ampio mantello, col feltro sopra le ciglia, studiando il passo, con
moti obliqui, nel punto stesso in cui l'orologio della cattedrale
suonava un'ora batteva un picchio alla casa del signor Waltom. Il
picchio fu sommesso, e nonostante l'uscio venne subito aperto,
conciossiachè la casa del mercante si assomigli ad Argo: gli occhi di
coloro che vi abitano dentro non istanno mai tutti chiusi. Aperto
l'uscio, il sopraggiunto domandò favellare al signore Waltom, e
subito. Il servo risposegli che dormiva.
"Svegliatelo," insistè l'altro; e poichè il servo si mostrava
irresoluto, il Presidente, pestando forte del piè la terra, ordinò
imperioso:
"Va e sveglialo subito, perchè qui si tratta di morte e di vita."
E il servo spaventato, non senza farsi il segno della croce, scappò
via, non curando altra informazione.
Comunque paresse strano ricevere a colloquio in ora sì tarda un uomo
ignoto, pure le condizioni dei tempi, del paese, e dei traffici, non
persuadevano rimandarlo inascoltato. Il signore Waltom, ch'era persona
prestante molto, scese giù di letto, si gittò addosso una veste da
camera, e comandò introducessero il tardo visitatore.
Il Presidente entra.--Invitato con cenno a sedere recusa, e con
sottile arguzia imitando i modi inglesi diceva:
"Signore, la vostra mano..."
"Perchè?"
"Giuratemi su l'onore vostro che non sarete per isvelare mai il mio
nome nè quanto sono per dirvi."
Il signore Waltom, meditato un poco, risponde risolutamente:
"Non posso."
"Perchè?"
"Se fosse cosa che nuocesse al re, allo stato, a chiunque altro
insomma, il mio dovere sarebbe palesarla."
"Oh no, riguarda voi solo, e consento ve ne possiate giovare: solo
intendo che dobbiate tacere da qual parte vi viene."
"In questo caso parlate, e confidate sul mio onore."
"Bene!--Tenete presso di voi un giovane chiamato Guglielmo?"
"Sì."
"In quale condizione?"
"Cassiere di banco."
"La cassa vostra poneste in sua piena balía?"
"Dapprima no: ogni sera aveva a rendermi il conto e le chiavi;
sperimentata poi la bontà sua, oppresso dai negozi, trascurai questa
diligenza, e di presente facciamo i conti una volta al mese: le chiavi
ritiene sempre."
"Signore, duolmi annunziarvelo; voi siete tradito...."
"Possibile!" esclamò il mercante levandosi a mezzo da sedere...
"Uditemi.--Abito il terzo piano della casa ove tengono giuoco. Stasera
per avventura mi venne fatto entrare là dentro, e con sorpresa ho
visto il vostro cassiere giuocare, e perdere monti di ghinee;....
somme sicuramente superiori alla sua fortuna."
"Lo avete veduto voi?"
"L'ho visto: ed informatomi s'egli avesse usanza praticare quel luogo,
e se giuocasse sempre disperatamente in cotesta maniera, mi dissero da
molte sere mandare a male tesori da fare ribrezzo.--Ritiratomi in
camera ho dubitato lungamente se il mio dovere di uomo mi obbligasse o
no a porgervene avviso: mi è parso sì, e venni per questo. Adesso
buona notte, signore!--Spiacemi bene non avere incontrato migliore
occasione per fare la vostra conoscenza, ma potete credere che non
dipese da me."
"Buona notte, signore! Gran mercè dello avviso: state sicuro tanto
sopra la mia discretezza quanto sopra la mia riconoscenza."
Si strinsero le destre: se le scossero _more anglico_, da slogarsi le
spalle; e il signore Waltom pensò:--"Questa è una degna e rispettabile
persona."
Il Presidente guardandosi attorno uscì cauto, e rasentando le muraglie
con passi veloci, scorso ch'ebbe un lungo tratto di via traversò la
strada come ramarro nei giorni canicolari; quivi ristrettosi sotto le
muraglie guardò il palazzo dond'era uscito. Egli vide una finestra
illuminata al secondo piano: apparteneva alla camera che abitava il
cassiere; dopo breve ora il chiarore crebbe a dismisura, e
stropicciandosi le mani costui con compiacenza mormorò:
"La girandola ha preso fuoco!"
E sì che s'ingannava; imperciocchè senza aggravarsi l'anima della
nuova tristezza, cotesta vita tanto insidiata stava per ispegnersi.
Guglielmo ridottosi nella sua stanza aprì la scrivanía: preso un
foglio di carta velina, ed assettatosi con singolare compostezza,
scrisse: "Madre mia!"
E si fermò,--considerando le parole scritte...
Coteste lettere presero allo improvviso sembianza di forma umana,--della
madre sua,--che vedova e povera, per prova estrema di amore aveva
sofferto staccarsi dal seno l'unico figliuolo affinchè andasse a
procacciarsi sua ventura nel mondo, e nello abbracciarlo sul punto di
dargli commiato gli aveva detto, frenando le lagrime:--"Figliuolo mio,
dalla mia benedizione, e dalla raccomandazione di tenerti sempre davanti
gli occhi gli esempi paterni, a me non è concesso darti altro viatico; e
nonostante, queste cose ti potranno giovare meglio che danari e credito
presso persone potenti.--Tu parti da casa tua con due compagne, la
povertà e la probità: cerca di lasciare la prima a mezzo cammino, ma
guarda bene ritornare indietro senza la seconda.--Va dunque, e Dio
aggiunga alla tua felicità quella che i tuoi genitori avrebbero dovuto
godere sopra la terra!"--Poi quelle sembianze venerande si
scompigliavano, e le lettere mutavansi in altrettanti occhi gonfi e
screpolati di vene sanguigne, e già da tutti gli occhi pioveva un
diluvio di lagrime.
Dopo alcuno spazio dì tempo si provò a continuare la lettera, ma vide
con ispavento la carta diventare nera come se la morte l'avesse
coperta con un lembo del suo velo....--Infelice! senza accorgersene
egli l'aveva tutta bagnata di pianto.
Tolse un altro foglio, e scrisse da capo:
"Cara madre!"
E si fermò.... perchè--incominciò a pensare--se la spada del dolore ha
da passarle l'anima, spingerò io con la mia mano questa spada? La fama
le narrerà la mia infamia e il mio delitto, ma ella non vi presterà
fede.....--è tanto incredulo il cuore di una madre per le colpe dei
figli!--Così io morrò sicuro di lasciare nel mondo una creatura almeno
che mi ami, poichè nel duro passo al quale mi trovo condotto a me non
soccorre altro conforto.....--Oh non versiamo altro fiele nella tazza
già troppo senza fine amara.--E lacerò il foglio.
E nonostante,--indi a poco riprese a pensare,--e nonostante formerebbe
parte di espiazione raccontare la mia colpa intera:--certo lo annunzio
partecipato da me le sarà veleno, ma il sospetto di averla io in
questo istante supremo dimenticata l'attossicherebbe più acerbamente e
più presto.
Scelse un terzo foglio; lo accomodò sopra lo scrittoio, vi pose in
mezzo la falsa riga, e molto propriamente l'appuntò con cera bianca
perchè non iscorresse da una parte nè dall'altra e i righi venissero
diritti bene.
Veramente,--proseguiva meditando,--sopra la infamia del figlio così
ella non potrà più rimanere dubbia.... Non importa,--purchè nei pochi
istanti che le durerà la vita non rimanga neppure dubbia che la mia
tenerezza e la mia memoria non le mancarono mai.....
E accostata la penna, tracciò la prima lettera. Trovando poi che si
erano ingrossate le punte e tracciavano male il carattere, con un
pannolino attese ad asciugarle diligentissimamente.
Nè le madri--continuava tra se--per vergogna rinnegano i figli....
mai.... Sul trono o sul patibolo, lo immenso amore che sgorga dalle
viscere materne aumenta gloria o mitiga vituperio.--Ma la madre di
Pausania, che portò prima le pietre per turare la porta del tempio
onde fare morire di fame il figliuolo ricovrato là dentro?--È
menzogna.--Furono uomini quelli che scrissero cotesta favola, nè
ardirono scriverla se non aggiungendo:--si dice.--E col temperino
ragguagliò e pareggiò le punte della penna.--Se fosse stata una madre,
avrebbe smentito la fama bugiarda....
"Cara madre!"--vergò per la terza volta, quando allo improvviso fu
aperto con impeto l'uscio della camera, e una voce concitata lo
chiamò:
"Signor Guglielmo!"
Lo sciagurato giovane non piega il collo, non muta il fianco, e
persuaso venissero per condurlo al supplizio, esclama:
"Perchè tanto presto! Le ventiquattro ore non sono ancora passate."
"Signor Guglielmo, date ascolto."
"Scrivo a mia madre l'ultimo addio; raccomando la mia anima al
Signore, e sono da voi, perchè anche a me tarda finire: anche pochi
momenti in grazia.... per carità...."
"Date ascolto, vi dico;" ed una mano gli si posò su la spalla
scotendolo forte; ond'ei volgendo il capo vide il suo Principale.
"Ah! siete voi, signor Waltom? Vi aveva scambiato col carnefice...."
"Di simili errori è padre il delitto.--Dove avete le chiavi della
cassa?"
"Eccole."
"Levatevi, e andiamo a riscontrarla."
"Non importa..."
"A me importa moltissimo."
"Non importa, vi dico...."
"Perchè? Dite: perchè?"
"Perchè è vuota."
"Vuota!"
"Vuota."
"Ahimè!" esclama il mercante abbandonandosi sopra una sedia;--"il male
dunque è maggiore di quello che io immaginava! Domani dovrò sospendere
i pagamenti! Fallire!"
"Fallire.... oh no! Vi salderò.... stanotte."
"Saldarmi voi? Stanotte? E con che?"
"Oh io saldo tutti stanotte.... in verità...." rispose il giovane
dando in altissimo scoppio di riso.
"Miserabile! e ardisci ancora aggiungere lo scherno?"--vinto da
immenso sdegno proruppe il signore Waltom; e stretto il pugno
precipitò a percuoterlo nel volto.
"Non mi battete!" balzando in piedi con disperata passione urla
Guglielmo; e cavatasi una pistola di tasca la sporge verso il signore
Waltom.
"Scellerato! vuoi ancora levarmi la vita?" urla a sua posta il signore
Waltom tratto fuori di sè.
"Ma uccidetemi.... piuttosto.... in carità,"--prosegue Guglielmo senza
badare e forse senza udire le parole del Waltom.
"È dovere liberare da questo iniquo la terra" continua il Waltom, il
quale non udiva nè vedeva più nulla, non si accorgendo lo sciagurato
giovane avergli voluto porgere l'arme perchè lo uccidesse. Nel
concetto che avesse Guglielmo attentato ai suoi giorni, il signore
Waltom esce furioso serrando la porta a doppio giro di chiave, e così
come l'ira lo mena, in veste da camera, col capo scoperto, si caccia
giù per le scale, e corre ad accusare il misero giovane al Presidente
della Corte Criminale.
Lo insidiatore sentì aprire la porta di casa; vide precipitare un uomo
e correre alla sua volta; pensò fuggire, poi temè levare rumore,
stette e si rannicchiò. Il signore Waltom passandogli da canto come
folgore lo urlò, ma tanto l'ira il vinceva che non se ne accorse
neppure.
"Dove va costui?"--E lo seguitò alla lontana: in breve ebbe chiarito
ogni incertezza, vedendolo entrare nel palazzo della Corte
Criminale.--. "Per Dio! così non va bene: la matassa incomincia a
imbrogliarsi: procedure criminali non mi accomodano; basta mettere un
filo in mano a cotesti signori della Corte, che presto sanno dipanare
il gomitolo. A tempo sereno ogni piloto vale. Una buona azione! Ride
il Demonio.... rida.... il Demonio è uno stupido: se venisse nel
mondo, i borsaioli adesso gli ruberebbero la coda; egli è buono per
mettere paura ai bambini. Del gran cimbalo dell'universo bisogna
sapere toccare tutti i tasti.--Ora è mestieri vedere Guglielmo, e
poichè non si è voluto ammazzare, ed ha torto, persuaderlo alla fuga.
A me basta l'animo per trafugarlo e nasconderlo fino.... fino al
giorno del giudizio.--Certo io aveva immaginato il mio poema senza
tanti episodi, semplice come una tragedia di Eschilo, ma la fortuna mi
ci annesta sopra avvenimenti sì inaspettati e nuovi, che di classico a
mio dispetto divento romantico...."
Queste ed altre simili diavolerie fantasticando, con presti passi si
accostava alla casa del signore Waltom: la trovò chiusa; stette
alquanto sopra di sè considerando se fosse o no bene bussare, e darsi
a conoscere al servo che gli aveva aperto poco anzi: non gli parve
prudente. Allora, fecondissimo com'egli era di partiti, gli occorse un
ripiego. Perlustrata la via, raccoglie diversi sassi, e con bella
destrezza prende a gettargli nella finestra del secondo piano. I sassi
tratti da mano maestra arrivavano al punto: ruppe due vetri, ma
nessuno si affacciò; e sì che Guglielmo era nella stanza, e si vedeva
la sua ombra passare e ripassare traverso il chiarore della finestra,
e doveva pur sentire.
"Cane d'Inglese! ha il capestro al collo, e fa il superbo!"
Allora si attentò a chiamarlo piano dapprima; poi, urgendo la
necessità, a poco a poco più forte: invano! Nessuno si mosse. Ma
l'uomo dabbene ebbe avvertenza a tutto, e notando da lungi un insolito
rumore, si trasse curioso in disparte. In breve fu udito più distinto
un suono di voci concitate, di passi, e di armi; e indi a breve vide
passare il signore Waltom, magistrati, e guardie di sicurezza. Waltom
aperse l'uscio, entrò, e con esso gli altri, e richiusa la porta, ogni
cosa tornò in silenzio. Costui ritto, attaccato alla parete, non
fiatava; il cuore per paura di tratto in tratto gli dava dentro un
trabalzo, ma egli costringeva quel cuore ribelle a starsi quieto con
mano di ferro.
Allo improvviso scoppia un tiro di pistola, e subito dopo prorompono
diversi urli: un altro vetro della finestra del secondo piano vola in
pezzi, di cui alcuni cadono addosso al Presidente.
"E ci voleva tanto!" dilatando i polmoni con una lunga aspirazione di
aria esclamò costui: "così aveva immaginato, e così va bene. La
girandola ha preso tardi, ma ha preso. Adesso non mi rimane a fare più
nulla, e posso andarmene a letto e dormire tranquillo."
E ridottosi a casa si coricò difatti, e dormì tranquillo.
La mattina appresso la dolente nuova si diffuse per la città: si
fecero capannelli, corsero molte e diverse voci; le passioni come
acqua turbata a poco a poco si acquietarono; la casa Waltom soccorsa
opportunamente sì sostenne; nuovi e grossi guadagni ristorarono il
danno, e la superficie fredda ed unita degli affari coperse di oblio
cotesto avvenimento.
Guglielmo rimase spento sul tiro: essendosi sparato la pistola in
fondo alla bocca, la palla andò in linea retta a percuotere il cranio
sotto il cervelletto; trovato lo intoppo dell'osso, tornò indietro
traversando diagonalmente la testa, e spingendosi avanti il cervello
ruppe l'osso frontale con un foro tondo quanto uno scudo. Quinci
usciva in compagnia del cervello; ma il cervello come più casalingo
rimase in camera, e si adagiò per l'appunto sopra la lettera che
Guglielmo aveva scritto alla madre; la palla poi di voglie
viaggiatrici prese la finestra....
"Possa Dio seccarti la lingua come il tendine del tuo avo
Giacobbe!--Vuoi tu lacerti, Zabulone?.. tu mi laceri il capo.... or
come ti basta l'animo per raccontare con tante arguzie sì dolenti
cose?"
"Non ricordava i tuoi nervi di seta.--La belva era presa: si adunarono
per dividerne i brani sanguinosi: tra biglietti di banca, ghinee,
zecchini, napoleoni, ed altre monete di oro di ogni maniera, fu
trovato che il valsente carpito al defunto sommava a meglio di
ventimila lire di sterlini,--valore enorme:--due sesti ne toccarono al
Presidente, perchè così per patto; due sesti al gentil giovane dalla
chioma bionda che estraeva le carte dalla cassetta chiusa per
allontanare perfino il sospetto della lealtà sua nel giuoco; un sesto
alla madre, un sesto alla figlia--Ma la supposta figlia si fece
aspettare un pezzo, e poi non venne: andarono a trovarla, e piangeva.
La dileggiarono, la schernirono; ella indicava il cuore, e le
risposero con un coro di risa chiamandola: pazza! pazza!--ella prese a
piangere, e le fecero sfolgorare su gli occhi napoleoni nuovi, ghinee
di Giorgio IV ardenti e lampeggianti: ella supplicò a mani giunte la
lasciassero in pace, e tutti insieme l'ammirarono per la stupenda
attitudine a sostenere qualunque parte, anche la Maddalena penitente,
la Margherita da Cortona:--brava, bravissima per verità!
Tribolata con mille modi, impaziente di cotesta infame tortura con le
fibre più dolorose del cuore, la peccatrice cessa le lacrime allo
improvviso, con ambe le mani si tira i capelli dietro le orecchie, e
favella risolutamente:
"Levatemi davanti il prezzo del sangue! Guai a voi se lo accetto; io
nol potrò tenere in mano non altramente che se fosse un tizzo acceso,
e lo porterei al Magistrato, per impiccarmi poi come Giuda...."
"Dice davvero!" mormorarono i complici; e non se lo fecero ripetere la
seconda volta. Si restrinsero insieme per considerare i provvedimenti
da prendersi. La finta madre, siccome nelle donne vedemmo
ordinariamente avvenire, le quali sono per debolezza crudeli,
intendeva andare per la via più corta. Meglio avvisato, il Presidente
osservava doversi dare tempo al tempo, anteporre le arti di Fabio a
quelle di Marcello, imperciocchè la Giustizia, quantunque paresse
addormentata, pure ella dormiva, a modo della lepre, con occhi aperti,
e orecchie tese; quindi bisognava impedire ogni rumore. I complici se
ne rimessero alla prudenza del Presidente, che invero era molta; e di
più, dopo una lunga discussione, per cinquantamila lire fiorentine
egli si accollò a suo rischio e pericolo l'aggiustamento di questa
partita."--
Zabulone tacque.--Smanioso io gli domandai:
"Ma la Provvidenza consentì che andassero impuniti gli scellerati!"
"No, figlio mio: ma se taccio tu ti affanni nel dubbio; se parlo ti
addolori nella certezza...."
"Parla, Zabulone; parla, dacchè il silenzio mi nuocerebbe adesso più
della favella."
"Ferro, laccio e veleno adoperò la vendetta arcana che vigila sul
mondo, come altra volta il Tribunale della Santa Vema. Il biscazziere
abbandonò la isola continuando le sue truffe pel mondo. Scoperto baro
per singolare vicenda che ti narrerò un'altra volta, ai bagni di
Homburgo nel tornare a casa gli dettero di un coltello in mezzo al
cuore, e gli rubarono il danaro rubato.--Ladro di ladro non fa
peccato:--_gana min a gana plur_,--come diciamo noi altri; solo gli
lasciarono le carte, e gliele distesero per supremo scherno intorno
del capo a modo di raggiera.--La Mezzana, dopo varie vicende di vita,
prese a nolo un colosso nato a Como, che un bel giorno la lasciò
strangolata nel letto, e con le spoglie della casa sì salvò con la
cameriera in America.--La giovane peccatrice prese in odio il peccato
e il luogo della infamia: si ritrasse in una celletta dove visse poco,
e mantenendosi col vendere ora questa ora quell'altra masserizia. Il
nostro pietoso Presidente non cessò mai dì visitarla.--Se vuoi sapere
com'ella s'inducesse a sopportarlo, te lo chiarisco in breve:--con la
promessa di portarle alcuno oggetto che fosse appartenuto al misero
Guglielmo. Egli era troppo buon gentiluomo per mancare alla sua
parola: si procurò l'ultima lettera scritta dal defunto alla madre,
che non fu spedita perchè macchiata di sangue. Gliela porse il pietoso
con sembianza compunta; e l'avvertì a tenerla cara, perchè il cervello
del giovane era andato a cascare per lo appunto là sopra. La giovane
svenne, quindi a poco la sorpresero atroci convulsioni che fecero
dubitare della sua vita; ma il Presidente la soccorse con amorevolezza
veramente paterna. Vedendo com'ella risensasse a stento, egli disse:
"La cosa potrebbe andare da se; nonostante è bene secondare la
natura."--Sì dicendo le porse a bere certo suo liquore capace a
resuscitare un morto. Le convulsioni, i deliquii, i brividi lungo la
spina, i sudori ora freddi ora caldi, le fauci ardenti, le labbra
sitibonde, non cessarono più. Il Presidente, conosciuto il caso allo
estremo, senza risparmio di spesa condusse a un tratto quattro medici
di maggior grido. Tre di loro esaminarono poco, interrogarono meno, e
manifestarono tre diverse opinioni; il quarto, mio amico, vecchio ed
esperto, indagò molto e parlò breve:--"Questa donna muore
avvelenata!"--Ebbe del visionario, del pazzo e dello ignorante, e fu
licenziato: rimasero gli altri che, infierendo il male con
spaventevole rapidità, ordinarono i sacramenti. Il paterno amico si
recò dal Parroco, raccomandandogli stesse pronto, imperciocchè egli
volesse differire quanto meglio si potesse, però senza pericolo
dell'anima, coteste pratiche venerandissime certo e veneratissime, ma
piene di mestizia a cotesta sventurata fanciulla, la quale se aveva
molto peccato, aveva ancora molto amato, ed ora si sentiva trafitta da
compunzione ineffabile.
"Ahi padri! padri!"--esclamò pietosamente il Presidente; e si recò il
fazzoletto agli occhi quasi per asciugarsi le lacrime; e siccome in
questo atto gli penetrò un bruscolo di tabacco nelle palpebre
dell'occhio sinistro, gli riuscì piangere davvero. Il buon Parroco,
commosso a tanta tenerezza, pianse al suo pianto, e levò a cielo quel
dabbene uomo acceso di carità davvero, ma davvero perfetta. La sera
verso l'ora del _De profundis_ il Presidente arriva affannato alla
Parrocchia, e:
"Presto, Don Geronimo, presto accorrete," diceva al Parroco da
lontano;--"la poverina si muore; venga a confessarla, e porti seco la
pisside e la borsa dell'olio santo..."
Ma Don Geronimo, che pativa di gotte, sì era già posto a giacere;
nonostante balzò subito seduto sopra il letto, e siccome in quel moto
sentì certe trafitte che gli fecero vedere tre soli, pensò tra sè:
"Oh benedetta! poteva morire qualche ora prima:"--e subito
riprese:--"o piuttosto molte ore.... anzi anni dopo;--ma..." aggiunse
"l'uomo muore quando Dio lo chiama, e il sacerdote deve accorrere
sempre allo esercizio del suo solenne ministero..."
E volle gettarsi giù dal letto, ma non potè; e pian piano, aiutato dal
servo e dal Presidente, si vestì, reprimendo i sospiri che il povero
uomo offriva a Dio in isconto dei suoi peccati.
Dopo lunga ora sì posero in via: il Parroco sorretto dal Cappellano
andava avanti come poteva; il Presidente lo seguiva tenendo aperto
l'ombrellino di seta.--Avrebbe riso anche il diavolo.
Quando giunsero a casa, la peccatrice era moria. I tre sacramenti
rimasero a terra.
Il Presidente vide un foglio caduto accanto al letto; lo raccolse, e
conobbe essere la lettera di Guglielmo, dono atrocissimo della insidia
di sangue; lo bruciò, avvertendo che si consumasse intero; e quando fu
ridotto bene in cenere nera, si volse al Parroco in suono di
rimprovero e di dolore, ed esclamò:
"Abbiamo fatto tardi!"
E il Parroco chinò il capo umiliato.
"Maladetta gotta! Dio mi perdoni, perchè la gotta si può maledire
senza scrupolo di coscienza;--ma la contrizione l'avrà... anzi deve
averla salvala..."
"Così sia, Don Geronimo, Intanto non mi par bene divulgare che Ella
non fu a tempo a confessarla...--Don Geronimo capisce che ne
scapiterebbe il suo decoro. Le faccia un mortorio onorevole, e
suffragi per l'anima sua... quanti bastano; le dia sepoltura
cristiana... ed... io... pagherò... le... spese..."
"Oh non importa!" replicò il Parroco arrossendo... "a farle suffragi
mi credo obbligato anche io..."
"Oh bravo via. Don Geronimo... faremo mezzo per uno... nè tutto
pagato, nè tutto regalalo..." rispondeva il Presidente stropicciandosi
con soddisfazione le mani.--"Basta, io me ne rimetto alla sua
carità..."
Il funerale fu fatto e pomposo: la donna ebbe sepoltura in chiesa con
lapide di marmo bianco, ed epitaffio a lettere di oro, e il Presidente
fu dichiarato _insignis pietatis vir_, nè più nè meno dello antico
Enea.
Adesso pensa che il danaro non era poco, e poni in mano un ventimila
scudi a tale uomo qual è il Presidente, e tu vedrai quello ch'ei saprà
fare mediante traffici di ogni maniera, condotti con prudenza e
destrezza ch'egli possiede grandissime;--e aggiungi ancora che sovente
gli accadde di fare assicurare così per distrazione le sue navi e i
suoi carichi a Londra e a Costantinopoli. Fortuna volle che per lo
appunto quando meglio assicurava, e più perdeva; ed egli non già a
fine di male, ma proprio per distrazione, risquoteva le due sicurtà.
Insomma volle possedere tesori, ed ecco ei li possiede. Che cosa gli
manca? Egli ricco, egli accasato ottimamente, egli giocondo di
famiglia egregia, tenuto in pregio, blandito, festeggiato, lodato; già
illustre per onori ricevuti, e in aspettativa di nuovi, egli morrà..."
"Contento?"