Altri non videro in Giuseppe Mazzini che un fanatico ambizioso e di

limitato ingegno. Dissero le sue dottrine politiche false e viete, e lo

accusarono di lusingare i popoli per renderli a sè stesso ligi, e per

farli docili e ciechi strumenti della sua ambizione. Alcuni arrivarono

sino a pensare, se pure nol dissero, che qualora il popolo italiano

s'imbevesse realmente delle idee mazziniane, e imprendesse di

realizzarle, minor male sarebbe per le classi colte e civili stringersi

intorno al dominatore straniero, piuttosto che lasciarsi trascinare da

una furibonda plebe in tutte le follie sanguinose che la rivoluzione

francese non seppe evitare.

A me non ispetta di pronunziare fra così variati giudizi. Credo che le

intenzioni di Giuseppe Mazzini fossero pure e rette, principalmente in

quei primi tempi di ciò ch'esso chiama il suo apostolato. E credo

altresì che le sue dottrine altro non sieno che un'eco delle dottrine

rivoluzionarie francesi, ridotte a semplice teoria, e spoglie di quella

violenza che l'azione e la resistenza degli oppositori sono atte a

generare. Ma con queste dottrine false e viete, ma con questo suo

parlare enfatico, ampolloso ed intralciato, Giuseppe Mazzini riescì nel

corso di pochissimi anni a trasformare il popolo italiano, e ad

ispirargli l'odio del dominio straniero, e l'amore della libertà e della

indipendenza e quello della patria. Non so se Mazzini avesse la

coscienza dell'opera sua; ma quest'opera fu da esso condotta al suo fine

con mirabile rapidità ed ordinamento. Quelle popolazioni, che per tanti

secoli non avevano avuto altro oggetto che di procurarsi i comodi della

vita, nè altro furore, se non contro coloro ch'erano favoriti dalla

sorte, abiurarono repentinamente gli odi antichi e le antiche

aspirazioni, per confondersi tutte in un solo amore ed un solo odio:

amor di patria ed abborrimento dello straniero dominatore.

Chi avesse visitata l'Italia negli anni che seguirono dal 40 al 48

avrebbe creduto di sognare. Quelle popolazioni, sepolte nella secolare

ignoranza, che è il più prezioso strumento di qualsiasi tirannide,

quelle popolazioni indifferenti a tutto ciò che non toccava direttamente

i loro materiali e ristrettissimi bisogni o interessi, quelle

popolazioni molli ed effeminate, amanti dei loro comodi, dei loro ozi, e

dei loro personali piaceri o passioni, sorde ad ogni voce che tentasse

ispirar loro l'amore di un bene non tangibile, quali sarebbero la

libertà, l'indipendenza, la gloria; quelle popolazioni erano

trasformate. Un non so che di fiero nobilitava quelle fisionomie pur

sempre belle, ma per lo addietro troppo sensuali e piuttosto accorte che

intelligenti. Gli ozi e gli amori più non assorbivano tutti i desideri

della gioventù. Le proscritte parole di patria e di libertà, erano sopra

tutte le labbra, e si vedeva che ivi erano spinte dai cuori.

L'ignoranza, quella piaga letale imposta dal dispotismo agli schiavi, e

così poco conforme al naturale degli Italiani, l'ignoranza, non era

stata nè combattuta nè vinta regolarmente e scolasticamente; ma alcune

idee fondamentali e chiaramente espresse dai discepoli del Mazzini erano

bastate a distruggerne i più perniciosi effetti e a mettere questa

stessa ignoranza in sospetto di mala cosa. Quasi in tutte le provincie

italiane, e da tutte le classi sociali, si sapeva oramai quali erano a

un dipresso i confini naturali d'Italia, e quali i diritti ed i doveri

di tutti coloro ch'erano nati fra codesti confini. Si sapeva che il

mondo abitato si divide in nazioni; che i popoli componenti queste

nazioni sono fra di loro stretti da comuni interessi, diritti e doveri;

che la sventura d'Italia era stata la ignoranza di queste verità, e

l'aver sempre scambiato l'amore del luogo natio per l'amore di patria,

nutrendo come legittimi e doverosi sentimenti la gelosia e la rivalità

fra Italiani di diverse provincie, e una rispettosa fiducia negli

stranieri che opprimevano una parte qual si fosse d'Italia. — Si sapeva

che la ignoranza di codesti fatti era stata imposta e rigorosamente

mantenuta dallo straniero, onde impedire all'Italia di vivere la vita

delle nazioni indipendenti, e frazionarla in diverse greggie di schiavi.

— Si sapeva che a cangiare simile stato di cose erano mestieri sagrifizi

numerosissimi di ogni genere, e si sapeva che il rimanere nella

condizione presente, piuttosto che esporsi a maggiori sventure o

sottoporsi a costosi sagrifizi era vergogna e disonore. — Si sapeva che

il maggior bene a cui debba aspirare un popolo è l'onore; la maggiore

sciagura che a lui sovrasta, la perdita di quello. — Tutto ciò si sapeva

e si teneva religiosamente per vero; e tali nozioni avevano

siffattamente accese le passioni popolari, che ogni altro eccitamento

era diventato inefficace e vano. Il pensiero del poco conto in cui il

carattere degli Italiani era tenuto all'estero, era come una sferza che

lacerava costantemente i nostri cuori, e il bisogno di riscattare il

nostro buon nome riscattando la nostra libertà, diveniva di giorno in

giorno più imperioso, e non ne lasciava più posa.

Tutto ciò era stato operato da alcune parole di Giuseppe Mazzini; e

quando l'Italia avrà veramente riconquistato il seggio cui ha diritto

fra le grandi nazioni europee, i nostri posteri dovranno scrivere quel

nome sopra tavole di marmo, e ricordarsi sempre di quanto a lui si deve.

Quelle nozioni erano accompagnate, come già dissi, da non poche idee

esagerate o radicalmente false. — L'odio o il disprezzo per tutto ciò

che altre volte era tenuto in grande onore, siccome la nobiltà, la

religione, e la monarchia. — Nessun governo tranne il repubblicano

poteva rispettare la libertà dei popoli, ed ogni re era naturalmente e

necessariamente un tiranno. — A chi si provava di richiamare al vero

questi fervorosi ed inesorabili repubblicani, si rispondeva con degli

squarci di Alfieri o delle strofe di Berchet. — L'idea dominante sopra

tutte le altre in quell'epoca era la necessità della espiazione ed il

valore del sacrifizio, sicchè se uno spirito benefico fosse venuto ad

offrirci in grazioso dono la libertà e la indipendenza, senza chiedere

da noi altro concorso che la nostra accettazione, credo che avremmo

respinto il dono, e certamente avremmo sentito rancore verso il

donatore. — Volevamo la indipendenza e la libertà, ma volevamo più

ancora mostrarcene degni.

Un'altra scuola di liberalismo italiano era sorta contemporaneamente a

quella di Giuseppe Mazzini. I fondatori, e le dottrine di essa in nulla

rassomigliavano nè a Mazzini, nè a' suoi insegnamenti, se non se nel

concetto fondamentale e generale di tutti, ch'era la liberazione

d'Italia, la di lei concentrazione in un solo Stato, e la

imprescrittibile legittimità de' suoi diritti alla indipendenza e alla

libertà. — La scuola di cui parlo non si volgeva al popolo, e non

sarebbe stata da questo ascoltata nè intesa. — Era una scuola di

filosofia applicata alla speciale condizione d'Italia ed al suo

avvenire. — Nata in Piemonte, da piemontesi, dispiegava essa quella

saggia moderazione, quel rispetto per le cose del passato, che non

impedisce di sostituire ad esse le cose del presente e del futuro, che

sono più conformi agli attuali bisogni, quella fermezza e quel

patriottismo che distinsero per tanti anni il liberalismo piemontese da

quello di quasi tutto il rimanente d'Italia. Capi di questa scuola erano

Gioberti, Rosmini, Balbo, e molti altri di minor fama, ma forse di non

minore ingegno e di non minore virtù.

Non so quali frutti avrebbe prodotto quella scuola, se fosse stata sola

a scuotere gli Italiani dal loro letargo; ma contemporanea e per così

dire parallela a quella di Mazzini, essa si trovò riempire un vuoto che

il Mazzini non poteva colmare, e che al momento dell'azione non sarebbe

stato trascurato senza gravi danni del paese. — La scuola filosofica

liberale di cui parlo ebbe d'altronde per effetto di persuadere alla

gente colta e prudente d'Italia, che la liberazione della patria non era

un sogno di fanatici repubblicani, ai quali nulla si poteva togliere

perchè nulla possedevano; bensì l'oggetto delle speranze, delle

aspirazioni, degli sforzi di uomini che meritavano il titolo di _maestri

di color che sanno_. — Così si riconciliava colle idee rivoluzionarie

quella classe di Italiani che vi era stata sino allora invincibilmente

avversa, ossia i timidi, che avevano sempre tenuto come impossibile il

buon successo di una sollevazione popolare a mano armata contro

l'esercito regolare e la tirannide dell'Austria, e di amici quasi

esclusivi dell'ordine e della pace.

Con ciò cessava l'ultimo ostacolo alla perfetta concordia e alla

unanimità delle volontà italiane.

Così disposti ci avvicinavamo al 48. — Le nostre classi elevate non

avevano piena conoscenza della trasformazione accaduta nelle classi

inferiori, o per dir meglio ne ignoravano tutta la estensione e la

importanza. — I più giovani rampolli delle nobili famiglie italiane

erano in gran parte scritti nei ruoli della _Giovane Italia_; ma,

siccome accader doveva, essi erano alieni da quelle esagerazioni che

esercitano una irresistibile azione sulle immaginazioni non assistite da

un'intelligenza coltivata. — Questi membri del nostro patriziato e della

_Giovane Italia_ ad un tempo erano come l'anello che univa quelle due

frazioni dei liberali italiani. — Il loro concorso però non era dubbio

in tutto ciò che i loro congiunti volessero intraprendere in favore

della patria. — Da un capo all'altro della nostra penisola si sognava un

sogno solo: l'indipendenza e la libertà. Del 31 al 48 si erano tentate

molte insurrezioni, parziali e popolari, alle quali avevano cooperato

varii dei giovani discendenti delle nostre più nobili famiglie. — Tutte

queste insurrezioni, figlie di congiure ordite all'estero dai nostri

profughi, il cui capo era sempre Giuseppe Mazzini, avevano avuto il più

infelice successo, e il sangue dei nostri patrioti aveva cosperso tutti

i patiboli d'Italia. — I primi rivi versati avevano accresciuto l'ira

dei popoli contro i principi, e reso più che mai inaccessibile l'abisso

che divideva questi da quelli. — Ma passo passo la disperata natura di

quei tentativi apparve ai cospiratori ed agli insorgenti, e il buon

senso degli Italiani insegnò loro che persistendo su quella via essi

servivano le inique mire dei loro padroni, camminando ad una completa ed

assoluta distruzione, che lascerebbe quelli nell'incontestato esercizio

del loro odiato potere. — Era necessario trovare altri mezzi, altre vie,

era necessario giungere allo scopo.

In quel frattempo i liberali che accostavano le Corti, si sforzavano di

eccitare nel cuore dei principi una generosa ambizione, che trovasse

alimento nell'operare o per lo meno nel contribuire al risorgimento ed

alla esaltazione della comune patria. — Si diceva ad essi: che cosa è un

trono di secondo o di terzo ordine mantenuto colla forza straniera, e

sul quale siete costretti ad obbedire i comandi di chi dispone di quella

forza, a fronte della gloria di essere veramente il liberatore, il

salvatore, il padre insomma della vostra patria? — Se bene vi riflettete

vi sentirete preso dalla nobile ambizione di abdicare una corona che non

portate se non a prezzo dell'onore del paese, e non consentirete a

conservarla, a riprenderla, se non quando vi sarà presentata dagli

Italiani rinati alla indipendenza ed alla libertà, e che sapranno essere

a voi dovuto questo loro risorgimento.

Così per certo due lombardi, Ciro Menotti ed il Misley, avevano parlato

al duca di Modena nel 1830 e nel 31. — Il duca era ambizioso, crudele, e

di nulla curante tranne degli interessi suoi. — Esso aveva creduto

scorgere nella via additatagli dai due imprudenti giovani un mezzo di

allargare i suoi confini e di accrescere la propria importanza. —

D'altronde, mostrandosi inclinato ai consigli di quei due, il duca era

quasi certo di conoscere le trame che ordivano i liberali; e siccome la

finzione non gli costava, finse, e trasse nell'agguato i nuovi suoi

amici. — Ognuno conosce il risultato di quelle mene. — Menotti espiò sul

patibolo il fallo di aver prestato fede ad una creatura dell'Austria; e

Misley con molti altri andarono ad ingrossare le fila di quelli

emigrati, a cui la Francia e l'Inghilterra furono per tanti anni larghe

di ospitalità. —

Ma all'avvicinarsi del 48, l'aspetto delle cose era qualche poco

emendato. — Nel prender possesso delle sacre chiavi, Pio IX aveva

pronunziato parole che risuonarono in tutti i cuori italiani e li

scossero profondamente. Pio IX si dichiarava italiano, amico della

libertà e della indipendenza di tutti i popoli, ed alieno da ogni

violenza. — Ciò bastò perchè gli Italiani vedessero in lui un nuovo

Messia da Dio mandato pel loro riscatto. — Vi fu chi pensò a dargli su

l'Italia intera il poter temporale ch'egli esercitava sovra picciola

parte di essa. — Alcuni membri del clero, chiari per ingegno e per

dottrina, scrissero libri di filosofia e di politica, in cui splendeva

il più puro e il più razionale liberalismo. — Il solo difetto di quei

libri era il non essere scritti in modo da farsi leggere da molti. —

Carlo Alberto era tuttora sul trono di Piemonte, e già da vari anni

aveva manifestato l'animo suo tutto italiano e liberale. — Leopoldo

regnava in Toscana, mentre Lucca era tuttora sotto il dominio del

giovanetto che ivi aspettava la morte della arciduchessa Maria Luisa

alla quale doveva succedere, lasciando Lucca a Leopoldo. A Napoli

Ferdinando di Borbone, assorto dagli amori della famiglia, dai piaceri

della tavola, e dagli scrupoli religiosi, sembrava incapace di

partecipare attivamente in nessuna intrapresa, sia per coadiuvarla, sia

per opporvisi, e lasciava supporre che la naturale indolenza, ed il peso

degli anni avessero spento in lui quella innata crudeltà e

scelleraggine, che mai non aveva abbandonato nessun membro della iniqua

sua razza.

I liberali si divisero gli animi di quei sovrani, e si accinsero a

muoverli verso la nobile passione del patriotismo. — Il popolo italiano

poca parte poteva prendere a tali tentativi, e vi sarebbe rimasto

completamente indifferente qualora fosse stato tuttora ciò ch'era al

principio di questo secolo. — Ma Mazzini lo aveva destato, e i liberali

delle classi colte lo sapevano desto, sicchè non dubitavano che il primo

grido di _fuori lo straniero_ metterebbe a tutti in mano le armi.

E così si andava innanzi, lavorando ed aspettando una occasione per

operare.

A persuadere Carlo Alberto di consacrarsi alla salute ed alla

liberazione d'Italia, non era mestieri nè degli sforzi, nè delle istanze

dei liberali. — Il re di Piemonte non aveva avuto durante la vita sua

altro desiderio, altro scopo alla sua ambizione. — Appena gli fu svelato

l'accordo stretto fra i liberali delle varie provincie d'Italia, ch'egli

abbracciò con trasporto le loro viste, le loro speranze, e pose sè

stesso, la sua famiglia, la sua casa e la sua corona, al servigio

dell'indipendenza italiana.

Dinanzi a lui si apriva un nuovo orizzonte; ed era quello stesso dei

sogni di sua gioventù. — Egli vi si precipitò baldanzoso, senza dare al

passato un ultimo sguardo.

Gli Austriaci, sempre pronti a chiamare su di essi i colpi della avversa

fortuna, nulla avevano imparato di quanto si leggeva a chiare note nel

contegno degli Italiani. — Gli Italiani gemevano da più di 30 anni sotto

il ferreo giogo della Casa di Absburgo; vi obbedivano perchè non era

loro possibile la resistenza. — Dunque sin tanto che il giogo della Casa

di Absburgo non scemerebbe nè di peso, nè di rigore, la obbedienza degli

Italiani non poteva venir meno. — E per accertarsi che il giogo della

Casa di Absburgo non diventava più leggiero, l'Imperatore ed i suoi

ministri vi aggiunsero nuove catene. I pieni poteri delle polizie e dei

loro agenti, i tribunali militari, dinanzi a cui erano condotte persino

le donne, la esorbitanza delle imposte, tasse, multe, prestiti

volontarii o forzosi, che in nulla differivano gli uni dagli altri, i

sequestri, le prigionie, gli ostacoli sempre crescenti allo sviluppo del

commercio e della industria in Italia, quel trattar sempre l'Italia come

paese conquistato, cioè come si trattavano i paesi conquistati quando la

Casa di Absburgo era salita sul trono imperiale, senza riconoscere nè

rispettare in essi alcuno dei diritti da Dio concessi a tutte le umane

incivilite creature: componeva ciò che chiamavasi il sistema del governo

imperiale, e gli Italiani tutti intendevano omai quanto era odioso,

iniquo, inumano quel sistema. — Ma gli Austriaci si ridevano delle

nozioni che gli Italiani avevano sì di recente acquistate. — I nostri

argomenti sono le palle dei nostri cannoni, dicevano a chi tentava far

loro intendere che gli Italiani del 40 non erano più quelli del 15 e del

20; e con questi argomenti metteremo in iscompiglio tutto il sapere di

questi nuovi dottrinarii, rivoluzionarii, ecc. E così andarono diffatti

calcando sempre la via che conduce gli oppressori al precipizio, sino

all'anno 47, quando l'iniquità della tirannide austriaca aveva raggiunto

il culmine della sfacciata sua forza, e non poteva andare più in là. — I

liberali sparsi nelle varie contrade d'Italia, sicuri del concorso

popolare, fiduciosi nella simpatia e nell'appoggio del Pontefice,

soddisfatti delle disposizioni in cui credevano che l'esempio di Pio IX

avesse posto gli animi del gran duca di Toscana e del re di Napoli,

istrutti della prontezza e dello zelo con cui Carlo Alberto

risponderebbe al primo appello degli Italiani, i nostri liberali, dico,

decisero di tentare la sorte senza aspettare nuovi insulti e nuovi

danni.

Le cinque giornate del marzo 1848 in Milano furono il primo colpo

portato alla grandezza della Casa di Absburgo, e ad esse rispose

l'Italia tutta con applausi, con offerte di aiuto, e con dichiarazioni

energiche in favore della libertà e della indipendenza italiana. —

Leopoldo di Toscana e Ferdinando di Napoli proclamarono subito una

costituzione, che solennemente giurarono di conservare e di rispettare

in ogni caso; e Carlo Alberto, che già da qualche tempo li avea

preceduti su quella via, si accinse a compire l'opera gloriosa dei

Milanesi, cacciando colle armi sue, e come si sperava con quelle di

tutta Italia, l'Austriaco dalla intera penisola. — Carlo Alberto soleva

dire: _l'Italia farà da sè_; e noi tutti ripetevamo quelle nobili

parole, senza esaminare se esse fossero l'espressione di un patriottico

desiderio, o di una ben fondata convinzione.

Ognuno conosce la dolorosa storia del 48 e del 49; ma pochi la giudicano

con mente posata e scevra da pregiudizii, come da spirito di parte. —

V'ha chi imputa i nostri rovesci alla perfidia e al tradimento dei

principi; chi, più moderato, li incolpa soltanto di imperizia e di

stoltezza. — I soli Milanesi, disarmati e senza capi, avevano trionfato

degli Austriaci; come mai si può concepire che gli Austriaci vincessero,

pochi mesi più tardi, l'intera Italia? Con questa domanda si credette di

aver provato la esistenza di almeno un tradimento, e molti ripeterono

quella domanda come irrefragabile prova di questo.

Ma le catastrofi pari a quella del 48 e del 49 non accadono mai, se non

per un numeroso concorso di circostanze le quali tendono tutte ad un

medesimo risultato.

In questo nostro particolar caso le circostanze che ne procacciarono la

rovina sono evidenti; ma perchè numerose e richiedenti, da chi le

considera, certa quale tensione dell'intelletto, riescono poco gradite

alle moltitudini, che preferiscono attribuire le sventure nazionali al

tradimento di chi le regge; appunto come vedono ciò accadere sulle scene

teatrali.

Gli Italiani non avevano in comune che una sola passione o due al più:

l'odio dello straniero dominio, e l'amore ossia il desiderio della

libertà. — Ma non erano punto fissati intorno alla condotta da tenersi

per assicurarsi il possesso di un tanto bene, quando lo avessero

ottenuto. — Sembrava difatti che lo avessero afferrato, e con quella

inclinazione alle illusioni, che forma gran parte del carattere

italiano, noi tutti credemmo di aver conquistata l'indipendenza e la

libertà, quando vedemmo i soldati austriaci abbandonare umiliati ed

impauriti la città di Milano, ed i principi satelliti dell'Austria

prodigarne le costituzioni ed i parlamenti, mentre stavano pronti alla

fuga per poco che i sudditi loro non si mostrassero soddisfatti delle

concedute istituzioni. — Gli Italiani si tennero sicuri della loro

libertà, ma si sentivano disorganizzati, e desideravano di costituirsi

nel modo migliore. — Non si pensava allora a contentarsi del possibile,

dell'eseguibile, del praticabile; si voleva giungere col primo passo

alla costituzione più perfetta, a quella cioè che presentava maggiori

garanzie di libertà, di uguaglianza civile e sociale, di prosperità, di

gloria, e di una vita comoda. — Si voleva una costituzione che

trasformasse questa nostra terra in un paradiso, non riflettendo che il

paradiso è la patria degli angeli, e che non v'hanno molti di questi sul

nostro globo. — Chi voleva una federazione, e fra i federalisti, chi

voleva una federazione sul modello della germanica, chi la voleva a modo

della elvetica. — Nel settentrione d'Italia una imponente maggioranza

voleva mantenere la Casa di Savoja e Carlo Alberto sul trono, che si

ambiva soltanto di far più grande. — Altri ricordavano il 21, o ciò che

ne avevano udito raccontare; e dando le loro interpretazioni di quei

fatti misteriosi, come verità storiche documentate ed accettate dal

mondo intero, sognavano tradimenti e gridavano: non vi fidate dei

traditori. — V'era chi ripeteva le viete massime del Mazzini, e credeva

di vincere il mondo e la sorte con poche parolone alto-sonanti, e vuote

di significato; v'era chi sognava l'Italia del medio evo, le repubbliche

di Venezia e di Genova, il vestire alla foggia del 500, e le parlate

degli eroi di Alfieri. — V'era chi sognava la repubblica francese del

93, e protestava che nulla di grande si fonderebbe in Italia, se non si

aprivano certe arterie, dalle quali doveva sgorgare molto sangue

corrotto. — V'era chi sognava il primato di Gioberti, ed un papato

universale politico sotto Pio IX. — Insomma varii ed innumerevoli erano

in quel tempo i pensieri e i voleri degli Italiani; ma fra tanti e sì

svariati pensieri e sistemi nulla vi era di eseguibile, e sembrava che

gli Italiani si fossero spogliati di ogni senso pratico.

Se loro si additavano gli ostacoli, che dovevano necessariamente opporsi

alla realizzazione delle loro utopie, vi rispondevano che la parola

ostacolo era per essi vuota di senso, che non vi era cosa impossibile

per chi voleva fortemente, ecc. — Se loro si chiedeva che cosa avrebbero

fatto quando l'Europa tutta si fosse dichiarata risoluta a finirla con

una nazione che si suppone sempre intenta ad introdurre novità

pericolose per la civile società, essi stringevansi nelle spalle, e

dicevano in tuono di compatimento, che la nazione italiana si componeva

di circa 26 milioni di esseri, che si alzerebbero come un sol uomo

quando fosse mestieri dare all'Europa una salutare lezioncina, e che ad

un popolo così unanime, così valoroso e risoluto in favore di una idea,

non v'era esercito, nè associazione di eserciti che potesse resistere. —

Si pronunziavano sentenze in tuono cattedratico ed entusiastico, e si

credeva aver profferito verità sacrosante, argomenti irresistibili. — Ai

pericoli che ne circondavano, alla rovina che stava per piombare su di

noi, nessuno pensava. — Gli Austriaci avevano abbandonate quasi tutte le

città dell'alta Italia, e quelli fra i principi delle altre parti

d'Italia che non li avevano seguiti sembravano trasformati in

altrettanti liberali, smaniosi di sagrificare sè stessi e le loro

dinastie per contribuire al risorgimento d'Italia. — Tutto ciò era stato

operato dagli Italiani, dalla loro risolutezza o dal loro valore. — Che

più v'era da temere? Come avevano già vinto, vincerebbero ogni volta che

il bisogno della vittoria fosse loro dimostrato.

Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire · 第 5 / 14 段