conquistati e ad essa incorporati, nulla godevano di quella libertà, che
pochi anni innanzi i Francesi tenevano come altrettanto necessaria alla
loro esistenza, quanto lo era l'aria che respiravano. — I trionfi delle
armi loro li distraevano dalle perdite fatte, ed erano il loro solo
compenso. — Gli Italiani poi, che non avevano partecipato alla febbre
rivoluzionaria dei Francesi, nè divise le loro infinite speranze, non
erano caduti dalla medesima altezza. Quando erano diventati Francesi,
essi avevano inteso soltanto che più non erano Austriaci, e non avevano
prestata molta fede alle promesse di libertà illimitata che ad essi
portavano i conquistatori. — Perciò accettavano il potere imperiale
francese a un dipresso come avevano accettato l'austriaco. — I novatori
o liberali e i conservatori non erano però più così precisamente
ripartiti fra la Francia e l'Austria, come lo erano stati al primo
apparire dei tre colori francesi. Partigiani dei Francesi erano quelli
che amavano le novità, gli ambiziosi di titoli, di autorità e di fama,
le imaginazioni fervide, che inclinano al lusso, allo sfarzo e a tutto
ciò che abbaglia il volgo; gli amatori di conversazioni, di piaceri e di
eleganze, fra i quali si possono noverare un gran numero di giovani e
colte donne; gli animi guerrieri e le menti affette di scetticismo che
vedevano con dolore la superstizione popolare e la suprema influenza
posseduta da un clero ignorante e scostumato; infine tutti coloro che
amavano veramente lo studio e le scienze, e che rifuggivano al tutto da
quello spirito di aristocrazia austriaca, il quale non tiene in alcun
conto il valore morale ed intellettuale dell'uomo, e non gli permette di
contendere coll'antichità della prosapia, nè di pretendere ai privilegi
a quella concessi.
Erano Austriaci i timidi che vedevano nella plebe un serraglio di belve
pronte a divorarli, per poco si allegerisse il giogo che su di essa
pesava. Codesto giogo essendo assestato sul collo mediante il chiodo
della ignoranza, quei paurosi abborrivano dalle nuove dottrine, che
insegnavano essere la istruzione primaria un bene a cui tutti i popoli
avevano un imprescrittibile diritto, ed il distribuirlo un sacrosanto
dovere delle classi educate e colte; i superstiziosi, che attribuivano
alle scienze ed ai scienziati la funesta azione di accendere l'ira
divina, la quale poi non meno cieca a parer loro della collera umana, si
riverserebbe per certo anche sugli innocenti, confondendoli tutti nella
sodisfazione di una barbara vendetta. — Partigiani degli Austriaci
altresì erano coloro che, ricolmi essendo di titoli e di onori, non
sofferivano il pensiero di rinunziare ad essi, o di vederli ottenuti da
chi non li aveva ricevuti nascendo. — Certa classe di ambiziosi, che
adoravano il potere assoluto perchè ne avevano esercitata qualche
frazione, o speravano di esercitarla un giorno. — Gli animi chiusi ad
ogni dolcezza come ad ogni altezza di sentimenti, insensibili alle
altrui sofferenze; duri, egoisti, intolleranti d'ogni verità, e
principalmente di quelle che hanno per oggetto il sollievo e il lento
perfezionamento delle plebi. — E per ultimo ai partigiani degli
Austriaci ora annoverati si unirono a poco a poco tutti quelli ambiziosi
della opposta parte, la cui ambizione non era stata sufficientemente
accarezzata e soddisfatta.
Questi furono in gran numero. Ad essi si strinsero pure tutti i
malcontenti del governo francese. I parenti di tante vittime che avevano
versato il sangue loro per gonfiar maggiormente la insaziabile ambizione
di un uomo. I cittadini smunti dalle ingenti e sempre crescenti tasse;
gli artigiani respinti in una umiliante e rovinosa inferiorità dai
rivali artigiani di Francia; i capi delle famiglie che attribuivano la
rilasciatezza dei costumi della giovane generazione al cattivo esempio e
alla comoda moralità dei Francesi. Per dirla in breve tutti quei
malcontenti che ogni governo, ogni regime produce inevitabilmente, per
la semplicissima ragione che è impossibile contentar tutti, e che tutti
vogliono e pretendono essere contentati. Questo accumularsi del
malcontento italiano contro il governo francese, era un continuo
rinforzo al partito austriaco. Al primo apparire dei Francesi, molti li
avevano accolti con entusiasmo e favore, perchè la pesante monotonia del
governo austriaco li aveva stancati. Ma tutti, o pressochè tutti coloro
che non si erano accostati ai Francesi per altra più seria e più degna
ragione, erano di nuovo arruolati fra i partigiani dell'Austria, e più
non aspettavano se non un'occasione propizia per dichiararsi tali, e per
ricondurre al di quà delle Alpi gli antichi padroni. Se io scrivessi la
storia degli anni 1814 e 15, mostrerei quali e quante misere passioni,
quanti stolidi interessi, e quanti bassi intrighi contribuirono a
procurarci quell'ultima rovina. La guerra di Russia portò all'estremo il
malcontento degli Italiani. E la infausta campagna, che terminò colla
quasi intera disfatta delle armate francesi e con una leva in massa
dell'Europa contro l'esausta Francia, offriva agli Italiani la sospirata
occasione di rientrare sotto il dominio austriaco.
La situazione politica dell'Italia non era però esattamente la medesima
di quelle tante altre volte, in cui l'Italia era passata da un dominio
straniero ad un altro, durante i molti secoli scorsi dalla caduta
dell'Impero di Occidente ai dì nostri. — Le nuove dottrine inoculate
nelle popolazioni dai principi della Casa d'Austria, e da Carlo di
Borbone, non erano rimaste assolutamente sterili ed inoperose. Molti
ingegni studiosi, ed inclinati alle speculazioni astratte, le avevano
ricevute come dottrine filosofiche, di cui cominciavano a travedere la
possibile applicazione. — Nelle file del nostro esercito non pochi erano
saliti a condizione elevata, e dubitavano che l'Austria li conservasse
in quella. Tutti riconoscevano che le promesse di libertà, portate in
Italia dalle legioni repubblicane francesi, non erano state mantenute;
ma le promesse medesime, fatte al popolo francese dal successore del
governo repubblicano, avevano avuto la stessa sorte; e di ciò tanto gli
Italiani quanto i Francesi davano la colpa alla smisurata ambizione
dell'imperatore Napoleone. — Nacque da tale convinzione l'episodio dei
cento giorni in Francia, e in Italia diversi tentativi per sottrarsi
alla tirannide imperiale, mediante la conquista di alcune istituzioni
liberali, e senza ricadere sotto la tirannide austriaca. — Si voleva
ringiovanire e vivificare il governo napoleonico e quello dei suoi
congiunti in Italia coll'introdurvi l'elemento animatore della libertà.
— Questo desiderio, da pochi diviso perchè da pochi inteso, diede
origine alle imprese di Gioachino Murat, e del vicerè Eugenio
Beauharnais, siccome aveva dato origine in Francia alle esigenze
liberali di Beniamino Cousbaut, Lafayette ed altri, che si sforzarono di
conservare Napoleone togliendogli la illimitata autorità, mentre in
Italia cercavasi di mantenere i luogotenenti dell'Imperatore, ma
separandoli da lui e ponendoli alla testa di un governo costituzionale,
altrettanto nuovo o sconosciuto ai proposti principi, quanto ai sudditi
loro. — Ma nessuno, tranne l'Imperatore stesso, intendeva che il regime
imperiale era una cosa sola colla persona dell'Imperatore, e che
togliendogli l'assoluto potere il Napoleone degli anni trascorsi più non
esisteva. — Non si sapeva neppure quanto fossero piccoli i luogotenenti
imperiali, e che a nulla potrebbero giovare quando diventassero
dall'Imperatore indipendenti. — Ciò apparve troppo chiaramente dopo la
battaglia di Waterloo, in cui Napoleone, spogliato di ogni assoluta
autorità, si trovò per la prima volta diffidare di sè stesso e de' suoi,
e fu vinto dall'Europa coalizzata a vendetta.
In quel mentre l'Italia ricadeva sotto l'antico giogo. Ma qui pure debbo
notare una circostanza che non si era manifestata in altre simili
situazioni. Gli Austriaci avevano ripetute le promesse di libertà fatte
dai Francesi agli Italiani nei primi anni di questo secolo. — Le libertà
promesse nel 14 e nel 15 dagli Austriaci non erano le libertà
rivoluzionarie dei Francesi, ma erano tuttavia libertà, libertà
moderate, e perciò appunto dovevano essere più salutari e più durevoli.
— Ebbimo promessa di un governo separato, e fino ad un certo punto
indipendente da quello di Vienna: la Lombardia e la Venezia non
sarebbero più provincie dell'Impero austriaco, ma un regno (il regno
Lombardo-Veneto) annesso all'Impero. — Le nostre imposte dovevano essere
misurate secondo i bisogni del regno e non secondo quelli dell'Impero.
Il nostro esercito difenderebbe i nostri confini, e manterrebbe l'ordine
e la tranquillità interna.
Queste promesse fatte dalla Casa di Absburgo ai deputati dell'alta
Italia, ch'eransi recati tanto a Vienna quanto a Parigi al tempo dei
celebri congressi radunati per dare un conveniente assetto alle cose di
Europa, furono proclamate in Italia dai partigiani del dominio
austriaco, non già come parole e lusinghe che potevano essere realizzate
e potevano altresì non esserlo, ma come benefizi già ricevuti, sicuri,
impossibili a distruggersi, che stabilivano sopra salde basi quella
libertà vanamente promessa dai Francesi. — Nulla si farebbe nell'alta
Italia senza il consenso degli Italiani, e gli Italiani esausti di
ricchezze e di sangue, che facilmente si stancano di ogni giogo, e che
non conoscevano ancora altra forma di reggimento se non il giogo,
accettavano volonterosi un giogo nuovo, purchè fosse loro levato il
vecchio, di cui sentivano il peso e le ammaccature. Nel rimanente
d'Italia, i principi ch'erano stati cacciati dai Francesi mandavano le
stesse promesse, ed ottenevano il medesimo facile successo. — In breve
tutto fu combinato; e l'anno 1815, che vedeva Napoleone a sant'Elena,
lasciava l'Italia nella identica condizione politica in cui trovavasi
prima delle invasioni francesi. La Casa di Savoja, signora assoluta del
Piemonte, del Genovesato, e dell'isola di Sardegna, il cui nome
diventava quello dell'intero regno. — La Lombardia e la Venezia sotto il
diretto dominio dell'imperator d'Austria, che vi teneva un arciduca col
titolo di vicerè. Parma e Piacenza composte a ducato, per dare una
corona alla figlia dell'imperatore d'Austria, che aveva tradito il
marito quando lo tradirono la fortuna e gli alleati. — Modena e Reggio
formarono un altro ducato, che fu presentato in dono ad un arciduca del
ramo d'Este. — La Toscana rientrò sotto il comando de' suoi antichi
padroni, anch'essi austriaci. — Roma cessava di essere un dipartimento
francese, e si ritrovava nuovamente l'ovile del sacerdote re, del
successore di s. Pietro, e di tanti sovrani che nulla avevano avuto di
santo. — Napoli dopo di avere barbaramente ucciso il re napoleonico, che
tentava difendere il suo trono contro i Borboni, aveva tese le
insanguinate sue mani alla real coppia di Ferdinando e Carolina; coppia
degnissima in vero di quel lurido omaggio. — L'Italia era ridiscesa nel
sepolcro. Fra tutte le promesse fatte agli Italiani dai loro antichi
padroni, non una fu mantenuta. — Non so se gl'ingannati partigiani
dell'Austria reclamarono e protestarono; ma suppongo il facessero sulle
prime, poichè non andò guari che diventarono sospetti ed odiosi a quei
principi ch'essi avevano riposti in seggio. — Dopo pochi mesi di
assoluto dominio dall'una parte, e di simulata e cupa obbedienza
dall'altra, ricominciarono i così detti liberali, ossia i malcontenti
del francese dominio, a tramar congiure contro gli Austriaci. — Le prime
congiure ebbero per autori alcuni soldati e generali del disciolto
esercito italiano, che non potevano tollerare la vista dei reggimenti
austriaci (da essi posti tante volte in fuga,) e si vedevano delusi
nella speranza di comandare di nuovo a truppe italiane. — Queste più non
esistevano, nè si vedeva nell'alta Italia altro uniforme che il bianco.
— I generali Lecchi, Demeester ed altri furono scoperti, ed espiarono
nelle carceri di Mantova il fallo di avere prestato fede alle parole
della Casa di Absburgo. — E da quel punto in poi, la storia d'Italia non
ebbe più da raccogliere altri fatti che congiure e supplizi.
La libertà civile e politica è tal bene, che basta averlo traveduto
nell'avvenire o sperato soltanto, perchè non sia possibile il
dimenticarlo e il rinunziarvi. — Di quella libertà gli Italiani non
avevano provato che la speranza; il solo parlarne era stato loro qualche
volta concesso; e perciò quando i regnanti austriaci e i borbonici ne
proscrissero il magico nome, e si mostrarono gli incurabili despoti che
erano, sono e saranno mai sempre, gli Italiani sentirono forse per la
prima volta l'intollerabile peso delle catene, le maledirono, e si
trovarono pronti ai più fieri sacrifici, purchè fosse loro dato di
spezzarle.
Un pensiero balenò allora nella mente di quelli Italiani ch'erano stati
traditi dall'Austria e dalle proprie loro passioni. La Casa di Savoia
nulla aveva di comune nè coll'Austria, nè coi Borboni. — I tre fratelli
che si succedettero rapidamente sul trono sardo non avevano prole
maschile, ed il presuntivo loro erede era un giovane principe del ramo
di Carignano, cresciuto lungi dalle Corti, educato in Francia come un
semplice cittadino ed in mezzo ai figli dei cittadini, colto, di mente
elevata, ed imbevuto delle moderne dottrine civili e politiche. — Se gli
Italiani liberali di quell'epoca fossero stati meno impazienti,
avrebbero aspettato per accostarsi a lui e spingerlo ad alte imprese,
che il corso naturale degli avvenimenti lo avesse portato sul trono di
Savoja. — Ma i cospiratori credono sempre che il tempo sia loro nemico,
che il momento in cui cospirano sia il solo propizio alla realizzazione
dei loro progetti, e che chi non opera presto, non opera bene. — Coloro
che avevano prestato fede alle menzogne dell'Austria, e che mal celavano
l'ira da cui si sentivano divorati contro i menzogneri, fissarono l'anno
ventesimo primo di questo secolo per l'epoca del nostro risorgimento e
della loro vendetta. — Napoli, ch'era stata tradita non meno di noi,
aveva aderito al loro divisamento, e promesso d'insorgere un dato
giorno. — Il principe di Carignano esitava. — I suoi principii politici
erano saldi e retti; ma la condizione sua era dilicata di troppo, e il
suo carattere irresoluto.
I suoi migliori amici, gli uomini per ogni conto più considerevoli del
Piemonte, l'illustre Santa Rosa, il principe della Cisterna, il marchese
di S. Marsano, ed altri molti, insistevano perchè egli si dichiarasse
apertamente il protettore delle libertà italiane; e incapace di
resistere a tali istanze ed al suo proprio cuore, il principe di
Carignano si arrendeva, e valendosi dell'assenza del re suo zio che
avevagli affidato in parte il potere governativo, diede il segnale della
insurrezione, e concesse agli insorti una costituzione; vale a dire
promise loro che l'avrebbero. — Io non iscrivo la storia delle nostre
congiure e delle nostre rivoluzioni dal 14 sino al 59. Faccio solo un
cenno di questa, perchè fu il primo accordo stretto fra i liberali
italiani, e la Casa di Savoja, e perchè dal 1821 in poi tutti gli
Italiani che si sforzarono di dare al nostro paese la libertà e la vita
si volsero con maggiore o minore insistenza, con maggiore o minor
fiducia e successo ai rappresentanti di quella antica e reale stirpe.
La rivoluzione del 21 fu vinta come tutte le altre, perchè erano frutto
di congiure, e perchè le congiure che debbono per natura essere limitate
fra pochi individui, non hanno il carattere che le rivoluzioni debbono
avere per trionfare; cioè la pubblicità e la universalità. — Le congiure
ebbero felice ventura quando i popoli e le passioni loro obbedivano al
comando di pochi, ed erano disposti a servire le cause che non
intendevano. — Ai nostri giorni i popoli non si interessano e non si
muovono se non per idee che essi intendono e per cose che evidentemente
li concernano. — Ma una lunga e crudele esperienza poteva solo
convincere i cospiratori della verità di questa sentenza; e sino a tanto
che tale convincimento non ebbe penetrato tutti gli animi, si volle
imputare ad alcuno la colpa dell'infelice esito di ciascuna di esse. —
La rivoluzione del 21 fallì, e la colpa ne fu data al principe di
Carignano. — Forse difatto egli fu cagione ch'essa fallisse in quel
giorno ed in quel modo. — Egli si era arreso alle istanze de' suoi
amici, ben sapendo che con ciò giuocava la sua corona e l'avvenire
d'Italia, che egli si proponeva di liberare quando fosse assunto al
potere. — Appena scoppiata la rivoluzione, chiaro gli apparve ch'essa
sarebbe repressa. — Due vie gli erano aperte. — Persistere nella
condannata impresa, e cadere, perdendo ogni speranza di succedere allo
zio, e di redimere l'Italia col potere che da quello egli doveva
ereditare; oppure ritirarsi prontamente, abbandonando gli amici e
maneggiandosi in modo che lo zio rimanesse incerto s'egli era stato con
cognizione di causa ribelle, o s'era stato invece vittima della naturale
debolezza del suo carattere e dell'audacia dei liberali. — Quest'ultimo
partito poteva mantenerlo nel posto ch'egli occupava e gli lasciava
qualche speranza di succedere al trono de' suoi avi; ed a questo egli si
attenne, traendo sopra di sè medesimo la diffidenza universale, cioè la
diffidenza dei conservatori, della Corte, dell'Austria, e dei liberali.
— Carlo Felice non gli perdonò mai il suo contegno nel 21, e lo trattò
da quel tempo in poi come un uomo ch'ei tollerava per ragioni sue
proprie, ma pel quale non aveva nè affezione nè rispetto. — La sua
avversione al nipote era così evidente, che nessuno ardiva mostrargli
quella considerazione ch'è dovuta ad un principe ereditario. Sarebbe
esso escluso dalla reale successione? Tutti ne dubitavano, e molti ne
erano convinti. — Ma Carlo Felice era anch'esso della Casa di Savoja. —
Avverso alle nuove dottrine, superstizioso, bigotto e ligio al Papa ed
al clero cattolico, di cuor duro e vendicativo, quasi sempre sordo alle
voci della pietà, Carlo Felice abborriva l'Austria, e il dominio di essa
in Italia. — L'Austria non risparmiò nè lusinghe nè promesse per indurlo
a diseredare il nepote, ed a far suo erede il duca di Modena; un
arciduca austriaco.
Essa ottenne ancora, per quanto si è detto, che il Papa unisse le
proprie istanze alle sue; ma quanto più si mostrava ansiosa di escludere
il principe di Carignano dalla successione dello zio, tanto più questo
rifuggiva dal pensiero di dare all'Austria quella soddisfazione. — La
lotta non fu lunga, ma accanitissima. — Pochi anni dopo il tentativo
infelice del 21, Carlo Felice fu colpito da morbo letale. — Prevedendo
il prossimo suo fine, egli chiamava intorno al suo letto gli uomini più
rispettati della sua Corte e del Piemonte, e loro dichiarava che il
principe di Carignano doveva succedergli, e che tale era l'ultima, la
irremovibile sua volontà. — Carlo Felice morendo, compì un atto che
doveva col tempo mutare le sorti d'Italia.
Un nuovo elemento, che contribuir doveva al risorgimento d'Italia,
comparve in quel tempo sulla scena politica di questa nazione. Verso la
Casa di Savoja cominciavano a volgersi gli sguardi dei liberali delle
classi elevate e colte, che anelavano alla libertà e alla indipendenza
del loro paese, ma che non avrebbero voluto comperarla a prezzo del
disordine, del pazzo furore, e delle miserie che oscurarono il primo
splendore della rivoluzione francese dell'89 e del 93. — In Italia non
erano a temersi gli eccessi di furor popolare che la sete di libertà
aveva svegliato in Francia. — La nostra plebe era pressochè indifferente
alle generose nozioni della libertà e del patriottismo, e le classi
educate, che avevano assistito alle sanguinose scene della repubblica
francese, non ardivano scuotere dal suo letargo il nostro popolo, e
preferivano vederlo indifferente, piuttosto che feroce o frenetico. — Ma
all'epoca nostra non si compiono grandi rivolgimenti politici senza il
popolare concorso. — Sebbene indifferenti alle idee di libertà, di
diritto, di dignità e di onor nazionale, le nostre plebi conoscevano i
loro materiali bisogni, e non si abbandonavano ciecamente fiduciose a
chi non si mostrava capace e volonteroso di soddisfarli. — Chi
prometteva ad esse l'alleviamento delle imposte e della coscrizione, e
l'allargamento delle vie di lucro, ne disponeva a piacer suo; e i
liberali italiani nulla potevano operare senza involgere il paese in
momentanee, ma gravi difficoltà. — Erano dunque, per così dire, certi di
non trovar favore nelle plebi, e di accendere la guerra civile
insorgendo contro gli ultramontani oppressori, che avrebbero trascinate
nelle fila dei loro armati le infime classi delle popolazioni. — Non so
come i liberali italiani di quel tempo avrebbero trionfato di tale
ostacolo, se il nuovo elemento di cui feci testè cenno non fosse
felicemente intervenuto.
Primo a scoprirlo ed a valersene fu un avvocato genovese chiamato
Giuseppe Mazzini. — Chi gli insegnasse il linguaggio del popolo, nol so;
ma certo si è ch'egli seppe farsi intendere dalle masse popolari, e
svegliare in esse sentimenti e passioni ch'erano rimaste intorpidite
sino a lui. — Egli cominciò col volgere le sue parole al solo popolo,
come alla sola classe degna della libertà, e capace di energici sforzi
per ottenerla, lusingando così le passioni popolari, sempre pronte ad
accendersi contro tutti quelli che per ricchezze e per natali stanno in
una sfera più elevata, e godono piaceri ad esso inaccessibili. — I suoi
scritti, che il Mazzini seppe spargere fra le plebi, contenevano poche
idee, ma chiare, ed espresse con enfasi e calore. — Lo stile n'era
talvolta ampolloso e poetico, troppo poetico per essere pienamente
inteso dai suoi lettori; ma vi è un linguaggio che anche imperfettamente
inteso possiede direi quasi un magico potere, e si fa accettare da
uditori già accesi di entusiasmo. — Codesto linguaggio è cosparso di
parole, il cui suono basta a svegliare le appassionate simpatie del
popolo; e questo linguaggio era quello di Mazzini. — Egli parlava al
popolo ch'ei chiamava gli oppressi; sebbene a quel tempo le classi
popolari fossero quelle appunto sulle quali pesava meno ruvidamente
l'oppressione straniera. — Egli parlava altresì ai giovani, agli
ambiziosi, accertandoli che mediante un solo atto di coraggio o di
audacia potevano acquistar fama, autorità, ed emergere dalla folla agli
onori ed al potere; condannava tutto il passato, e chi al passato
apparteneva o il passato studiava. — Egli chiamava la prudenza viltà, la
moderazione debolezza. — Il titolo di Re costituiva un tiranno, e la
sola forma di governo che convenisse ad un popolo degno della libertà
era la repubblica. — Le imposte erano un furto legale mediante il quale
si empivano le tasche dei re e dei cortigiani, alle spese e colla rovina
dei popoli. — I nobili erano altrettanti piccioli tiranni, servilmente
divoti al Sovrano, ed erano oltrecciò ridicoli, ignoranti, boriosi,
deboli di corpo e crudeli. — E così mischiando e confondendo quelle cose
e quelli uomini che il popolo abborriva, con quelle altre cose e quelli
altri uomini su di cui voleva egli rivolgere lo sdegno e l'avversione
popolare, faceva un gran fascio di ogni cosa e buona e pessima purchè
avesse le radici nel passato. — L'universo secondo il Mazzini di quel
tempo aveva sempre camminato per empie vie, progredendo di iniquità in
iniquità. — Nel 89 e nel 93 dello scorso secolo, la nazione francese
erasi ribellata contro l'universo e lo aveva vinto, dando per la prima
volta alla umana famiglia insegnamenti ed esempi salutari e conformi
alla giustizia ed alla verità. — Seguire le orme dei rivoluzionarii
francesi era d'ora in poi il solo dovere che avessero i popoli.
Mazzini al suo primo apparire cercava di farsi un alleato di Dio; ma il
suo Dio era quello dei rivoluzionarii francesi, e non quello che adorano
i popoli d'Italia; era un Dio senza culto, senza ministri, senza tempii,
e quasi senza leggi. Tutto il rimanente era una stupida e perfida
superstizione, gettata sui popoli per accecarli, e renderli obbedienti
ad un clero che si era fatto il primo strumento della tirannide dei re.
Mi si farà osservare forse che tali dottrine nulla hanno di pellegrino
nè di squisito; e sottoscrivo pienamente a tale giudizio. Mazzini però
sapeva con chi parlava, e quale scopo egli si proponeva di raggiungere.
Si è parlato molto di Giuseppe Mazzini, e di lui furono portati i più
opposti ed esagerati giudizi. Fu portato alle stelle come il salvatore e
il liberatore d'Italia; come lo scopritore o l'inventore di nuove
dottrine politiche atte a produrre la rigenerazione italiana; come un
eroe capace e pronto a tutti i sagrifici di cui potesse abbisognare il
suo paese; un uomo dotato di tale potenza di azione sovra i popoli, che
la sola sua presenza, e una sola parola ch'egli ad essi volgesse dovea
bastare a trasformarli, infondendo in essi il suo meraviglioso coraggio
e la sua energica risoluzione.