ai lavori che

procurare gli debbono un aumento di entrata. È questo un progresso

compito da questi nostri possidenti; ma il profitto che ne trarrebbero e

i possidenti ed il paese intero, sarebbe di gran lunga maggiore, se un

altro intento aggiungessero a quello di dirigere la coltura dei terreni.

— I contadini di un paese libero non sono unicamente gli strumenti

dell'agricoltura, come gli aratri, le vanghe, i mulini, i trebbiatoi,

ecc. Essi sono le membra del corpo sociale e politico, i possessori di

ogni diritto civile, i produttori della pubblica prosperità, i difensori

della indipendenza nazionale e del buon ordinamento civile, e possono

diventare i rappresentanti della nazione e gli amministratori delle sue

ricchezze.

Queste moltitudini, destinate a così nobile e così splendida missione,

sono quelle appunto che più si lagnano, direi quasi che più abborrono i

rivolgimenti accaduti dal 59 sino ad oggi, e che oppongono una ostinata,

una disperata forza d'inerzia al conseguimento delle nostre mire. — È

egli possibile di attribuire tale stranezza ad altra cagione, se non ad

un equivoco, ad un difetto d'intelligenza in quelle moltitudini

pregiudicate e sdegnate contro chi vuol farsi loro benefattori, e contro

gli stessi benefizi ad esse offerti?

Ora poichè tale equivoco, oltre all'essere evidente, è pure

singolarmente assurdo, e minaccia di diventare funesto alla patria ed

alla nazione stessa, non è forse un preciso, un assoluto dovere per

quelli, a cui spetta d'illuminare le moltitudini perchè istrutti ed in

grado di guidarle rettamente, non è forse loro sacrosanto dovere di

tutto porre in opera affinchè cessi l'equivoco, e cessi al più presto?

Si suol dire, per iscusare la inerzia delle classi educate, nulla

esservi di più difficile, che il mostrare la luce ai ciechi, di

sottomettere alla ragione i zotici, d'insegnare agli ignoranti.

L'impresa può essere ardua, e deve apparire doppiamente tale a chi non

ha mai tentato passo alcuno in quella direzione. Ma le difficoltà non

sono però tali da disanimare la buona volontà di un vero filantropo, di

un vero patriotta, di un vero cristiano. — Ricordiamoci che acquistando

la libertà e l'indipendenza, costituendoci in nazione, ed ottenendo come

tale un posto onorato fra le potenti e civili nazioni europee, abbiamo

acquistato dei diritti non solo, ma abbiamo contratto altresì dei doveri

verso le vicine potenze, e verso noi medesimi. — Siamo stati rispettati

sin quì, dobbiamo mostrarci degni di rispetto. Dobbiamo tollerare con

forte pazienza i mali inseparabili da ogni sociale rivolgimento; non

perdere il tempo e la lena in vani lamenti, in puerili ed irate

recriminazioni, in urti ed assalti reciproci, in garruli od inutili

dibattimenti; ma prefiggerci per iscopo d'ogni nostro atto la

consolidazione di quanto abbiamo fatto, e perchè non potevamo far cosa

migliore, e perchè ciò che abbiamo fatto liberamente non possiamo

ripudiarlo senza confessarci inetti e bisognosi di severa tutela:

confessione che sarebbe troppo umiliante per una nazione come la nostra,

che per tanti anni aspirava ai beni di cui gode oggidì, e che acquistati

appena non ha il diritto di sprezzarli, o di dichiararsene stanca. —

Ricordiamoci che il pentimento nelle nazioni non è virtù, ma debolezza,

leggierezza, o indizio dell'una e dell'altra.

Sforziamoci d'inspirare ai nostri compatriotti, a qualunque classe di

persone appartengano, la tolleranza, la costanza e l'energia. —

Scacciamo le tenebre della ignoranza, che tolgono al povero delle

campagne, come a quello delle città, la necessaria luce; ma mentre

ammaestriamo il povero, non trascuriamo di ammaestrare noi medesimi.

Chi semina la discordia fra i cittadini non è il povero. — Chi sparge

sospetti, proteste e calunnie sui nomi sin qui più onorati del paese

nostro, sì che più non si trovi un uomo meritevole di stima e di

rispetto che assumere si voglia di succedere a chi sottostava alle

ingiuste ed alle assurde accuse de' suoi concittadini; chi operava

simili nefandità non è il povero nè l'incolto. — Chi consiglia agli

elettori di scegliersi a loro rappresentante un avversario dell'attuale

ordine di cose, che non accetta l'incarico affidatogli, o lo accetta per

aggiungere nuovi ostacoli a quelli che già ingombrano la via ove

camminar debbono il governo e il paese, non è nè il povero nè

l'ignorante. — Chi biasima gli operosi, senza additar mai ciò che

sarebbe da farsi, e senza por mano ad opra alcuna, non è il povero, che

si accontenta di ripetere le insulse diatribe de' suoi maggiori. Chi

profetizza, ed annunzia come imminenti, rovinose catastrofi, senza dir

mai come si potrebbero evitare, eccitando così il terrore, lo

scoraggiamento e la diffidenza nell'animo delle moltitudini, non è il

povero. — Dobbiamo farci maestri del popolo, ma dobbiamo altresì

correggere noi stessi, sicchè egli possa vedere in noi il modello di ciò

che esser deve il cittadino di un paese libero.

Mi si potrebbe opporre ch'io raccomando ad un tempo due cose che non

possono camminare di pari passo; cioè che raccomando alle classi più

elevate della nostra società di farsi educatrici delle più povere e più

rozze, mentre dichiaro che le prime abbisognano non meno che le seconde

di una educazione politica, e si potrebbe ancora soggiungere che codesta

educazione io non accenno chi debba ad esse compartirla.

Poche parole basteranno a chiarirmi su tale apparente contraddizione. Se

le modificazioni, ch'io vorrei suggerire alle classi più colte ed

illuminate de' miei concittadini, richiedessero lungo tempo ed ardui

studii per essere effettuate, meriterei invero la taccia di proporre

degli scolari per maestri delle classi più povere e più ignoranti. — Ma

le modificazioni di cui parlo dipendono unicamente dalla volontà di

coloro che dovrebbero eseguirle. — Gli italiani educati e colti sanno

benissimo, che un paese non può governarsi costituzionalmente, se i

cittadini di questo non partecipano al maneggio degli affari suoi; che

non v'ha linea stabile di confine tra i governati e i governanti, ma che

l'autorità passa dagli uni negli altri, secondo le varie circostanze,

secondo pure che si scoprono nuovi cittadini atti ad assumerla e ad

esercitarla. E se gli italiani capaci di partecipare al governo del loro

paese, se ne stanno inoperosi, fuori della sfera in cui si trattano gli

affari, contenti di biasimare chi assunse l'incarico di governare, non è

già perchè essi non sappiano che quando tutti i cittadini se ne stessero

come essi stanno colle mani alla cintola, il governo parlamentare o

rappresentativo sarebbe pel nostro paese una utopia. Non è neppure che

ad essi poco o nulla importi che esista o non esista il governo

parlamentare: ma perchè vanno dicendo a sè medesimi, che gli aspiranti

all'esercizio del potere non sono mai in numero troppo ristretto; che la

loro propria cooperazione non sarebbe di vantaggio alcuno al paese, e

che a loro è concesso di starsene oziosi, sicuri essendo che l'autorità

non difetterà mai di esercenti. — Se v'ha un solo fra i nostri censori

inoperosi, che rimproverato da qualche amico per la sua inerzia, non

abbia tentato di giustificarsi adducendo per argomento la propria

incapacità, e la certezza che non mancano cittadini disposti ad

accettare la responsabilità del governo ed atti a sostenerla degnamente,

si faccia innanzi, e mi dimostri la falsità del mio supposto.

Quando fosse vinta l'inerzia che opprime e domina una gran parte degli

italiani più colti ed illuminati, sarebbero sanate molte delle piaghe

che ne lasciarono i nostri antichi padroni. — Il cittadino, assorto

negli affari dello stato o in quelli dell'amministrazione, non avrebbe

nè il tempo, nè la volontà di volgere in ridicolo e di biasimare tutto

ciò ch'egli vede; e quando avesse contratta l'abitudine di occuparsi di

cose serie, non crederebbe più che gli manchi il tempo di applicarsi

alla educazione delle classi povere ed incolte. Insomma le nostre classi

illuminate ed istrutte sono atte a reggere lo stato, ed a guidare la

pubblica opinione, che abbandonata a sè medesima, troppo spesso è

soggetta ad errare; sono atte in una parola ad educare il popolo ed a

perfezionare sè medesime, purchè così vogliano. — Così risolva la

volontà loro, e le sorti del nostro paese seguiranno un corso regolare e

placido, nè inciamperanno ad ogni passo negli ostacoli che loro

suscitano pochi spensierati o maligni oppositori.

Sia vinta l'inerzia che ne tiene prostrati, e tosto vedremo chiarirsi il

nostro orizzonte. Gli elettori si recheranno ai rispettivi loro collegi,

e manderanno al parlamento, non già dei nomi in qualsiasi guisa famosi,

ma degli uomini assennati, versati nel maneggio degli affari, onesti e

prudenti. — Allora il parlamento si dividerà in una maggioranza

compatta, e in una minoranza che servirà a mantenere la maggioranza

sulla retta via. — Allora i ministeri sapranno su chi possono

appoggiarsi, e formeranno progetti che spereranno di condurre a buon

fine. — Allora cesseranno le deplorabili scene di violenza e di

disordine, che alcuni degli attuali nostri deputati suscitano a bello

studio, perchè le considerano come una incontestabile prova del loro

ascendente. — Furono eletti perchè avevano fatto parlare di sè, ed ora

mettono sottosopra il parlamento per mostrarsi non inferiori a sè

stessi. — E gli uomini assennati di cui abbonda l'Italia permettono tali

scandali!

Sia vinta l'inerzia che ne tiene prostrati, ed il popolo imparerà a

fidare ne' suoi rappresentanti, e nei maestri che a lui spontaneamente

si offriranno per renderlo atto a trarre dalla libertà la materiale

prosperità a cui ha diritto. — Allora saremo veramente liberi ed

indipendenti, quando pure Roma dovesse rimanere, per qualche tempo

ancora, in balìa del Pontefice. — Allora saremo ricchi, perchè non

avremo bisogno di spendere ingenti somme per combattere la noia compagna

dell'ozio, e perchè la ricchezza dello stato ci consolerà delle scemate

nostre ricchezze. — Allora avremo degli speculatori onesti, e delle

speculazioni che arricchiranno i singoli leali speculatori, e con essi

il paese. — Allora progrediranno le nazionali industrie, perchè i

capitalisti le sosteranno, e gli artigiani vi lavoreranno con zelo

indefesso.

Gli stranieri conosceranno quali tesori di forza, di costanza e di

patriottismo serbi tuttora questa povera terra, tanto calunniata e

derisa, e che sembra talvolta voler giustificare le accuse di cui è

fatta bersaglio. Vere ed incalcolabili sarebbero le conseguenze di

questo primo passo sulla via della pubblica salvezza. — Faccia ognuno

ciò che sa e sente di poter fare, e nel giudicare della propria

attitudine non si lasci ingannare dall'amore dell'ozio, ma faccia di sè

uno scrupoloso e serio esame.

Questi sono i risultati verso i quali tutti dobbiamo tendere, nella

misura delle nostre forze e della nostra capacità. — Abbiamo creduto

troppo ingenuamente che, dopo le vittorie del 59 e del 60, le cose

nostre avessero a progredire da sè sole, senza forviarsi mai, e senza

che alcuno si prendesse la briga di guidarle. — Da quell'epoca in poi

abbiamo deviato non poco; e se non vi si pone pronto rimedio, potremo

trovarci in breve smarriti nel deserto. Per buona sorte però non abbiamo

ancora perso di vista la diritta via. — Torniamo senz'altro indugio ad

essa, e non consentiamo mai più che vizio o passione ce ne allontani. —

Cessiamo una volta dallo scambiare fra di noi accuse, sospetti e

rimproveri; ma risolviamo invece unanimi e concordi di conservare i beni

conquistati, educando noi stessi ed il popolo ad accrescerli sempre più,

e a trarne quei vantaggi materiali e morali, che simili beni producono

alle nazioni che già da molti anni ne godono, e che sanno giustamente

apprezzarli.

NOTE

[1] Quando io scriveva quelle righe, già si sussurrava di una

tacita resistenza al pagamento delle nuove imposte; ma si sperava

che in essa non vorrebbero persistere ed ostinarsi i napoletani. —

Si cercavano ad essi scuse, e si trovavano facilmente nel fatto,

che sino al 59 i sudditi dei Borboni non sapevano per così dire

che cosa fossero le imposte, nè perchè si decretassero, nè a qual

uso servissero. Tanta ignoranza doveva diradarsi rapidamente, ed

era o sembrava impossibile che una popolazione intelligente e

svegliata come la napoletana non intendesse che le strade non si

aprono, che le scuole non si creano, che la sicurezza e la

tranquillità pubblica non si ottengono senza denaro, e che il

denaro a ciò impiegato deve essere fornito dal popolo che fruisce

di siffatte opere ed istituzioni.

Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire · 第 13 / 14 段