Pressochè tutti gli Stati, e tutte le nazioni europee camminarono sopra

linee parallele, e durante un numero quasi identico di secoli, dalla

barbarie cioè dei bassi tempi alla odierna civiltà. — Alcune camminarono

con più celere passo di altre, aiutate o dalla propria loro indole, o da

circostanze favorevoli, alcune rimasero e tuttora rimangono qualche poco

addietro: ma tutte hanno la faccia volta verso la stessa meta; tutte

incontrarono ostacoli pressochè identici e della medesima natura, li

combatterono con armi simili, e ne trionfarono in modo più o meno

completo, a prezzo di maggiori o minori sacrifizi. Quelle nazioni o

quelli Stati, che ancora non raggiunsero il punto in cui trovasi il più

gran numero delle nazioni e degli stati di Europa, sono però assicurate

di raggiungerlo esse pure in breve, seguendo i passi delle prime, cioè

delle più celeri. Le tappe sono per così dire segnate dalla storia, che

ne addita come i popoli si aggrupparono componendo gli Stati, e tendendo

per prima cosa ad ingrandirsi a dispendio dei vicini; i piccoli gruppi,

essendo come stati assorbiti e trangugiati dai maggiori, scomparvero

dalla scena, e come i capi delle nazioni deposero di quando in quando la

spada per assestare i loro possessi ed afforzare la loro autorità. Tutti

ebbero a combattere il medesimo avversario, il feudalismo. — Quei

potenti baroni dell'età media, che avevano aiutato uno dei loro ad

accumulare armati e ricchezze sufficienti per mantenersi al di sopra

delle altre picciole nazioni, o per incorporarsele, diventarono ben

presto rivali del capo da essi scelto e creato. — Allora cominciò la

interna lotta delle monarchie contro i feudatarii, lotta lunghissima e

tremenda, nella quale le monarchie trionfarono mediante l'abuso della

forza unita alla perfidia e alla crudeltà, e di cui, se non tutte, buon

numero almeno delle Case regnanti di Europa, porta la pena, nella

diffidenza e nella secreta avversione che la loro autorità, e qualche

volta il solo nome di Re desta nei popoli che loro obbediscono.

L'Italia sola ha tenuto altre vie; l'Italia sola ha una storia tutta

propria. — Mentre le altre nazioni europee, formate di elementi

barbarici e di pochi avanzi degli antichi popoli soggetti dell'Impero

Romano, muovevano i primi passi verso la civiltà, l'Italia, già signora

del mondo allora conosciuto, decadeva e deperiva. — Culla di quel popolo

straordinario, che si era fatto una civiltà anzi tempo e prematura, ma

grande e bella, l'Italia fu sempre una eccezione nella storia. — Essa

non ha mai nè dimenticata nè intieramente abbandonata la romana civiltà;

anzi ne serba tuttora quei brani che non contrastano al cristianesimo e

alle moderne nozioni del diritto e della morale.

Le arti e le scienze, che le nazioni barbare versate dal Nord e

dall'Oriente sulla intera Europa ignoravano assolutamente, furono sempre

onorate e coltivate dagli Italiani. — I popoli della nostra penisola non

caddero mai in quel profondo abisso d'ignoranza e di servitù necessario

alla formazione di un potere assoluto ed iniquo nell'esercizio suo, ma

che solo poteva farsi rispettare ed obbedire dalle orde germaniche,

elemento predominante delle moderne nazioni. — Agli Italiani mancò la

barbarie e le sue sfrenatezze, ma loro fecero difetto altresì la cieca

obbedienza a capi avveduti ed ambiziosi, la brutale energia degli odi e

della rapacità, la ignoranza dei propri diritti, tutte quelle passioni e

quei vizi insomma che la Provvidenza volgeva ad uno scopo benefico, e di

cui oggi vediamo e conosciamo i definitivi risultati.

Mentre le nazioni europee si sdegnavano e spogliavano di tutto ciò che

non era virtù guerriera, e guerriere come erano divenute, tremavano

sotto il giogo dei loro capi, più esperti, più accorti, più crudeli e

snaturati delle nazioni stesse; gli Italiani, superbi della loro civiltà

e della loro supremazia intellettuale e civile, guardavano ai barbari

con disprezzo, e credevano annichilarli con beffe e motteggi.

Più tardi, quando impararono a temerli, impararono altresì a volgerli ai

loro fini; e il sentimento nazionale, ai nostri dì sì possente, non

essendo ancora svegliato, accadde che gli abitanti di una città italiana

invocarono le armi dei nuovi popoli europei, per castigare un'altra

delle città italiane, o per trarne vendetta, o per ridurla a non potersi

sostenere da sè. — Quella civiltà così generalmente sparsa ed egualmente

ripartita in tutta la nostra penisola, e in tutte le classi de' suoi

abitanti, si oppose sino da quei primi tempi all'ingrandimento di una

parte di esse a prezzo della indipendenza delle altre parti; ed appena

un cittadino predominava nella città sua e minacciava le città rivali,

queste si riunivano per debellare l'ambizioso; e se a ciò non bastavano

da sole, chiamavano le nazioni guerriere dal di là delle Alpi,

adescandole con promesse di ricca paga o speranze di bottino e di

accresciuto potere. — Il feudalismo stesso, che ebbe sulle prime una

così gran parte nella formazione della nuova società politica

dell'Europa, non potè svilupparsi in Italia fra quelle numerosissime

città, che assorbivano ogni prosperità ed ogni operosità popolare, e

riducevano ad inferiori condizioni i comuni rurali, vera e natural sede

del potere feudale.

Le campagne italiane ebbero sempre poca parte nella vita politica, e

quei signori stessi che dominarono in alcune città, e che corrispondono

fra noi ai feudatari del Nord, erano cittadini, vivevano nelle città,

dovevano assicurarsi il favore de' loro concittadini; e se fallivano in

ciò, erano quasi sempre rovesciati e distrutti, i loro beni confiscati,

e le loro famiglie e i loro aderenti mandati in esilio.

Dalla dissoluzione dell'Impero d'Occidente sino ai giorni nostri

l'Italia tenne sempre le stesse vie, e non ebbe mai pace. — I suoi

popoli vissero costantemente stimolati ed accecati da passioni cupide o

ambiziose, rivaleggiando fra di essi, e vendendo la propria indipendenza

a chi distruggeva quella dei loro vicini. — L'Italia possedeva

ricchezze, energia, operosità, intelligenza, genio per le arti e le

scienze, monumenti, biblioteche, cognizioni, tesori insomma, quanto e

forse più che il rimanente dell'Europa presa in massa a quei tempi. —

Ciò di che difettava l'Italia, non era solo l'elemento di barbara

vigorìa, ma lo spazio. — Gli Stati, che in essa si formavano, non

potevano svilupparsi ed estendersi a seconda dei loro bisogni; perchè a

poche miglia del centro loro incontravano altri Stati, altre popolazioni

egualmente ambiziose, egualmente operose ed intelligenti, spinte dalle

stesse passioni e dagli stessi interessi, che disponevano dei mezzi

medesimi, contro le quali si accendevano d'ira. — Tali infausti e

ripetuti o, per dir meglio, perenni scontri e contatti, erano la cosa

più opposta alla formazione e allo sviluppo di quel naturale istinto di

nazionalità, che sì di buon'ora animò e fra di esse strinse le

popolazioni provenienti da un tronco comune, ricoverate sotto il

medesimo capo; e sebbene non distruggessero quell'altro sentimento ch'è

l'amor di patria, e che si compone di tanti diversi elementi, lo

falsavano, e lo diminuivano, riducendolo a ciò che ora chiamasi

patriotismo di campanile, o municipalismo.

Queste disgraziate tendenze furono da noi seguite sino al principio del

presente secolo. — Il popolo italiano, dotato d'intelligenza così pronta

e così estesa, attraversò l'età di mezzo e l'êra moderna, senza

comprendere ciò che accadeva in ogni dove, e senza scoprire il motivo

delle proprie sventure. — Maestro della intiera Europa in tutto ciò che

si riferisce alle arti ed alle scienze, esso era rimasto ingolfato nella

più profonda ignoranza di tutto ciò che compone la scienza politica. —

Il carattere italiano aveva subíto poche modificazioni. — In esso si

ritrovava tuttora, nei primi anni del secolo decimottavo, quella

pigrizia effeminata ch'è propria delle classi privilegiate, e di quelle

nazioni che si sono innalzate al dominio delle altre, non colla sola

violenza, ma con l'aiuto di una superiore civiltà.

I mirabili fatti dei Romani e del Romano Impero non erano da noi

dimenticati, e li opponevamo con alterigia ai fatti moderni delle altre

nazioni. — L'orgoglio umano è sempre destro nell'accomodarsi agli

istinti ed alle circostanze di chi lo nutre e ad esso si appoggia. —

Avvezzi da tanti secoli ad affidare alle altre nazioni tutta quella

parte dei nostri interessi che richiedeva energia guerriera e materiale

operosità, avevamo serbato il vecchio abito di considerare i fasti

militari e la forza materiale come cose troppo basse e grossolane per

noi, ed andavamo illudendoci col supporre che gli armati, da noi

chiamati a vincere i nostri nemici, fossero tuttora le squadre

mercenarie dei condottieri che ne servivano mediante rimunerazione

pecuniaria, e di cui disponevamo a nostro capriccio, e secondo ne

dettava la nostra avvedutezza e il nostro superiore ingegno. Gli effetti

di una troppo prolungata civiltà pesavano sopra di noi. La giovine

vigoría delle nazioni germaniche non ci aveva rinnovata la tempra

qualche poco sdruscita. — Verso il finire dello scorso secolo, la

coltura italiana abbondava nelle classi superiori della società, ma la

qualità di essa non ne eguagliava la quantità. Le arti e le lettere non

brillavano nè per originalità, nè per profondità o gravità. Si credeva

supplire a questi esausti pregi coll'imitazione degli stranieri, e con

puerilità. — La fede religiosa aveva subíto molti assalti, e non li

aveva sostenuti degnamente, almeno fra la gente colta. — Ma la

superstizione popolare nulla aveva deposto della sua intrinseca

fierezza, nè della proverbiale sua cecità. — Insomma gli effetti di

tanti secoli, vissuti senza che gli Italiani si proponessero un oggetto

degno dell'operosità e dei sacrifizi di una nazione, cominciavano ad

essere sentiti dagli Italiani stessi, che si erano insensibilmente

ridotti ad occupare una situazione inferiore fra le nazioni dell'Europa,

e questa situazione andava sempre più declinando. — Il legame che

stringeva assieme gli abitanti di uno Stato e li costituiva in nazioni

non era mai stato stretto da noi. — I Veneziani vedevano nei Genovesi i

loro più fieri nemici e i loro più intollerabili rivali. — I Lombardi

temevano la rapacità dei Savoiardi e Piemontesi; ed il famoso detto

dell'articiocco li spingeva a cercare ora nel Tedesco ed ora nel

Francese un difensore contro il temuto conquistatore. — La piccola

Toscana, lungamente spezzata in tanti Stati quante erano le sue città,

non aveva cominciato a fondersi in uno Stato solo se non dopo

l'installazione di un arciduca austriaco come suo sovrano. — Il papa

aveva in ogni tempo dato agli Italiani il letale esempio di chiamare lo

straniero a sostenere le sue pretensioni e a difenderlo dai signori

romagnuoli. — Il regno di Napoli, invaso dai Normanni e dagli Angiovini,

non aveva mai conosciuto indipendenze, e non sapeva ancora di far parte

d'Italia. — La Sicilia, greca sulle prime poi saracena, aveva avuto una

monarchia normanna separata dalla napoletana, ed adottava le memorie di

quell'epoca come monumenti della propria indipendenza, ribellandosi

costantemente contro la nuova Corte borbonica che imperava a Napoli. —

Le abitudini e le virtù guerriere non erano mai state nè onorate nè

seguite in Italia; e a poco a poco la molle influenza del nostro clima

aggiungendosi alla effeminatezza che naturalmente risulta dal viver

sempre negli agi, negli ozii, nel lusso, e lunge da ogni pericolo, la

società italiana era diventata oggetto di sarcasmi e di motteggi per gli

stranieri, e per quei pochi virili ingegni che di quando in quando

sorgevano ancora fra noi. — Le gare letterarie e gli intrighi domestici,

che sono i frutti della scostumatezza e della immoralità, simulavano

tuttora in noi come un fantasma di energia, e davano alcune scintille di

passione. Ma l'osservatore avveduto, che avesse percorso l'Italia nella

seconda metà del secolo decimottavo, per conoscere il carattere de' suoi

abitanti e prevederne le future sorti, ne avrebbe fatto i più sinistri

pronostici. — La società italiana sembrava giunta all'ultimo stadio

della decrepitezza; e si poteva crederla destinata a presto scomparire

dalla scena delle moderne società, abbandonando il ferace suolo e i

tesori dei monumenti e delle memorie storiche, accumulati da tanti

secoli, alle nazioni conquistatrici e vigorose che la circondavano. — Il

nome d'Italiano sarebbe diventato pei posteri ciò che sono per noi i

nomi dei Celti, degli Etruschi, degli Armeni, e di tanti popoli un dì

forti e civili, ma che non seppero rinnovarsi e rattemprarsi, accettando

le nuove circostanze che richiedevano nuove doti e nuove facoltà.

A tal punto trovavasi l'Italia quando le prime idee di libertà civile e

politica spuntarono in Europa. Gli abusi del potere assoluto, e gli

eccessi delle aristocrazie, che persistevano a trattare i cittadini ed i

villici come i feudatarii dell'età media avevano trattato i servi della

gleba, vantando impudentemente gli stessi diritti e la stessa

superiorità di natura, avevano, col lungo andare del tempo e il costante

ripetere delle offese, acceso nel cuore delle classi oppresse un

profondo ed indomabile sdegno. — I cittadini ed i popoli delle campagne

non possedevano diritti confessati e riconosciuti nè dalla legge nè

dall'aristocrazia. — La coltura di alcune arti ed industrie avevano

sparso nei cittadini un certo grado di civiltà, che più non tollerava un

trattamento adattato soltanto alle nature brutali ed incolte degli

antichi servi. La riforma religiosa, già da qualche tempo vittoriosa in

Germania, in Inghilterra e nella Svizzera, aveva combattuto e trionfato

della ignoranza dei popolani, e sosteneva la santità dei loro diritti,

promettendo ad essi una completa vittoria sui loro tiranni. — In

Francia, la terra delle novità, la riforma religiosa non aveva goduto

che di un momentaneo favore, e la mano pesante, spietata e mal destra di

Luigi XIV aveva schiacciato i novatori, e condannate le loro dottrine. —

Questo re, che fu chiamato grande perchè il suo regno durò lungamente,

credeva di acquistare la divina indulgenza alla sua scostumatezza,

vendicando il Signore delle pretese offese che gli facevano i

riformisti, e costringendoli, coi supplizi e le torture, a fingere delle

credenze che ad essi ripugnavano. — Ma quando la luce ha penetrato nelle

menti umane, non v'ha nè forza nè violenza che valga a spegnerla. — La

Francia sembrava tranquilla e sommessa; ma quella non fu che una breve

tregua, e la resistenza, che si credeva soffocata per sempre, ricomparve

a suo tempo e fu invincibile.

I governi della Germania non erano molto avversi alle nuove dottrine,

per le quali speravano trovare nelle moltitudini un elemento di difesa

contro i discendenti e gli eredi dei feudatarii e della loro autorità. —

Giuseppe secondo e Leopoldo, furono certamente i più liberali fra gli

uomini che sedettero sopra di un trono. — L'Italia ricevette

regolarmente da essi le prime nozioni della civile libertà, e dei comuni

diritti; e li ricevette come vanno ricevute le idee perchè producano i

loro salutari e legittimi effetti, cioè senza il miscuglio di violenti e

brutali passioni, senza lo sprone della vendetta, dell'ira e della

crudeltà, che spingevano quasi in pari tempo i popoli della Francia ad

adottare, o realizzare ed esagerare quelle nuove dottrine. — E credo sia

stata nostra somma ventura che le idee, dette poi rivoluzionarie, ne

giungessero per quella regolare e pacifica via; poichè non so se la

sempre crescente dissolutezza dei costumi, lo scetticismo dei culti e la

superstizione degli ignoranti, se la smunta e paralizzata energia, che

andava vieppiù spegnendosi negli animi nostri, ne avrebbero concesso di

conquistarle, come fecero i Francesi, e se, supposta pure tale nostra

conquista, non saremmo divenuti preda di una breve frenesia di libertà,

che ne avrebbe lasciato, dopo il febbrile suo eccitamento, più prostrati

ed impotenti di prima.

Che che ne sia, la Provvidenza volle risparmiarci questo pericolo.

Quando l'eco della rivoluzione francese, e delle dottrine che ne

decisero lo scoppio, ebbe varcato le Alpi, esse non portarono a noi,

sudditi di Giuseppe primo, di Leopoldo e di Carlo Borbone, gran che di

nuovo nè d'ignoto. — La parità delle nature e dei diritti, i doveri dei

sovrani verso i popoli, la santità e la inviolabilità della legge,

quando accettata e non imposta, la libertà religiosa e l'assurda

tirannide di chi pretende comandare alle coscienze, i nuovi e svariati

sistemi di pubblica economia e di finanze, tutte queste dottrine e gli

innumerevoli loro corollarii, che piombarono come irresistibili

proiettili sulla società europea, schiacciando e scompigliando e

riducendo al nulla le antiche massime, le viete leggi e le guaste

credenze, eransi gradatamente introdotte in Italia, ed avevano passo

passo educato le classi colte. Il popolo poco vi badava, e rimaneva

all'incirca quale era stato per l'addietro; ma la maggior parte di esso

abitando le città, e le popolazioni della campagna essendo sempre

rimaste al di fuori dei moti politici, nessuno si opponeva, e nessuno

abbracciava impetuosamente le dottrine del secolo decimottavo.

Le passioni rivoluzionarie, che mettevano tutto a soqquadro in Francia,

trassero su quel paese l'ira dei sovrani d'Europa, che consentivano

bensì ad illuminare lentamente le classi più elevate dei sudditi loro,

dalle quali non temevano eccessi rovinosi pel loro potere, ma che

temevano il contagio della ribellione per le classi inferiori sempre

inclinate alla violenza. — Le potenze del nord, del mezzodì e

dell'oriente di Europa si allearono contro il popolo regicida, che dava

agli altri popoli così terribili e così seducenti esempi; ed allora

incominciò la importazione delle dottrine rivoluzionarie in tutta

l'Europa, mediante le armi francesi. — Stretti e minacciati da ogni

banda i Francesi, che tutto stavano distruggendo della loro secolare

società, furono repentemente chiamati alla difesa del loro suolo,

minacciato di pronta invasione da forze infinitamente superiori alle

loro, da nemici collegati con tutte le vittime della rivoluzione

dell'89. A quella notizia, a quell'appello alle armi, raddoppiarono le

crudeltà contro i cittadini sospetti di non applaudire alla rivoluzione,

e giunse al colmo il regno del così detto terrorismo. — Ma al tempo

stesso, ed in pochi giorni, corsero sotto le armi moltitudini di ogni

età e di ogni classe, risolute d'impedire ad ogni costo che la patria

loro diventasse ciò che era divenuta l'Italia, preda dello straniero ed

appannaggio di principi stranieri. — Il popolo francese era a

quell'epoca in tale eccitamento di spirito e di passione, da tentare ed

eseguire prodigi. — Legioni di cittadini mal vestiti ed in parte scalzi,

quasi senza paga, perchè le finanze della rivoluzione francese erano per

così dire rovinate, marciavano piene di entusiasmo e di ardore verso il

confine, ne cacciavano i nemici, sbaragliavano e distruggevano interi

eserciti di Austriaci, di Prussiani, di Inglesi, di Spagnuoli, ecc. e li

inseguivano furibondi nei loro Stati. I soldati della repubblica

francese erano consci di due missioni: vincere le armate della

coalizione, assicurando con ciò la indipendenza, che è quanto dire la

esistenza della patria loro; e chiamare alla riscossa colla sola loro

presenza, colle loro parole e coll'esempio loro i popoli tuttora servi

ed acciecati, che riempivano e componevano le schiere nemiche. — Tale

duplice missione i Francesi la compirono, se non intieramente, in gran

parte almeno. — I combattimenti si succedettero per molti anni, e le

armi francesi trionfarono da per tutto e costantemente. — E sembrò

propriamente che la Provvidenza considerasse allora la Francia come suo

strumento pe' suoi fini futuri, poichè in quel momento appunto vi

suscitò un giovane dell'isola di Corsica, che fu posto al comando di un

esercito e che diventò in breve un colosso di gloria e di potenza. —

Napoleone Bonaparte tornava dall'Egitto, dove avea conquistato i primi

allori, e ne tornava al rimbombo delle prime vittorie delle truppe

rivoluzionarie sull'Europa coalizzata; si tratteneva pochi giorni a

Parigi, e quei pochi giorni gli bastavano per distruggere gli ultimi

avanzi di un governo odiato e sprezzato dagli onesti cittadini, e a

stabilire in sua vece un'autorità regolare che servisse ai bisogni della

guerra e lasciasse respirare il paese; indi si partiva acclamato

freneticamente dai popoli, ed andava ad incominciare contro l'Europa la

sua meravigliosa epopea.

Durante il primo Impero francese, l'Italia fu conquistata e tolta alle

potenze che ne avevano fatto una provincia loro; ma nessuno pensò, nè

l'Imperatore dei Francesi, nè l'Italia stessa, ch'essa potesse o volesse

far altro che cangiar padrone un'altra volta, come già tante volte aveva

fatto. — La parte più illuminata della nostra penisola oscillava da

qualche tempo fra il dominio francese e l'austriaco, mentre il mezzodì

seguiva tuttora le sorti della Spagna, cioè formava come l'appannaggio

del principe ereditario della Casa borbonica seduto sul trono spagnuolo.

— La rivoluzione francese non ebbe in Italia grandi effetti; e non vi

produsse quella commozione che si vide in altre contrade. — Gli ingegni

più svegliati, arditi, ed amanti di cose nuove ripetevano enfaticamente

gli assiomi e le massime rivoluzionarie, ch'erano state messe in così

terribile pratica dai Francesi; ma le accettavano come dottrine

filosofiche o legali, e non con quella entusiastica e robusta fede con

cui le avevano concepite, confessate ed insegnate i Francesi. — Gli

ingegni elevati, colti e profondi avevano scoperte e formulate quelle

stesse verità prima ancora che la Francia le proclamasse; ma le

consideravano come superiori alla intelligenza dei popoli, e pericolose

alla salute sociale. — Le idee rivoluzionarie insomma, che formavano in

Francia la regola imprescrittibile del vivere di ognuno, degli atti

quotidiani, e di ogni umano sentimento, erano pei liberali italiani idee

giuste, vere, ma astratte. — Il Francese voleva praticarle tutte, sempre

e ad ogni costo; gli Italiani le credevano impraticabili. Per gli

Italiani (mi si perdoni il ripeterlo) la principale conseguenza della

rivoluzione e dell'Impero francese era il cangiamento di dominio, la

ritirata dell'Austria, e la occupazione francese; e questi fatti già si

erano prodotti altre volte.

Quando ebbero luogo le prime vittorie dei Francesi in Italia, la

repubblica non si era per anco trasformata in Impero, e i conquistatori

vestivano tuttora la foggia e parlavano il linguaggio di liberatori. — I

liberali italiani composero dunque il partito francese, e gli amici

delle viete cose, quelli che oggi chiameremmo conservatori, si strinsero

intorno all'austriaco vessillo. Tale divisione degli animi durò sino al

1814 e 15, non per altra cagione, se non perchè era nata sotto

l'impressione delle massime rivoluzionarie, che proferivano i

conquistatori dell'anno primo e secondo di questo secolo.

In breve però tacquero quelle massime: cessarono le dimostrazioni

repubblicane; i nomi, gli abbigliamenti, e le mobiglie che i Francesi

avevano raccolto nelle memorie greche, latine, fenicie, frigie,

galliche, ecc. fecero nuovamente luogo a nomi ed oggetti che meglio

convenivano ai costumi moderni. L'Italia non assistette se non al

tramonto di quella rivoluzione, che sembrava dovere svellere dalle

radici il vecchio universo per sostituirvi un altro universo da essa

creato. Le cose condannate come vecchie a scomparire dalla superficie

del nostro globo rientrarono in breve sulla scena sociale, e nei luoghi

da esse anteriormente occupati. L'osservatore superficiale che fosse

giunto dal 5 al 15 di questo secolo in Europa, e l'avesse percorsa senza

conoscerne la recente storia, altro non avrebbe veduto ed inteso, se non

che una nazione belligera e potente si provava a conquistare le altre

nazioni tutte, e sembrava vicina a raggiungerne l'intento. — Non avrebbe

esso certamente sognato che quella nazione conquistatrice aveva giurato

poc'anzi di distruggere il culto, la nobiltà, l'eredità delle ricchezze,

la ineguaglianza delle condizioni sociali, la guerra stessa, e

proclamata la legge agraria, e versato a torrenti il proprio sangue per

raggiungere quell'intento.

Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire · 第 3 / 14 段