Sulle prime s'imputavano questi inconvenienti all'inavvertenza del

governo, che aveva emessi soltanto dei biglietti di cento franchi,

invece di emetterne di venti, di dieci, di cinque, e persino di un

franco. Il governo si decise dunque di aderire al pubblico voto e di

emettere biglietti di minor valore. Ma appena questi comparvero, che di

bel nuovo sparirono: gli speculatori se n'erano impadroniti, e

l'illecito mercato, che li aveva arricchiti col cambio della carta

contro il denaro, ricominciò sul cambio dei grossi biglietti contro i

piccoli. Ed il pubblico, poco intelligente delle vere cagioni de' suoi

danni, si adirava contro il governo, che sebbene avesse promesso di

emettere gl'indicati biglietti, li emetteva in così piccola quantità che

diventava quasi impossibile di ottenerne. Certo che il governo avrebbe

potuto farne una nuova emissione; ma a che pro? Gli speculatori che

avevano fatto monopolio dei primi, lo avrebbero fatto anche dei secondi,

e la condizione del popolo non sarebbe punto migliorata.

Poscia fu promulgato il prestito forzoso. La somma chiesta dal governo

fu assai minore di quella generalmente aspettata. Le condizioni fatte ai

fornitori del denaro erano così favorevoli, che un capitalista avrebbe

trovato difficilmente un migliore impiego de' suoi capitali. I

capitalisti non hanno durato fatica ad intendere il loro interesse; ma

non soddisfatti del lecito profitto ad essi riservato dalla legge,

alcuni di essi, sotto il manto di una lodevole sollecitudine pel

pubblico bene, hanno come preso ad appalto il debito di certe località,

anticipando i capitali a chi ne difettava (e questi disgraziatamente

sono molti), vendendo il loro denaro a caro prezzo, ed usurpando con ciò

il profitto che la legge aveva destinato a tutti. Quando i ricchi, e

generalmente parlando le persone poste in condizione eminente, danno

l'esempio della cupidità e della rilasciatezza nei principii di

moralità, tale esempio è seguito con ardore da ogni classe di persone.

Ella è cosa dolorosa e vergognosa ad un tempo il vedere i pubblici

impiegati, sia delle ferrovie, sia d'altre pubbliche aziende, rifiutare

la carta che vien loro presentata, e rispondere ai meritati rimproveri

che loro si fanno con un ghigno malizioso ed insolente, che tali sono

gli ordini del governo, che al governo debbono rivolgersi per ottenere

giustizia, risarcimento, ecc. ecc. E le vittime della disonestà

cittadina maledicono il governo, che altra parte non ebbe nei loro

danni, se non col forse soverchio rispetto dell'individuale libertà, e

coll'astenersi d'intervenire nelle private convenzioni quando non ne era

richiesto da alcuna delle parti. Il nostro governo, il ripeto, rispetta

la cittadina libertà, come va rispettata da un governo costituzionale,

in un paese libero, le cui popolazioni apprezzano il benefizio della

libertà, e se ne mantengono degne, seguendo i dettami di una rigorosa

moralità. Disgraziatamente il paese nostro non corrisponde al rispetto

che a lui mostra il governo. Questo tratta il paese come degno e capace

di una libertà pressochè illimitata; ma il paese non è per anco nè degno

nè capace di esercitare senza tutela i privilegi di tanta libertà. In

certe classi cittadine l'amore del lucro domina ogni altro sentimento, e

la libertà è impiegata ad ottenerne gli intenti con qualsiasi mezzo. In

altre l'amore dell'ozio si è impadronito dei cittadini, riducendoli alla

indecorosa condizione di spettatori dei pubblici eventi, mentre

dovrebbero prendere in essi la loro parte. Tutte le istituzioni che

assicurano la patria libertà, cadono in disuso e sono neglette per la

pigrizia di chi dovrebbe difenderle.

Vedete la guardia nazionale, che arma il paese contro qualsiasi

usurpazione, sia del governo, sia delle fazioni; che mette l'ordine e la

sicurezza pubblica sotto la salvaguardia dei cittadini, e li avvezza al

maneggio delle armi, sicchè possano, quando ne nasca il bisogno,

trasformarsi prontamente in soldati. Gli amatori dell'ozio, fanno le

beffe di così bella istituzione, per iscusarsi di non assumerne i pesi;

e le file della milizia nazionale vanno di giorno in giorno diradandosi.

— Vedete l'istituzione dei giurati. Le liste dei cittadini, destinati a

sentenziare sulla colpabilità degli accusati, si compongono in gran

parte di persone ignoranti, o svogliate, che considerano questo

privilegio e questo diritto cittadino come un attentato contro i loro

comodi e quell'altro loro diritto di starsene colle mani alla cintola. —

Vedete il più importante, il più prezioso di tutti i diritti cittadini;

quello cioè che concede alle popolazioni di mandare al parlamento i loro

deputati, ch'è quanto dire di esercitare mediante i loro rappresentanti

la sovrana autorità. Tale istituzione anch'essa fu prima beffeggiata e

poi negletta; per modo che ai collegi elettorali non interviene ormai

che una piccola frazione degli elettori iscritti, e la deputazione forse

nulla più rappresenta, che i maneggi di alcuni ambiziosi e la colpevole

indifferenza dei più. Ed anche di ciò si scusano i pigri, trattando con

disprezzo quell'istituzione, prima colonna della nazionale libertà.

Udite con che scherno parlano gli oziosi della rappresentanza nazionale!

I deputati altro non fanno che ciarlare ed attendere ai privati loro

interessi. Se si risponde loro che, ciò supposto vero, tanto più corre

ad essi l'obbligo di scegliere con maggior accuratezza i nuovi deputati,

alzano le spalle, affermando che tutti gli aspiranti alla deputazione

sono della medesima tempra, che l'occuparsi di elezioni altro non è che

un perditempo, ecc. ecc.

Sembra a vederli e ad udirli che in questi sei anni essi abbiano

penetrato nelle profondità del governo costituzionale, e ne abbiano

riconosciuta tutta la inanità. Le istituzioni che l'Inghilterra difende

e mantiene con gelosa cura da tanti secoli; le istituzioni che la

Francia ha comperato con tante rivoluzioni e tanto sangue, che non seppe

conservare, e dietro le quali sospira con rammarico e dolore; le

istituzioni che l'Europa intera si sforza di ottenere, e che ottenute

soddisfano le aspirazioni liberali dei popoli più civili; le istituzioni

che nel corso di due secoli crearono l'America, e la resero l'oggetto

dell'universale meraviglia; queste benefiche, queste nobili istituzioni,

noi, nati ieri, le abbiamo giudicate nello spazio di sette anni, e le

abbiamo condannate come cose puerili, vane ed indegne del nostro

rispetto. Mi perdonino i miei compatrioti, se dico loro che un tale

giudizio è indegno di una nazione che rispetta sè medesima, e che vuol

essere libera ed indipendente.

La guerra del 66 ha messo in chiaro una verità importantissima, ed è che

la scienza, l'intelletto e la coltura intellettuale valgono più del

numero, della forza e del coraggio anche sui campi di battaglia. A qual

cagione si attribuiscono i mirabili trionfi della Prussia? Alla scienza

de' suoi generali, e al fatto che nessun cittadino è ammesso nelle file

dei difensori del paese, se non ha seduto pel corso di sei anni sulle

panche delle pubbliche scuole. Questa verità, questa superiorità del

sapere sovra la forza materiale fu confessata da tutti; e si confessava

altresì che il poco successo delle nostre armi deve essere imputato alla

nostra ignoranza. Ne gioverà essa questa lezione? L'avvenire risponderà;

ma quanto al passato fa d'uopo avvertire che in questi ultimi sei anni

l'ignoranza nostra andò sempre crescendo. Gli studenti disertano le

università, i professori, stanchi di professare nelle aule vuote,

disertano le cattedre; e l'ultimo ostacolo posto alla prepotenza

dell'ignoranza, il rigore dei pubblici esami, è rovesciato dagli

studenti, che tratto tratto si ribellano, si rifiutano agli esami, ed

esigono che il governo abbandoni il sistema che li costringe ad aprire

qualche libro. E il governo cede a tali deplorabili esigenze, per

evitare il disordine, gli scandali e la taccia di pedantesca tirannide.

Il governo dovrebbe resistere, punire i rivoltosi, e mantenere la regola

stabilita; ma egli è pur troppo vero che l'intolleranza degli oziosi è

giunta a tale estremo, che la resistenza e la fermezza del governo

darebbe luogo sulle prime ad ogni sorta di calunniose imputazioni e

forse anco a scene scandalose. Il governo in questa occasione, come in

tante altre, si comporta come dovrebbe comportarsi verso una nazione

civile e degna della libertà: lascia che la nazione si governi da sè,

seguendo i proprii lumi, le proprie facoltà. Ma si è egli assicurato che

noi siamo in grado di governarci da noi? Se il governo volesse

sciogliere questo problema, scoprirebbe tosto la nostra insufficienza;

ma esso non si crede in diritto di varcare i confini stabiliti dallo

statuto. Lo statuto costituzionale suppone una nazione civile,

intelligente ed onesta; perciò ha fissato al governo certi limiti, oltre

i quali esso non si è mai spinto. Esso si mantiene scrupolosamente

fedele al giuramento prestato, e nessuno può di ciò biasimarlo: la

nostra disgrazia consiste nell'avere uno statuto forse troppo largamente

liberale; ma quando questo fu promulgato doveva reggere una sola

provincia italiana, una delle più incivilite ed illuminate, se non la

più civile e colta. La libertà di cui questa non avrebbe abusato,

diventa eccessiva quando concessa all'intera nazione.

Noi non pretendiamo che i componenti il nostro governo non abbiano

commesso errori, ed errori gravi. Ne abbiamo notati parecchi, e li

abbiamo amaramente deplorati. — Ma ciò che vorremmo chiarire agli occhi

della nazione si è il fatto, che codesti errori non furono commessi da

un ente morale da essa distinto e ad essa estraneo. Il governo italiano

altro non essendo se non una rappresentanza della nazione italiana, da

questa stessa emanata, i difetti che si osservano nel nostro governo,

sono i difetti nostri; i suoi errori, gli errori nostri, ai quali esso

partecipa come partecipa alle nostre virtù.

La più cospicua di queste ultime, quella però da cui sorgono per noi e

pel governo nostro molti danni, si è l'immaculato rispetto delle

nazionali libertà, e dello statuto che a noi le assicura e le

garantisce. — Vi è chi parla ancora del governo repubblicano come del

solo sotto cui sieno sicure codeste libertà; ma nessuno che non sia

traviato ed illuso dal vano rimbombo di sonore parole, nessuno che non

abbia interamente perduto il senso comune, non vede che le libertà

nostre sono piuttosto eccessive che imperfette. — La prova ne sta

appunto nell'abuso che di esse facciamo, e nella costanza con cui il

governo si astiene dall'approfittare dei nostri falli per abolirle. Chi

può dire che vi sia maggior libertà nei cantoni elvetici (la sola

repubblica esistente in Europa), o che si godessero maggiori libertà in

Francia, quando questa reggevasi a repubblica, e i suoi cittadini

espiavano col sangue la terribile colpa di chiamare i loro figli coi

nomi dei padri loro, o di pregare Iddio nel modo che ad essi era stato

insegnato dalle loro madri? La stampa non è forse piuttosto licenziosa

che libera? Il diritto di riunione non fu esso sempre rispettato, sino a

che non divenne sinonimo di disordine? Ed oggi ancora, dopo tanti

sfortunati esperimenti, un tal diritto non è forse mantenuto, e

ristretto soltanto in particolari circostanze, in casi affatto

eccezionali? Le elezioni dei deputati al parlamento non sono esse così

libere, che vediamo poi la camera stessa, formata da quelle, cassarne un

gran numero? Non parlerò della stranezza delle opinioni così

rappresentate nel parlamento: ricorderò solo che vi fu una elezione

cassata dalla camera, perchè l'eletto aveva subìto condanne infamanti,

non già per delitti politici, ma per delitti ordinari, e che il governo

italiano non era intervenuto ad impedirla, fidando pazientemente nella

revisione parlamentare. Credo che così facendo il governo seguisse

religiosamente la via che gli tracciava lo statuto e la legge

elettorale; ma, lo ripeto per la centesima volta, vi sono dei paesi e

dei tempi in cui la stretta legalità può essere fonte di gravi danni.

Una gran parte degli uomini che ne governano, e la real famiglia intorno

alla quale va stringendosi l'Italia, governarono sino al 59 un picciol

paese, una picciola, ma forte e saggia popolazione: quindi si trovarono

quasi magicamente trasportati alla testa di una nazione di oltre venti

milioni di anime, sparse lungo la penisola italica, colla missione di

formare uno stato compatto di tanti stati divisi, e spesso stati nemici

fra di loro; di comporli a nazione; di correggere, o, diciamo meglio, di

distruggere i letali effetti di tanti secoli di servitù e di pessimo

reggimento; di dotare le provincie annesse dei benefizi di una civiltà,

da cui i loro governi assoluti e tirannici le avevano tenute

deliberatamente lontane, e al tempo stesso di difendersi dai nemici che

tuttora rimanevano sul nostro territorio, e di metterci in grado di

scacciarnelo al più presto. Tutto ciò richiedeva ingenti somme di

danaro; attività straordinaria; acutezza d'intelletto, prudenza

instancabile, impero assoluto sulle proprie passioni, che mai non

debbono dominare l'uomo di stato; coraggio a tutta prova, sì morale che

fisico, sagacità, perspicacia, prontezza e sicurezza di concetto,

fermezza e precisione nell'esecuzione dei ponderati disegni,

disinteresse personale, probità riconosciuta, onoratezza, lealtà,

veracità, ossia avversione invincibile alla menzogna. Tali sono, (e ne

ho tralasciate altre molte) le doti, in parte naturali ed in parte

acquisite, che debbono distinguere i ministri di uno stato retto

costituzionalmente. Uomini siffatti sono poco numerosi in qualsiasi

contrada: rarissimi tra noi, così di recente nati alla vita sociale e

politica. — Uno ne avevamo, che sarebbe stato il primo fra i sommi delle

nazioni più incivilite e colte, come la Francia e la stessa Inghilterra.

Si sarebbe detto in vero che la Provvidenza ne aveva fatto dono di uno

di questi, per sottrarci a quella secolare servitù, che ci disonorava, e

minacciava di perpetuarsi a nostro danno. Ma se la Provvidenza ce lo

aveva dato, convien dire ch'essa ce lo ha ritolto; e lo ritolse prima

ch'egli provasse nella sua piena amarezza l'ingratitudine di una nazione

che da lui teneva l'esistenza, ossia l'indipendenza e la libertà. Forse

che la Provvidenza volle farne conoscere, e toccare con mano, quanto era

per noi malagevole il guidarci nei torbidi mari della politica, della

diplomazia, e dello spirito di parte. — Fra tanti ministri che si sono

succeduti al nostro governo dopo la morte del conte Cavour, non credo

che si possa senza ingiustizia condannarne un solo come assolutamente

inetto, o come disleale e traditore. E difatto nessuno fra i più

accaniti oppositori che alcuni collegi elettorali mandarono al

parlamento colla espressa missione di rovesciare almeno un gabinetto,

nessuno fra quegli stessi deputati che ricevono da Giuseppe Mazzini le

loro inspirazioni, si provò d'intentare una formale accusa contro un

ministro. Se i nostri ministri commisero errori, chi non ne avrebbe

commessi al loro posto? Gli errori di coloro che reggono uno stato,

vanno annoverati fra le piaghe inerenti alla natura degli uomini e delle

cose, che nessuna umana prudenza e previdenza potrà mai cicatrizzare o

evitare. Al governo italiano spettava il dovere di fare un'Italia,

dotandola di libertà e d'indipendenza. L'Italia è fatta, libera ed

indipendente. Si dovrebbe condurre il nostro governo al Campidoglio,

piuttosto che alla Rupe Tarpea.

CAPITOLO QUARTO

SPIRITO DI PARTE

Con questa locuzione, _Spirito di parte_, intendo accennare ad un

sentimento che lega fra loro i partigiani di una dottrina, o i seguaci

di un uomo qualunque egli siasi, quando questo sentimento abbia

raggiunto l'esaltamento della passione, a tal segno da acciecare chi da

esso è dominato, da offuscarne l'intelletto, e far sì che la dottrina, o

l'uomo oggetto di quella idolatria, si anteponga ad ogni altra cosa, e

che il sostenere questo o quella sembri il primo, anzi l'unico dovere

imposto al partigiano.

Una fazione composta di uomini così fatti è sempre pericolosa pel paese

dove si è formata. I cittadini che ad essa appartengono non conoscono

più nè patria, nè patriottismo, e più non si curano nè di libertà, nè di

nazionalità, nè d'indipendenza; o, per dir meglio, confondono tutte

queste cose, le credono concentrate nella loro stessa fazione, e

pretendono che adoperandosi al suo trionfo, adempiono ai loro più

imperiosi doveri verso la patria, e le procurino ogni sorta di beni,

libertà cioè, nazionalità, indipendenza, prosperità, fama, ecc. ecc.

Convincere dell'error suo un uomo invaso dallo spirito di parte, è cosa

pressochè impossibile; ed è perciò che, non solo gli uomini di opinioni

moderate, i patriotti, e gli amici dell'ordine nell'amministrazione

delle pubbliche cose, rifuggono da tutto ciò che riveste l'aspetto di

fazione, ma che i faziosi stessi, i meno accecati ad ogni evento, si

mostrano bene spesso desiderosi di non essere confusi con quelli che

accettano il titolo di faziosi; e vanno ripetendo: che non appartengono

a fazione veruna; che sono indipendenti da qualsiasi legame di parte;

che parlano per convinzione loro propria, e non perchè così parlano i

loro amici, ecc. ecc.; e tali proteste hanno per iscopo di ottenere

l'attenzione di chi li ascolta o li legge, essendo a tutti noto che le

opinioni dettate dallo spirito di parte non sono generalmente tenute in

alcun conto. — Il che solo dovrebbe bastare ad emancipare dallo spirito

di parte ogni uomo di sano intelletto e di buona volontà.

Ma appunto perchè dallo spirito di parte si ripetono molti scandali,

disordini e sciagure, non di rado avviene che ad un fantasma di fazione

o di spirito di parte s'imputino i poco fondati malcontenti, le assurde

pretese, le esagerate opinioni, la intolleranza di ogni salutare

disciplina, il negato rispetto alla legge, e tutte quelle pecche civili

e politiche, a fronte delle quali riesce troppo difficile il governare,

e diventa pericolosa la libertà, mentre l'accusato spirito di parte non

esiste di fatto. Ciò si verifica sovente in Italia, e ne vediamo ogni

giorno gli esempi.

Molti sono da noi i malcontenti. — Ambiziosi, delusi nelle loro

speranze, animi poco generosi e poco divoti alla patria, feriti nei loro

interessi, e costretti a pagare le sempre crescenti imposte, senza le

quali non sussisterebbe l'Italia; oziosi, turbati nel pacifico godimento

degli agi loro; timidi, che sentono per la prima volta rossore della

loro codardia; impazienti, che vorrebbero seminare e raccogliere nello

stesso giorno; stolti, che non intendono perchè occorra di aver seminato

per raccogliere; fanatici, che sognavano la creazione spontanea di un

nuovo paradiso terrestre. Tutti questi e molti altri ancora, che

tralascio di nominare per amore di brevità, sono e si dichiarano

malcontenti del modo con cui siamo governati, perchè al governo

s'imputano sempre gli errori dei governati. Codesti malcontenti, che

malcontenti sarebbero sotto qualunque reggimento o forma di reggimento,

si sforzano di dare al malcontento loro un certo aspetto di

disinteresse, che lo nobiliti e lo innalzi al di sopra delle puerili

loro lagnanze.

Essi cercano inoltre di appoggiarsi ad altri malcontenti, che sappiano

farsi un'arma del loro malcontento, e collegarlo a certe dottrine

politiche, imputando le sventure di cui si lagnano al poco gradimento

che codeste dottrine incontrarono nel maggior numero degli italiani. —

In tal modo quei pochi repubblicani, che si mantengono ostili al nostro

governo e all'Italia, perchè sono divoti alla forma di reggimento

repubblicana più che all'Italia stessa, si vedono sovente seguiti,

ascoltati, invocati, e portati alle stelle, da una turba di malcontenti,

che loro si stringono intorno, perchè da essi sperano udire parole di

conforto, in armonia coi loro sentimenti; e per parlare schiettamente e

senza velo, perchè sono certi di udirsi dire che hanno ragione di

maledire l'attuale ordinamento di cose, e gli uomini posti al governo

del paese. Così si compongono le moltitudini che assistono ai così detti

_meetings_, tenuti da qualche famigerato repubblicano che trovasi di

passaggio nelle nostre città. Così si fanno le elezioni, quando gli

amici delle agitazioni politiche affiggono sulle mura delle città o dei

borghi cartelloni, su cui sta scritto il nome di un agitatore con simili

raccomandazioni: Elettori! se volete por fine agli abusi, alle

illegalità, alle malversazioni, ecc. ecc. di cui a ragione vi lagnate,

scegliete per vostro rappresentante il cittadino N. N. Così acquistano

abbonati e lettori i fogli periodici, qualunque ne sia il valore ed il

merito, che si diedero la missione di biasimare e di condannare ogni

atto governativo.

Ma se alcuno da questi fatti credesse di concludere che la moltitudine

accorsa ad udire le parole di un ben noto repubblicano, o gli elettori

che lo scelsero a loro rappresentante, o tutti quelli che leggono

avidamente le sue quotidiane diatribe contro il governo, ne approvano, e

ne dividono le opinioni e le dottrine; egli commetterebbe un madornale

errore, e mostrerebbe di non conoscere la natura di quelle genti. —

Credo che da per tutto i malcontenti tendano ad associarsi ad altri

malcontenti, senza indagare se la cagione del comune malcontento sia la

stessa per gli uni come per gli altri; ma nel nostro paese questa

tendenza deve essere più diffusa ancora che altrove, perchè le passioni

vi sono più ardenti, impetuose e spensierate, che nei paesi più freddi e

meglio assestati. — Se ai partigiani delle dottrine repubblicane non si

unissero i partigiani di ciò che non esiste, ossia gli oppositori di

tutto ciò che esiste, si vedrebbe a che si riduce da noi la fazione

repubblicana. — E lo vedrebbero ben tosto i pochi repubblicani che

tuttora si mantengono tali, e sono per così dire monumenti dell'epoca

dei lunghi esilii politici, e della patria servitù, se per uno di quelli

accidenti, impossibili a prevedersi, si trovassero un giorno assunti al

potere: vedrebbero ben tosto, con qual fondamento supposero che i

malcontenti di un governo monarchico dovessero essere partigiani divoti

di un governo repubblicano. E siccome i repubblicani, che ora suppungo

assunti al potere, non potrebbero nè prodigare gli onori e gli impieghi

agli oziosi, nè contentarsi delle spontanee largizioni di coloro che si

sdegnano contro il regolare sistema delle imposte, nè pesare ed

apprezzare il valore di ogni singolo cittadino colla bilancia della sua

individuale ambizione; i repubblicani saliti in seggio si vedrebbero

tosto abbandonati da coloro che li seguivano un tempo, non perchè ne

dividessero le opinioni, ma perchè li consideravano come malcontenti di

ciò che non era di loro soddisfazione.

A parer mio lo _spirito di parte_ propriamente detto non esiste in

Italia, per quanto si riferisce alla fazione repubblicana.

Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire · 第 10 / 14 段