PER QUESTI MOTIVI

dichiara non essere sufficientemente accertata la colpabilità del

Morgari per l'ascrittogli delitto.

Visti gli art. 485, 486 del Codice penale per l'esercito;

Lo assolve ed ordina che sia posto in libertà, ove non sia per altra

causa detenuto.

Dichiara colpevoli gli accusati Turati Filippo e De Andreis Luigi del

solo delitto di cui all'art. 252 del Codice penale in correlazione

all'art. 63.

Visti altresì gli articoli 31, 33, 39 e 40 del Codice stesso,

Li condanna entrambi alla pena d'anni dodici di reclusione,

all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, all'interdizione legale

durante l'espiazione della pena e nelle spese di procedimento.

_Milano, 1.º agosto 1898._

__La sentenza nel processo dei giornalisti.__

La sentenza, dopo avere ricordato i titoli di imputazione, continua:

Ritenuto che alla pubblica discussione, per la lettura dei documenti,

per la deposizione dei testimoni e per le dichiarazioni degli

accusati, sarebbe risultato in fatto: che da vario tempo si erano

potentemente costituiti in Milano i partiti repubblicano e socialista,

che crearono la Camera di Lavoro, vari circoli, associazioni e leghe

di resistenza, le quali, sotto la parvenza del benessere materiale

degli operai, dovevano nella mente dei capi essere per loro strumento

da valersene in una propizia occasione.

Per far propaganda delle loro idee i partiti si valsero dei giornali

l'_Italia del Popolo_ e il _Secolo_ ed altri ne crearono, quali la

_Lotta di Classe_, _Il Popolo Sovrano_, la _Critica Sociale_ e tutti

uniti intrapresero un'attiva campagna sussidiata da frequenti

conferenze, pubblicazioni di opuscoli e foglietti sovversivi,

ispiranti negli operai e nei meno abbienti desiderii che non sarebbe

possibile soddisfare e che lasciavano in essi sentimenti d'odio verso

le classi più favorite dalla fortuna.

Che a questo odio concorrevano e lo attizzavano alcuni nuclei di

anarchici i quali non perdevano occasione di pubblici comizi per

portare in essi la nota del disordine e far propaganda delle loro

teorie rivoluzionarie.

Che fra i giornali, l'_Osservatore Cattolico_, organo del partito

clericale intransigente, per aspirazioni diverse da quelle di altri

giornali, tendeva allo scopo di sconvolgere gli ordini politici,

vagheggiante restaurazioni che allo Stato attuale sono impossibili.

Che tutti questi partiti, discordi nei principii, ma concordi nel

fine, si valsero delle poco floride condizioni economiche del Regno

per esagerare con fosche tinte le sofferenze del popolo, inviperendo

l'odio fra le varie classi sociali.

Che i tumulti, avvenuti in varie parti del Regno, che si estesero a

Piacenza e Pavia, agitarono profondamente la classe operaia in Milano,

e nelle ore pomeridiane del 6 scorso maggio un fatto, che in altre

circostanze sarebbe rimasto inavvertito, quale fu l'arresto di un

operaio spacciatore di manifesti sovversivi, determinò i primi tumulti

a Ponte Seveso e più tardi in via Napo Torriani, durante i quali vi

furono morti e feriti.

Che quei moti repressi nella sera si ripeterono con maggior audacia ed

organizzazione nei giorni 7, 8 e 9, estendendosi a tutta la città,

mutandosi in aperta ribellione, la quale dovette essere repressa dalla

forza armata con numerose vittime.

Che a disordini già cominciati e nel momento in cui si pubblicava il

Regio Decreto che poneva, in istato d'assedio la Provincia di Milano,

l'_Italia del Popolo_, il _Secolo_ e l'_Osservatore Cattolico_, a vece

di far esclusivamente sentire una parola di pacificazione, scrissero

articoli violenti, esagerarono i fatti già avvenuti, per cui

l'Autorità fu obbligata a sopprimerli, ordinando l'arresto dei

direttori e di alcuni redattori.

Che è ben naturale che ora degli avvenuti disordini ogni partito

cerchi declinare da sè la responsabilità, tentando far credere che

quello non fu un moto rivoluzionario, ma solo teppistico al quale

concorsero i bassi fondi sociali; ma se è giusto ammettere che quel

moto fu improvviso e che i capi di ogni partito furono sorpresi dagli

avvenimenti, è fuori di dubbio che colla loro propaganda ne furono la

causa, riservandosi di trarre profitto da quanto poteva succedere, e

di ciò ne sono prova il fatto che alcuni capi si trovarono nei luoghi

dei disordini, il tentato convegno di repubblicani e socialisti negli

uffici dell'_Italia del Popolo_ mediante l'intromissione dell'avv.

Garavaglia, e l'avvenuta riunione nella casa del socialista dott.

Ceretti, entrambi rifugiati in Svizzera.

Che dall'esposizione generale dei fatti passando a stabilire le

singole responsabilità, è accertato che i primi sette accusati,

Callegari, Castelnuovo, Cerchiai, Gabrielli, Gruppiola, Baldini e

Fraschini, nonostante le contrarie affermazioni di essi, sono tutti

anarchici e non tralasciarono mai sino agli ultimi giorni di far

propaganda delle loro teorie sovversive.

Il Callegari e il Castelnuovo poi presero parte ai disordini di via

Napo Torriani ed a Porta Venezia e devono quindi rispondere anche di

ciò: quanto all'Invernizzi nessuna prova si è raccolta a suo carico e

deve quindi essere prosciolto.

Ritenuto, per quanto riguarda gli accusati Chiesi, Federici, Lallici,

Cermenati, Seneci e Zavattari, che tutti ammettono di essere di fede

repubblicana, ma varie sono le responsabilità e non tutti sono

responsabili.

Cermenati fu arrestato quale _reporter_ dell'_Italia del Popolo_ ed il

Seneci quale amministratore dello stesso giornale.

È constatato che quest'ultimo non scrisse mai articoli di colore

politico; solo si occupò della parte amministrativa e della _réclame_

e quindi nessuna ingerenza aveva nella redazione. Nulla dell'opera sua

risulta incriminabile.

Il Cermenati nella sua qualità di redattore giudiziario e teatrale fu

solo occasionalmente per deficienza di personale mandato dal direttore

a Piacenza e Pavia per riferire sui fatti che là avvenivano e consta

che non prese parte alcuna in quelle manifestazioni.

Nella stessa sua qualità fu pure in Milano dove avvennero disordini

nella sera del 6 e nel mattino del 7 e l'unico fatto che gli si

addebitava era quello di essere l'autore di due cartelle trovate

nell'ufficio del giornale, ma una sola fu riconosciuta di suo

carattere, quella cioè che descriveva fatti avvenuti con tinte meno

fosche, e non incriminabili. D'altronde lo scritto di quella cartella

non fu stampato, nè pubblicato.

Lo Zavattari, sebbene appartenga al Comitato repubblicano, non aveva

altro incarico che quello della contabilità.

Da circa tre anni cessò da ogni agitazione e propaganda; nei giorni in

cui avvennero i disordini fu sempre al suo posto alla Stazione

centrale, consigliando la calma, mentre una sua parola avrebbe potuto

far insorgere i facchini da lui dipendenti sui quali aveva molto

ascendente. A carico quindi dei tre sunnominati non si riscontra

reato.

Prescindendo ora dall'esaminare quanto il Chiesi ha potuto fare quale

direttore dell'_Italia del Popolo_, esso, al pari del Federici, è di

fede repubblicana.

Si volle che nel mattina del 7 maggio fosse sul corso Garibaldi a

conferire con varie persone, ma questa circostanza non risultò

sufficientemente provata.

Che aspirazione sua e del Federici fosse quella di giungere, anche con

un moto rivoluzionario, all'instaurazione di un governo repubblicano,

è facile ammetterlo, ma le risultanze della pubblica discussione non

hanno posto in essere a loro carico alcun elemento sicuro dal quale

desumere che essi in unione con altri concertassero e stabilissero con

determinati mezzi di commettere il reato di cui agli art. 118, 120

Codice penale (fatto diretto a cambiare la forma di governo e a far

sorgere in armi); nè questo elemento può ravvisarsi nella forse

tentata, ma non avvenuta riunione di repubblicani e socialisti

all'_Italia del Popolo_.

Il Chiesi e il Romussi, repubblicano il primo, radicale il secondo,

negli articoli che da lungo tempo scrivevano sui loro giornali,

attaccavano continuamente le istituzioni e le autorità, eccitavano

all'odio di classe e con la lunga serie non interrotta di quegli

articoli crearono l'ambiente dal quale scaturirono i recenti

disordini: la loro opera, nella quale si mantennero sino alla

soppressione dei loro giornali, costituisce il fatto materiale diretto

a suscitare la guerra civile ed a portare la devastazione ed il

saccheggio, come pur troppo avvenne, sebbene ciò non fosse in quel

momento da essi desiderato e sia avvenuto per cause indipendenti dalla

loro volontà.

Escluso un previo concerto tra il Chiesi ed il Federici ed altri,

questi non può essere chiamato a rispondere del reato di cui all'art.

134 Codice penale, in correlazione agli articoli 118 e 120, ma solo di

istigazione a delinquere commessa mediante discorsi e pubbliche

conferenze, nelle quali espresse concetti che tendevano a sconvolgere

gli attuali ordinamenti politici, mantenendosi in questo stato di

propaganda sino al suo arresto, come emerse dalle lettere a lui

sequestrate, le quali rivelano che anche in quei giorni era atteso in

altre città per conferenze repubblicane, e dal fatto ancora della sua

presenza negli uffici di redazione dell'_Italia del Popolo_ nello

scorso 7 maggio.

E dello stesso reato deve rispondere anche il prof. Lallici pel fatto

della costituzione del Circolo Adriatico Orientale d'indole

prettamente repubblicana e per discorsi in pubbliche riunioni.

Non regge l'eccezione pregiudiziale da lui sollevata d'essere egli pei

fatti stessi colpito da un Decreto di sfratto, poichè un provvedimento

di P. S. non può avere effetto di escludere la competenza del

Tribunale a conoscere dei fatti stessi.

Ritenuto, per quanto riguarda l'Oppizio, che egli, designato quale

pericoloso socialista, fu arrestato in mezzo ai tumulti e scrisse

nella sera del 6 il suo testamento dal quale risulta che scendeva in

piazza, e devesi quindi ritenere che abbia preso parte ai disordini di

P. Venezia e d'altre località, cade quindi sotto le sanzioni degli

art. 196, 247 Cod. penale.

Ritenuto in ordine a Lazzari, Gatti, Ghiglione, Valera, Valsecchi e

signora Kuliscioff che tutti appartengono alla parte militante più

attiva del socialismo, che tutti sono propagandisti e da molto tempo

non hanno trascurato occasione di riunioni e conferenze per eccitare

gli operai e, per parte della signora Kuliscioff, le operaie a

premunirsi contro i loro padroni, eccitando l'odio di classe,

preparando il terreno alla rivolta, continuando nell'opera loro fino a

che la rivolta scoppiò e della quale devono quindi ritenersi in varia

misura istigatori.

Quanto al Del Vecchio nessuna prova è sorta a suo carico e deve essere

assolto.

Osservato per ultimo a riguardo di don Albertario che gli articoli del

giornale da lui diretto gareggiavano cogli altri di violenza così da

attaccare con sottile ironia la Monarchia e le istituzioni, seminando

l'odio di classe fra contadini e padroni e fra le altre classi sociali

e distogliendo buona parte del clero da quell'opera di pacificazione

che per la sua missione sarebbe destinato a compiere, costituendo in

tal modo un fomite alla rivolta anche con articoli violenti, quando

questa era già scoppiata.

Ritenuto che da quanto sopra è detto, essendo accertato che causa

unica dei torbidi avvenuti in questa città fu l'opera di propaganda e

sobillazione fattasi nei modi sovra indicati dagli odierni accusati, i

medesimi devono tutti essere giudicati da questo Tribunale di Guerra

che, istituito per giudicare i rivoltosi, è competente a conoscere

tutti i fatti anteriori alla proclamazione dello stato d'assedio, i

quali abbiano correlazione coi disordini avvenuti ed abbiano ai

medesimi dato causa in qualunque modo e con qualsiasi mezzo siano

stati commessi.

Dal cellulare a Finalborgo · 第 15 / 23 题