In tutti i paesi che furono subitamente sconvolti da rivoluzioni

politiche, e che mutarono rapidamente un reggimento in un altro affatto

opposto, rimangono certe memorie, certe abitudini, certe tendenze a

vedere e a giudicare ogni cosa sotto l'aspetto in cui si sarebbero

vedute e giudicate altre volte, certa facilità di obliare gli

inconvenienti del distrutto governo, e di anteporlo a quello che gli è

subentrato, i cui difetti, perchè presenti, appaiono assai più odiosi di

quelli di cui più non esiste che la memoria; e da tutte queste

abitudini, da queste tendenze, da queste memorie nasce una fazione

politica, che ha per oggetto il ritorno al passato, e da cui si dà nome

di retrograda, o di partito della reazione, perchè i suoi seguaci

reagiscono difatti contro il primo e forse esagerato amore dei mutamenti

e delle novità che producono le rivoluzioni. — Questo ritorno alle idee

e al modo di sentire del passato, fu quasi sempre la vera cagione degli

eccessi a cui si portarono troppo sovente i novatori, o rivoluzionari,

perchè il pensiero di ricadere nell'abisso, da cui con tanti sacrifizi,

e con tanti sforzi riescirono di recente ad uscire, sembra ad essi la

maggiore sventura e la più vergognosa catastrofe che mai possa loro

accadere; cosicchè i _retrogradi_ sono dai _novatori_ considerati come

propri nemici e nemici della pubblica salvezza, e fra gli uni e gli

altri si accendono le ire più implacabili e violenti.

Da noi non esiste la fazione politicamente retrograda, e perciò non sono

neppure da temersi gli eccessi dei novatori. — V'hanno bensì taluni che

confrontando l'amministrazione dei cessati governi, o il regolare

andamento della procedura civile, o tale altra frazione del vecchio

ordinamento, con ciò che fu loro sostituito, giudicano le prime

superiori alle seconde; e se tale confronto è fatto da chi abbia

appartenuto all'antica e non appartenga all'attuale amministrazione, può

darsi che la inferiorità di quest'ultima non sia da lui riconosciuta

senza un segreto contento. Ma nessuno fra gli italiani, neppure fra

coloro che hanno perduto, per gli avvenimenti del 59 e del 60, potere e

ricchezze, rimpiange il cessato dominio, ed ardisce desiderarne il

ristabilimento, foss'anco nel più segreto del cuor suo. — Dicesi che fra

i principi e i duchi della corte Borbonica si trovano dei dolenti per

quella antica casa reale, e degli invincibili renitenti all'ordine

attuale delle cose nostre. — Di ciò sono ignara; ma ciò di cui sono

convinta si è, che quei renitenti (supposto che ve ne sieno di fatto)

non sanno precisamente nè che cosa rimpiangono, nè che cosa desiderano.

E se stesse nelle mani di uno di essi l'avvenire del regno d'Italia,

dubito assai che gli reggesse l'animo di distruggerlo. Molte cose si

dicono, che non si direbbero se le parole avessero l'importanza dei

fatti. — Il piangere sulle sventure di una casa caduta dal trono nel

nulla, ha un non so che di poetico e d'innocuo, che può sedurre chi non

ha mai veduto oltre l'esterno delle cose, e non ha mai pensato alla

parità dei diritti concessi da Dio a tutte le sue creature, e per

conseguenza alla somma di benefizi necessari perchè il potere assoluto

dei sovrani sia legittimo o per lo meno giustificato. Ma chi parla senza

riflettere, non opererebbe sempre colla egual leggerezza ed

inconsideratezza. D'altra parte questi divoti agli antichi padroni non

saranno mai in numero sufficiente per formare neppure un nucleo di

fazione politica. Il passato non ha lasciato fra noi che amarissime

memorie, dolorosissime cicatrici; e se a quei malcontenti, che più

aspramente si lagnano del governo italiano, venisse dimostrato che colle

loro lagnanze essi rendono possibile il ritorno del passato, tutti

farebbero silenzio, ed in questo persisterebbero quanto lo permetterebbe

il loro naturale, oltremodo inclinato alla critica ed al biasimo. — Il

solo partito che potrebbe far valere alcun titolo al nome di fazione

politica, ed i cui membri siano veramente sostenuti, animati, e condotti

dallo spirito di parte, si è il partito così detto _clericale_. Questo

sa che cosa vuole, e perchè lo vuole, riconosce dei capi, e da questi si

lascia guidare.

Ogni fazione politica si divide in due categorie: l'una comprende gli

uomini di buona fede, che si sforzano di conseguire un risultato, perchè

lo credono giusto e salutare; l'altro si compone di ambiziosi o di

cupidi, che dal trionfo della loro fazione aspettano il privato loro

vantaggio. — Di questi ultimi non occorre parlare, poichè sono in ogni

tempo e in ogni condizione i medesimi; ma i primi hanno un carattere

proprio, che li distingue dai clericali politici di qualsiasi altro

paese, e di questi parlerò con qualche estensione.

La _fazione clericale_ è naturalmente e in ogni dove la più formidabile

delle fazioni politiche: non solo perchè ne è la più compatta, la meglio

disciplinata, la più docile ai comandi de' suoi capi, e quella i cui

capi sono più prudenti, più accorti e più illuminati di tutti; ma

altresì perchè i faziosi che ad essa appartengono credono, mantenendosi

tali ed operando come tali, di compiere un sacrosanto dovere, e sono

convinti di riceverne quindi una rimunerazione che di gran lunga avanza

ogni terrena, ogni mondana prosperità o ventura. La superiorità di tale

fazione sopra qualsiasi altra è dovuta inoltre alla sua tendenza ad

unirsi e ad associarsi a tutti coloro che piangono altri beni perduti, e

che per un motivo o per l'altro sono a buon diritto annoverati fra i

retrogradi. — Questo nome di retrogradi si applica generalmente ai

clericali, che vorrebbero ricondurre le moderne società ai tempi in cui

il clero primeggiava per la sua superiore istruzione e coltura, e gli

venivano attribuite autorità e virtù speciali, come suoi esclusivi

privilegi. Questa tendenza della fazione clericale ad impossessarsi e ad

inscrivere su' suoi roli tutti i retrogradi, non si verifica nei

clericali italiani del secolo decimonono. — In primo luogo il rinforzo,

che i retrogradi fornirebbero alla fazione clericale coll'unirsi ad

essa, sarebbe di pochissimo momento; ma il discredito in cui sono fra

noi caduti i retrogradi è tale, che la loro alleanza colla suddetta

fazione potrebbe riescirle dannosa ed indebolirla, distaccando da essa

molti de' suoi partigiani, i quali essendo di buona fede vogliono

conservare i beni politici acquistati nel 59, cioè la libertà e

l'indipendenza, segnando loro per limite le prerogative e le immunità

ecclesiastiche o clericali; quelli insomma che sottoscrivono alla

massima del Cavour, _libera Chiesa in libero Stato_, dando però a quelle

parole un significato assai diverso da quello che loro dava lo stesso

Cavour, cioè confondendo la libertà della Chiesa coll'autorità e col

potere de' suoi ministri. — Cavour intendeva dire, che il capo dello

Stato non doveva considerarsi come capo della Chiesa, nè seguire in ciò

l'esempio di Enrico VIII d'Inghilterra, nè quello degli Czar della

Russia, nè di alcuni altri sovrani di nazioni che professano la

religione cristiana riformata; ma che la Chiesa italiana doveva essere

indipendente nelle sue relazioni colle coscienze dei fedeli, e in tutte

quelle cose che non cadono sotto il dominio della legge civile; mentre i

clericali che sottoscrivono al detto, _libera Chiesa in libero Stato_,

intendono che la Chiesa, ossia il clero sia libero di modificare

l'ordinamento politico e civile, opponendosi ad esso quando ciò gli

sembra opportuno, e debba conservare nella sua qualità di clero quelle

immunità e privilegi, di cui godeva nel passato, ed a cui nessun laico

pretende. — Ognun vede quale differenza passi fra codesti clericali ed i

retrogradi, i quali vorrebbero richiamare il passato con tutte le sue

sciagure e le sue vergogne. Ed i nostri clericali sentono così

fortemente il bisogno di appoggiarsi a tale differenza, loro

salvaguardia rispetto alla pubblica opinione, che ne menano gran vanto;

e quand'anco i retrogradi fossero assai più numerosi che non lo sono di

fatto fra noi, credo che i clericali ne respingerebbero l'alleanza,

piuttosto che correre il pericolo di essere confusi con loro.

La rivoluzione, o per meglio dire il risorgimento della nazione

italiana, ha creato un inevitabile antagonismo fra il clero e la parte

laica di essa. — La più apparente origine di tale antagonismo si fu la

quistione romana, cioè la pretesa (giusta a parer nostro) di considerar

Roma come qualunque altra città italiana, di lasciare ai romani la

facoltà di disporre di sè stessi, e di scegliere se vogliono rimanere

sudditi del Pontefice, o unirsi a tutto il rimanente d'Italia, di cui la

città loro sarebbe necessariamente, perchè naturalmente, la capitale. —

Contro sì fatta pretesa insorgeva e protestava la Corte romana,

asserendo esserle il potere temporale affidato dallo stesso Supremo

ordinatore delle cose create, non altrimenti che le affidava l'autorità

spirituale come capo della Chiesa, per gli stessi fini, e per tutto il

tempo che si manterrà questo nostro pianeta e questa nostra razza di

esseri organizzati.

Di tale asserzione si sdegnava alla sua volta l'Italia, e più

fervorosamente sosteneva i diritti dei romani a disporre di sè medesimi

come tutti gli altri popoli inciviliti, a cui la moderna società

riconosce gli eguali diritti. — Così nacque l'antagonismo che tuttora

esiste fra il clero ed i laici d'Italia; e nel suo nascere poteva

trascinarci ad atti violenti, se la Francia non fosse intervenuta a

porre il Pontefice sotto l'egida della propria bandiera. — Ed ora,

sebbene gli abbia levata una tale protezione, la suppliva mediante una

convenzione che ci preclude ogni via di fatto in favore dei diritti del

popolo romano. — Ma questi diritti sussistono, sebbene non sieno

apertamente confessati dalla maggioranza delle nazioni cattoliche, alle

quali conviene verosimilmente che il capo della chiesa cattolica sia in

una condizione elevata e in apparenza indipendente, e non le richiegga

di protezione o di sussidio ogni qual volta l'esigessero le sue

circostanze. — Tale convenienza può essere discussa e sostenuta con

argomenti che hanno certo il loro valore, e si può mettere in bilancia

coi diritti della popolazione romana e cogli interessi dell'Italia

tutta, senza suscitare fra i difensori di quella e dell'altra opinione

nè atti, nè sentimenti di nimicizia. — Ma ciò che eccita lo sdegno degli

italiani, è appunto quel confondere la convenienza politica degli uni e

degli altri coi doveri del cristiano, e quel far intervenire la santità

della religione, e tutto ciò che ad essa ne lega, in una quistione tutta

mondana e politica, benchè interessi il ben essere del clero, e le

prerogative a cui esso non vuol rinunziare. — Di ciò appunto si sdegnano

gli italiani; e se la quistione politica non è degenerata in quistione

dommatica, in uno scisma o in una eresia, dobbiamo renderne grazia al

profondo senso religioso della nazione italiana, che si mantenne sin quì

non meno salda nella convinzione e nella difesa de' suoi diritti civili

e politici, che nella integrità della sua fede. La religione cattolica è

tuttora professata e rispettata dagli italiani, ma il clero è da essi

veduto con diffidenza e sospetto. — Da ciò risulta che la fazione

clericale, sebbene comprenda nelle sue file pressochè tutto il clero,

non conta molti partigiani nella parte laica della nazione, ed ha poca

probabilità di farsi mai più numerosa. — Ora, sino a tanto che il clero

solo propugna i propri interessi, la fazione clericale non può dirsi

veramente fazione politica, o per lo meno non può essere come tale di

molta importanza e gravità. — Il clero superiore, che guida e regge il

basso clero, non manca di prudenza nè di destrezza nella condotta degli

affari di questo mondo; e giudica con bastevole accorgimento lo stato

suo, e le conseguenze che potrebbero avere le mosse avventurate che

alcuni gli consigliano. — Esso intende benissimo che non può tentare

alcun passo sulla via della resistenza aperta, se non ha ottenuto in

prima il concorso di buona parte della società laica; e tale concorso si

sforza di ottenerlo operando sulle coscienze più timorose, ed in

particolare sulle coscienze femminili, e su quelle dei giovanetti, la

cui educazione è ad esso affidata. Ma tali sforzi, sebbene sostenuti con

zelo indefesso, non sono però confortati dalla speranza di un prossimo e

felice successo. — I capi della fazione clericale, e molti dei loro

militi altresì, giudicano assennatamente la condizione loro, e vedono

che l'opinione pubblica, sebbene oscillante e malferma in molte

quistioni che si riferiscono alla nuova vita civile e politica a cui

testè rinacquero gli italiani, non si volge però mai verso di essi con

fiducia e favore. Coloro, i quali difendono i propri privilegi dicendoli

a loro concessi da Dio stesso e per tutti i secoli avvenire, non possono

ispirare confidenza alle nostre popolazioni, tutte intente ad

affrancarsi o rinforzarsi nel possesso dei loro diritti, contro ogni

potere che vanta per sua origine il diritto divino. — Le pretensioni

pontificie ad una teocrazia senza limite e senza fine, suonano agli

orecchi degli italiani come l'ultima e la più esagerata espressione di

quelle consimili pretensioni, sostenute sino ai giorni nostri da tutti i

sovrani assoluti, la cui caduta fu la nostra salvezza.

La fazione clericale ha dunque poche eventualità di felice successo; ed

i suoi capi, saggi ed avveduti, sentono come vacilla il suolo su cui

posano, ed agiscono quindi con somma prudenza e cautela. Noi dobbiamo

aspettarci dai clericali una guerra coperta, mascherata, senza tregua;

ma nulla abbiamo a temere da essi che sappia di violenza, e che ad essi

soltanto imputare si possa. — In una parola, l'ora del risorgimento

d'Italia fu per essi l'ora della decadenza come corpo civile e politico;

al che non si rassegneranno, se non quando alla rassegnazione si

vedranno costretti dalla necessità. Sino a quel momento essi saranno

irreconciliabili nostri nemici; ma nemici prudenti, nemici non per

passione di nimicizia, ma soltanto in quella misura che richieggono gli

interessi loro come classe privilegiata della società e della nazione.

Prima di chiudere questo esame delle fazioni politiche contro cui

l'Italia deve stare in guardia, è necessario ch'io dica alcune parole in

proposito di una di esse, nata recentemente, inaspettatamente, laddove

appunto sembrava che nessuna fazione potesse germogliare; fazione che

nel breve corso di sua esistenza è già stata di grave danno all'Italia,

creando nuovi ostacoli alla libera azione del suo governo, e

risvegliando nelle estere nazioni una certa diffidenza del carattere

italiano, di cui avevano salutato la trasformazione con favore e

simpatia.

Voglio parlare della fazione conosciuta sotto il nome della

_Permanente_, e che si compose sulle prime di un gran numero di

cittadini torinesi, sdegnati sino al delirio dall'inaspettato annunzio

della convenzione stabilita fra i governi d'Italia e di Francia, per la

quale la sede del nostro governo si trasferiva da Torino a Firenze. —

Gli animi inaspriti, le menti offuscate e forviate dall'ira, non

ascoltarono che la voce della passione, e giunsero sino a sospettare,

che dico? ad affermare come cosa provata e certa, che il Piemonte era

ceduto alla Francia, e che la partenza di Vittorio Emanuele da Torino

altro non era che il prologo alla entrata che vi farebbe in breve

Napoleone. — Lodi sieno rese al Piemonte, che non seguiva l'impulso dato

dalla sua capitale, ma rimaneva freddo e dolente spettatore delle

lugubri, sebbene puerili scene, che insanguinarono Torino nel settembre

del 1865.

Il grosso della popolazione torinese però non durò lungo tempo in quel

delirio, e riparò degnamente i suoi errori di un giorno, facendo ciò che

avrebbe dovuto far subito, e che avrebbe fatto se non lo avessero

trascinato i direttori del movimento; cioè esaminò coraggiosamente i

danni che ad esso poteva produrre il trasferimento della capitale, e

ricercò le vie aperte alla notevole sua energia, per rimediarvi,

bilanciarli e compensarli. — Le burrascose discussioni, che seguirono in

quegli stessi giorni nel parlamento, e dalle quali i malevoli speravano

nuove provocazioni e nuove catastrofi, non eccitarono la minima

agitazione popolare; e il popolo torinese col suo contegno dignitoso

diede il più sicuro indizio che il pentimento era stato in lui piuttosto

contemporaneo che posteriore all'offesa, e che sulla sua sagacità come

sul suo patriottismo l'Italia poteva tuttora e doveva fidare. E di tanta

moderazione e virtù ricevette prontamente la meritata mercede;

imperocchè chi vuol essere veritiero e di buona fede riconosce, che la

città di Torino non ha sofferto dal trasferimento della sede governativa

tutti quei danni che la minacciavano sulle prime; che essa non è

rovinata ad un tratto dalla condizione di capitale di uno stato di primo

ordine a quella di città di provincia, come sono le città francesi; ma

che la energica ed intelligente operosità della sua popolazione le ha

creato parecchie fonti di prosperità, parecchi centri d'industria, che

tirando a sè i forestieri coi loro capitali formano un abbondante

compenso al movimento ed alle ricchezze piuttosto apparenti che reali e

sostanziali che circondano le Corti. — La fazione detta la Permanente

non si compone dunque più che di pochi signori torinesi, fra i quali

v'hanno dei partigiani del passato, dei così detti retrogradi, che

dissimularono sulle prime il loro rammarico e il loro dispetto, perchè

temevano appunto di essere additati come retrogradi, e che oggi credono

di aver trovata una maschera sotto la quale possano dare sfogo ai loro

odi e alle loro avversioni, senza che alcuno sospetti la vera origine

degli uni e delle altre. Come in ogni fazione, v'hanno anche in questa

degli uomini forviati, accecati, ma di buona fede, che credono o che si

sforzano di credere che avversano il trasferimento della capitale per

motivi patriottici; perchè il trasferimento della capitale a Firenze ne

ritarda il trasferimento definitivo a Roma, perchè l'allontanamento

della sede governativa dal Piemonte abbandona questa parte importante

d'Italia alle ambiziose mire della Francia, ecc.

Ma tali pretesti non possono illudere lungamente chi li adopera per

giustificare i propri errori; e la sola conclusione che possiamo da essi

cavare si riduce a questo: che se col trasferimento della capitale a

Firenze il nostro governo si è esposto a qualche imbarazzo o qualche

pericolo, spetta a' suoi veri amici, agli amici cioè del paese ch'esso

rappresenta, di stringersi vie più a lui d'intorno, di prestargli

vieppiù valido aiuto; mentre il creare nuovi ostacoli alla sua libera

azione, per fargli sentire che alienandosi l'animo di alcuni suoi vecchi

amici, esso si è spogliato di gran parte della sua forza, altro non è

che una puerile ed ingiusta soddisfazione, procurata all'amor proprio di

alcuni pochi, a spese dello stesso governo, ossia del paese.

La fazione detta la Permanente, nata dal dispetto di un certo numero di

cittadini torinesi, è condannata dalla stessa sua origine e natura alla

sterilità, cioè a non estendersi mai al di là del piccol centro che le

diede la vita; e se la opposizione piemontese nel parlamento spiega

talvolta proporzioni ragguardevoli, ciò accade per circostanze fortuite,

e non già perchè s'ingrossi il numero dei Permanenti. Il numero di

questi andrà anzi sempre più scemando, secondochè si stancheranno

dell'isolamento in cui si sono posti, e dell'obblìo in cui vanno

cadendo. Un pronto ed aperto ritorno a sentimenti migliori, un abbandono

esplicito delle loro indebite pretese, e dell'aria minacciosa che

presero in faccia al governo, possono solo redimere ancora quelli che

persistono a presentarsi come i direttori e i capi della Permanente.

Da questo rapido esame dello stato delle fazioni politiche in Italia

parmi si possa concludere, che lo spirito di parte non vi giunse ad un

grado di sviluppo e di forza tale da svegliare i timori dei veri amici

d'Italia. — Il fatto è che gli italiani si lasciano trasportare dalla

vivacità del loro carattere e delle loro passioni, e dalla naturale loro

disposizione a criticare e censurare tutto ciò che viene presentato al

giudizio loro; a proferire delle parole spesse volte violenti ed amare,

che fanno supporre in essi sentimenti ostili al governo ed all'ordine di

cose esistenti: sentimenti che in verità non esistono, o che si spengono

nelle parole stesse che li esprimono. — Ciò che distingue gli italiani

dagli altri popoli meridionali è questo, che alla vivacità della

fantasia e delle passioni, comune ad essi tutti, gli italiani accoppiano

una forte dose di buon senso pratico, come si suol dire, che non appare

sempre nei loro discorsi, ma fa sentire il suo impero quando si vuol

passare dalla sfera delle parole a quella degli atti. Nonostante i

lamenti degli uni, e le declamazioni degli altri, non v'ha per così dire

italiano, che non sappia che tutte le piaghe di cui soffre oggi il

paese, non sono imputabili al governo, e nulla hanno che fare con questa

o quella forma di costituzione. Un paese che si regge e si governa coi

propri rappresentanti, non può accusare de' suoi danni che sè stesso, o

le circostanze a sè stesso avverse. Gli italiani ben sanno che se il

numero degli uomini di stato a cui si possa affidare la direzione degli

affari nazionali è ristretto, esso non si accrescerebbe perchè alla

monarchia subentrasse la repubblica, e perchè un presidente occupasse il

seggio ora riserbato al re. Gli italiani ben sanno che la composizione

delle camere, in cui nessuno riesce a formare una maggioranza durevole,

è l'effetto dell'ignoranza e della indifferenza degli elettori, e non

già dell'azione governativa. Gli italiani sanno inoltre che la virtù ad

essi negata sin qui dall'Europa tutta, quella che per la prima volta fu

in essi riconosciuta dopo il 59, e che ottenne loro la simpatia e la

benevolenza delle estere potenze, è la costanza, e la moderazione nella

costanza; e che quand'anco fosse per noi evidente, il che non è, che i

plebisciti di quell'epoca erano basati sopra una erronea nozione di ciò

che all'Italia occorreva e conveniva, il confessarlo oggi, ed il

mostrarci disposti ad un nuovo cangiamento di stato, sarebbe poco

onorevole per noi, e ne toglierebbe ad un tratto tutto ciò che abbiamo

acquistato dal 59 in poi nella pubblica opinione. — Tutte queste

riflessioni, che riescirebbero forse impotenti a combattere uno spirito

di parte quale lo abbiamo veduto in altri tempi ed in altri paesi, hanno

bastato sin qui, e spero che basteranno ancora nell'avvenire, a

trattenere gli italiani da qualsiasi atto, che potesse scuotere nelle

sue basi il nostro governo, il governo da tutti acclamato or sono sette

anni, o che solamente facesse credere ai nostri vicini che tale sarebbe

il nostro desiderio.

Il governo rappresentativo ossia parlamentare lascia un vasto e libero

campo alla diversità delle opinioni. — Le dottrine più svariate e

contradditorie possono manifestarsi e conquistare il primato sopra le

altre, purchè coloro che le sostengono giungano a renderle accette alla

maggioranza dei cittadini, senza che l'edificio supremo governativo nè

crolli, nè minacci di crollare. Il più eminente fra i pregi della

monarchia costituzionale è questo appunto, che essa non è il frutto del

trionfo di una fazione, e non è necessariamente legata ad un assieme di

dottrine politiche, ma le domina tutte coll'accettarle alla prova, senza

dare alle estere potenze il temuto scandalo di ripetuti sconvolgimenti.

Se le opinioni del partito che dicesi d'azione non furono sinora

applicate dal nostro governo, ciò non dipende da incompatibilità nessuna

di quelle colla forma monarchica di questo; ma soltanto dal fatto, che

nessuno fra i rappresentanti di tali opinioni si è sentito sin qui

abbastanza forte e sicuro di una maggioranza nel parlamento come nel

paese, da indurlo ad accettare il potere che ad alcuni di essi fu più di

una volta offerto.

Gli italiani o la immensa maggioranza degli italiani sanno tutte queste

cose; e se la scienza loro non li trattiene dal proferire parole poco

assennate e per nulla in armonia coi loro serii pensieri, essa ha però

un'azione sufficiente per impedire che dalle parole si passi ai fatti.

Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire · 第 11 / 14 段