pagare le nuove imposte persuase ai napoletani che, persistendo
essi nella loro resistenza, si manterrebbero immuni da ogni
disturbo fiscale. — Il fatto si è che le nostre provincie
meridionali pagano in effetto circa il 20 per cento della quota
che ad esse spetterebbe di pagare. — I deputati napoletani sono
però fra i più accaniti detrattori del governo italiano, perchè
esso non propone un mezzo facile ed economico di ragguagliare
l'avere ed il dare dell'annuo bilancio. — Nè è da supporre ch'essi
ignorino la principale cagione di quella pretesa incapacità del
nostro governo; ed un bambino non durerebbe fatica a convincersi
che quando il consuntivo non giunge al 50 per cento del
preventivo, il deficit non può essere evitato.
La conseguenza necessaria di tale dissesto è la creazione
incessante dì nuove imposte, le quali non rendendo allo stato
nemmeno la metà della somma aspettata, e ciò perchè circa una metà
degli abitanti del regno non paga la parte sua, rimangono e
rimarranno in perpetuo insufficienti. Intanto l'Italia
settentrionale che, di mala voglia sì ed imperfettamente paga, ma
pure paga, va impoverendosi di giorno in giorno, e potrà fors'anco
cadere in rovina, se le cose continuano su questo piede.
Chi ha pagato i molti milioni impiegati a costruire strade
carreggiabili e ferrovie, a stabilire telegrafi elettrici, a
fondare nuove scuole primarie in tutti i comuni delle provincie
meridionali? chi, se le provincie meridionali stesse non li hanno
pagati, e non li pagano? — Noi non siamo fra quelli che si
figurano il governo come un essere _sui generis_, possedente beni
suoi propri e tesori inesauribili, indipendenti dalle imposte e
dalle somme che ne ritrae. — Se dunque i napoletani fruiscono
gratuitamente dei lavori eseguiti nelle loro provincie, siccome il
denaro che costarono non può provenire da altra fonte che dal
pagamento delle imposte, dobbiamo concludere, che i benefizi
largiti ai napoletani furono pagati dall'Italia settentrionale in
gran parte, e dall'Italia centrale nella misura delle sue forze.
Noi non avremmo desiderato che il governo sospendesse i lavori
intrapresi nell'Italia meridionale, ed aspettasse per condurli a
buon fine che i suoi abitanti si adattassero a pagare le imposte.
— Le opere eseguite e le istituzioni attivate erano necessarie
alla fusione delle varie popolazioni, che è quanto dire al
consolidamento della nostra unità politica, ed è questo uno scopo
che deve essere raggiunto a qualunque costo. Nè ci rifiuteremmo di
pagare i conti dei napoletani anche nell'avvenire, se credessimo
la cosa possibile; ma camminando di questo passo, andremo in
rovina, senza vantaggio alcuno pel paese. Ciò che a noi sembra
urgente si è di ristabilire l'equilibrio tra le finanze delle
varie provincie, insieme con quello degli annui bilanci,
costringendo i napoletani a pagare la quota che ad essi spetta. —
Tosto o tardi sarà necessario adottare tale partito; e le
dilazioni altro effetto non hanno se non di persuadere ai
napoletani che, durando nella loro resistenza, rimarranno
vincitori.
[2] Mentre io stava scrivendo queste pagine, gli avvenimenti
sembravano disposti a darmi una solenne e decisiva mentita. — Un
pugno di giovani imprudenti, sedotti da irreconciliabili nemici
dell'attuale ordinamento delle cose nostre, e guidati da un uomo
il cui nome esercita un fascino singolare sulle giovanili
imaginazioni, fidando sul fatto che la Presidenza del Consiglio
dei Ministri era caduta nelle mani di chi sa persuadere a tutti i
partiti di essere cosa loro, e la cui presenza al Ministero fu
sempre seguita da una sciagura nazionale, levavano lo stendardo
della ribellione, ed irrompevano sul territorio pontificio. —
Confesso che i partigiani del generale Garibaldi formano una
fazione politica, che si appoggia, non già ad un corpo di dottrine
politiche, ma ad un uomo di cui si sono fatti un idolo, quantunque
lo riconoscano scevro di criterio politico, di prudenza, di
sagacità, di tutte le doti infine che costituiscono l'uomo di
stato, e ne lodano soltanto il coraggio, la lealtà ed il
patriottismo: virtù che bastano a meritargli la erezione di una
statua sulla pubblica piazza, ma non ad ottenergli il titolo ed i
diritti di un dittatore. — Il generale Garibaldi ed i suoi
partigiani pretendevano impadronirsi di Roma, cacciarne il
Pontefice, stabilirvi verosimilmente la dittatura repubblicana, e
sostenere quindi la guerra contro la Francia. — L'impresa era così
disperata, così rovinosa, che i romani stessi lo conobbero, e si
astennero dal parteciparvi. — Il successo non era dubbio; ma i
pericoli che tanta caparbietà minacciava alla patria erano grandi
e numerosi. — Il governo nostro trovavasi nella più critica
situazione. — Legato dai trattati, e costretto dalla più volgare
prudenza a non partecipare a tentativi violenti contro il governo
pontificio, esso non poteva nè attaccarlo nè difenderlo, e perchè
la pubblica opinione si sarebbe opposta così all'uno come
all'altro partito, e perchè i trattati non lo autorizzavano ad
intervenire negli stati romani, nè in favore del Pontefice nè in
favore de' suoi avversarii. — D'altra parte, se le nostre truppe
avessero occupato il territorio pontificio, e più ancora se si
fossero portate dentro le mura di Roma, un tal passo ci avrebbe
condotto alla guerra civile, ed alla guerra contro la Francia, che
avrebbe considerato la nostra occupazione a mano armata di Roma
come una sfacciata infrazione ai trattati testè conclusi, e come
un atto di violenza contro il Papa, in una parola come una
conquista; mentre dall'altro lato il nostro governo non poteva
accettare e sanzionare la dittatura del generale Garibaldi, nè
tutti gli atti e le illegalità che da tale dittatura sarebbero
derivati. Le due armate trovandosi a fronte l'una dell'altra, e le
volontà dei rispettivi capi essendo fra loro discordi, non vedo
come si sarebbe evitata la guerra civile, o forse anche lo
smembramento d'Italia.
A tali estremi pericoli ne esponeva la ostinazione e la singolare
imprudenza del generale Garibaldi; e la sagacità che giunse ad
allontanarli non fu per certo volgare prudenza. Anche questa volta
però il grandissimo numero degli italiani, ed i romani pressochè
tutti, diedero nuova testimonianza del buon senso che predomina
nelle nostre popolazioni; poichè nessuno, tranne gli agitatori
incorreggibili cresciuti ed educati nelle lunghe e ripetute
emigrazioni politiche, tranne pochi giovani la cui fantasia si
accende in guisa che ne offusca totalmente il criterio, ed alcuno
forse di quei sciagurati che non si sentono al sicuro se non nel
disordine e nella illegalità; nessuno, dico, approvava l'impresa
del generale Garibaldi e ne desiderava il successo, sebbene lo
scopo di essa, cioè la riunione di Roma al rimanente d'Italia, sia
oramai il principale oggetto dei voti degli italiani.
Questa crisi per buona sorte giunse al suo fine, senza avere
cagionato la rovina che sembrava ne minacciasse; del che devesi
render grazie alla moderazione dell'Imperatore dei francesi, e al
sincero desiderio, anzi al bisogno di pace, che predomina tanto in
Italia quanto in Francia. — Che il governo italiano non potesse
operare come ausiliario di un branco di giovani indisciplinati,
inspirati dai meetings di Ginevra, di Milano e di altre città
d'Italia, di poche bande di volontari le quali portavano inscritti
sulle loro bandiere principii e sentimenti rivoluzionari, e si
dichiaravano seguaci di Mazzini e de' suoi luogotenenti, creando
nelle borgate da essi occupate dei governi provvisorii, che
sapevano di repubblica assai più che di monarchia costituzionale,
ed operando come avrebbero operato prima del 59, cioè come se la
nazione italiana ed il regno d'Italia non esistessero, o ne
ignorassero la esistenza; che il governo acclamato dalla intera
Italia, e che la rappresenta, non potesse entrare in campo come
ausiliario delle bande dette garibaldine, è cosa troppo evidente
perchè possa mettersi in discussione. — E tale evidenza appare
maggiormente ancora, se si riflette che le popolazioni degli stati
pontificii, e la romana in particolare, non si mostrarono per
nulla consenzienti ai tentativi fatti sotto pretesto di liberarle,
e che il successo degli assalitori non avrebbe avuto luogo senza
spargimento di sangue italiano per mano italiana. — Se dunque il
nostro governo, il governo di Vittorio Emanuele, si fosse indotto
ad unirsi ai garibaldini, esso avrebbe mancato ai trattati,
avrebbe condotto i suoi soldati contro gente italiana; e tutto ciò
per assicurare il trionfo di una fazione a lui avversa, e così
debole ed impotente, che a nulla poteva riescire se non coll'aiuto
del regno d'Italia. — D'altra parte il governo del nostro re non
poteva combattere direttamente le bande garibaldine, senza
incorrere in una guerra civile ed imbrattarsi di sangue italiano;
e ciò per difendere diritti ch'esso non riconosce, e contro la cui
legittimità egli si è dichiarato. — Le cose stando in tale stato,
l'intervento francese, sebbene pieno anch'esso di pericoli, era
però il solo mezzo di evitare a noi la guerra civile, e di mettere
il Pontefice al sicuro da una catastrofe, la cui responsabilità
sarebbe ricaduta sulla nazione italiana e sul suo governo. — Ora
che la tranquillità ed un certo buon ordine, compatibile con un
pessimo governo, sono ristabilite, le truppe francesi lasceranno
il paese ove sono una vivente violazione del principio che la
Francia stessa proclamava del non intervento nelle dissensioni
intestine dei vari stati europei. Ma siccome i recenti avvenimenti
hanno dimostrato che la convenzione del 65 tra la Francia e
l'Italia, nei termini in cui fu concepita e redatta, non produce
quei risultati che da essa si aspettavano; siccome il governo
italiano, a cagion d'esempio, non può impedire che il territorio
pontificio sia assalito da bande di volontari, senza combatterle,
ciò che ripugna ad ogni cuore avverso alla guerra civile; nè può
impedire che la città di Roma cada difatto nelle mani dei
volontari o delle popolazioni insorte, mentre i trattati gli
vietano di occupare esso medesimo quel territorio; per questi e
molti altri motivi, la cui enumerazione riescirebbe troppo lunga,
si comporrà un nuovo trattato che ponga al sicuro la persona del
Pontefice da ogni offesa, e garantisca il rispetto dovuto alla
religione della civiltà, a tutto ciò che si riferisce ad essa,
come sarebbero i suoi monumenti, le sue chiese, i suoi ministri,
ecc.
Possiamo dunque sperare, malgrado le immeritate invettive e le
imprudenti dichiarazioni di alcuni fra i ministri ed oratori della
Francia, che codesta nazione, più sensata e più giusta di que'
suoi rappresentanti, rispetterà le costanti e legittime
aspirazioni dell'Italia; e si terrà soddisfatta d'intervenire in
ciò che vi è veramente di universale nella così detta quistione
romana, cioè di assicurare la conservazione della religione
cristiana e cattolica, e di quanto la concerne, lasciando agli
italiani la cura d'intendersi col Pontefice su ciò che appartiene
esclusivamente all'Italia, cioè sulla questione dell'annessione di
Roma, purchè ci asteniamo dall'uso della forza materiale, della
violenza. Riconosciuti una volta i nostri diritti, e posti alcuni
limiti all'esercizio loro, spetterà a noi l'approfittare con somma
prudenza dei nostri vantaggi, mostrarci capaci di contenere i
nostri desideri, e aspettare il momento opportuno per soddisfarli.
— Se l'Italia sa mantenersi nazione libera ed indipendente,
ordinata e tranquilla, sotto un governo costituzionale ed
italiano, che l'Europa ha riconosciuto e rispetta, non v'ha per me
dubbio che Roma debba in breve entrare a parte delle nostre sorti.
L'incertezza si riferisce soltanto al come e al quando sarà
compiuto questo finale e solenne avvenimento; e a tale incertezza
dobbiamo rassegnarci sinceramente, come ad una invincibile
necessità politica e sociale.
Ma perchè tale rassegnazione sia possibile, e porti i suoi frutti,
dobbiamo rientrare nelle vie di una regolare ed ordinata libertà,
e rinunziare alla politica sentimentale, che già troppo sovente ne
fuorviava. — Nessun paese può dirsi libero, se concede ad un uomo,
sia pur esso il più virtuoso ed il più amato, di mettere in non
cale la legge, e di seguire soltanto la propria volontà. — Il re è
sottomesso alla legge, ed alla legge obbedisce. Perchè si permette
al generale Garibaldi di sprezzarla, e di non tenerla in alcun
conto? Egli non aveva che un solo mezzo per conservarsi in una
condizione così eccezionale, ed era l'usarne assai di rado, ed il
non abusarne mai. — Garibaldi invece si è fatto lo stromento di
Mazzini e dei Mazziniani in Italia, e si accinse a realizzarvi i
loro sogni. — Con ciò ne ha posto due volte sull'orlo della guerra
civile e della guerra contro la Francia. — Questi due fatti,
quello di Aspromonte e quello di Monterotondo, lo hanno balzato
dal trono fantastico su cui lo aveva posto la nostra gratitudine,
e ridotto alla condizione di semplice cittadino di un paese
libero; condizione, di cui, mi sia permesso il dirlo, non v'ha
eroe che non possa e non debba tenersi per soddisfatto ed onorato.
Sia dichiarato una volta, e nessuno lo contesti, che Garibaldi
deve obbedire alla legge come ogni altro cittadino d'Italia, non
solo quando l'obbedienza non gli pesa, ma sempre ed in
qualsivoglia circostanza, e che qualora egli tentasse una terza
volta d'infrangerla, sarà richiamato al dovere coi mezzi stessi
dalla legge prescritti. — L'uguaglianza dei cittadini innanzi alla
legge è la prima fra le grandi conquiste che la rivoluzione
francese dell'89 compì sulla tirannide dei governi assoluti, il
principio più fecondo e più benefico della moderna civiltà, e chi
non sa contentarsene e rendergli omaggio, si mostra indegno di far
parte di un consorzio civile e libero.
FINE
INDICE
Al lettore pag. 3
Cap. I. — Situazione politica e materiale d'Italia » 5
» II. — Influenza del passato » 35
» III. — Carattere dell'italiano, sue varietà e
sue conseguenze » 75
» IV. — Spirito di parte » 113
» V. — Nostri doveri » 127
» VI. — Risultati verso i quali tutti dobbiamo
tendere » 133
Note » 149
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (qui/quì, subìto/subíto e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici.