Esse rimangono tuttora come monumenti di una età che lasciammo lungi

dietro di noi; le rispettiamo perchè rispettabili; non temiamo da esse

raggiri, nè perfidie, nè atti crudeli verso i poveri giornalieri; ma

sappiamo che la esistenza loro è oramai vicina al suo termine. Tali

esistenze patriarcali non ponno riprodursi nell'età nostra. Nessuna

campagna, per remota che sia, può difendersi ormai dalla invasione della

vita cittadina. Altre volte la società progrediva a lentissimi passi, e

le generazioni si sviluppavano a seconda della educazione ricevuta nella

infanzia, quando questa educazione fosse onesta e comprendesse gli

acquisti già compiuti della civiltà. Il padre poteva servire di esempio

e di modello al figlio. Oggi tutto è cangiato: l'educazione anche la più

completa non basta alla vita naturale dell'uomo, se questi non la

perpetua, ma commette l'errore di crederla sufficiente e di chiuderla.

I progressi delle scienze a cui si appoggia la civiltà sono ora così

rapidi, incessanti ed infiniti, che la vita di un uomo basta appena a

seguirli e a registrarli. L'età del riposo era aspettata dai nostri

padri, e giungeva per essi colla vecchiaia; oggi chi vuol riposare deve

isolarsi assolutamente dalla società, chiudere gli occhi, turarsi le

orecchie, ed ignorare le sorti de' suoi simili, perchè in tutto il

consorzio umano non v'ha più un angolo dedicato al riposo. Siamo entrati

nella sfera del progresso continuo, del moto perpetuo e sempre più

rapido. — Colui che dopo un decenne riposo rientrasse nella società

umana, troverebbe ogni cosa così cangiata, che gli sembrerebbe di stare

fra gente che non ha comune con lui neppure la origine.

L'era delle famiglie e dei costumi patriarcali è chiusa. Me ne duole

perchè erano monumenti di moralità, di doveroso affetto, e di pietà

sincera. Ma la società, che tende a' suoi fini, ha bisogno di altri

strumenti. Non mi estenderò più lungamente a parlare di questa categoria

di ricchi agricoltori italiani, sebbene sia oggidì non poco numerosa,

perchè la credo destinata a scomparire in breve dal nostro suolo. Non

vedo per essa nè posto, nè missione nella moderna società industriale.

Un problema che tutti i nostri ricchi agricoltori sono chiamati a

risolvere, e che dà loro molto da pensare, si è quello della educazione

dei figli.

Alcuni fra i padri di famiglia vogliono arricchire i figli del bene di

una educazione cittadina, e si preparano dei successori dottori in legge

o in medicina, che hanno imparato molte cose, ma nessuna di quelle a cui

sono destinati ad attendere. Altri padri al contrario si sdegnano al

solo pensiero che i figli loro abbiano da sapere ciò ch'essi ignorano, e

trasmettono loro esattamente la somma di cognizioni che ricevettero dai

padri loro.

Codeste educazioni hanno i peggiori risultati. L'ignoranza ch'era

pressochè innocua nei padri, perchè posti in un'atmosfera in armonia con

quella, diviene deplorabile e direi quasi mostruosa nel figlio, quando

esso trovasi in contatto con cose e con individui di troppo a lui

superiori. Ogni passo ch'esso muove, ogni via ch'esso tenta, lo rende

l'oggetto del pubblico scherno. Esso non sa difendere sè medesimo, nè i

propri interessi, se non coll'astuzia, colla bugia; e non potendo

misurare la propria inferiorità, nè giudicare accuratamente il valore

delle sue risorse, le adopera tutte, persuaso che danneggiando altrui,

giova a sè stesso.

Mi sono trattenuta così a lungo sulla classe dei nostri ricchi

agricoltori, perchè essa forma realmente uno degli strumenti principali

della nazionale prosperità; l'industria agricola essendo la sola che

possa sostenere il confronto colle industrie straniere, e trovandosi

essa assolutamente abbandonata alla classe dei ricchi agricoltori. Non è

superfluo che il paese, e la classe dei possidenti in particolare,

sappia su chi riposa la ricchezza della nazione.

Quando la nuova legge comunale italiana fu promulgata ed attivata nelle

nostre campagne, alcuni dei nostri affittaiuoli si accinsero ad una

ambiziosa intrapresa. Un certo numero di essi concepì il pensiero di

impadronirsi delle autorità che lo Statuto concedeva alle classi

popolari rurali. In molte località i voti dei contadini furono o

comperati o strappati con minaccie, ed andarono a favorire

l'affittaiuolo più ardito, più ambizioso del luogo. Volevano gli

affittaiuoli occupare tutti i sindacati, riempire i consigli comunali di

creature ad essi ligie e divote, imporre a loro capriccio i comuni,

impedire le riforme e i progressi della pubblica istruzione, la

costruzione di nuove strade che favoriscono le relazioni fra le varie

provincie italiane, farsi eleggere deputati, nutrire ed invigorire il

goffo malcontento dei contadini, mantenendoli oppressi sotto il triplice

flagello della miseria, della ignoranza e della superstizione, e

preparare il ritorno della dominazione straniera, ch'essi desiderano,

non per altro se non perchè considerano gli austriaci come i nemici

della classe dei possidenti.

Queste avare, ambiziose, e poco oneste mire non ebbero sin qui effetto

per varie ragioni. In qualche località furono tacitamente combattute da

alcuni uomini dabbene, che svelarono al popolo le trame ordite, e li

protessero contro le minacciate conseguenze della loro ribellione. Ma

nel maggior numero dei casi le congiure andarono a vuoto, perchè

concepite senza prudenza nè abilità di sorta. Il più vivo desiderio

degli agricoltori ambiziosi era il farsi eleggere deputati. Ciò

credevano di conseguire trascinando al collegio elettorale la

maggioranza dei voti del loro comune, maggioranza che si trasformava in

una impercettibile minoranza quando trovavasi a fronte dei votanti

dell'intero collegio.

Il perno dell'ambizione del nostro contadino arricchito essendo appunto

la deputazione, lo scacco toccatogli nelle elezioni gli tarpò le ali. Ma

questo sgomento non si perpetuerà; ed il ricco agricoltore, risoluto di

rappresentare al parlamento gli interessi agricoli, tesserà nuove trame

per rendersi gradito agli elettori. Se un certo numero di codesti

ambiziosi si fa strada nel parlamento, gli interessi agricoli della

nazione (interessi interamente estranei ai possidenti fondiari) verranno

presentati sotto falsi colori al pubblico e all'assemblea; i pretesi

rappresentanti di questi interessi acquisteranno una notevole influenza

sui loro colleghi, perchè saranno da essi considerati a priori come i

soli che bene li conoscano, e che abbiano ragione di volerli protetti.

Nessuno sognerà che l'agricoltore voglia arricchirsi rovinando

l'agricoltura e il paese; e ciò non accadrebbe diffatto, se la ignoranza

e la malignità del contadino arricchito non fossero del pari

grandissime, e se la noncuranza dei possidenti non le uguagliasse.

Importa assai che mentre le cose sono ancora in questo stato, i

possidenti prendano cognizione della condizione delle loro terre e

dell'agricoltura, dei trattamenti a cui soggiacciono i loro contadini,

delle conquiste operate nelle scienze naturali dalle vicine nazioni e

dei loro effetti sull'agricoltura, delle leggi economiche e finanziarie,

alle quali deve uniformarsi una nazione che voglia prosperare e non

sentirsi inferiore alle altre. In una parola il possidente deve assumere

per conto proprio quella parte della società agricola che l'agricoltore

tenta di usurpare per fini suoi privati e dannosi. Perchè permettere che

fra il contadino ed il signore, fra il popolo e la classe dei cittadini

colti, direi volontieri tra il padre e il figlio, sorga un intruso, il

cui intento è di seminar zizzania fra questo e quello, di presentare

l'uno all'altro sotto falsi e calunniosi colori, per rovinare il ricco e

per dominare il povero, e ciò perchè vittime anch'essi della più

profonda ignoranza e delle perverse passioni generate da questa, credono

(ed a torto il credono), di potersi innalzare sulle universali rovine?

Facciamo tutti ed ognuno di noi il nostro dovere. Ricordiamoci che in un

paese libero, governato dalla nazione stessa per mezzo de' suoi

rappresentanti, ogni uomo, per grande o per infima che sia la condizione

sua propria, è un servitore del pubblico, e non v'ha colpa o sciagura

nazionale di cui non debba sentire anch'esso rimorso e danno.

L'oppressione, sotto cui abbiamo troppo a lungo trascinata la vita, ne

ha insegnato a considerare il riposo come il degno oggetto delle nostre

legittime aspirazioni.

Fatale errore è quello che trova nella nostra costituzione fisica, come

popoli meridionali, un deplorabile ausiliario. Nessuno ha il diritto di

riposare, mentre la nazione sta componendosi ed ha bisogno di aiuto. Gli

infingardi sogliono giustificare la infingardaggine loro dicendo, che

v'hanno braccia sufficienti per compiere le opere incominciate, e per

portare il peso delle pubbliche faccende. Tale asserzione è falsa. Il

cittadino che non deve alla patria una parte delle sue facoltà, non può

essere che un uomo privo affatto di facoltà; ma colui che è capace di

operare qualche bene, non può rifiutare alla sua patria una parte de'

suoi talenti, della sua operosità, delle sue forze. Nè la nazione, nè il

governo non sono esseri distinti e divisi dal singolo cittadino, chè il

cittadino forma parte integrante dell'una e dell'altro. I governi

despotici hanno un'esistenza indipendente da quella della nazione

governata, e per conseguenza da quella degli individui di cui questa si

compone. Vi è quasi sempre un latente antagonismo fra il governo

despotico e la nazione governata dispoticamente; ma tale antagonismo non

si manifesta se non per accessi intermittenti, e negli intervalli di

calma l'osservatore superficiale può figurarsi che il governo e la

nazione altra relazione non abbiano oltre quella del padrone col servo.

— Ma in un paese libero, che si governa da sè medesimo, mediante i suoi

rappresentanti, non vi è atto governativo, non vi è vicenda nazionale a

cui un cittadino possa rimanere estraneo ed indifferente. Ognuno porta

la parte sua della responsabilità delle risoluzioni governative, siccome

ognuno divide e risente le conseguenze delle sciagure nazionali e dei

nazionali vantaggi.

Questo è quello che molti fra gli italiani ignorano, o fingono

d'ignorare, per non essere costretti dalla loro stessa coscienza ad

abbandonare le dolcezze dell'ozio ed arruolarsi fra gli operosi.

Pur troppo v'hanno fra noi molti giovani nati da illustri e cospicue

famiglie, educati a tutte le eleganti delicatezze della vita civile, che

menano vanto della loro inerzia e della loro indifferenza per le

pubbliche cose, che si dichiarano spettatori neutri dello svolgimento

nazionale, e credono di dar prova della superiore natura dell'ingegno

loro, criticando e deridendo tutto ciò che nel paese e dal paese si

opera. Non sanno essi forse che deridendo l'Italia e chi la rappresenta,

deridono sè stessi? E come possono essere rispettati dallo straniero, se

gli insegnano a sprezzare l'Italia? Se ad essi sembra che i

rappresentanti del paese nostro non lo rappresentano degnamente, lo

dichiarino schiettamente, ed espongano ad un tempo come dovrebbe essere

rappresentato, si dispongano a rappresentarlo, e facciano ogni sforzo

per mostrarsi più saggi e più benefici di chi li precedeva. Ma starsene

colle mani alla cintola, pavoneggiandosi della propria inerzia, e

contenti di versare biasimo, sospetto e ridicolo sopra coloro che alla

patria e al dovere hanno consacrato la vita e le facoltà, è questo un

contegno così odioso, che la innata generosità della giovinezza dovrebbe

bastare a preservarne la crescente generazione.

Quella tendenza al biasimare e al volgere in ridicolo qualsiasi cosa o

persona che a noi si presenti con aspetto grave, è una delle piaghe

d'Italia.

L'uomo educato e colto non sa frenare la vena sarcastica, e crede far

prova d'ingegno fino ed accorto, lasciandole libero il corso. Il

popolano che vede il nobile, il ricco, il potente trattare ogni cosa con

ischerno e leggerezza, impara a tenere in poco o nessun conto le cose

così derise. Quando venne pubblicato il nuovo codice italiano, non vi fu

legge o capitolo di esso che potesse sottrarsi alla sferza, non dirò dei

giureconsulti, ma di tutti coloro che sanno o che non sanno che cosa sia

un codice. I giornali criticavano ogni espressione del nuovo libro, e la

critica loro non era già la critica grave e ragionata che si conveniva

al soggetto; era la critica esagerata e contorta del Pasquino e

Marforio, ed era ripetuta da gran parte dei lettori, non perchè giusta,

vera e coraggiosa, ma perchè atta a promuovere le risa. Che cosa ne

risultò? Ne risultò questa deplorabile conseguenza, che una gran parte

del popolo non ha per la legge del suo paese quel rispetto, nè quella

cieca obbedienza, senza la quale il buon ordine e la moralità pubblica

sono impossibili. Mi si dirà forse, che se il popolo non rispetta la

legge, ciò avviene perchè gli esecutori della stessa non sanno farla

rispettare, o perchè la legge medesima non è rispettabile. — Vane

asserzioni. Il popolo non è in grado di giudicare del merito della

legge, e non dovrebbe creder lecito il tentarlo. Quanto alla taccia che

si appone agli esecutori di essa, l'accusa è facilmente rintuzzata;

poichè se gli esecutori della legge non la impongono con sufficiente

autorità e fermezza, ciò proviene dal disprezzo con cui la vedono

accolta da coloro che dovrebbero ciecamente seguirla. Se gli esecutori

della nostra legge meritano la taccia di debolezza, nessuno sapeva che

essi la meriterebbero, quando appunto fu pubblicato il codice, e la

derisione della legge non aspettò per manifestarsi che tale debolezza

fosse conosciuta. Se il popolo non si cura della legge, si è perchè vide

i suoi maggiori deriderla e farne soggetto dei loro motteggi. Se il buon

senso nazionale non pone rimedio a questa malaugurata condizione di

cose, verrà un giorno che il disprezzo popolare della legge produrrà

delitti e disordini infiniti; e la colpa di questi peserà sul cuore e

sulla coscienza dei beffeggiatori spensierati e frivoli, che non sanno

por freno alla sbrigliata loro lingua. — Lo stesso accadde per le nuove

imposte. Ella era cosa generalmente intesa e conosciuta che il peso

delle imposte, cadendo tutto intero ed esclusivamente sulla possidenza

fondiaria, era un'enorme ingiustizia, e rendeva impossibile il progresso

dell'agricoltura. La tassa sulla ricchezza mobile, cioè sui capitali e

sulle professioni, era desiderata e acclamata da tutti coloro che

possedevano le prime nozioni della pubblica economia, e considerata come

un futuro sollievo per la possidenza fondiaria, che è quanto dire per

l'agricoltura. Eppure non appena fu promulgata la legge che imponeva la

ricchezza mobile, ecco levarsi da ogni banda un coro di lamenti e

d'invettive, come se la nuova tassa fosse destinata a rovinare l'intero

paese, e giungesse improvvisa ed a tutti inaspettata. Egli è vero che la

legge era male concepita in alcune sue parti, e che il regolamento per

l'applicazione di essa, aggiungeva altri errori a quelli contenuti nella

legge stessa. Egli è vero, a cagion d'esempio, che il minimum della

rendita tassabile, fu stabilito troppo basso, poichè colui che guadagna

col lavoro delle sue mani 400 franchi all'anno, ed ha una famiglia da

mantenere, non può sottrarre una parte anche minima dal suo meschino

guadagno per soddisfare l'esattore, senza risentirne un grave danno.

Egli è vero altresì che i poveri non sono mai stati esonerati dal

pagamento delle imposte; che ogni capo di famiglia, per povero ch'ei

fosse, pagava altre volte il così detto testatico, ossia tassa

personale, dalla quale erano esclusi i soli mendicanti, e che il

testatico ammontava ad una somma pressochè tripla della tassa sul

minimum della rendita, tassa che non giunge a due franchi annui. — Ma

chi riflette a queste cose? La tassa sulla ricchezza mobile era

nuovamente imposta; e d'altra parte nessuno ama di spendere il suo

denaro altrimenti che per l'uso suo proprio. Dunque la nuova tassa

spiacque a tutti quelli che vi soggiacquero; e perchè spiaceva loro, non

si volle riconoscerne nè la giustizia nè la necessità, e si gridò contro

il governo come tiranno e spogliatore. La tassa era stata stanziata dai

rappresentanti della nazione; che importa? al solo governo fu imputata,

e chi avesse giudicato secondo quanto si vociferava nelle conversazioni,

sulle piazze e nei caffè, avrebbe concluso che il governo aveva ordinata

arbitrariamente questa nuova imposta per arricchire sè stesso, e non per

mettere il paese in condizioni tali che si potesse mantenere libero ed

indipendente. — La nazione italiana attraversa ora una difficile prova,

per acquistare e consolidare la sua libertà. Questa libertà, essa la

possiede, e ne gode così pienamente, che non potrebbe oltrepassarla,

senza cadere nel disordine e nell'anarchia. Ma l'acquisto di tanta

libertà le costò caro, ed ora essa ne sta pagando il prezzo. — Nulla

v'ha di più naturale, di più inevitabile. In sei anni abbiamo dovuto

raggiungere sulla via della civiltà tutte le nazioni che vi camminavano

da secoli, mentre noi eravamo rimasti immobili nelle tenebre

dell'ignoranza e della servitù, in cui ci tenne il dispotismo straniero.

Se gli italiani riflettessero freddamente, intenderebbero senza fatica

che le conquiste operate debbono costare sagrifizi ingenti, ed avendo

risoluto di operare tali conquiste, ne pagherebbero il costo senza

lagnarsi e senza accusare alcuno. Ma gli italiani, per quanto appare,

non sanno riflettere freddamente, e si consolano delle loro angustie,

imputandole ora a questo ed ora a quello. Somigliano in ciò i bambini,

che urtando in qualche mobile, si adirano contro lo stesso, e lo battono

fieramente, o per castigarlo o per dare sfogo all'ira loro e al loro

dispetto. Si direbbe che nessuno o quasi nessuno in Italia avesse

preveduto di dover comperare e pagare la sospirata libertà e

l'indipendenza, altrimenti che con pochi giorni di combattimento e di

entusiasmo. Occorrono invece lunghi e numerosi sacrifizi; e chi non sa

incontrarli con animo sereno e tranquillo, non è degno di quei sommi

beni, che sono la libertà e l'indipendenza. Ed è appunto la perpetua

ribellione contro la necessità di tali sacrifizi che li rende più gravi

e meno fecondi. La tassa sulla ricchezza mobile non era soltanto un atto

di giustizia e di convenienza; era altresì e principalmente un atto di

necessità, poichè senza un aumento determinato della rendita pubblica,

il paese era esposto ad un disonorevole fallimento. La commissione pel

riparto dell'imposta doveva raccogliere la somma voluta; ma essa non

poteva regolarne la distribuzione se non fondandosi sulle dichiarazioni

dei possessori di ricchezze mobili. Se questi avessero tutti operato

onestamente, dichiarando senza menzogna i capitali da essi posseduti, o

la rendita prodotta tanto dai capitali quanto dall'industria loro, la

tassa sarebbe caduta su quelli ch'erano atti a portarla, e che appena ne

avrebbero sentito il peso. Ma, cosa dolorosa e vergognosa a dirsi, pochi

furono quelli che non ricorsero alla menzogna. Persone che spendono una

grossa rendita, ne dichiarano la terza o la quarta parte. Molti

possessori di carte pubbliche si astennero dal dichiararle, e menarono

vanto di questa loro simulazione. Eppure la somma totale prefissa doveva

trovarsi, perchè necessaria alla conservazione del credito pubblico; e

molti di coloro ch'erano in grado e in obbligo di pagarla, essendosi

disonestamente sottratti all'adempimento del loro dovere, i poveri si

trovarono naturalmente assai più gravati che non dovevano esserlo.

Quindi lagnanze, malcontento ed accuse contro il governo spogliatore,

che levava il pane di bocca ai miseri. Chi diceva loro che il governo

non avea parte nella distribuzione della tassa, che le menzogne dei

ricchi e non la crudeltà del governo, erano la cagione dei loro

patimenti, non era ascoltato, e taluni cadevano in sospetto di

intendersela col governo, per ingannarli e spogliarli impunemente.

Nelle campagne abbandonate all'influenza dei contadini arricchiti, vi fu

di peggio. Gli affittaiuoli riescirono facilmente a farsi nominare

membri delle commissioni di riparto, dai consigli comunali che loro

obbediscono ciecamente; ed una volta in possesso della tassa, essi

trattarono sè medesimi e gli amici loro con tale indulgenza e

predilezione, che non pochi fra i poveri artigiani o mercantucci di

contado, infelici che non arriverebbero a mantenere le loro famiglie, se

la carità del padrone non venisse loro in aiuto, si videro tassati di

maggior somma che gli stessi ricchi agricoltori membri della

commissione. La nequizia di tale distribuzione era evidente, e doveva

essere imputata agli autori di essa, cioè ai membri delle commissioni;

ma questi insinuarono ai contadini che le vessazioni di cui erano le

vittime emanavano dal governo; e siccome il contadino sa di poter

maledire il governo impunemente, e teme di porsi in ostilità colla

classe degli affittaiuoli, perciò credette o finse di credere alle

menzogne dei commissari, e proruppe contro il governo in improperi e in

minacce, sapendo altresì che così facendo otteneva il favore del suo

clero. Il governo italiano rispetta la libertà del cittadino, direi

quasi con troppo scrupoloso rigore, e non si prende la libertà

d'intervenire nelle faccende che la costituzione ha riservate al

cittadino, e che al cittadino spetterebbero giustamente, quando esso

fosse onesto, sensato ed illuminato. Ma simili cittadini sono in picciol

numero fra di noi. Il cittadino, a cui viene affidata tanta parte del

governo nazionale, commette errori o colpe, o è vittima di accorti

raggiratori; e quando ha rovinato sè stesso e le cose a lui affidate,

accusa il governo dell'universale rovina, e biasimando amaramente

quello, si dispensa dal biasimare e dal correggere sè stesso.

Così accadde pure in proposito della emissione dei biglietti di banca a

corso forzoso. Simili misure, che pur troppo sono talvolta necessarie,

traggono sempre dietro di sè molti guai e molti disastri. Spetta ad ogni

cittadino di scemare la gravità di quelle tristi conseguenze, accettando

la propria parte nel danno comune, ed evitando di far pesare sugli altri

più di quanto deve agli altri toccare. Se tutti sentissero la necessità

di tal dovere, il danno prodotto dall'emissione della carta moneta non

sarebbe intollerabile per nessuno. Ciò che costituisce la ricchezza dei

facoltosi, non è il valore intrinseco del denaro ch'essi posseggono;

bensì il valore convenzionale che al denaro viene attribuito. Sì fatto

valore può essere trasportato ed applicato ad altri oggetti, senza

cagionare direttamente un gran turbamento nella condizione finanziaria

degli individui. Ciò che rende codeste misure pericolose, si è il

discredito che nasce dalle medesime, mentre tutti sanno che nessun

governo si appiglia ad esse se non per mancanza di altre risorse. E

questo gli nuoce ne' suoi negozi colle banche straniere, e

conseguentemente può arenare il commercio e l'industria. Ma quanto agli

effetti immediati della carta moneta sul ben essere dell'individuo

cittadino, questi sarebbero appena sensibili, se tutti vi si

rassegnassero onestamente. Ma così non accade. Non solo v'hanno molti

che non vogliono soggiacere nè a danni nè ad incomodi, ma v'hanno pure

di quelli che non esitano a trar profitto della sventura altrui, e che

speculano su di essa. Quanti comperarono immediatamente tutto il denaro

coniato già in circolazione, e negarono di cangiarlo coi biglietti di

banca se non ricavavano una somma assai maggiore dalla somma che davano,

attribuendo così alla carta un valore arbitrario assai al di sotto di

quello che le dava la legge! Allora incominciarono gli imbarazzi, i

danni reali, la confusione dei valori e dei loro surrogati. Il corso

forzoso della carta non valse a mantenerne il valore, poichè i mercanti

quasi tutti ricusavano di rimborsare, sia in denaro sia in carta, il di

più del valore degli oggetti che si pagavano colla carta. Voglio dire

che se uno voleva comperare un oggetto stimato cinquanta franchi, dando

un biglietto di cento franchi, e ricevendone indietro cinquanta, questi

incontrava un'invincibile resistenza nel mercante, e si vedeva costretto

o a pagare cento ciò che valeva cinquanta, o a comperare un supplemento

di mercanzia che lo addebitasse di cento franchi, o a costituirsi

debitore per l'oggetto di cinquanta, o a rinunziare all'acquisto di

esso.

Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire · 第 9 / 14 段