indugio ad opere di tale immensità, ed il cui costo oltrepassava i mezzi
dei quali disponeva allora. Ma vi sono delle circostanze in cui la
volgare prudenza è più pericolosa della massima temerità, e coloro, che
avrebbero consigliato al nostro governo di costruire lentamente ed
economicamente le nuove vie di comunicazione fra le varie e distanti
provincie italiane, non riflettono che tali opere dovevano
necessariamente essere compite prima che si pensasse a combattere
l'Austria, e a torle quella parte del nostro suolo ch'essa calpestava
tuttora dopo il nostro riscatto. Chi prese parte, o fu soltanto
spettatore della guerra del 66, può dire di quale vantaggio riescissero
quelle ferrovie, che da una estremità della penisola all'altra
portavano, in poche ore, notizie, reggimenti, artiglierìe, munizioni da
guerra, ecc. ecc. — La guerra fu breve; e sebbene il successo d'ogni
particolare fatto d'armi non fosse a noi favorevole, il successo finale
della guerra stessa oltrepassò le nostre speranze, cosicchè non
esperimentammo grandi rovesci. Ma se le cose fossero andate altrimenti,
se fossimo stati costretti a ritirate forzose e rapidissime dal campo di
battaglia, a cangiamenti repentini di piani, a cercare rifugio e
salvezza dietro le mura delle nostre fortezze, la mancanza di strade
avrebbe potuto cagionare la nostra rovina. Un governo posto a fronte di
eventualità di così gran momento, deve prevedere ogni possibile
accidente e star parato a combatterlo. La guerra dell'Italia contro
l'Austria, fatta prima che l'Italia possedesse i mezzi di comunicazione
fra le sue diverse parti, sarebbe stata una deplorabile follia, e poteva
recarne incalcolabili ed irremediabili pregiudizii.
L'Italia, sebbene abbondi di catene di altissimi monti, e possegga
conseguentemente molte sorgenti, ed i vasti serbatoi che sono le nevose
cime dei monti medesimi, non può comporsi un sistema conveniente di
navigazione interna. — Ciò dipende in gran parte dall'altezza de' suoi
monti, e dal poco spazio lasciato al declivio di essi per giungere al
mare ove tendono. — Per tal modo i nostri fiumi percorrono dalla
sorgente alla foce loro un breve e precipitoso cammino, spinti e
risospinti di balza in balza, senza potersi mai distendere nè
tranquillare le loro acque attraversando una vasta pianura, come avviene
dei fiumi della Francia, dell'Inghilterra, del Belgio e di tante altre
contrade; per cui questo utilissimo sostituto delle strade ordinarie e
delle ferrovie, per quanto almeno concerne il trasporto delle merci, la
navigazione interna dei fiumi o di canali che ne derivano, ne manca, e
probabilmente ne mancherà in perpetuo. — Un parziale compenso a tanta
mancanza possiamo trovarlo nella navigazione marina, detta di
cabotaggio, e che ha luogo lungo le coste del nostro litorale;
navigazione che presenta pochi pericoli, essendo le coste dei nostri
mari piuttosto basse e piane, ed offre grandi vantaggi, per la frequenza
dei porti, rade, ecc. seminati lungo le rive, che rendono l'approdo e lo
sbarco dei piccoli navigli, percorrenti quei mari, facili e securi.
Tutte le cure del nostro governo per far progredire le popolazioni
italiane verso la civiltà, non furono assorte dallo stabilimento dei
nuovi mezzi di comunicazione. — Le scuole popolari sono un potente
istrumento di civiltà, e queste sono ora numerosissime in tutta Italia.
— Già nel 1863 ne esistevano circa 30,000; e sebbene buon numero di esse
fossero di creazione anteriore al 59, nelle provincie meridionali però,
ed in Sicilia particolarmente, quasi tutte le scuole elementari pei due
sessi sono dovute al nostro governo; e gli sono dovute in due modi: e
perchè istituite da lui, e perchè sostenute quasi per intero a spese
dell'erario, mentre nelle altre provincie del regno molte scuole
elementari stanno a carico dei Comuni, ed altre non poche sono sostenute
da doni o da lasciti privati.
Se occorressero prove di fatto per dimostrare che tanta diffusione di
luce intellettuale è cosa assai recente, basterebbe il porre a confronto
di quelle 30 mila scuole il numero di analfabeti, che offuscano tanto
splendore. Fra un 1,397,924 di giovinetti dai 12 ai 19 anni, cioè della
età in cui dovrebbero avere terminati gli studi primarii, ed essere in
grado di passare alle scuole tecniche o alle scuole secondarie, 938,637
di essi sono tuttora analfabeti, mentre 61,800 sanno leggere soltanto, e
361,725 sanno leggere e scrivere. — Speriamo che questi infelici 938,637
siano fra i nati prima del 50, ed avessero per conseguenza oltrepassata
l'età in cui sogliono i fanciulli essere ammessi alle scuole primarie o
comunali, quando il benefizio di codeste scuole fu largito al paese; e
speriamo altresì che codesta enorme e vergognosa macchia nel nostro sole
vada rapidamente impicciolendosi, e venga in breve coperta dai raggi
sempre più splendidi che da esso si diffondono.
Oltre quel numero di scuole primarie, l'Italia contava già nel 63, 81
corpi scientifici ed accademie di scienze, lettere ed arti; 200
biblioteche; 10 osservatorii astronomici; 26 osservatorii meteorologici;
13 musei di archeologia; 13 società per la conservazione e
l'illustrazione dei monumenti; 12 deputazioni di storia patria; 20
istituti speciali di belle arti e di musica; 5 alte scuole di
perfezionamento; 19 università col corredo di 123 licei; 452 ginnasii
pubblici; 177 scuole tecniche; e 65 scuole magistrali pei due sessi;
tralasciando ancora di parlare delle scuole serali e delle festive,
aperte recentemente in pressochè tutti i Comuni rurali di Lombardia,
alle quali concorrono spontaneamente uomini di ogni età, e dove sono
loro gratuitamente insegnate dagli uomini più colti del villaggio, come
sarebbero il medico, il sindaco, il maestro ed il segretario comunale,
le prime nozioni di storia, di geografia, di storia naturale, ecc. ecc.
Giova osservare che alcune delle cifre testè accennate non hanno tutta
l'importanza che sembrano avere a primo aspetto. Quel gran numero di
università non significa precisamente che il numero degli aspiranti
all'insegnamento, che ivi si riceve, sia tale, che non bastino a
contenerlo meno di 19 Università. — Questo numero, veramente smisurato,
provviene dallo sminuzzamento che fece dell'Italia una agglomerazione di
tanti piccoli Stati, gli uni degli altri gelosi e discordi; ognuno dei
quali pretendeva di essere completo e perfetto nella sua picciolezza,
possedendo ogni forma esterna di istituzioni scientifiche e letterarie,
corpi insegnanti, ecc. Il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, la
Venezia, i due Ducati, il Bolognese, l'Umbria, la Toscana, e se non
m'inganno il Principato di Lucca, la Sardegna, il Napoletano, la
Sicilia, e non so se la repubblica di S. Marino, avevano ciascuna non
meno di una Università; ed i riguardi con che il governo nostro
nazionale ha creduto di dover trattare i pregiudizii autonomici delle
provincie italiane sono tali, che non si è peranco accinto a ridurre
questo superfluo numero di Università. — Lo stesso può dirsi
verosimilmente di alcuni degli osservatorii astronomici e delle
accademie letterarie, che erano considerate come un adornamento
distintivo di una capitale; ed ora non si tolgono per non far sentire
agli abitanti di coteste già capitali ch'essi sono decaduti da ciò che
ad essi o ad alcuno di essi può sembrare una situazione assai elevata.
Ma tali riguardi eccessivi non possono essere perpetuati, ed il numero
degli istituti scientifici o insegnanti sarà messo in armonia coi
bisogni del paese, cioè col numero degli studenti di esso.
Certo è però che se quel prodigioso numero di Università non ha tutto il
favorevole significato che gli si potrebbe attribuire, ciò non significa
per nulla che debba o possa farne arrossire; e se il numero dei nostri
corpi insegnanti oltrepassa i nostri bisogni, questo difetto di
proporzione non è cagionato dal recente scemarsi del numero degli
studenti, bensì dalle cangiate circostanze del paese, dal concentramento
nazionale, dalla distruzione di pressochè tutti i confini interni
d'Italia, e dal rapido accrescimento delle vie di comunicazione fra le
varie Provincie. Il numero delle Università italiane sarà
indubitatamente ridotto; dubito però che possa mai esserlo nella misura
della Francia e dell'Inghilterra, perchè la topografia e la figura
stessa della nostra Italia osta ad un sistema troppo assoluto di
concentramento. Se le provincie meridionali d'Italia come le Calabrie,
gli Abruzzi, Terra di Bari e di Otranto, la Sicilia, ecc. dovessero
mandarci i loro studenti a Pavia o a Padova, temo che finirebbero col
rinunziare ai vantaggi di una educazione universitaria.
Prima di procedere alla soppressione di alcune delle nostre Università,
conviene ponderare accuratamente quali fra di esse possono essere
impunemente tolte, cioè senza che si interrompano e facciano sosta i
progressi della pubblica e nazionale istruzione, che è quanto dire del
nazionale incivilimento.
Questo rapido esame dell'incremento, ch'ebbero negli ultimi pochissimi
anni i mezzi di comunicazione e d'istruzione popolare nel nostro paese,
ne presenta in vero molte sorgenti di conforto. Una considerazione però
tempra la soddisfazione, che vorremmo ritrarne; ed è questa la
influenza, anzi la ingerenza piuttosto accresciuta che scemata del clero
negli stabilimenti della pubblica istruzione. Eravamo preparati a
codesta preponderanza nelle provincie meridionali; ma i dati statistici,
ai quali mi riferisco per questo lavoro, non la mostrano minore nel
Piemonte, nella Liguria, nella Lombardia e nella Toscana, che nel
Napoletano e nella Sicilia stessa. — Se di tale scoperta non solo mi
meraviglio, ma mi rammarico, ciò non proviene da avversione al clero
cattolico, e molto meno poi da dispregio per la religione, di cui è
detto il ministro; ma soltanto perchè il clero può essere considerato a
buon diritto, meno qualche eccezione, irremissibilmente ostile
all'ordinamento oggi in vigore in Italia, e perchè tale essendo, i
nostri giovanetti a lui affidati non possono ispirarsi ai sentimenti di
lealtà, di gratitudine e di rispettosa fiducia verso il nazionale
governo, che si richiedono dai cittadini di un paese libero. — Il clero
cattolico è naturalmente avverso alle libertà civili, ch'esso confonde
talora colla libertà di pensiero e di coscienza, e che in ogni caso esso
tiene per indissolubilmente legate fra di loro, e non a torto. Io non
discuterò quì se più felice sia il popolo soggiogato civilmente e
intellettualmente, ma che non sente il peso del giogo a cui è avvezzo,
ed al quale si rassegna confortato da una cieca fede in tutto ciò che
gli insegna il suo clero; o il popolo liberale ed indipendente,
conquistatore dei proprii diritti e di essi pienamente conscio, ma a cui
fu tolto l'intimo conforto, ed il forte sostegno di quella cieca fede. —
Sono queste quistioni le mille volte discusse, senza ricevere una
soluzione che ponesse fine ad ulteriori dibattimenti. — Ma il nostro
popolo ha risoluto il quesito col fatto della sua scelta. Il popolo
schiavo ha voluto essere libero ed indipendente a qualsiasi costo; ed ha
realizzato diffatti questo suo ardentissimo desiderio. Oggi non si
tratta di decidere se a lui convenga di acquistare la libertà, o se sia
meglio per lui di rimanere qual era nel medio evo. — Trattasi d'imparare
a far buon uso dell'acquistata libertà; di preparare la vegnente
generazione al pieno godimento di quei beni che i padri suoi non seppero
che imperfettamente sviluppare. Trattasi di riunire, di fondere tutti
gli Italiani in un pensiero concorde di gratitudine pei singolari
benefizi ricevuti, e nella invariabile risoluzione di sottoporsi ai
maggiori sagrifizi, piuttosto che rinunziare alle conquiste fatte, o che
mostrarsene poco degni. Tale essendo la parte che spetta all'attuale e
alla futura generazione di Italiani, vorrei mi si dicesse che cosa
pensano e quale scopo si prefiggono i parenti che affidano la educazione
dei loro figli al clero, ed al clero regolare in particolar modo, cioè
al nemico delle nostre istituzioni, a quello che vorrebbe ricondurne
indietro sino alla servitù materiale ed intellettuale del medio evo, e
che ha missione dal suo capo spirituale e temporale, da quel capo
riverito e temuto, a cui nessun membro del clero cattolico può sottrarre
la menoma parte di sè stesso, ha missione, dico, di non transigere mai
coll'attuale ordine di cose in Italia, ma di creargli quanti ostacoli e
quanti nemici può. — Molti sono i padri che così pensano e che così
parlano del clero; eppure non pochi fra questi affidano i figli loro ai
Barnabiti, o a qualche altra corporazione religiosa, specialmente dedita
alla istruzione dei giovani. — Di tale singolarità essi si scusano
coll'asserire che i collegi tenuti dai laici sono così male diretti, e
la istruzione dispensatavi così meschina, che nulla può aspettarsi da
educazioni così condotte. Forse non sono senza fondamento tali critiche,
e tali osservazioni: tutto il sistema che ne diresse per tanti secoli, e
che era basato sul più rigido assolutismo, cadde in un'ora, e diede
luogo ad una illimitata libertà ossia ad una generale rilasciatezza. — I
primi effetti di così repentino cangiamento non ponno essere che tristi.
— Ma se invece di condannarli come tali, e di volgersi a ciò che rimane
dell'antico sistema, come se questo potesse convenire ad una nazione
libera, i padri di famiglia delle classi educate si applicassero ad
emendare i difetti dei collegi tenuti da laici, essi non andrebbero
incontro, e non esporrebbero i figli loro ad una serie d'incalcolabili
danni, col risospingerli nel passato; e ciò nel momento appunto che
questo passato crollò, e che ad esso subentrava un avvenire interamente
opposto a quello.
Che che ne sia delle molte imperfezioni ed incapacità nostre, delle
nostre impazienze, diffidenze ed inerzia, ecc. abbiamo fondate speranze
di un felice e glorioso avvenire. — Mettendo a confronto ciò che abbiamo
operato in questi ultimi sette anni, con ciò che operarono durante uno
spazio di tempo assai più lungo, cioè dal 1821 e dal 1831 sino ad oggi,
altri due popoli meridionali, repentinamente usciti di servitù ed
assunti all'onorato seggio di libere nazioni, voglio dire dei Greci e
delli Spagnuoli, troviamo occasione di confortarci, e di rinfrancarci
nelle nostre speranze. — L'Europa tutta parla dell'Italia come di una
nuova potenza di primo ordine, e chi ne avesse predetto dieci anni
indietro che di noi si sarebbe oggi portato siffatto giudizio, sarebbe
stato tenuto o per pazzo o pel più impudente degli adulatori.
Possano realizzarsi così le nostre speranze, come fu di gran lunga
superata sin qui la nostra aspettativa. Poche parole aggiungeremo ancora
sulla situazione d'Italia in quanto concerne la sua politica esterna,
ossia le sue relazioni colle potenze estere.
Nata o, per meglio dire, rinata, per opera della Francia, col concorso
di questa grande e generosa nazione, le altre potenze potevano
considerarla come di lei satellite, e trattarla conseguentemente. con
poco rispetto e poca benevolenza. Così non accade; e di ciò dobbiamo
rendere infinite grazie al nostro governo, e specialmente agli uomini di
stato che diressero la nostra rappresentanza diplomatica, e che seppero
fare all'Italia un posto nuovo negli annali della storia di Europa, un
posto onorevole e degno. Le amicizie politiche sono per lo più di
fragile tessitura, mentre le nimicizie, che ad esse corrispondono, hanno
profonde e saldissime radici. — Era dunque assai da temere che dopo il
59, o nel corso degli anni che gli succedettero, si allentassero, anzi
si rompessero i legami della nostra alleanza colla Francia, e che la
vendetta austriaca, trovandoci spogliati della protezione francese, ne
perseguitasse sin che ne avesse ridotto nel pristino stato di suoi
schiavi. — Se così fosse accaduto, potevamo lottare, e lottare con
gloria, ma presto o tardi avremmo dovuto soccombere.
Accadde appunto tutto all'opposto. — Sebbene noi non tenessimo conto
alcuno degli impegni assunti in nome nostro dall'Imperatore Napoleone
nella pace di Villafranca, la protezione di lui non ne venne mai meno, e
per conseguenza la nostra alleanza colla Francia non subì alterazione di
sorta. — E tale persistenza non ebbe per effetto di indisporre contro di
noi le altre potenze poco benevole verso la Francia o di essa gelose. —
L'Inghilterra si manteneva nostra amica nei limiti da essa tracciati
sino dal 48, vale a dire in tutto ciò che non implicava il di lei
concorso a mano armata. — La Russia, che si astenne dal partecipare ad
impresa alcuna che avesse per oggetto il danno nostro, non indugiò
lungamente a riconoscere la nostra esistenza come nazione indipendente
di diritto e di fatto; la Prussia, versando in gravi emergenze, cercava
la nostra alleanza; e quell'Austria stessa che, un anno fa, sosteneva
colle armi i pretesi o sognati suoi diritti sopra di noi, oggi costretta
a rinunziarvi, li confessa non fondati in ragione, ma protesta di volere
in avvenire farsi un'amica di quella Italia che pretendeva testè ridurre
in ischiavitù. — Forse non si esprimono così apertamente nè l'Imperator
d'Austria, nè i suoi ministri; ma se si leggono i vari periodici
austriaci, si vedranno tali sentimenti e tali concetti espressi nei modi
per noi più lusinghieri. — Insomma l'Europa intera ne porge oggi la
mano. — Quell'Italia soggetta sempre ora dell'uno ora dell'altro, sempre
discorde fra le varie sue parti, da tutti derisa e schernita per la sua
frivolezza, per le sue vane iattanze, e per la sua impotenza a fare ciò
che fecero da moltissimi secoli tutte le altre nazioni, quell'Italia
dall'Europa perseguitata e tenuta come un semenzaio di rivoluzionarii
assassini ciecamente avversi ad ogni idea di ordine e di autorità,
superstiziosi ed empii allo stesso tempo, oggi non solo ha acquistato la
libertà e l'indipendenza, cioè la vita, ma ha ottenuto la benevolenza di
tutte le civili nazioni, che la accolgono nel loro consesso, e con lei
si congratulano delle tante sue venture. Non è guari che l'Europa si
credeva vicina ad una guerra che sarebbe stata generale, ed alla quale
l'Italia avrebbe avuto verosimilmente a prender parte. — In tale
occasione non traspirava in alcuna delle nazioni europee un sentimento
di odio o di disprezzo verso l'Italia, e da qualsiasi parte si fosse
rivolta coll'offerta della propria alleanza, essa non avrebbe certamente
incontrata fredda accoglienza.
Dobbiamo rendere di ciò infinite grazie alla prudenza, alla lealtà e
all'abilità del nostro governo, ed in particolar modo ai nostri ministri
degli affari esteri; ma esaminando la cosa accuratamente in tutte le sue
particolarità, essa ne sembra così portentosa, da doverla attribuire
allo speciale intervento di una benefica Provvidenza che volle, in
compenso dei tanti mali sofferti, dotarne di tutti quei beni che non
abbiamo mostrato di disconoscere, e che non ci siamo resi incapaci di
apprezzare e di serbare. Quanto alla parte che a noi stessi possiamo
attribuire nell'acquisto di codeste generali simpatie, essa si riduce ad
una sola virtù, colla quale abbiamo sorpreso l'Europa che ce ne
supponeva intieramente privi. — Intendo parlare della moderazione. —
L'Europa era stanca delle enfatiche esagerazioni di molti fra i nostri
rifugiati politici; e credeva che gli Italiani tutti parlassero in
quello stile, e dividessero quelle opinioni che non avevano per essa
neppure il pregio della novità, mentre per molti anni le aveva lette ed
udite dalla bocca o negli scritti dei rivoluzionarii francesi del 89, e
poscia da quella di tutti i loro imitatori.
Quando le vittorie del 59 resero alle popolazioni italiane la facoltà di
esprimere i loro pensieri, e di eseguire le loro volontà, l'Europa vide
non senza stupore una nazione sorgere dalle sue stesse ceneri,
confessare ed abiurare, aborrendoli, i proprii errori, ripudiare gli odi
e le gelosie intestine, le esagerate od impraticabili utopie, e
stringersi unanime e concorde sotto una monarchia costituzionale; e
sotto tale monarchia rimanersene costante e soddisfatta per tutto quel
tempo che è già caduto nel dominio della storia, cioè per tutto il tempo
decorso dal 59 sino ad oggi. — L'Europa conobbe allora che gli emigrati
italiani non erano tutta la nazione italiana; che l'Italia poteva godere
di una saggia libertà, ed assumere l'importanza a cui il numero delle
sue popolazioni, l'antica sua storia, ed il carattere de' suoi abitanti
le danno diritto, senza che perciò un'orda di rossi sovvertitori si
scatenasse sulle vicine contrade e togliesse loro la pace e la civiltà;
conobbe che l'Italia riscattata ad un tempo dalla schiavitù, e dalle
viete e funeste assurdità rivoluzionarie, doveva sorgere rapidamente al
livello delle più colte ed incivilite nazioni; e ciascuna delle nazioni
europee pensò di farsela amica, per poi trovarla tale quando il bisogno
se ne facesse sentire.
Oggi l'Italia è senza nemici, e possiamo sperare che così rimanga per
lungo tempo, imperocchè non v'ha occasione per essa di lottare o di
competere colle altre potenze europee. — La nazione italiana non avendo
esistito, come nazione, nel passato, non ha assunto impegni nè con sè
stessa, nè con altre, che oggi le sieno d'inciampo al consolidamento
della pace con l'Europa tutta. — La sola Inghilterra potrebbe vedere in
un lontano avvenire l'Italia sua emula e sua rivale sul Mediterraneo; ma
la potenza marittima dell'Inghilterra è talmente superiore a quella che
noi potremmo acquistare, diciam pure, in un secolo, quand'anche nostra
unica cura fosse appunto l'emularla nel mediterraneo, ch'essa può senza
imprudenza aspettare almeno un mezzo secolo ad ingelosirsi di noi. —
Quanto alle altre potenze europee, l'Italia non scenderà nell'arena per
competere con esse. — Non contesterà alla Russia la signoria sopra
l'Asia, nè alla Francia la signoria sopra l'Africa settentrionale, nè
quella sul Belgio o sulle provincie situate sulla sponda sinistra del
Reno, nè alla Prussia il progressivo assorbimento degli Stati germanici;
nè all'Austria finalmente contesterà il compenso ch'essa tenterà di
ottenere alle molte sue perdite, all'epoca dello smembramento
dell'Impero d'Oriente, in alcuna delle provincie più occidentali di
questo. E neppure al gran Signore si presenta minacciosa ed ansiosa di
affrettare quello smembramento, dal quale nulla spera e nulla ambisce.
Solo la Corte di Roma ne considera con timore, sospetto ed avversione; e
n'ha ben d'onde, poichè essa e il Regno d'Italia non possono convivere
pacificamente sul suolo italiano. Quindi la Spagna ciecamente divota,
non dirò solo alla Chiesa di Roma, al suo pontefice ed alla religione
cattolica, ma al potere temporale altresì, ne guarda anch'essa di mal
occhio, e vorrebbe ricacciarne nel nulla. — Noi non affrettiamo con atti
la caduta del potere temporale, ma lo prevediamo non molto distante, e
non cospireremo certamente per prolungarne l'agonia.
Da ogni lato vediamo segni di futura pace per la patria nostra; nessun
pericolo sembra minacciarla per parte dell'Europa. — Se non fabbrichiamo
a noi stessi pericoli, nemici e catastrofi, abbiamo davanti a noi molti
anni di tranquillità, nel corso dei quali possiamo procedere al nostro
sviluppo e a quello delle nostre libertà.
CAPITOLO SECONDO
INFLUENZA DEL PASSATO