dichiara non farsi luogo a procedere contro l'ingegnere _Giuseppe De
Franceschi_ e contro il professore _Emilio Girardi_ pei delitti ad
essi rimproverati ed ordina la loro scarcerazione quando non debbano
rimanere detenuti per altre cause.
Pronuncia l'accusa contro:
Callegari Sante, Castelnuovo Umberto, Cerchiai Alessandro, Gabrielli
Alfiero e Gruppiola Francesco Giuseppe; pei delitti previsti dagli
articoli 190, 248 e 252 del Codice penale per essersi associati in più
di cinque persone onde commettere delitti contro l'ordine pubblico, le
persone e le proprietà e per aver usato violenze contro gli agenti
della forza armata commettendo altresì fatti diretti alla guerra
civile.
Contro:
Baldini Domenico, Fraschini Giuseppe e Invernizzi Pietro; per il
delitto previsto dall'articolo 248 per essersi associati in più di
cinque persone onde commettere delitti contro l'ordine pubblico, le
persone e le proprietà.
Contro:
Chiesi Gustavo, Federici Bortolo, Lallici Stefano, Cermenati Ulisse,
Seneci Arnaldo e Romussi Carlo; pei delitti previsti dagli articoli
64, 77, 118, 120, 134, 246, 248, 252 Codice penale degli articoli 1 e
2 della Legge 19 luglio 1894, N. 315, perchè allo scopo finale tra
loro concertato e stabilito di mutare violentemente la costituzione
dello Stato e la forma di Governo e far sorgere in armi gli abitanti
del Regno contro i poteri dello Stato, si associarono fra loro ed
altri, e coll'istituire e dirigere circoli, comitati, riunioni o leghe
di resistenza con discorsi e conferenze pubbliche o private e con
scritti pubblicati per mezzo della stampa, furono causa diretta ed
immediata della insurrezione, e cooperarono così efficacemente con
tali mezzi di istigazione alla guerra civile, ai saccheggi ed alle
devastazioni che ebbero luogo in Milano nei giorni 6-7-8-9 maggio
ultimo decorso.
Contro:
Oppizio Angelo, pei delitti previsti dagli articoli 190 e 247 del
Codice penale, per aver usato violenza contro gli agenti della forza
armata, ed incitato pubblicamente alla disobbedienza della legge ed
all'odio fra le varie classi sociali in modo pericoloso per la
pubblica tranquillità.
Contro:
Zavattari Pietro Giuseppe, Lazzari Costantino, Gatti Oreste, Ghiglione
Achille, Valera Paolo, Valsecchi Antonio, Del Vecchio Enrico e
Kuliscioff Anna; pei delitti previsti dagli articoli 118, 120, 135 e
246 del Codice penale, per avere pubblicamente eccitato a commettere
fatti diretti a mutare violentemente la costituzione dello Stato, la
forma del Governo ed a far sorgere in armi gli abitanti del Regno
contro i Poteri dello Stato.
Contro:
Albertario don Davide, pei delitti previsti dagli articoli 118, 120,
135, 246 e 247 del Cod. penale e 1 e 2 della Legge 19 luglio 1894, N.
315, per avere specialmente per mezzo di iscritti pubblicati
nell'_Osservatore Cattolico_ incitato all'odio fra le varie classi
sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità, ed a
commettere fatti diretti a mutare violentemente la costituzione dello
Stato, la forma del Governo, ed a far sorgere in armi gli abitanti del
Regno, contro i Poteri dello Stato.
Ordina quindi l'invio dei suddetti 24 accusati avanti il Tribunale
Militare di Guerra sedente in Milano competente a giudicarli pei
delitti loro rimproverati rispettivamente.
_Il Sostituto Avvocato Generale Militare in missione_
E. BACCI.
__Il secondo Atto d'accusa.__
Il Pubblico Ministero nella causa contro:
De Andreis Luigi, fu Giuseppe, d'anni 47, nato e domiciliato in
Milano, ingegnere; Turati Filippo, fu Pietro, d'anni 39, nato a Canzo,
domiciliato a Milano, avvocato; Morgari Oddino, fu Paolo, d'anni 33,
nato a Torino, domiciliato a Roma, pubblicista;
Tutti e tre deputati al Parlamento Nazionale--detenuti ed imputati dei
delitti previsti dagli articoli 134, 246, 247, 248, e 252 del Codice
Penale;
Ritenuto che dalla istruita procedura risulta che fino dalla prima
gioventù i tre imputati De Andreis, Turati e Morgari si dedicarono
quasi interamente alla politica, e con la loro attività, energia ed
intelligenza riuscirono ad acquistare grandissima influenza nei
diversi partiti radicali nei quali militavano;
Infatti il De Andreis, repubblicano intransigente, rivoluzionario fino
dal 1892, figurò sempre fra i capi e promotori di tutti i comitati e
circoli repubblicani di Milano, ne fu delegato ai congressi, ed era
uno dei cinque membri del Comitato centrale repubblicano italiano
trasferito da Forlì a Milano, e talvolta ne tenne la presidenza; fondò
poi in ogni porta della città di Milano un circolo repubblicano
rionale. Oratore violento e demagagico nelle conferenze, nei comizi,
nelle commemorazioni e dimostrazioni, spingeva le masse alla
resistenza contro le autorità ed all'azione, che nel 31 gennaio ultimo
in una commemorazione a Russi annunziava _più vicina di quanto potesse
immaginare_; ed in altro discorso per le feste del 50.º anniversario
dello Statuto al monumento di Garibaldi in Milano, disse fra le altre
cose: «il popolo per ottenere le sue rivendicazioni ha due armi: il
voto e la _carabina_».
Il Turati, fervente socialista, propugnò con attivissima propaganda le
dottrine più avanzate del socialismo in Milano e nelle campagne,
istituendo, anche nei più piccoli paesi, comitati e circoli; attrasse
nell'orbita del partito la Lega ferroviaria, la Camera del lavoro con
trenta società operaie e di mutuo soccorso confederate, ed altri
sodalizi, falsandone la primitiva istituzione. Esso è l'autore
dell'_Inno dei lavoratori_ divenuto il grido di guerra del partito; è
direttore della _Critica Sociale_; nella quale rivista, detta
scientifica, si trova per esempio una nota del seguente tenore: _come
diavolo mai l'anno scorso venne in mente al Costa di appoggiare la
proposta d'Imbriani per chiamare l'esercito non Regio, ma Nazionale?
ma l'esercito è bene che si chiami regio come il lotto, come gli
impiegati, come la questura, come tutto ciò che vi è di sudicio in
Italia. Il Costa doveva invece proporre che fosse intitolato regio
anche il debito pubblico._ (N. 9 del 1.º maggio 1898). È altresì da
notarsi che in un articolo intitolato «_Il Domani_» contenuto nel N. 6
del 16 marzo 1896, parlandosi dei gravi moti avvenuti in diverse città
d'Italia dopo la battaglia di Adua, si preconizzò fin d'allora che
_Milano, la città cui son volti tutti gli sguardi, sarebbe stata
l'arena della rivoluzione futura; e si previde che a Milano da 40 a 60
mila persone d'ogni età, d'ogni sesso si riversino senza intesa nelle
vie, si addensino al centro, unite da un solo grido, da un solo
entusiasmo, cui non manca se non chi sappia imprimergli direzione
rapida e precida per vedere instaurato nel Comune un governo
provvisorio locale repubblicano_.
Allo stesso Turati si devono l'organizzazione del partito e
l'indirizzo datogli di odio di classe: illimitata è la influenza che
esercitava specialmente sulle classi operaie, ed è indubbiamente a
ritenersi l'anima e la mente del partito socialista rivoluzionario in
Milano, del quale era il capo riconosciuto ed il rappresentante
ufficiale nelle occasioni più solenni.
Il Morgari può dirsi fosse nella città e provincia di Torino quasi
quello che il Turati era in Milano. Abile, instancabile conferenziere
e propagandista, partecipò a tutte le manifestazioni della vita
collettivisti del partito: organizzò riunioni, pubblicò programmi,
circolari ed opuscoli e specialmente uno intitolato: _L'Arte della
nostra propaganda_ che è un completo manuale da servire pei
propagandisti, fondatori di circoli e gruppi socialisti.
Alla sua ferrea volontà si deve l'incremento dei socialismo
rivoluzionario in Piemonte.
Che con tali mezzi di organizzazione e di propaganda i tre imputati,
insieme e di concerto con altri capi rivoluzionari che si adoprarono
nello stesso senso nelle altre provincie, riuscirono nei primi mesi
dell'anno corrente a creare e mantenere in Italia, e specialmente in
Milano, nei loro affigliati e nelle masse operaie, uno stato di
continuo eccitamento e di tensione e lo spirito di rivolta, la quale
quindi per opera loro era pronta a scoppiare ad un sol cenno,
all'occasione propizia, ed anche per un accidente imprevisto.
Che sebbene repubblicani e socialisti siano discordi nelle teorie e
nei principii, pure sono pienamente d'accordo nel voler cambiare la
costituzione dello Stato e la forma del Governo, ed è questo lo scopo
comune cui miravano i tre imputati e i loro associati con la
propaganda e l'organizzazione dei partiti. Infatti lo stesso Morgari
ebbe a dichiarare nelle sue commemorazioni e conferenze: _Essi, i
socialisti, essere i veri repubblicani, giacchè vogliono la repubblica
non come fine, ma come mezzo, che apre la via al fine di togliere,
insieme al re, gli altri piccoli re di officina, di latifondi e di
banche._
Che oltre a ciò in Milano risiedè fino dopo la sommossa il noto Pietro
Gori, maestro e riorganizzatore degli anarchici, e sull'appoggio e
concorso di costoro, sempre pronti al disordine, alla devastazione ed
al saccheggio, potevasi sicuramente contare, tanto più che col Gori, e
coll'Amilcare Cipriani (qui di passaggio nell'aprile ultimo decorso),
e con gli altri anarchici, vivevano i socialisti in buon accordo,
giacchè di costoro il Morgari dice: _non sono cattiva gente e lavorano
essi pure per il bene della società; ma credono che l'uomo debba
essere libero come l'uccello nell'aria, senza alcuna legge, nè
autorità nè comando, e questo per molto tempo non sarà possibile._
Che inoltre i socialisti avevano sparse le loro malsane, ma
abbaglianti teorie fra i ferrovieri e si erano concertati coi capi
della Lega dei ferrovieri medesimi, onde mediante uno sciopero
generale in occasione di una sommossa fosse ritardato od impedito il
trasporto della truppa ed il richiamo delle classi in congedo.
Che infine anche oltre i confini dello Stato i capi dei partiti
sovversivi tutti uniti e concordi avevano spinte le loro mene; ed
infatti i loro associati predicavano il socialismo e l'anarchia agli
operai italiani residenti in Svizzera, e con una attiva propaganda
erano riusciti a tenerli pronti a scendere in Italia al momento
opportuno per recare aiuto ai compagni rivoltosi.
Che intanto sulla fine dello scorso aprile a causa del disagio
economico delle popolazioni, del quale i capi dei partiti non
mancarono di approfittare, cominciarono moti e tumulti in alcuni paesi
e città dell'Italia meridionale, e a traverso le Marche, le Romagne e
la Toscana, proseguirono a Parma, Piacenza, Pavia e raggiunsero
Milano, ove, per le circostanze e le condizioni già esposte, dovevano
pur troppo avere il loro pieno sviluppo, e cangiarsi in aperta
insurrezione.
Che infatti nelle ore pomeridiane del 6 maggio al Ponte Seveso ed in
via Napo Torriani gli operai dello Stabilimento Pirelli si dettero a
tumultuare sotto vari pretesti e specialmente per l'arresto di un
individuo che spargeva un manifesto socialista diretto: _ai Cittadini
lavoratori_; e tali tumulti si cambiarono in rivolta e guerra civile
con devastazioni e saccheggio nei successivi giorni 7, 8 e 9, nei
quali le turbe--numerosissime di persone di ogni età e di ogni
sesso--si riversarono nelle vie, innalzarono alle porte dei diversi
rioni della città molte barricate, trassero dalle barricate medesime,
dalle strade, dalle finestre e dai tetti contro la truppa e gli agenti
della forza pubblica colpi di fuoco, sassi e tegole, con l'intento di
addensarsi poi al centro unite da un solo grido, da un solo entusiasmo
ed instaurare nel Comune un governo provvisorio locale repubblicano,
come appunto aveva preconizzato il Turati nella _Critica Sociale_ fino
dal 16 marzo 1896, e sarebbero riusciti nei loro disegni senza
l'energia delle Autorità superiori militari, l'annegazione, il
coraggio e la disciplina dell'Esercito.
Che le località, nelle quali nella sera del 6 maggio ebbero principio
i disordini, fanno parte del Collegio di cui l'onorevole Turati è
deputato, dove esso gode della massima influenza sopra i numerosi
operai di quegli stabilimenti industriali; e dove nei giorni
precedenti avevano tenute conferenze alcuni suoi intimi amici e
compagni di fede, quali la Kuliscioff e il Dell'Avalle.
Che il manifesto: _Cittadini lavoratori_, sparso in quel primo giorno
e causa dei primi disordini, e firmato: _I Socialisti milanesi_, ed in
esso si parla _di rivolta della fame e della disperazione, alla quale
il Governo del Re risponde coll'eccidio scellerato dei supplicanti
pane e lavoro_, si parla del _militarismo piovra della nazione a
servizio di alleanze e d'interessi dinastici, di privilegi odiosi_,
ecc.--Si dice _che il Governo del Re ha_ _preparato quelle rivolte e
le ha volute; sono opera sua. La responsabilità del sangue che essa
versa in questi giorni ripiomba tutta sul suo capo_, e dopo altri
periodi dello stesso genera termina: _Giorni gravi si appressano; è
tempo che il popolo Italiano rifletta, ricordi ed alfine provveda a sè
stesso. Il paese, salvi il paese!_ Or bene, si hanno gravi ragioni per
ritenere che di quel manifesto sparso fra le masse in momento di sì
grave commozione pubblica sia autore il _Turati_, il quale poi in ogni
caso deve averlo ispirato e necessariamente conosciuto.
Che durante quei primi disordini il Turati, insieme all'altro capo e
ben noto socialista _Dino Rondani_, ora latitante, si recò sul posto,
si impose alle Autorità esigendo la liberazione dell'arrestato, ed
arringò le turbe raccomandando apparentemente la calma e promettendo
di unirsi e battersi insieme ad esse in un giorno più propizio.
Che nella mattina successiva lo stesso _Turati_ col _Rondani_ si trovò
a Porta Venezia quando si innalzavano le barricate, ed infieriva
maggiormente la lotta, e ad un bravo cittadino che a lui rivolgeva
preghiera d'interporsi e far cessare un inutile eccidio, rispondeva
cinicamente: _I cadaveri servono a qualche cosa: sono le pietre
miliari delle conquiste avvenire del popolo._
Che poco appresso esso ed il Rondani, sempre insieme, si diressero
alla Stazione centrale ferroviaria, ed ivi introdottisi si trattennero
a colloquio presso il deposito delle locomotive col noto socialista,
pur latitante, Giuseppe Mantovani, conduttore ferroviario a riposo,
segretario del Comitato esecutivo della Lega ferrovieri, il quale
subito dopo lavorò a tutto uomo per determinare lo sciopero generale
dei ferrovieri. Infatti nel giorno appresso furono diramate fra i
ferrovieri medesimi due circolari che eccitavano allo sciopero;--nel
dì 9 diversi macchinisti e fuochisti si rifiutarono a prestar
servizio, e firmarono una dichiarazione diretta ad indurre i compagni
allo stesso rifiuto; e soltanto per l'energia delle Autorità superiori
e per il pronto accorrere della truppa, fu evitato lo sciopero, le cui
conseguenze sarebbero state gravissime.
Che in una perquisizione eseguita nel 7 maggio negli uffici del
giornale _L'Italia del Popolo_ fu trovato e sequestrato un biglietto
da visita, in cui s'invitava il Turati e compagni socialisti ad una
riunione coi repubblicani per quel giorno, e sebbene la riunione non
avesse più luogo, pure rimane il fatto a dimostrare il buon accordo
fra i repubblicani e socialisti.
Che nella stessa sera del 7 maggio i capi dei diversi partiti sovversivi
di Milano in numero di circa 20 si riunirono in casa del dott. Ceretti
Vittorio, ora latitante, e da una di lui lettera-testamento ivi
rinvenuta si arguisce in modo sicuro la deliberazione presa di
proseguire nell'insurrezione, che infatti divenne sempre più fiera nei
giorni successivi.
Che nel giorno 8 maggio il Rondani, il fido compagno del Turati, si
recò in Svizzera; ed a Brissago, Locarno, Bellinzona e Lugano cercò
riunire, formare in bande e dirigere al confine i numerosi operai
italiani per accorrere a Milano in aiuto degli insorti.
Ed anche successivamente costui insieme agli altri fuorusciti ha colà
raddoppiato nella propaganda e nello spirito settario, collaborando
nella redazione dei giornali _L'Italia Nuova_ ed _Il Socialista_,
scrivendo od ispirando articoli della maggiore violenza contro lo
Stato italiano, le Autorità e L'Esercito.
Che l'imputato Oddino Mogari nel dì 9 maggio da Torino si diresse a
Milano, ove, dopo lasciata la ferrovia a Magenta, si introdusse in
modo guardingo e misterioso; vi si trattenne il giorno 10, e nel dì 11
giunse a Lugano e col Rodani dette opera ad organizzare le bande che
già si dirigevano al confine; ma poi, al sopraggiungere della truppa,
egli si allontanò recandosi a Roma, ove fu arrestato nel 14 maggio e
fu trovato possessore di L. 1740,05. Egli deve pure rispondere avanti
il Tribunale di Biella di eccitamento all'odio di classe, pel quale
delitto la Camera dei Deputati autorizzò il provedimento in seduta del
14 marzo ultimo decorso.
Che infine l'imputato De Andreis è uno dei principali ed assidui
redattori dell'_Italia del Popolo_, giornale che ebbe sempre di mira
scalzare il principio di autorità e suscitare nelle masse sentimenti
di odio verso il Governo e le istituzioni, ed i di cui articoli
divennero ancor più violenti negli ultimi tempi. Basta infatti leggere
tutto il numero dal 7 all'8 maggio e specialmente l'articolo
intitolato «_Ne erano assetati_» ove, narrandosi i fatti avvenuti nel
6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani, fra le altre frasi
tutte dirette a maggiormente eccitare in quei dolorosi momenti gli
animi della popolazione, si legge: _In tutta la giornata i tutori
dell'Ordine non avevano bevuto, avevano sete, sete di sangue, si
intende._
Che nel giorno 7 maggio il De Andreis si recò più volte negli uffici
di quel giornale; vi portò, per essere pubblicati, episodii svoltisi a
Porta Venezia, esagerandoli e falsandoli; ed ivi intervenne chiamato
ad una riunione di amici repubblicani.
Che il De Andreis si trovò a Parma, Piacenza e Pavia, nei giorni in
cui si verificarono disordini in quelle città. Nella mattina del 7
maggio era alle barricate di Porta Venezia in Milano, quando più fiera
ferveva la lotta fra gli insorti e la truppa: vi ritornò nelle ore
pomeridiane; e al tenente Petella che lo scongiurava ad interporsi per
ottenere la calma, rispose in tono quasi di sfida: «_Tenente, ormai è
tardi, vi è sangue._» Inoltre, tanto nella mattina quanto nelle prime
ore pomeridiane del 7 fu veduto a piedi ed in carrozza in corso
Garibaldi parlare con diverse persone estranee a quel quartiere,
mentre appunto vi si stavano costruendo le barricate; e finalmente
nelle ore pomeridiane dello stesso giorno fu arrestato negli uffici
dell'_Italia del Popolo_.
Considerando che dietro le risultanze sopra indicate gli imputati De
Andreis, Turati e Morgari sono incorsi nei delitti previsti dagli
articoli 134 e 252 del Codice penale.
Considerato che la Camera dei Deputati nella seduta del 9 luglio
corrente ha accordata l'autorizzazione a procedere contro di essi.
Considerato che in forza dei Bandi pubblicati dal Regio Commissario
Straordinario di Milano in virtù dei pieni poteri accordatigli col
Regio Decreto 7 maggio 1898 spetta a questo Tribunale Militare di
Guerra la competenza a giudicarli,