La Toscana è un piccolo e povero paese, abitato da un popolo gentile ed

intelligente, ma pigro, inerte, che non mosse mai passo sulla via che

percorrono oggidì le nazioni libere e civili. — Tutto rimanevagli a fare

quando fu annessa all'Italia, che si veniva allora costituendo. Sono ora

due anni, se non più, che una combinazione per essa fortunata trasportò

sul suo territorio la sede del governo italiano. Firenze fu prescelta

per succedere a Torino; e siccome Torino erasi amaramente risentita di

ciò ch'essa considerava come una sciagura, era naturale che Firenze se

ne rallegrasse come di un acquisto. Ma Firenze prese la cosa in

tutt'altro modo. — Che la sua popolazione si raddoppiasse numericamente

in pochi giorni, che molti nuovi edifizi s'innalzassero nelle sue mura,

che il denaro circolasse in quantità e con rapidità assai maggiore che

per lo passato, che nessun forastiere distinto e ricco che visitasse

l'Italia potesse d'ora in poi trascurare di visitare anche Firenze;

tutto ciò poco ad essa importava, anzi le cagionava rammarico ed

inquietudine. E perchè? Perchè una cosa sola le apparve fra tutte le

altre; e fu che tanta affluenza di nuovi abitanti farebbe crescere il

prezzo degli affitti, ed il prezzo corrente altresì degli oggetti

indispensabili alla vita di ognuno. Egli è pur vero che se le case di

Firenze crescevano di valore, queste essendo proprietà dei fiorentini,

il vantaggio era loro altresì; e lo stesso poteva dirsi degli oggetti

necessari alla vita di tutti, come le farine, le carni, gli ortaggi, i

latticinii, ecc., ecc. I fiorentini non sono punto gonzi, e intendono

tutto ciò come lo intenderebbe l'uomo più versato negli studi economici.

Ma un'altra cosa intendevano pure; ed era, che il cresciuto consumo dei

viveri, ed il cresciuto bisogno di abitazioni, sola cagione dell'aumento

dei prezzi, renderebbe necessario un accrescimento di produzione, e per

conseguenza di lavoro e di fatica. Nè valse far loro osservare, che

insieme coi consumatori verrebbero dal di fuori, cioè dalle altre parti

d'Italia e dallo stesso toscano contado, dei produttori, cioè degli

operai, che si assumerebbero con lieto animo quell'eccesso di lavoro,

che essi fiorentini non potrebbero o non vorrebbero eseguire. — In tal

caso, rispondevano i fiorentini, nascerà la concorrenza: dovremo

contendere coi nuovi arrivati per ottenere quel poco di lavoro che ne

bastava sin quì; l'opera nostra non sarà più così gradita a chi la

riceve; i nuovi arrivati faranno altrimenti, e si dirà che fanno meglio

di noi; dovremo studiare, esercitarci, ecc. E piuttosto che esporsi ad

un accrescimento di occupazione, che produrrebbe loro un sicuro aumento

di guadagno, i fiorentini hanno in gran numero emigrato dalla capitale,

per ritirarsi sui territorii di Pescia, di Prato, di Pistoia, di Lucca,

ecc., come in oasi non ancora invase dalla moltitudine e dalla civiltà,

e dove si può tuttora vegetare placidamente in un ozio decente e

dolcissimo. Il sagrifizio costò loro assai, e non poche maledizioni

salutarono l'arrivo di quelli irrequieti, cupidi ed ambiziosi che nulla

rispettano, e che sconvolgono senza rimorsi il placido andamento degli

affari in Toscana. Ma per amaro ch'ei fosse, il sagrifizio si compì, ed

oggi un certo numero degli opifici più prosperosi della capitale sono

nelle mani di piemontesi o di lombardi; chè a fronte dei fiorentini noi

lombardi siamo prodigi di energia e di ambizione.

Io non mi maraviglio punto che ciò accada in Italia; e saremmo invero

esseri di una tempra più che umana, se la perpetua servitù in cui

vivemmo non avesse lasciato traccia alcuna nel nostro carattere. Nè

suppongo un solo istante che tale nostra piaga sia incurabile. Anzi sono

convinta ch'essa cederà tosto ad una cura conveniente, e che la seguente

generazione sarà fors'anco perfettamente sana e robusta. Ciò che mi

accora si è il non vedere che alcuno si accinga a medicare quella piaga;

e neppure in Toscana, ove la capitale raduna in sè le forze vive della

nazione, ove tanta coltura fu sempre onorata, nessun farmaco fu ancora

proposto e discusso.

Di ciò mi lagno, e non del bisogno che abbiamo del farmaco; il quale

bisogno è la cosa più naturale del mondo.

Le provincie che componevano prima del 59 e del 60 gli stati romani,

come le Legazioni, l'Umbria, ecc., ecc. non hanno dato sin qui segni

manifesti di non intendere i diritti e i doveri di un popolo libero, o

le leggi della moderna civile società. Quelle popolazioni, rette e

tiranneggiate dal clero, non diedero sin qui un solo indizio di

fanatismo o di superstizione: hanno accettato ed eseguito tutti i

sacrifici richiesti, senza dare mai segno di malcontento, e vanno

gradatamente migliorando le loro condizioni coll'apertura di nuove

strade e ferrovie, colla applicazione di un discreto governo comunale,

collo stabilimento di nuove scuole e di nuovi tribunali rispettabili, e

coll'esercitarsi nelle cose della guerra. Quelle popolazioni dovrebbero

in vero servire a tutte le altre di esempio e di modello; ma v'hanno

alcuni passi che i popoli non possono dare, se l'iniziativa non è presa

da qualche individuo o da qualche associazione più di loro esperti e più

ricchi. Le popolazioni degli antichi stati romani sono ad un tempo

maschie e prudenti. — Sanno soffrire, sanno tacere, sanno combattere; e

credo che saprebbero anche studiare ed imparare. — Ma non furono mai ciò

che volgarmente si chiama popolazioni industriali, ossia dedite alla

industria ed al commercio. Debbono però diventar tali e diventarlo in

breve tempo, poichè l'agricoltura non vi si può sviluppare in vaste

proporzioni, per la natura del suolo. Sino al 59 e al 60 quelle

popolazioni vivevano in gran parte della elemosina degli innumerevoli

conventi d'ambo i sessi; ma ora quella è una fonte disseccata ed

esausta. Se alcuno tentasse di fondare stabilimenti industriali,

opifici, ecc., non vedo quali ostacoli incontrerebbe, e sono convinta

che la popolazione andrebbe a gara per prestarvi l'opera sua. Nulla si

ottiene senza lavoro e senza fatica. Ma la buona volontà e l'attitudine

non bastano quando manca la direzione; e la direzione non appartiene

alle moltitudini, bensì all'individuo.

L'Italia può dirsi materialmente fatta, in quanto che la intera o

pressochè intera penisola è raccolta sotto un unico reggimento, e più

non vi sono padroni stranieri. L'Europa tutta ha riconosciuto il diritto

che noi abbiamo di esistere come nazione indipendente. Nel corso dei

sette anni, che compongono l'età nostra come nazione, abbiamo ottenuto

dei mirabili risultati: la distruzione del brigantaggio; l'abolizione

dei conventi; il nuovo assetto che sta per darsi all'asse ecclesiastico;

il traslocamento del governo e della rappresentanza nazionale da Torino

a Firenze; la riunione delle provincie venete al rimanente d'Italia; e

la probabilità di trovarci fra poco in condizione di trattare

direttamente col Santo Padre; la cessione del potere temporale, e i

compensi che può meritare simile cessione. E l'avere ottenuto tutto ciò

senza attraversare quelle tristissime e sanguinose crisi di rivoluzioni,

di reazioni e di guerre civili, che lasciano indelebili tracce e

dolorose memorie nelle popolazioni che vi soggiacquero, sono benefizi di

cui non possiamo mai essere abbastanza grati alla Provvidenza ed agli

uomini che la Provvidenza scelse per suoi strumenti. Ma appunto perchè

siamo stati così evidentemente e gratuitamente protetti sin quì,

dobbiamo mostrarci degni di tale protezione, porci arditamente e

devotamente all'opera, e nulla lasciare intentato, nè stancarci, nè

disgustarci od annoiarci di ciò che può contribuire a porre il nostro

paese fra i più inciviliti e i più rispettati del mondo.

Quali sono gli ostacoli che si oppongono al nostro progresso? Due sono i

principali.

1.º La depravazione lasciata nel carattere delle popolazioni da una

tirannide di tanti secoli, astuta ed iniqua, che non contenta di ridurci

colla violenza e coi mali trattamenti ad una cieca obbedienza, lavorava

a renderci incapaci di usare, senza però abusarne, di una saggia

libertà.

2.º La scarsezza del denaro, mentre avremmo così ingente bisogno di

abbondanti ricchezze, per dotare il nostro paese di tutte quelle

conquiste della scienza e della industria moderna, strade ferrate,

canali navigabili, opifici, macchine, ponti, per mantenere un poderoso

esercito, una forte marina: cose tutte che i nostri antichi padroni non

si curarono di procurarci.

Il primo di questi due ostacoli, è certamente il più grave e il più

difficile a superarsi; potendo il secondo considerarsi come conseguenza

del primo.

Ma per trovare la via di vincere questi ostacoli è primieramente

necessario di studiarne attentamente la natura, il carattere, la potenza

e l'azione sull'indole e sui costumi delle popolazioni italiane. Abbiamo

veduto come la secolare oppressione, sotto cui visse l'Italia sino al

59, ne ha spogliati della energica operosità, che è forse la prima delle

condizioni indispensabili alla vita di una nazione, ed è propriamente

ciò che corrisponde alla forza vitale dell'individuo. Ma questo difetto

di vitalità si strascina dietro di sè una deplorabile sequela d'infiniti

danni. Il despotismo ha fra gli altri effetti quello di offuscare e di

traviare il sano giudizio delle sue vittime. I fatti e gli avvenimenti

non portano più con essi le naturali loro conseguenze, che sono altri

fatti ed altri avvenimenti. L'uomo ignorante non aspetta di veder

succedersi i futuri eventi, a seconda della tendenza degli eventi

anteriori. Le nozioni di causa e di effetto si confondono nella mente di

lui, poichè a sconvolgere il corso regolare delle cose, sempre

interviene la capricciosa volontà del despota, che di nulla tien conto,

fuorchè della soddisfazione delle private sue mire. Un uomo tenta una

pazza speculazione, e la tenta senza possedere alcuni di quei mezzi che

potrebbero renderla meno rovinosa; ed il pubblico argomenta

accuratamente che una terribile catastrofe sta per piombare sul

temerario speculatore. Ma questi gode la protezione di qualche oscuro

membro della casa del padrone; il quale conosce le vie ingannevoli e

tenebrose che conducono all'orecchio di quello, e se ne vale in favore

del pericolante amico. — Ed ecco che all'ultima ora, quando il

precipizio si apre sotto i piedi dell'imprudente, quando la sua caduta è

certa, la mano onnipotente del despota lo afferra, lo solleva, e lo

depone sovra un solido terreno; e di ciò non contento, impedisce

talvolta a' suoi creditori di costringerlo al rimborso del danaro che

loro è dovuto. Il principale insegnamento che i popoli traggono da tali

fatti è questo: che il favore del principe è la sola áncora di salvezza

su cui è ragionevole di affidarsi. La quotidiana esperienza nulla

insegna oltre ciò. La imprudenza non è più una sorgente di disastri, la

sapienza, l'avvedutezza, la moderazione, la precisione delle vedute, la

fecondità degli spedienti, la puntualità nell'adempire gli assunti

impegni, non sono più una garanzia di felice successo. Il favore del

sovrano tien luogo di qualsiasi dote, e senza di quello nulla si

ottiene. Quando viene repentinamente a cessare la onnipotenza di tal

favore, o quando una costituzione vieta ad esso d'intervenire negli

affari dei cittadini, a chi si rivolge per ottenere una direzione o un

appoggio il popolo educato da più secoli a non fare assegnamento che

sulla protezione del padrone?

Così avviene di noi. — Dal 59 in poi si sono tentate molte cose; ma si

sono tentate come se il felice o l'infelice successo di esse fossero

accidenti di nessun conto, indipendenti dal modo con cui si dirigono e

si conducono gli affari. Si suol dire che gli speculatori italiani si

affidano nella stella d'Italia; ma il fatto è questo, che la immensa

maggioranza dei nostri speculatori non ha mai studiato le condizioni in

cui deve esser posta una speculazione perchè se ne possa sperare un

favorevole risultato. V'ha di peggio. Benchè nulla attendano dal sovrano

favore, gli speculatori che soggiacciono a qualche sventura, ne

incolpano nel segreto de' loro cuori la poca benevolenza del governo. Il

ministro non ha mai veduto di buon occhio questa infelice impresa,

dicono a chi li interroga sulla loro sventura; non so che cosa il

segretario generale abbia contro di me, ma egli non mi ha mai dimostrato

nè interessamento, nè simpatia; e se la mia impresa andò fallita, ciò

accadde perchè il governo nulla fece per salvarmi, mentre egli poteva

facilissimamente impedire la mia caduta. E mentre lo speculatore fallito

parla con tale apparente moderazione, esso accusa sovente in suo cuore

il governo di mala fede, di animo vendicativo, di venalità, di

corruzione, ecc., ecc.; perpetuandosi in tal modo fra i cittadini e i

membri del governo quella diffidenza e quel malumore, che sono di sì

grande impedimento al regolare sviluppo della nostra prosperità.

Lo speculatore non si inganna però sempre, quando dice che il governo

avrebbe potuto salvarlo se lo avesse voluto. Ma il governo avrebbe

allora oltrepassato i limiti della sfera di azione a lui prescritta. Il

governo di un paese libero non deve intervenire nelle faccende dei

privati, se non per far eseguire le leggi che possono riferirsi ad essi.

Un governo costituzionale non deve assumere il carattere paterno: il

governo è il delegato della nazione, non ne è il tutore, e molto meno il

padrone. Questo è quello che non sappiamo ancora intendere. Dai

precedenti governi, tanto dall'austriaco pretto, quanto dagli altri più

o meno indirettamente austriaci, non aspettavamo che persecuzioni,

vessazioni, ingiustizie, violenze, ecc. e la nostra aspettativa era

sovente superata dal fatto. Ora aspettiamo dal nostro governo tutto

l'opposto di ciò che aspettavamo dall'Austria, e ci troviamo

necessariamente delusi nelle nostre speranze; perchè non abbiamo

imparato ancora che da un governo costituzionale si richiede

principalmente che esso si astenga da qualsiasi intervento negli affari

dei privati, almeno sino a tanto che le leggi non sono da questi

violate. Quel costante bisogno di appoggio, di protezione, di favore e

di direzione, è la più profonda piaga che ci abbiano lasciato le nostre

infrante catene. È questo un sintomo troppo evidente della debolezza del

nostro carattere, del nostro criterio e della nostra volontà; è una

tentazione pel governo, il quale vedendosi implorato dai cittadini

perchè intervenga negli affari loro, e sentendo che il suo rifiuto

eccita mali umori e risentimento, è necessario che conosca perfettamente

i propri impegni, e sia fornito di singolare onestà per non cedere, e

per non trasformarsi insensibilmente in ciò che chiamasi governo paterno

ossia dispotico.

L'ignoranza in cui vegetiamo e in cui ci mantennero scientemente i

nostri padroni, combinata colla naturale indolenza, propria a tutti i

popoli meridionali, ci rese sin qui incapaci di competere colle nazioni

vicine nelle industrie e nel commercio, e ne lascia senza difesa contro

la superstizione, l'assoluto, il tirannico e talvolta immorale dominio

del clero, non meno ignorante, è vero, e non meno inerte dei laici, ma

che riceve le sue istruzioni e la sua parola d'ordine da Roma. L'Italia

meridionale è per così dire esclusivamente ligia al suo clero, e a

quelle torme di frati e di monache che la divorano. L'Italia

settentrionale non è così acciecata, o almeno gli abitanti delle sue

città si sono sottratti alla tutela clericale; ma le popolazioni delle

nostre campagne sono nelle mani del clero tanto quanto le popolazioni

del mezzodì. Il clero delle provincie settentrionali d'Italia è meno

sensuale e meno ignorante del clero napoletano e siciliano, e della

moltitudine di frati che occupavano tutte quelle contrade; ma in

compenso esso è forse meno sincero. Obbediente ad alcune sommità

clericali, le quali sono in perenne ribellione contro il governo

italiano, e sempre intento a macchinare congiure contro il medesimo, il

clero delle nostre campagne dispone come gli piace de' suoi popolani, e

mentre finge tendenze liberali, mentre deplora di essere impotente a

fare il bene, si oppone copertamente a tutto ciò che potrebbe sollevare

il contadino dalla sua secolare ignoranza, e illuminarlo sui veri suoi

interessi, e lo mantiene in uno stato di stolida ostilità contro i

naturali suoi protettori.

I possidenti delle campagne dell'Italia settentrionale avrebbero cento

mezzi per combattere l'influenza del clero e per sostituirvi la loro. Ma

nulla si ottiene senza qualche sforzo e senza qualche fatica. Ora la

fatica è la cosa che più ripugna all'attuale generazione italiana. Le

terre più produttive, quelle che danno tuttora qualche valore alla

possidenza fondiaria, sono situate in quella parte che chiamasi la bassa

Lombardia, e che comprende il Lodigiano, il Pavese, il Cremasco, il

Piacentino, il basso Novarese e la Lomellina: paese tutto di pianura, e

spoglio di quelle attrattive di cui abbondano i paesi di montagna. Oltre

a ciò l'aria di quei fertilissimi luoghi è sovente impregnata di miasmi

palustri, e gli abitanti vi sono esposti a ricorrenti febbri

intermittenti, che degenerano talvolta in perniciose, e forniscono ai

possidenti di quelle terre un plausibile pretesto per non visitarli.

Tali poderi, che formano ora tutta la ricchezza effettiva dei signori

dell'Italia settentrionale, poderi assai più estesi di quelli situati

sulle sponde dei nostri laghi, o sui colli della Brianza o del

Varesotto, sono affittati ad una classe di cittadini che non esiste

forse altrove che in Lombardia ed in alcuni stati dell'America.

Parte della classe degli affittaiuoli della bassa Lombardia trae la sua

origine dalla classe dei contadini, ed ha tuttora comune con questi la

profonda ignoranza e un eccessivo amore del lucro.

Alcuni affittaiuoli emergono dalla moltitudine degli uomini di contado,

quando uno di essi, o più fortunato o più accorto o meno tenero di

coscienza de' suoi compagni, è riuscito a mettere insieme qualche

migliaio di lire. — Esso prende un piccolo podere in affitto, e vi si

stabilisce colla sua famiglia, incominciando una nuova esistenza. Ogni

legame di consanguineità o di amicizia cogli antichi suoi pari è da lui

spezzato. Da quel momento in poi il contadino diviene il renitente,

l'infedel servo dell'affittaiuolo; e questi assume il carattere di

tiranno volgare, brutale, e talvolta crudele.

Il contadino che riesce a salire in più elevata sfera e a prendere posto

tra gli affittaiuoli, deve necessariamente possedere qualche dote

naturale di cui sieno privi i compagni de' suoi primi anni. Queste doti

sono per lo più l'accortezza, la dissimulazione, l'avidità di lucro, ed

un certo istinto che lo strascina verso alcune speculazioni piuttosto

che verso certe altre. Convien pure ch'egli non sia nè trattenuto nè

incomodato da delicatezze o da scrupoli di coscienza, nè da pietosi

riguardi per le sofferenze de' suoi dipendenti, o pel danno ch'ei

cagiona altrui affine di giovare a sè medesimo.

Queste facoltà naturali non sono già quelle che formano e che

distinguono l'onesto uomo ed il cristiano; e le ricchezze, che vanno

cumulandosi nelle mani di siffatti uomini, sono e rimangono sterili pel

paese. A quelle facoltà, che meglio sarebbero chiamate vizi, si aggiunge

a poco a poco l'orgoglio e la vanità generale del successo; poi

l'ambizione di ulteriori successi ed un odio acerbissimo contro tutto

ciò che gli si oppone, o che giova ad altrui piuttosto che a sè stesso.

Avvezzo dalla più tenera infanzia alle privazioni dell'estrema povertà,

il contadino arricchito tratta col massimo disprezzo i lamenti che gli

fanno i contadini rimasti poveri; ma ritiene di avere acquistato il

diritto di compensare a sè medesimo le sofferenze antiche colla più

ampia soddisfazione di tutti gli istinti materiali. Siccome però le

delicatezze, e le ricercatezze del lusso elegante, sono ad esso

sconosciute, gli istinti ch'ei vuol soddisfatti sono limitati al

mangiare, al bere, al fumare, all'annusare tabacco. I contadini che da

esso dipendono non hanno agli occhi suoi diritto alcuno di voler

migliorata la loro sorte. Perchè non seguono essi il suo esempio? Perchè

non seppero arricchirsi? Il povero deve patire; tale è la moralità del

contadino arricchito.

Un'esistenza così spoglia di aspirazioni elevate, di tenere affezioni e

di onesti propositi, deve necessariamente corrompere e degradare la

condizione morale di chi se ne accontenta; ed è cosa veramente

deplorabile che la sola industria in cui l'italiano abbia progredito con

qualche successo anche sotto il dominio straniero, la sola industria che

produce qualche vantaggio al paese, sia in parte almeno affidata ad una

classe d'uomini sì poco degna della sua missione. Nè v'ha speranza che

quel senso di religiosa fede, che regna generalmente negli animi dei

poveri abitanti delle campagne italiane e li mantiene entro certi

limiti, possa produrre simili effetti anco sui contadini arricchiti.

Questi ultimi si credono superiori alla semplice legge di Cristo, e si

assicurano della tolleranza e della condiscendenza del loro curato con

qualche dono o qualche invito alla loro mensa.

Ma se il contadino arricchito è il naturale nemico del contadino rimasto

povero, cotale inimicizia non è la sola che turbi ed avveleni l'animo

del primo; anzi è questa notevolmente superata dal timore e dall'odio

che l'affittaiuolo nutre verso il possidente del fondo da lui coltivato,

o come esso lo chiama, verso il padrone. Il povero contadino è

considerato dall'affittaiuolo come uno strumento, di cui si vale per

arricchirsi, ed al quale concederà qualche frazione delle ricchezze

acquistate per mantenerlo in istato di servirlo con eguale efficacia ed

alacrità. Ma il così detto padrone è il possessore delle ricchezze da

lui ambite, e di cui esso pretende spogliarlo. Al cospetto del padrone

il contadino arricchito si maschera e simula principii e sentimenti di

cui ride nel cuor suo. Col povero contadino il ricco non si cura di

sembrare diverso dal vero; e questa libertà di cui gode col povero,

posta a confronto della dissimulazione che gli è forza usare verso il

ricco, fa sì che esso abborre l'ultimo assai più del primo. Questo è

d'altronde compiutamente in sua balìa, mentre il padrone può

interrompere ad ogni momento il corso de' suoi guadagni. Dunque il

contadino arricchito teme il padrone, ed è temuto dal povero; per cui

ella è cosa naturalissima che il padrone sia l'oggetto dell'odio più

acerbo di cui è capace il cuore dell'affittaiuolo.

Non dovrebbe essere necessario di notare, che codesta pittura del

carattere di alcuni fra i nostri ricchi agricoltori non va applicata ad

ognuno di essi. Non solo v'hanno delle eccezioni, ma ve n'hanno molte;

ed eccezioni sarebbero forse meglio dette quei primi. Gli agricoltori

che prendono in affitto dei grossi tenimenti, non sono contadini

arricchiti, e non pochi fra questi appartengono a famiglie benestanti e

civili, poichè debbono necessariamente essere forniti di grossi capitali

per procacciarsi le così dette scorte del fondo, ossia le mandre, e il

bestiame da tiro e da soma, oltre il denaro occorrente per

l'anticipazione di un anno d'affitto, e per far fronte alle eventualità

di uno o di più falliti raccolti. Questi agricoltori ebbero naturalmente

un'educazione non inferiore a quella dei cittadini che si dedicano alle

professioni dell'ingegnere, dell'avvocato e del medico; e di tale

educazione le leggi ed i principii morali di onestà e di onore formano

parte integrante. Questi non ambiscono disonesti guadagni, e per ciò non

considerano il padrone del fondo come il nemico loro. Tali eccezioni

però non sono numerose abbastanza, perchè pochi sono gli uomini, che

cresciuti fra la gente colta, e le agiatezze della vita civile, scelgano

di rinunziare a queste e a quelle, per condurre una vita faticosa,

scevra d'ogni dolcezza civile, fra gente rozza, ignorante, e più

propensa al male che al bene. Alcuni, spinti da circostanze speciali o

da inclinazioni possenti, abbracciano la professione dell'affittaiuolo.

Avviene allora non di rado una trasformazione, che vale sempre più a

provare come la classe sociale degli affittaiuoli non sia in armonia coi

bisogni e coi progressi della nostra vita civile. Accade sovente che

l'uomo colto, educato per esser membro di una società colta, trovandosi

tutto ad un tratto fuori di essa, lasciato digiuno di ogni alimento

intellettuale, costretto ad applicarsi esclusivamente alla realizzazione

del maggior lucro che ottenere ei possa, non va guari che si vede

rapidamente cadere negli andamenti dei rozzi suoi compagni, cercarsi

delle distrazioni nei piaceri più volgari, e dimenticare a poco a poco

l'abito più elevato e spirituale de' suoi primi anni.

Altre eccezioni e più numerose s'incontrano in una categoria di ricchi

agricoltori, degni dell'universale rispetto. Evvi delle famiglie di

affittaiuoli che rimasero tali per più e più generazioni, il padre

morente affidando al primogenito l'incarico di proteggere e di reggere

l'orbata famiglia, questi assumendo l'autorità paterna, e i minori

fratelli sottomettendosi di buon animo alla sua autorità.

Codeste famiglie si sono serbate quasi intatte per più generazioni; ed

ebbero l'origine al tempo stesso in cui la stretta osservanza della

morale cristiana e cattolica, e il vivere al di fuori del turbine

cittadino una vita operosa e tranquilla, bastava a preservarle da ogni

corruzione di costumi e di principii.

Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire · 第 8 / 14 段