Riflettiamo altresì, che la sola fazione che meriti veramente un tal

nome, e che potrebbe suscitare ne' suoi membri il pericoloso spirito di

parte, è così specialmente costituita, che il suo desiderio più ardente

è quello di nascondere sè stessa, di farsi dimenticare dal pubblico, e

di non accrescere di troppo il numero dei suoi partigiani, per timore di

venire da essi compromessa. La fazione clericale aspetta il suo trionfo

dal tempo, da scaltri maneggi diplomatici e segreti, non da lotte

materiali e violenti. — Noi crediamo al contrario che il tempo impiegato

da essa in intrighi, dissimulazioni e maneggi, sarà il suo più fiero

nemico. — Ma in ogni caso, e qualunque sia l'esito che l'avvenire serbi

alle nostre dissensioni, vero è però che oggidì quella fazione non ne

minaccia imminenti pericoli, ed è totalmente assorta nella conservazione

di sè medesima. Ricordiamo ora a qual segno di acciecamento e di

passione erano giunte le popolazioni della Francia, dell'Inghilterra,

dell'America e di tutti i paesi che attraversarono le burrascose regioni

di un politico sconvolgimento, e renderemo grazie a Dio che maggiori

sciagure non abbia chiamato sul nostro paese lo _Spirito di Parte_.[2]

CAPITOLO QUINTO

NOSTRI DOVERI

Nel descrivere il carattere dei popoli d'Italia, accennando alle cause

che lo hanno prodotto, ed agli effetti che ne derivano, ho spesse volte

ragionato dai doveri che ne spettano; per cui temo di cadere nel corso

di questo capitolo in frequenti ripetizioni dello stesso pensiero. Per

sottrarmi in parte almeno a simile inconveniente, altro non mi rimane

che di ristringermi quanto più posso, e compendiare ciò che dovrò pure

ripetere. — Ho detto, e parmi di averlo dimostrato, che una parte

considerevole delle popolazioni italiane, non è abbastanza educata ad un

libero e civile reggimento; anzi, ch'essa è tuttora ingolfata nei vizi

che risultano da una lunga servitù ad un potere straniero e nemico, che

le tolse o paralizzò a bello studio in essa ogni nazionale e patriottica

virtù, nella scellerata speranza di renderla cieca ed insensibile al

proprio avvilimento, pervertendola a tal punto che fosse incapace di

vivere libera e civile.

Se non riescì interamente nel suo proposito il dispotismo che

dall'Austria si diffuse sull'Italia, vi riescì però in parte; e questo

infelice risultato è appunto ciò che oggi fieramente ne travaglia, e che

dobbiamo distruggere. — Non riescì il dispotismo a farci amare la

schiavitù, la quale al contrario ci divenne di giorno in giorno più

abborrita, in modo che primo nostro pensiero, nostro sogno, nostro

impaziente desiderio, era l'infrangere le secolari catene, e cacciare al

di là delle Alpi ogni satellite del dominio straniero. — Non vi era

sagrifizio che a noi sembrasse tale quando avesse per iscopo la fine

della nostra cattività; e cotesta nostra accanita e costante resistenza

che ci opprimeva, questo nostro inveterato abborrimento del giogo, fu

appunto ciò che ne tenne luogo per molto tempo di ogni altra civile

virtù, che ne ottenne finalmente la simpatia dei generosi, e ne diede la

forza di combattere e di vincere i nostri tiranni.

Riescì in parte nell'iniquo suo intento il dispotismo; poichè partendo

ci lasciò molte piaghe, che le sue catene e le sue sferzate ne avevano

aperte. — Ci lasciò un criterio confuso di ciò che merita il nostro

rispetto o il nostro disprezzo, cosicchè ci fidiamo e diffidiamo di

tutti, secondo il capriccio del momento; un folle amore dell'ozio, che

sotto il dispotismo straniero vestiva agli stessi occhi nostri l'aspetto

di resistenza passiva al non legittimo Signore, d'invincibile ripugnanza

all'idea di servire l'odiato governo, ma che oggi dovremmo gettare lungi

da noi. — Ed invece di ciò, questo sciagurato amore dell'ozio lo

conserviamo gelosamente; e, ciò ch'è peggio ancora, tentiamo di

onestarlo col medesimo pretesto che nei tempi passati poteva essere

giusta ragione per astenerci da ogni ufficio. — E diciamo tuttora, che

siam mal governati, che non abbiamo tutta la libertà che eravamo in

diritto di aspettare; oppure diciamo (ciò che più si avvicina al vero),

che abbiamo troppa libertà, che il governo difetta di forza, di

fermezza, di coraggio, di sagacia, di risolutezza, d'ogni dote insomma

necessaria a ben reggere una nazione; e ne concludiamo, che il nostro

concorso, che l'opera nostra a nulla rimedierebbe, e che non dobbiamo

consumarci senza frutto pel paese. — Pretesti miserabili, pretesti

creati al solo scopo di non ispogliarci di un abito che lusinga il

nostro istinto, nel quale si compiace l'indole nostra.

Altra piaga lasciataci dal dispotismo straniero, come già dissi, è

l'inclinazione ad imputare ogni nostro danno, ogni sventura, ogni

calamità al governo. — Durante la dominazione straniera, il governo

portava l'azione sua in ogni direzione e sopra ogni cosa che gli

sembrasse di tale azione meritevole o bisognosa, senza essere trattenuto

dal rispetto dei diritti altrui nè delle altrui libertà, in una parola

senza essere frenato da legge, da istituzione o costituzione di sorta. —

Un individuo che al governo diventasse sospetto, era tosto o arrestato

ed indefinitamente tenuto prigione, o esiliato, o confinato in qualche

povera borgata di una remota provincia. — Un opificio industriale che

potesse giovare al paese, ma che poteva recare eziandio qualche danno ad

un'altra provincia dell'impero, era dichiarato pericoloso e soppresso. —

Un libro, un dramma destinato a risvegliare nelle popolazioni qualche

scintilla di amor patrio, erano proibiti, e l'autore spietatamente

perseguitato. — In quei tempi si poteva, senza pericolo di errare,

vedere difatto la mano del governo in tutte le sventure che ne toccava

di subire. Ma ora le cose camminano in modo al tutto diverso. — Il

governo non interviene nelle faccende dei privati individui, se non

quando le leggi sono da questi violate; e d'altra parte il governo

costituzionale non è un essere a sè, un essere sui generis, diviso dalla

nazione: egli è il rappresentante della nazione, eletto in modo più o

meno diretto da essa; mutabile di giorno in giorno, non si regge e non

esiste se non col concorso e l'appoggio della maggioranza dei

rappresentanti del paese. — Che cosa significano dunque queste

incessanti accuse che si muovono al governo, come s'egli esistesse a

nostro dispetto o per nostra sventura? Significano una cosa sola: cioè

che noi non intendiamo ciò che sia un governo nazionale, costituzionale

e rappresentativo.

Queste sono le piaghe più profonde e d'indole più maligna che ne lasciò

il passato, rimettendo per brevità di parlare della ignoranza, della

superstizione, e di altri malanni, che ereditammo dai nostri padri, i

quali vissero e morirono schiavi.

Non però tutti gli italiani sono infetti di cotai morbi. — Ve n'hanno

molti, che dalla natura favoriti d'ingegno singolarmente docile e sano,

o di una educazione eletta, o di fortuite e fortunate circostanze,

pensano, sanno e sentono, come pensano, come sanno e come sentono gli

uomini rispettabili dei paesi più inciviliti e più liberi. — Che di tali

uomini non difetta l'Italia, chiaro risulta da tutto ciò che abbiamo

tentato e condotto a buon fine nel corso degli ultimi sette anni. — A

questi uomini spettano ora doveri immensi: ad essi spetta il salvare la

patria dai molti pericoli che le sovrastano, ed a cui la espongono gli

ignoranti, gli oziosi ed i malevoli, funesti prodotti del dispotismo

straniero. — Non v'ha uomo dotato di qualche criterio e di una dose

qualunque di senso comune, che non sia sino ad un certo punto

responsabile dei pericoli che minacciano la patria, e dei danni che a

lei ne possono risultare. Quando gli italiani decisero di strappare

l'Italia allo straniero, e di rimaner padroni della loro terra natia,

assunsero il dovere di guidare il paese in modo tale, che esso potesse

mantenersi indipendente, e prosperare nella sua libertà. — Altrimenti,

cioè se gli italiani assennati ed amanti della patria, che tanto

sacrificarono per dare ad essa l'indipendenza, avessero pensato di

rimanere poi inoperosi e di lavarsi le mani dell'uso che le moltitudini

starebbero per fare della acquistata indipendenza, essi sarebbero

colpevoli non solo, ma positivamente indegni di perdono.

Essi avrebbero esposto scientemente la patria a pericoli maggiori di

quelli che le sovrastavano nel passato, e le avrebbero preparato un

avvenire funesto, che chiamerebbe su essa ad un tempo il disprezzo dei

contemporanei, la pietà dei posteri, e servirebbe di esempio alle future

generazioni.

Mi si risponderà forse che singoli individui, per operosi e desiderosi

del bene che sieno, nulla possono sulle moltitudini. — Io credo invece

che chiunque, per debole che naturalmente sia, acquista una

ragguardevole autorità sulle masse, quando cammini a faccia scoperta ed

a fronte alzata sulla retta via. — Del resto non vedo perchè gli

individui che hanno opinioni, volontà e sentimenti comuni, debbono

rimanere isolati gli uni dagli altri. — Riuniscano le loro forze, si

associno, come già si associarono segretamente quando intrapresero di

liberare la patria. — Quella era una impresa in cui l'individuo era

pressochè impotente, poichè non poteva essere condotta a buon termine se

non colla forza. Allora le associazioni erano interdette; e cionullameno

una trama nascosta ordivasi in tutta Italia, e non so se un solo fra i

patrioti italiani possa dire di non avere appartenuto ad una delle tante

società che avevano per oggetto la liberazione del paese. — Oggi le

associazioni fra i cittadini sono permesse non solo, ma raccomandate e

protette; per cui nessun individuo può scusare la propria inazione col

pretesto che gli sia vietato di operare.

Non registrerò qui per minuto i vari oggetti che tali associazioni

potrebbero e dovrebbero proporsi, variando essi ad ogni passo, perchè in

ogni città, in ogni provincia d'Italia, vi sono dei bisogni speciali.

Dirò soltanto che i popoli sono suscettibili di progresso; e che con

quella medesima facilità con cui gli italiani furono corrotti e

pervertiti dal dispotismo, possono essere emendati ed illuminati dalla

libertà e dalle istituzioni a cui questa serve di base. Osservino gli

uomini assennati di ogni città, di ogni provincia italiana, quali più

funesti effetti produsse nei loro concittadini il dispotismo straniero;

e quindi riuniti, stretti fra loro da patriottico nodo, si accingano a

combatterli, chiamando in loro sussidio il buon senso popolare, che in

Italia così facilmente si risveglia, e dimostrino a tutti la falsità

delle loro credenze, la vanità dei loro sospetti e dei loro pregiudizi,

l'assurdità delle loro esigenze e delle loro pretese, le conseguenze

inevitabili e funestissime della loro condotta, la necessità delle

civili virtù, fra le quali la più cospicua è forse la tolleranza dei

mali individuali, quando questi abbiano per risultato il maggior bene

del maggior numero. — Facciano noto a chi lo ignora, che la libertà e

l'indipendenza di una nazione, già schiava dalla caduta del romano

impero sino ai giorni nostri, non sono beni che si acquistano con poca

spesa e con poca fatica; e che il perdersi d'animo perchè pagandoli si

scema il nostro avere, è un condursi da vile o da spensierato. — E

mentre insegnano a chi le ignora le prime e più semplici verità

fondamentali della vita nazionale e civile, si applichino a rimediare in

qualche parte almeno ai danni reali che cagionano il malcontento delle

moltitudini. — Si aprano dei negozi cooperativi, delle banche popolari,

ed altre simili istituzioni, atte a combattere gli intrighi di certi

capitalisti, che si arricchiscono speculando sulla miseria e sulla

ignoranza del volgo, e mentre l'erario o i varii municipi sono costretti

a gravare di qualche imposta gli oggetti di prima necessità, ne

esagerano pel proprio loro illecito guadagno i prezzi correnti, e fanno

credere al popolo che tale aumento rovinoso per lui sia opera del

governo.

Insomma io vorrei che si formasse in Italia una vastissima associazione,

nella quale s'inscrivessero tutti gli uomini dotati di buon senso, di

patriottismo e di onestà, allo scopo di mettere in comune le loro

facoltà, i loro mezzi ed i loro pensieri, per sollevare il povero dalla

sua miseria, l'ignorante dalle sue tenebre, e per procurare a tutti

l'opportunità di lavorare e di fruire dei vantaggi dell'industria e del

commercio. — E finchè tale immensa associazione sia formata ed eserciti

l'opera sua, vorrei che gli uomini più operosi, più esperti e più colti

delle varie città d'Italia, si unissero e formassero delle associazioni

parziali, tendenti tutte a quel medesimo fine, non tralasciando al tempo

stesso di adoperarsi, anche come semplici individui, a persuadere gli

ignoranti ed i forviati dei loro errori, e del danno che ad essi e al

paese tutto risulta dai pregiudizi loro. — Quando ogni uomo di senno ed

amico del proprio paese abbia scolpito nella mente l'idea de' suoi

doveri verso il paese stesso, quando questa idea gli sia sempre

presente, avrò ottenuto il fine ch'io mi prefissi scrivendo questi

fogli; chè i mezzi non verranno meno a chi persiste nel cercarli, ed è

risoluto di adoperarli quando ad esso si presentino. — Ciò di cui

difettiamo è la costanza della volontà e della risoluzione.

CAPITOLO SESTO ED ULTIMO

RISULTATI VERSO I QUALI TUTTI DOBBIAMO TENDERE

Lo scopo che ogni italiano deve prefiggersi, è la conservazione e la

consolidazione della nostra indipendenza, insieme collo sviluppo delle

nostre libertà, le quali produr debbono la nazionale prosperità.

Queste però sono nozioni troppo generali, e su di cui ognuno conviene,

differendo poi sul significato dei vocaboli libertà, indipendenza e

prosperità nazionale, come pure sui mezzi più atti a procurarne lo

sviluppo. — Credo perciò di dover definire che cosa intendo di

raccomandare a' miei compatriotti, quando li esorto a consolidare la

nostra indipendenza e le nostre libertà, sviluppando queste ultime in

modo da produrre alla nazione il ben essere e la prosperità.

Una nazione può dirsi indipendente, quando nessuna parte del suo

territorio è occupato e soggetto allo straniero, e quando essa possiede

forze e volontà sufficienti per difendersi efficacemente contro chiunque

tentasse invaderne i confini. Perchè una nazione possa dirsi a buon

dritto indipendente, non occorre ch'essa ripudii qualunque influenza

straniera: il che la porrebbe tosto o tardi in ostilità con questo o con

quell'altro de' suoi vicini, ed avrebbe per conseguenza più o meno

remota, di esporre a gravi pericoli la stessa di lei indipendenza. — Ciò

osservo, perchè v'ha in Italia una scuola politica di fierissima

indipendenza, la quale considera ogni atto di condiscendenza verso gli

alleati come un principio di soggezione, e lo biasima come intollerabile

viltà. — Codesti fanatici della indipendenza, vorrebbero che la nazione

camminasse sempre nella direzione che più spiace, più offende, o più

minaccia le nazioni vicine; e se l'una di esse ne fu un giorno benefica,

veggono nella nazionale gratitudine un pericolo per la patria

indipendenza, ed appunto verso quella benefica potenza si volgono con

sospetto e con avversione maggiore, e sono più ansiosi di mostrarsele

nemici.

Le pacifiche relazioni fra le potenze, che si dividono questa parte del

mondo chiamata Europa, sono necessarie alla generale prosperità, e si

alimentano e si mantengono mediante reciproche concessioni, sagrifici e

buoni uffizi. — L'urtarsi di proposito contro chi non ha provocato

l'offesa, non è atto d'indipendenza, bensì di assurda jattanza, e di non

giustificata prepotenza. — L'esagerazione di qualsiasi virtù, così delle

politiche e civili, come delle famigliari o domestiche, si avvicina al

vizio opposto, piuttosto che alla stessa esagerata virtù. — Virtù

significa forza, e non vi è vera forza senza moderazione e giustizia.

Una nazione può dirsi a buon dritto libera, quando non è richiesta di

obbedire ad altri che alla legge, e quando nessun comando abbia forza di

legge sinchè non sia stato dichiarato tale ed approvato dalla

maggioranza dei rappresentanti la nazione. — Queste sono le basi di una

bene ordinata libertà, e possono trovarsi parimenti sotto qualsiasi

forma di governo, cioè monarchico o repubblicano. Se ci scostiamo da

codesta massima, se oltrepassiamo questa linea di confine tra il vero ed

il falso, cadiamo nella confusione e nella contraddizione di noi stessi

e delle nostre dottrine. — Qualunque resistenza incontrino i desideri di

un cittadino, sarà da questo dichiarata tirannica, e gli sembrerà tanto

più intollerabile, quanto è più ardente (non già più legittimo) il

desiderio combattuto. — Si chiamerà dispotica e tirannica la volontà dei

rappresentanti della nazione, che è quanto dire la volontà della nazione

stessa, dimenticando così che l'indelebile carattere del dispotismo, ciò

che distingue l'arbitrario comando dalla legge, è appunto il non essere

quello sancito dalla nazione. — Una legge emanata dal parlamento può

essere improvvida, mal concepita, diciam pure ingiusta, chè non vi ha

modo quaggiù di prevenire radicalmente e sicuramente gli errori o i vizi

degli uomini; ma una legge così fatta non sarà mai, ed in nessun caso,

arbitraria o dispotica. — Gli ultra liberali, che non si accontentano

della libertà come l'ho testè definita, non hanno peranco scoperto il

rimedio specifico contro la umana fallibilità, nè credo sieno avviati

verso tale mirabile scoperta. — Il criterio del giusto e dell'ingiusto

considerati in modo assoluto non esiste quaggiù; esiste bensì quello del

legittimo e dell'illegittimo, ossia arbitrario comando, e ciò è appunto,

come già dissi, l'essere il primo sancito dalla volontà nazionale, e il

non esserlo il secondo.

E di ciò dobbiamo contentarci, per una semplicissima ragione; cioè

perchè è impossibile l'ottenere di più. — Non già perchè la libertà,

quale la sognano gli ultra liberali, sia circondata da tali ostacoli,

difesa e gelosamente custodita da chi vorrebbe defraudarne i popoli, che

impossibile ci riesca l'impadronircene; ma non possiamo ottenerla perchè

non esiste; e ciò che da lungi ne simula l'aspetto, altro non è

veramente che un fantasma, una illusione, che si trasforma in

confusione, in nebbia, nella peggiore delle tirannidi, l'anarchia, ossia

nel libero esercizio di ogni individuale volontà. Di ciò fecero

memorabile esperimento i Francesi quando nell'89 e nel 95 stabilirono,

come criterio e misura della nazionale libertà, la libertà di ogni

singolo individuo.

La libertà come io la intendo sagrifica in una certa misura l'individuo

alla nazione, e non considera quello se non come parte integrale o come

rappresentante di questa. — La libertà come la intendono gli ultra

liberali, la libertà non definita e non definibile, non confessa la

necessità di sagrificare nè l'individuo alla nazione, nè la nazione

all'individuo, ma di fatto li sagrifica ambedue ad una illusione, ad una

falsa dottrina. — L'esercizio dell'assoluta libertà dell'individuo, e di

tutte quelle individuali libertà radunate come in un fascio che

comporrebbero la nazionale libertà, è una di quelle teorie belle e

seducenti per sè stesse, ma che non reggono alla pratica, perchè la

libertà sfrenata di un individuo si urta necessariamente colla libertà

sfrenata di un altro individuo, e tutte queste libertà osteggianti fra

loro, formano non già la nazionale e universale libertà, ma un caos

tenebroso, ove si combatte ciecamente, e si perdono in breve persino le

nozioni del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto, del diritto e

del dovere. Dio ne salvi da una siffatta libertà! — La libertà come io

la intendo è oggi rispettata e stabilita fra noi in tutta la sua

pienezza, e direi anche con troppo rigore per parte del nostro governo,

che ha accettato lealmente la missione affidatagli nello Statuto; e

segue la via che questo gli ha tracciata, senza dipartirsene mai di una

linea. — Lo Statuto, che fu sulle prime accordato al solo Piemonte,

ammette come fatto incontestabile ch'esso debba reggere una popolazione

civile, ordinata, e discretamente istruita, una popolazione insomma

degna delle più liberali istituzioni. — Parmi avere dimostrato nel corso

di questo volumetto, che alcune parti dell'Italia meridionale non sono

ancora giunte a quel grado medesimo di civiltà, che già da molti anni si

osservava nel Piemonte. — Vorrei dunque che le istituzioni, le quali

debbono reggere il Piemonte non solo, ma tutta Italia, fossero

leggermente modificate in guisa da potersi adattare ai vari stadii di

civiltà a cui sono giunte le varie popolazioni. — Nè vorrei che tale

riforma fosse operata dall'autorità governativa; bensì dal parlamento,

che riconoscesse il bisogno di proteggere le popolazioni contro i

proprii loro errori, mentre si stanno educando al governo di sè medesime

e del paese nostro. Nè vorrei che codeste leggieri modificazioni

rivestissero un aspetto di stabilità, ma quello soltanto di misure

provvisorie, e destinate a brevissima vita. — E ciò vorrei, perchè temo

che le nostre popolazioni agricole, non comprendendo il significato e lo

scopo delle nostre istituzioni, si stanchino della parte che ne venne ad

esse affidata, e considerandola come l'effetto di un capriccio

dell'autorità, si astengano affatto dal concorrervi, rompendo così il

buon accordo che risultar doveva dalla esatta osservanza delle

istituzioni nostre. L'Italia, abbiam detto, deve aver cura di mantenersi

libera, e deve far uso di questa sua libertà come di uno strumento per

attivare lo sviluppo delle sue facoltà, o disposizioni naturali, che

spingere la debbono a successi commerciali ed industriali non minori di

quelli che compiono ogni giorno le nazioni più civili e più ricche del

mondo.

Di molti elementi di prosperità difetta però l'Italia. La mancanza

considerata sin qui come incurabile di carbon fossile, ed il caro prezzo

a cui dobbiamo procurarcelo da lontane contrade, è un grave ostacolo

allo sviluppo di ogni industria, e specialmente delle industrie

metallurgiche, le quali richiedono un eccesso di calore, che non si

ottiene se non dal carbon fossile. E questo ostacolo al progresso delle

industrie metallurgiche è una sorgente di danni per tutte le altre

industrie, perchè ne costringe ad acquistare all'estero le varie ed

innumerevoli macchine, che sono il principale elemento della industriale

prosperità di ogni paese. — Altro ostacolo alla nostra commerciale

prosperità, è la circostanza dell'aver noi respinto il sistema

commerciale protettore, come tirannico e vessatorio, e adottato in sua

vece il principio del libero scambio: principio che fruttò

all'Inghilterra vantaggi infiniti, perchè le nazionali sue industrie

essendo già pervenute ad un alto grado di perfezione e di superiorità,

rispetto alle corrispondenti industrie dei continenti europeo ed

americano, essa non teme da queste nè concorrenze nè rivalità. E di

fatto la facoltà concessa alle nazioni tutte, di mandare i loro prodotti

industriali in Inghilterra, senza sottoporli a tassa alcuna, implicando

naturalmente per l'Inghilterra un diritto reciproco, essa si trovò ad un

tratto signora e padrona di tutti i mercati esteri, che invase co' suoi

superiori prodotti industriali. Per tal modo il principio del libero

scambio diventò per l'Inghilterra una ricchissima fonte di lucro e

d'influenza. — Ma la condizione intrinseca dell'Italia essendo appunto

tutto all'opposto di quella dell'Inghilterra, gli effetti che risultare

debbono per essa dall'attuazione del principio della illimitata libertà

di commercio, sarebbero dei più funesti, imperocchè nessuno fra gli

italiani stessi si accontenterebbe dei proprii prodotti, imperfetti,

poco durevoli, costosissimi, quando sapesse di potersi procurare i più

eccellenti prodotti esteri, senza perdere nè più tempo, nè più denaro. —

Quando i prodotti delle industrie straniere ingombrassero le nostre

piazze ed i nostri mercati, le industrie nazionali d'Italia sarebbero

condannate a certa ed imminente rovina, nè potrebbero prolungare d'alcun

poco la loro agonia, se non imitando e falsificando i prodotti degli

altri paesi, cioè vendendo i proprii prodotti come fossero prodotti

stranieri. Ma simili mezzi non valgono ad assicurare la prosperità di

una nazione, nè quella tampoco di una provincia o di una singola

industria.

Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire · 第 12 / 14 段