linee parallele, e durante un numero quasi identico di secoli, dalla
barbarie cioè dei bassi tempi alla odierna civiltà. — Alcune camminarono
con più celere passo di altre, aiutate o dalla propria loro indole, o da
circostanze favorevoli, alcune rimasero e tuttora rimangono qualche poco
addietro: ma tutte hanno la faccia volta verso la stessa meta; tutte
incontrarono ostacoli pressochè identici e della medesima natura, li
combatterono con armi simili, e ne trionfarono in modo più o meno
completo, a prezzo di maggiori o minori sacrifizi. Quelle nazioni o
quelli Stati, che ancora non raggiunsero il punto in cui trovasi il più
gran numero delle nazioni e degli stati di Europa, sono però assicurate
di raggiungerlo esse pure in breve, seguendo i passi delle prime, cioè
delle più celeri. Le tappe sono per così dire segnate dalla storia, che
ne addita come i popoli si aggrupparono componendo gli Stati, e tendendo
per prima cosa ad ingrandirsi a dispendio dei vicini; i piccoli gruppi,
essendo come stati assorbiti e trangugiati dai maggiori, scomparvero
dalla scena, e come i capi delle nazioni deposero di quando in quando la
spada per assestare i loro possessi ed afforzare la loro autorità. Tutti
ebbero a combattere il medesimo avversario, il feudalismo. — Quei
potenti baroni dell'età media, che avevano aiutato uno dei loro ad
accumulare armati e ricchezze sufficienti per mantenersi al di sopra
delle altre picciole nazioni, o per incorporarsele, diventarono ben
presto rivali del capo da essi scelto e creato. — Allora cominciò la
interna lotta delle monarchie contro i feudatarii, lotta lunghissima e
tremenda, nella quale le monarchie trionfarono mediante l'abuso della
forza unita alla perfidia e alla crudeltà, e di cui, se non tutte, buon
numero almeno delle Case regnanti di Europa, porta la pena, nella
diffidenza e nella secreta avversione che la loro autorità, e qualche
volta il solo nome di Re desta nei popoli che loro obbediscono.
L'Italia sola ha tenuto altre vie; l'Italia sola ha una storia tutta
propria. — Mentre le altre nazioni europee, formate di elementi
barbarici e di pochi avanzi degli antichi popoli soggetti dell'Impero
Romano, muovevano i primi passi verso la civiltà, l'Italia, già signora
del mondo allora conosciuto, decadeva e deperiva. — Culla di quel popolo
straordinario, che si era fatto una civiltà anzi tempo e prematura, ma
grande e bella, l'Italia fu sempre una eccezione nella storia. — Essa
non ha mai nè dimenticata nè intieramente abbandonata la romana civiltà;
anzi ne serba tuttora quei brani che non contrastano al cristianesimo e
alle moderne nozioni del diritto e della morale.
Le arti e le scienze, che le nazioni barbare versate dal Nord e
dall'Oriente sulla intera Europa ignoravano assolutamente, furono sempre
onorate e coltivate dagli Italiani. — I popoli della nostra penisola non
caddero mai in quel profondo abisso d'ignoranza e di servitù necessario
alla formazione di un potere assoluto ed iniquo nell'esercizio suo, ma
che solo poteva farsi rispettare ed obbedire dalle orde germaniche,
elemento predominante delle moderne nazioni. — Agli Italiani mancò la
barbarie e le sue sfrenatezze, ma loro fecero difetto altresì la cieca
obbedienza a capi avveduti ed ambiziosi, la brutale energia degli odi e
della rapacità, la ignoranza dei propri diritti, tutte quelle passioni e
quei vizi insomma che la Provvidenza volgeva ad uno scopo benefico, e di
cui oggi vediamo e conosciamo i definitivi risultati.
Mentre le nazioni europee si sdegnavano e spogliavano di tutto ciò che
non era virtù guerriera, e guerriere come erano divenute, tremavano
sotto il giogo dei loro capi, più esperti, più accorti, più crudeli e
snaturati delle nazioni stesse; gli Italiani, superbi della loro civiltà
e della loro supremazia intellettuale e civile, guardavano ai barbari
con disprezzo, e credevano annichilarli con beffe e motteggi.
Più tardi, quando impararono a temerli, impararono altresì a volgerli ai
loro fini; e il sentimento nazionale, ai nostri dì sì possente, non
essendo ancora svegliato, accadde che gli abitanti di una città italiana
invocarono le armi dei nuovi popoli europei, per castigare un'altra
delle città italiane, o per trarne vendetta, o per ridurla a non potersi
sostenere da sè. — Quella civiltà così generalmente sparsa ed egualmente
ripartita in tutta la nostra penisola, e in tutte le classi de' suoi
abitanti, si oppose sino da quei primi tempi all'ingrandimento di una
parte di esse a prezzo della indipendenza delle altre parti; ed appena
un cittadino predominava nella città sua e minacciava le città rivali,
queste si riunivano per debellare l'ambizioso; e se a ciò non bastavano
da sole, chiamavano le nazioni guerriere dal di là delle Alpi,
adescandole con promesse di ricca paga o speranze di bottino e di
accresciuto potere. — Il feudalismo stesso, che ebbe sulle prime una
così gran parte nella formazione della nuova società politica
dell'Europa, non potè svilupparsi in Italia fra quelle numerosissime
città, che assorbivano ogni prosperità ed ogni operosità popolare, e
riducevano ad inferiori condizioni i comuni rurali, vera e natural sede
del potere feudale.
Le campagne italiane ebbero sempre poca parte nella vita politica, e
quei signori stessi che dominarono in alcune città, e che corrispondono
fra noi ai feudatari del Nord, erano cittadini, vivevano nelle città,
dovevano assicurarsi il favore de' loro concittadini; e se fallivano in
ciò, erano quasi sempre rovesciati e distrutti, i loro beni confiscati,
e le loro famiglie e i loro aderenti mandati in esilio.
Dalla dissoluzione dell'Impero d'Occidente sino ai giorni nostri
l'Italia tenne sempre le stesse vie, e non ebbe mai pace. — I suoi
popoli vissero costantemente stimolati ed accecati da passioni cupide o
ambiziose, rivaleggiando fra di essi, e vendendo la propria indipendenza
a chi distruggeva quella dei loro vicini. — L'Italia possedeva
ricchezze, energia, operosità, intelligenza, genio per le arti e le
scienze, monumenti, biblioteche, cognizioni, tesori insomma, quanto e
forse più che il rimanente dell'Europa presa in massa a quei tempi. —
Ciò di che difettava l'Italia, non era solo l'elemento di barbara
vigorìa, ma lo spazio. — Gli Stati, che in essa si formavano, non
potevano svilupparsi ed estendersi a seconda dei loro bisogni; perchè a
poche miglia del centro loro incontravano altri Stati, altre popolazioni
egualmente ambiziose, egualmente operose ed intelligenti, spinte dalle
stesse passioni e dagli stessi interessi, che disponevano dei mezzi
medesimi, contro le quali si accendevano d'ira. — Tali infausti e
ripetuti o, per dir meglio, perenni scontri e contatti, erano la cosa
più opposta alla formazione e allo sviluppo di quel naturale istinto di
nazionalità, che sì di buon'ora animò e fra di esse strinse le
popolazioni provenienti da un tronco comune, ricoverate sotto il
medesimo capo; e sebbene non distruggessero quell'altro sentimento ch'è
l'amor di patria, e che si compone di tanti diversi elementi, lo
falsavano, e lo diminuivano, riducendolo a ciò che ora chiamasi
patriotismo di campanile, o municipalismo.
Queste disgraziate tendenze furono da noi seguite sino al principio del
presente secolo. — Il popolo italiano, dotato d'intelligenza così pronta
e così estesa, attraversò l'età di mezzo e l'êra moderna, senza
comprendere ciò che accadeva in ogni dove, e senza scoprire il motivo
delle proprie sventure. — Maestro della intiera Europa in tutto ciò che
si riferisce alle arti ed alle scienze, esso era rimasto ingolfato nella
più profonda ignoranza di tutto ciò che compone la scienza politica. —
Il carattere italiano aveva subíto poche modificazioni. — In esso si
ritrovava tuttora, nei primi anni del secolo decimottavo, quella
pigrizia effeminata ch'è propria delle classi privilegiate, e di quelle
nazioni che si sono innalzate al dominio delle altre, non colla sola
violenza, ma con l'aiuto di una superiore civiltà.
I mirabili fatti dei Romani e del Romano Impero non erano da noi
dimenticati, e li opponevamo con alterigia ai fatti moderni delle altre
nazioni. — L'orgoglio umano è sempre destro nell'accomodarsi agli
istinti ed alle circostanze di chi lo nutre e ad esso si appoggia. —
Avvezzi da tanti secoli ad affidare alle altre nazioni tutta quella
parte dei nostri interessi che richiedeva energia guerriera e materiale
operosità, avevamo serbato il vecchio abito di considerare i fasti
militari e la forza materiale come cose troppo basse e grossolane per
noi, ed andavamo illudendoci col supporre che gli armati, da noi
chiamati a vincere i nostri nemici, fossero tuttora le squadre
mercenarie dei condottieri che ne servivano mediante rimunerazione
pecuniaria, e di cui disponevamo a nostro capriccio, e secondo ne
dettava la nostra avvedutezza e il nostro superiore ingegno. Gli effetti
di una troppo prolungata civiltà pesavano sopra di noi. La giovine
vigoría delle nazioni germaniche non ci aveva rinnovata la tempra
qualche poco sdruscita. — Verso il finire dello scorso secolo, la
coltura italiana abbondava nelle classi superiori della società, ma la
qualità di essa non ne eguagliava la quantità. Le arti e le lettere non
brillavano nè per originalità, nè per profondità o gravità. Si credeva
supplire a questi esausti pregi coll'imitazione degli stranieri, e con
puerilità. — La fede religiosa aveva subíto molti assalti, e non li
aveva sostenuti degnamente, almeno fra la gente colta. — Ma la
superstizione popolare nulla aveva deposto della sua intrinseca
fierezza, nè della proverbiale sua cecità. — Insomma gli effetti di
tanti secoli, vissuti senza che gli Italiani si proponessero un oggetto
degno dell'operosità e dei sacrifizi di una nazione, cominciavano ad
essere sentiti dagli Italiani stessi, che si erano insensibilmente
ridotti ad occupare una situazione inferiore fra le nazioni dell'Europa,
e questa situazione andava sempre più declinando. — Il legame che
stringeva assieme gli abitanti di uno Stato e li costituiva in nazioni
non era mai stato stretto da noi. — I Veneziani vedevano nei Genovesi i
loro più fieri nemici e i loro più intollerabili rivali. — I Lombardi
temevano la rapacità dei Savoiardi e Piemontesi; ed il famoso detto
dell'articiocco li spingeva a cercare ora nel Tedesco ed ora nel
Francese un difensore contro il temuto conquistatore. — La piccola
Toscana, lungamente spezzata in tanti Stati quante erano le sue città,
non aveva cominciato a fondersi in uno Stato solo se non dopo
l'installazione di un arciduca austriaco come suo sovrano. — Il papa
aveva in ogni tempo dato agli Italiani il letale esempio di chiamare lo
straniero a sostenere le sue pretensioni e a difenderlo dai signori
romagnuoli. — Il regno di Napoli, invaso dai Normanni e dagli Angiovini,
non aveva mai conosciuto indipendenze, e non sapeva ancora di far parte
d'Italia. — La Sicilia, greca sulle prime poi saracena, aveva avuto una
monarchia normanna separata dalla napoletana, ed adottava le memorie di
quell'epoca come monumenti della propria indipendenza, ribellandosi
costantemente contro la nuova Corte borbonica che imperava a Napoli. —
Le abitudini e le virtù guerriere non erano mai state nè onorate nè
seguite in Italia; e a poco a poco la molle influenza del nostro clima
aggiungendosi alla effeminatezza che naturalmente risulta dal viver
sempre negli agi, negli ozii, nel lusso, e lunge da ogni pericolo, la
società italiana era diventata oggetto di sarcasmi e di motteggi per gli
stranieri, e per quei pochi virili ingegni che di quando in quando
sorgevano ancora fra noi. — Le gare letterarie e gli intrighi domestici,
che sono i frutti della scostumatezza e della immoralità, simulavano
tuttora in noi come un fantasma di energia, e davano alcune scintille di
passione. Ma l'osservatore avveduto, che avesse percorso l'Italia nella
seconda metà del secolo decimottavo, per conoscere il carattere de' suoi
abitanti e prevederne le future sorti, ne avrebbe fatto i più sinistri
pronostici. — La società italiana sembrava giunta all'ultimo stadio
della decrepitezza; e si poteva crederla destinata a presto scomparire
dalla scena delle moderne società, abbandonando il ferace suolo e i
tesori dei monumenti e delle memorie storiche, accumulati da tanti
secoli, alle nazioni conquistatrici e vigorose che la circondavano. — Il
nome d'Italiano sarebbe diventato pei posteri ciò che sono per noi i
nomi dei Celti, degli Etruschi, degli Armeni, e di tanti popoli un dì
forti e civili, ma che non seppero rinnovarsi e rattemprarsi, accettando
le nuove circostanze che richiedevano nuove doti e nuove facoltà.
A tal punto trovavasi l'Italia quando le prime idee di libertà civile e
politica spuntarono in Europa. Gli abusi del potere assoluto, e gli
eccessi delle aristocrazie, che persistevano a trattare i cittadini ed i
villici come i feudatarii dell'età media avevano trattato i servi della
gleba, vantando impudentemente gli stessi diritti e la stessa
superiorità di natura, avevano, col lungo andare del tempo e il costante
ripetere delle offese, acceso nel cuore delle classi oppresse un
profondo ed indomabile sdegno. — I cittadini ed i popoli delle campagne
non possedevano diritti confessati e riconosciuti nè dalla legge nè
dall'aristocrazia. — La coltura di alcune arti ed industrie avevano
sparso nei cittadini un certo grado di civiltà, che più non tollerava un
trattamento adattato soltanto alle nature brutali ed incolte degli
antichi servi. La riforma religiosa, già da qualche tempo vittoriosa in
Germania, in Inghilterra e nella Svizzera, aveva combattuto e trionfato
della ignoranza dei popolani, e sosteneva la santità dei loro diritti,
promettendo ad essi una completa vittoria sui loro tiranni. — In
Francia, la terra delle novità, la riforma religiosa non aveva goduto
che di un momentaneo favore, e la mano pesante, spietata e mal destra di
Luigi XIV aveva schiacciato i novatori, e condannate le loro dottrine. —
Questo re, che fu chiamato grande perchè il suo regno durò lungamente,
credeva di acquistare la divina indulgenza alla sua scostumatezza,
vendicando il Signore delle pretese offese che gli facevano i
riformisti, e costringendoli, coi supplizi e le torture, a fingere delle
credenze che ad essi ripugnavano. — Ma quando la luce ha penetrato nelle
menti umane, non v'ha nè forza nè violenza che valga a spegnerla. — La
Francia sembrava tranquilla e sommessa; ma quella non fu che una breve
tregua, e la resistenza, che si credeva soffocata per sempre, ricomparve
a suo tempo e fu invincibile.
I governi della Germania non erano molto avversi alle nuove dottrine,
per le quali speravano trovare nelle moltitudini un elemento di difesa
contro i discendenti e gli eredi dei feudatarii e della loro autorità. —
Giuseppe secondo e Leopoldo, furono certamente i più liberali fra gli
uomini che sedettero sopra di un trono. — L'Italia ricevette
regolarmente da essi le prime nozioni della civile libertà, e dei comuni
diritti; e li ricevette come vanno ricevute le idee perchè producano i
loro salutari e legittimi effetti, cioè senza il miscuglio di violenti e
brutali passioni, senza lo sprone della vendetta, dell'ira e della
crudeltà, che spingevano quasi in pari tempo i popoli della Francia ad
adottare, o realizzare ed esagerare quelle nuove dottrine. — E credo sia
stata nostra somma ventura che le idee, dette poi rivoluzionarie, ne
giungessero per quella regolare e pacifica via; poichè non so se la
sempre crescente dissolutezza dei costumi, lo scetticismo dei culti e la
superstizione degli ignoranti, se la smunta e paralizzata energia, che
andava vieppiù spegnendosi negli animi nostri, ne avrebbero concesso di
conquistarle, come fecero i Francesi, e se, supposta pure tale nostra
conquista, non saremmo divenuti preda di una breve frenesia di libertà,
che ne avrebbe lasciato, dopo il febbrile suo eccitamento, più prostrati
ed impotenti di prima.
Che che ne sia, la Provvidenza volle risparmiarci questo pericolo.
Quando l'eco della rivoluzione francese, e delle dottrine che ne
decisero lo scoppio, ebbe varcato le Alpi, esse non portarono a noi,
sudditi di Giuseppe primo, di Leopoldo e di Carlo Borbone, gran che di
nuovo nè d'ignoto. — La parità delle nature e dei diritti, i doveri dei
sovrani verso i popoli, la santità e la inviolabilità della legge,
quando accettata e non imposta, la libertà religiosa e l'assurda
tirannide di chi pretende comandare alle coscienze, i nuovi e svariati
sistemi di pubblica economia e di finanze, tutte queste dottrine e gli
innumerevoli loro corollarii, che piombarono come irresistibili
proiettili sulla società europea, schiacciando e scompigliando e
riducendo al nulla le antiche massime, le viete leggi e le guaste
credenze, eransi gradatamente introdotte in Italia, ed avevano passo
passo educato le classi colte. Il popolo poco vi badava, e rimaneva
all'incirca quale era stato per l'addietro; ma la maggior parte di esso
abitando le città, e le popolazioni della campagna essendo sempre
rimaste al di fuori dei moti politici, nessuno si opponeva, e nessuno
abbracciava impetuosamente le dottrine del secolo decimottavo.
Le passioni rivoluzionarie, che mettevano tutto a soqquadro in Francia,
trassero su quel paese l'ira dei sovrani d'Europa, che consentivano
bensì ad illuminare lentamente le classi più elevate dei sudditi loro,
dalle quali non temevano eccessi rovinosi pel loro potere, ma che
temevano il contagio della ribellione per le classi inferiori sempre
inclinate alla violenza. — Le potenze del nord, del mezzodì e
dell'oriente di Europa si allearono contro il popolo regicida, che dava
agli altri popoli così terribili e così seducenti esempi; ed allora
incominciò la importazione delle dottrine rivoluzionarie in tutta
l'Europa, mediante le armi francesi. — Stretti e minacciati da ogni
banda i Francesi, che tutto stavano distruggendo della loro secolare
società, furono repentemente chiamati alla difesa del loro suolo,
minacciato di pronta invasione da forze infinitamente superiori alle
loro, da nemici collegati con tutte le vittime della rivoluzione
dell'89. A quella notizia, a quell'appello alle armi, raddoppiarono le
crudeltà contro i cittadini sospetti di non applaudire alla rivoluzione,
e giunse al colmo il regno del così detto terrorismo. — Ma al tempo
stesso, ed in pochi giorni, corsero sotto le armi moltitudini di ogni
età e di ogni classe, risolute d'impedire ad ogni costo che la patria
loro diventasse ciò che era divenuta l'Italia, preda dello straniero ed
appannaggio di principi stranieri. — Il popolo francese era a
quell'epoca in tale eccitamento di spirito e di passione, da tentare ed
eseguire prodigi. — Legioni di cittadini mal vestiti ed in parte scalzi,
quasi senza paga, perchè le finanze della rivoluzione francese erano per
così dire rovinate, marciavano piene di entusiasmo e di ardore verso il
confine, ne cacciavano i nemici, sbaragliavano e distruggevano interi
eserciti di Austriaci, di Prussiani, di Inglesi, di Spagnuoli, ecc. e li
inseguivano furibondi nei loro Stati. I soldati della repubblica
francese erano consci di due missioni: vincere le armate della
coalizione, assicurando con ciò la indipendenza, che è quanto dire la
esistenza della patria loro; e chiamare alla riscossa colla sola loro
presenza, colle loro parole e coll'esempio loro i popoli tuttora servi
ed acciecati, che riempivano e componevano le schiere nemiche. — Tale
duplice missione i Francesi la compirono, se non intieramente, in gran
parte almeno. — I combattimenti si succedettero per molti anni, e le
armi francesi trionfarono da per tutto e costantemente. — E sembrò
propriamente che la Provvidenza considerasse allora la Francia come suo
strumento pe' suoi fini futuri, poichè in quel momento appunto vi
suscitò un giovane dell'isola di Corsica, che fu posto al comando di un
esercito e che diventò in breve un colosso di gloria e di potenza. —
Napoleone Bonaparte tornava dall'Egitto, dove avea conquistato i primi
allori, e ne tornava al rimbombo delle prime vittorie delle truppe
rivoluzionarie sull'Europa coalizzata; si tratteneva pochi giorni a
Parigi, e quei pochi giorni gli bastavano per distruggere gli ultimi
avanzi di un governo odiato e sprezzato dagli onesti cittadini, e a
stabilire in sua vece un'autorità regolare che servisse ai bisogni della
guerra e lasciasse respirare il paese; indi si partiva acclamato
freneticamente dai popoli, ed andava ad incominciare contro l'Europa la
sua meravigliosa epopea.
Durante il primo Impero francese, l'Italia fu conquistata e tolta alle
potenze che ne avevano fatto una provincia loro; ma nessuno pensò, nè
l'Imperatore dei Francesi, nè l'Italia stessa, ch'essa potesse o volesse
far altro che cangiar padrone un'altra volta, come già tante volte aveva
fatto. — La parte più illuminata della nostra penisola oscillava da
qualche tempo fra il dominio francese e l'austriaco, mentre il mezzodì
seguiva tuttora le sorti della Spagna, cioè formava come l'appannaggio
del principe ereditario della Casa borbonica seduto sul trono spagnuolo.
— La rivoluzione francese non ebbe in Italia grandi effetti; e non vi
produsse quella commozione che si vide in altre contrade. — Gli ingegni
più svegliati, arditi, ed amanti di cose nuove ripetevano enfaticamente
gli assiomi e le massime rivoluzionarie, ch'erano state messe in così
terribile pratica dai Francesi; ma le accettavano come dottrine
filosofiche o legali, e non con quella entusiastica e robusta fede con
cui le avevano concepite, confessate ed insegnate i Francesi. — Gli
ingegni elevati, colti e profondi avevano scoperte e formulate quelle
stesse verità prima ancora che la Francia le proclamasse; ma le
consideravano come superiori alla intelligenza dei popoli, e pericolose
alla salute sociale. — Le idee rivoluzionarie insomma, che formavano in
Francia la regola imprescrittibile del vivere di ognuno, degli atti
quotidiani, e di ogni umano sentimento, erano pei liberali italiani idee
giuste, vere, ma astratte. — Il Francese voleva praticarle tutte, sempre
e ad ogni costo; gli Italiani le credevano impraticabili. Per gli
Italiani (mi si perdoni il ripeterlo) la principale conseguenza della
rivoluzione e dell'Impero francese era il cangiamento di dominio, la
ritirata dell'Austria, e la occupazione francese; e questi fatti già si
erano prodotti altre volte.
Quando ebbero luogo le prime vittorie dei Francesi in Italia, la
repubblica non si era per anco trasformata in Impero, e i conquistatori
vestivano tuttora la foggia e parlavano il linguaggio di liberatori. — I
liberali italiani composero dunque il partito francese, e gli amici
delle viete cose, quelli che oggi chiameremmo conservatori, si strinsero
intorno all'austriaco vessillo. Tale divisione degli animi durò sino al
1814 e 15, non per altra cagione, se non perchè era nata sotto
l'impressione delle massime rivoluzionarie, che proferivano i
conquistatori dell'anno primo e secondo di questo secolo.
In breve però tacquero quelle massime: cessarono le dimostrazioni
repubblicane; i nomi, gli abbigliamenti, e le mobiglie che i Francesi
avevano raccolto nelle memorie greche, latine, fenicie, frigie,
galliche, ecc. fecero nuovamente luogo a nomi ed oggetti che meglio
convenivano ai costumi moderni. L'Italia non assistette se non al
tramonto di quella rivoluzione, che sembrava dovere svellere dalle
radici il vecchio universo per sostituirvi un altro universo da essa
creato. Le cose condannate come vecchie a scomparire dalla superficie
del nostro globo rientrarono in breve sulla scena sociale, e nei luoghi
da esse anteriormente occupati. L'osservatore superficiale che fosse
giunto dal 5 al 15 di questo secolo in Europa, e l'avesse percorsa senza
conoscerne la recente storia, altro non avrebbe veduto ed inteso, se non
che una nazione belligera e potente si provava a conquistare le altre
nazioni tutte, e sembrava vicina a raggiungerne l'intento. — Non avrebbe
esso certamente sognato che quella nazione conquistatrice aveva giurato
poc'anzi di distruggere il culto, la nobiltà, l'eredità delle ricchezze,
la ineguaglianza delle condizioni sociali, la guerra stessa, e
proclamata la legge agraria, e versato a torrenti il proprio sangue per
raggiungere quell'intento.