Visto l'articolo 544 del Codice penale per l'Esercito, pronunzia
l'accusa contro i deputati De Andreis Luigi, Turati Filippo e Morgari
Oddino per i delitti previsti dagli articoli 134 e 252 del Codice
penale comune,--perchè col mezzo di opuscoli, discorsi e conferenze,
col mezzo dell'istituzione di circoli, comitati, riunioni e leghe di
resistenza, ed allo scopo concertato e stabilito fra essi ed altri
capi ora latitanti di partiti sovversivi di mutare violentemente la
costituzione dello Stato e la forma di Governo, riuscirono a suscitare
la guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio nella
città di Milano nei giorni 6, 7, 8, e 9 maggio ora decorso, cooperando
anche immediatamente e direttamente all'azione, e procurando di
recarvi assistenza ed aiuto.
Ordina quindi l'invio di essi accusati avanti questo Tribunale di
guerra competente a giudicarli.
_Milano, addì 17 luglio 1898._
_Il Sostituto Avvocato Generale Militare in missione_
E. BACCI.
__La sentenza contro i deputati.¹__
¹ Tolgo questa e la successiva sentenza dai _Tribunali_ di Enrico
Valdata--il giornale che, nel periodo del Bava Beccaris, fu,
compatibilmente col momento, il più indipendente ed audace.
In nome di S. M. Umberto I, per grazia di Dio e volontà della Nazione
Re d'Italia. Il Tribunale Militare Territoriale di Milano, funzionante
da Tribunale di Guerra, ha pronunciato la seguente sentenza nella
causa, contro De Andreis Luigi, fu Giuseppe, di anni 47, nato e
domiciliato in Milano, ingegnere; Turati Filippo, fu Pietro, d'anni
39, nato a Canzo, domiciliato a Milano, avvocato; Morgari Oddino, fu
Paolo, di anni 33, nato a Torino, domiciliato a Roma, pubblicista.
Tutti e tre Deputati al Parlamento Nazionale, detenuti ed imputati dei
delitti previsti dagli articoli 134 e 252 del Codice penale, perchè
col mezzo di opuscoli, discorsi e conferenze, col mezzo
dell'istituzione di circoli, comitati, riunioni e leghe di resistenza,
ed allo scopo concertato e stabilito tra essi ed altri capi ora
latitanti di partiti sovversivi di mutare violentemente la
costituzione dello Stato e la forma di Governo, riuscirono a suscitare
la guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio nella
città di Milano nei giorni 6, 7, 8 e 9 maggio ora decorso, cooperando
anche immediatamente e direttamente all'azione, e procurando di
recarvi assistenza ed aiuto.
Ritenuto in fatto come emerse, al pubblico dibattimento dalla lettura
dei documenti, dalle deposizioni dei testimoni e dalle dichiarazioni
degli accusati;
Che sui primi dello scorso mese di maggio, in seguito alle agitazioni
manifestatesi in varie parti del regno, e sopratutto pei tumulti di
Pavia, nei quali ebbe a soccombere lo studente Mussi, i vari partiti
politici sovversivi di Milano si trovavano in uno stato di fermento, e
bastava una causa qualsiasi per farli scoppiare in aperta rivolta.
Qui, ove il rincaro del pane non poteva essere causa sufficiente, la
spinta fu data da un manifesto diretto ai lavoratori italiani, nel
quale si leggono frasi eccitanti alla ribellione e che stampato nel
giorno 5 maggio fu divulgato nel pomeriggio del giorno 6 successivo
nelle località di Ponte Seveso e Napo Torriani, ove maggiore è il
numero degli operai addetti ai vari stabilimenti industriali colà
esistenti.
Che quel manifesto essendo stato colpito da sequestro della Procura
Generale, fu eseguito l'arresto d'uno degli spacciatori, ma alcuni
operai cominciarono subito a tumultuare ed astenersi dal lavoro,
reclamando la liberazione dell'arrestato.
Che informato di quanto avveniva in quella località, l'accusato Turati
vi si recò subito coll'ora condannato in contumacia Dino Rondani e
parlando agli operai promise d'intromettersi presso le autorità onde
l'arrestato fosse posto in libertà, e raccomandando loro di rimanere
tranquilli, disse che quello non era il momento opportuno per scendere
in piazza, che quel momento lo dovevano scegliere loro, e non la
questura, e che quando quel momento fosse venuto egli sarebbe stato
con loro, a fare le fucilate.
Che il Turati recatosi dal Questore, dal Procuratore del Re ed alla
Prefettura, ripetè con parole certo meno accentuate lo stesso
concetto, ed ottenne la liberazione dell'arrestato, la quale fu
concessa nella speranza di evitare mali maggiori. Recatosi nuovamente
il Turati dagli operai rese conto della sua missione e si allontanò.
Che poco dopo, in una via adiacente, mentre le guardie rientravano
alla loro caserma, furono accolte da una fitta sassaiola, ed
intervenuta la truppa fu necessario far uso delle armi. Una guardia di
P. S. venne uccisa da un colpo di revolver partito dai tumultuanti;
rimase pure morto un operaio e vi furono diversi feriti.
I tumulti cominciati nella sera ebbero disgraziatamente seguito nel
mattino del 7; gli operai, parte volontari e parte costretti dai
compagni, disertarono gli stabilimenti, la rivolta si propagò in varie
parti della città, sorsero barricate, furono saccheggiati palazzi e
negozi, ed in quel giorno e nei successivi 8 e 9 la truppa si trovò
sempre di fronte ai rivoltosi, dovette far uso delle armi e vi furono
morti e feriti.
Che, premesse queste constatazioni generali, è d'uopo esaminare da
quale causa ebbero origine i tumulti. Si volle far credere, che quanto
successe in quei giorni in Milano non fu che un movimento teppistico,
ma troppi argomenti stanno a provare che fu l'effetto di teorie
sovversive da lungo tempo instillate negli operai dai vari circoli
socialisti e repubblicani, i quali tendevano con metodi diversi ad un
unico fine, quello di mutare violentemente la costituzione politica
dello Stato.
In altra sentenza in questo Tribunale fu già affermato che i moti
scoppiarono improvvisamente, che i capi dei vari partiti furono
sorpresi dagli avvenimenti, e questo giudizio viene ancora confermato
dalle risultanze di questo dibattimento. Questa è certo l'unica
ragione per la quale i partiti non hanno potuto prendere accordi
definitivi, quali dovevano essere nel loro pensiero. Nè la riunione in
casa del dott. Ceretti, nè il tentato, ma non avvenuto convegno
all'_Italia del Popolo_ fra repubblicani e socialisti, sono
sufficienti per provar con certezza l'esistenza di un concerto sul
mezzi d'esecuzione, ed i nuovi elementi sorti dalla discussione di
questo processo non sono tali da infondere nel Tribunale una diversa
convinzione.
Nessun fatto è venuto a dimostrare un accordo fra i tre odierni
accusati, non constando che nei giorni dei tumulti, ed in quelli che
li precedettero, si sieno riuniti, se anche per mezzo d'interposte
persone abbiano potuto concertarsi fra di loro per dirigere l'insorto
movimento.
Mancando la prova del concerto, rimane ad esaminare quale fu la parte
che ciascuno di essi ha individualmente preso nella preparazione degli
avvenimenti e nei giorni della sommossa.
Dai rapporti esistenti in atti consta che il Turati è certo la
personalità più spiccata ed influente del partito socialista milanese.
Direttore e redattore della _Critica Sociale_, scrittore nella _Lotta
di Classe_, fondò circoli socialisti ed attrasse nell'orbita del suo
partito numerose società di operai, inspirando in essi l'odio di
classe, e promuovendo leghe di resistenza verso i padroni. Fu già
condannato per un articolo scritto dopo la condanna di De Felice.
Altra volta lo fu per la pubblicazione di un almanacco socialista e
nelle dimostrazioni del 1896, parlando al pubblico tumultuante, elogiò
gli studenti di Pavia, i quali per impedire la partenza di soldati per
l'Africa avevano svelte le rotaie della ferrovia e fu con quelle
parole causa dei disordini che poco dopo successero alla Stazione
centrale.
Nei numerosi suoi scritti trapela sempre il disprezzo per le
istituzioni e l'esercito. A lui si deve l'_Inno dei lavoratori_,
divenuto il grido di guerra dei socialisti. È designato quale autore,
insieme al Rondani, del manifesto ai lavoratori italiani, di cui si è
sopra parlato. Certo egli ne ebbe conoscenza prima che fosse
divulgato.
Come già si è detto, nel 6 maggio, volendo raccomandare ai tumultuanti
la calma e di attendere il momento opportuno, parlò in modo da
incitare maggiormente, ed il maggiore cav. Montuori, colà comandato
pel mantenimento dell'ordine, chiese al funzionario di pubblica
sicurezza che era là in servizio di potere agire o di far ritirare i
soldati, non volendo che questi assistessero a quelle esortazioni alla
rivolta.
Nel pomeriggio del successivo giorno 7, in prossimità delle barricate
di P. Venezia, sentendo l'avv. Cavalla rimproverare alcuni giovinetti
che si munivano di sassi, osservando loro che era da pazzi esporsi a
morire in quel modo, il Turati si rivolse a lui aspramente dicendogli
in tono da poter essere sentito dai rivoltosi: «I cadaveri servono a
qualche cosa. Essi sono le pietre miliari delle conquiste avvenire del
popolo»; e chiamato a sè il Rondani, se ne andò con lui, dicendo: «Qui
nulla più vi è da fare, andiamo a Ponte Seveso.»
Si recò invece alla Stazione centrale, si abboccò col noto Mantovani,
esso pure condannato in contumacia, e nel giorno successivo si ebbe il
manifesto ai ferrovieri e poscia il tentato sciopero dei macchinisti e
fuochisti che potè essere fortunatamente scongiurato.
L'accusato De Andreis, fino dall'epoca in cui era studente, professò
apertamente opinioni repubblicane, fondò giornali, fece attiva
propaganda delle sue teorie, coll'istituzione di circoli, conferenze e
discorsi pubblici, tendenti sempre allo scopo di cambiare
violentemente alla prima occasione la costituzione politica dello
Stato, parlando sempre con sarcasmo della persona del Re e della sua
reale famiglia.
A dimostrare quali sieno sempre state le sue idee, basterà ricordare
che, avendo il giornale la _Provincia di Parma_ riferito un suo
discorso fatto in commemorazione della morte di Mazzini, osservava che
gli aveva fatto dire essere necessaria una _evoluzione_, mentre egli
intendeva una _rivoluzione_.
Nelle feste cinquantenarie dello Statuto parlando alle Società
radicali riunite al monumento di Garibaldi, disse che il popolo per
ottenere le sue rivendicazioni non ha altro mezzo che il voto e la
carabina. Nei primi giorni dello scorso maggio adempiendo ad un
incarico avuto dal Comitato centrale repubblicano italiano, del quale
era uno dei cinque che lo costituiscono, fu, durante i tumulti, a
Parma, Piacenza e Pavia per osservare quanto vi succedeva.
Era collaboratore ed ispiratore di articoli del giornale l'_Italia del
Popolo_, organo del partito repubblicano, di quel giornale che nel suo
numero del 7 maggio, a disordini già cominciati, scriveva che i tutori
dell'ordine avevano sete di sangue. Nelle cartelle trovate negli
uffici di quel giornale ve ne era una nella quale stava scritto che il
De Andreis fin dal mattino si trovava a Porta Venezia per protestare
contro le violenze dell'autorità.
Sempre nel giorno 7, fu visto in varie località ove vi erano
rivoltosi. Mentre era in casa, due giovinotti lo andarono a cercare
per condurlo all'_Italia del Popolo_, ove erano riuniti vari
repubblicani, e nel recarvisi, lungo il corso Garibaldi, parlò in modo
sospetto con varie persone estranee a quel quartiere, poco prima che
vi si erigessero le barricate.
Che verso le ore 15 il De Andreis si trovò sul corso Venezia in un
punto ove la via era sbarrata dalla truppa ed ivi, avendo chiesto al
tenente dei Reali Carabinieri cav. Petella di farlo passare avanti,
questi gli raccomandò d'interporsi per far cessare i disordini, al
quale invito il De Andreis rispose: «oramai è tardi, vi è sangue».
Che, sebbene a queste parole siasi dall'accusato e da qualche
testimonio, che pretendeva essersi trovato presente, cercato di dare
la significazione dell'impossibilità in cui si trovava di far valere
la sua autorità, pure, pel fatto d'essersi trovato colà ove nessuna
ragione lo giustificava, e pel modo col quale furono pronunciate le
parole stesse, lasciano nel Tribunale la convinzione che egli
approvava la rivolta, tanto che il Petella indignato ebbe a
rispondergli: «peggio per loro», ed ebbe anche l'idea di arrestarlo,
ma ciò non fece perchè in quel momento doveva attendere ad urgenti
incarichi.
Il Morgari è, al pari del Turati, socialista, attivo propagandista del
suo partito; quando scoppiarono i disordini in Milano, si trovava a
Torino, di dove partì dopo che i giornali di quella città
annunaziarono che qui la rivolta era domata. Si fermò a Magenta, prese
il treno che lasciò prima di giungere a Milano ove entrò a piedi
inosservato. Egli disse che era venuto per assumere informazioni sui
moti per conto del giornale l'_Avanti_ e per poterne riferire in una
seduta dei deputati del suo partito che doveva tenersi a Roma nel
giorno 12 di quel mese.
Non risulta quanto abbia fatto dalla sera del 9 a tutto il 10; si sa
che nel giorno 11 era a Lugano di dove andò direttamente a Roma, ed
ove fu arrestato nel giorno 14.
Ritenuto, per quanto sopra, che la propaganda fatta dal Turati e dal
De Andreis, nei circoli, colle conferenze, discorsi e pubblicazioni,
la parte che entrambi hanno preso nei giorni 6 e 7 scorso maggio
durante i tumulti, e della quale si è sopra parlato, costituiscono
quel fatto diretto a suscitare la guerra civile ed a portare la
devastazione, il saccheggio e la strage, contemplato dall'art. 252 del
Codice penale, e punibile nella specie a senso dell'ultima parte
dell'articolo stesso, essendosi ottenuto l'intento, perchè essi non
potevano ignorare quali dovevano essere le conseguenze dell'odio che
avevano seminato fra le varie classi sociali, epperciò è da ritenersi
che essi le abbiano volute, e sono quindi da considerarsi come
cooperatori immediati e come tali penalmente responsabili.
Ma per quanto riguarda il Morgari la sua colpabilità non può ritenersi
accertata, sebbene il modo col quale si è clandestinamente introdotto
in città, darebbe a dubitare sul vero scopo della sua venuta.