In questi tempi di uomini di carta pesta, un uomo di bronzo, come

Gustavo Chiesi, diventa, in un ambiente legislativo come il nostro, un

tesoro nazionale. Tiene in piedi anche i legislatori di pasta frolla.

È dotto, è una biblioteca ambulante ed è una penna incorruttibile che

perseguita i corrotti.

__A Finalborgo studio degli altri galeotti.__

Ci fu un galeotto che ci disilluse tutti. Era il cuoco del

bettolino--un buon diavolo cogli occhioni pieni di lampeggiamenti e

con le ganasce lardose. Aveva per noi della vera affezione. Coi pochi

centesimi che potevamo spendere, si struggeva per farci mangiare meno

scelleratamente che poteva. Sopratutto era pulito. Ci portava alla

mattina una minestra per venticinque centesimi, la quale, in galera,

potevamo dire buona e delle porzioni di gnocchi di patate che

mandavano in visibilio Romussi.

--Neanche la mia cuoca saprebbe cucinarli così bene!

Gustavo Chiesi, che si interessava assai poco della vita del

reclusorio e che giurava, di tanto in tanto, che non avrebbe mai

scritto una riga sulla sua prigionia, aveva della tenerezza per il

cuoco. Ci diceva che, se andava fuori, voleva fare qualche cosa per

lui, perchè lo meritava. Sapevamo che era un fratricida, ma avevamo la

sua parola d'onore ch'egli era innocente. Secondo lui, non fu che il

caso che lo fece trovare nella stanza ove un altro suo fratello

scannava il terzo. In galera poi non si può pretendere di trovare

delle mani immacolate.

Una mattina che avevamo più fame del solito, lo aspettavamo andando in

su e in giù per la camerata e gettando occhiate per il corridoio

attraverso la spia.

--Ma questo cuoco?

Giunse in vece sua un recluso dei fatti di maggio. Che aveva? Era

egli ammalato? Nessuno ne sapeva niente e nessuno ci voleva dire

niente. Alle nostre interrogazioni, si rispondeva con smorfie che

suscitavano una curiosità maggiore. Che cosa gli era capitato? Il

direttore lo aveva condannato a quindici giorni di cella di rigore

e di camicia di forza. Che cosa aveva fatto? Quando lo sapemmo, lo

buttammo tutti idealmente dalla finestra, come si fa con una

persona della quale non si voglia più ricordarsi. Egli si era

appaiato con uno della sua specie.

Dopo quest'uomo triviale che ci ha trascinati nei bassifondi della

malavita, è una consolazione ritornare alla superficie dove sono

esseri di una morale un po' più sostenuta.

Il 598 era il modello di tutti quanti ho conosciuti. Egli gode la

fiducia del direttore e non ne abusa. È fedele, è rispettoso, è

astemio e lavora dalla mattina alla sera come un martire. Va da un

corridoio all'altro senz'essere accompagnato dalla guardia. È il solo

che esca tutti i giorni dallo stabilimento--accompagnato, si intende,

dall'agente di custodia--a portare la corrispondenza alla direzione

dei reclusori ed è il solo che vada fino a Finalmarina a prendere i

medicinali.

Un giorno, mentre il buon Pascotto stava spolverando la lampada della

nostra camerata, gli domandai perchè non scappava.

--Voi non avete più che dodici anni da fare. Ma pensate che la vita è

breve, accidempoli! Nei vostri panni io non esiterei un minuto. Mi

servirei della casacca per insaccarvi la testa del mio guardiano e

obbligarlo a sciupare del tempo a distrigarsela e poi direi: gambe

mie, aiutatemi! Continuerei a fuggire senza mai voltarmi indietro.

Non smise neanche di strofinare la lampada. Per lui erano tutte

sciocchezze. Lui non era uomo da lasciarsi scaldare la testa. Prima di

tutto aveva la sua pena da espiare e non intendeva sottrarvisi se non

gli si faceva la grazia. Aveva violata la legge e la legge doveva

essere rispettata. Ai suoi tempi era stato un bulo e anche un

grassatore di strada. Ma adesso aveva fatto giudizio ed era, per lui,

un piacere mantenersi sulla via retta. La fuga poi, per un povero

cristo, era una ridicolaggine. Come si poteva scappare colla catena o

cogli abiti del galeotto?--E quando siete al largo e cercato

dappertutto dagli agenti di polizia, dove andate a nascondervi? La

vita del fuggiasco è più grama di quella del recluso. Credetelo. E

come troverete da mangiare in giro, senza amicizie e senza denari?

Rubando. E io non farò mai più il ladro.

Egli mi rispondea da uomo emendato, e il mio pensiero incanagliva e

trepidava, preparandosi una fuga clamorosa e spettacolosa. Lui mi

parlava di ridicolaggine e di catena, e io sentivo il mare che si

frangeva fracassosamente sulla spiaggia di Finalmarina. Lui si vedeva

inseguito dai cagnotti sguinzagliati dalla giustizia che non dà

tregua, e io mi gettavo sul mare supino e, a forza di gambe,

raggiungevo la nave straniera che mi accoglieva a bordo a braccia

aperte. Il 598 si vedeva impacciato, perseguitato e morto di fame. Io

mi sentivo libero, sulla piattaforma inglese o americana, circondato

da migliaia di persone che mi salutavano con dei battimani fragorosi e

mi riempivano le tasche di dollari o di sterline udendomi raccontare

le avventure della mia fuga e il periodo della fame de' miei amici

della quinta camerata!

Il 77 era il lavandaio. Era alto come un palo telegrafico, secco come

il merluzzo e giallognolo come la pelle di un giapponese. Con il suo

collo esile, sormontato da una testa poco voluminosa, con le sue

braccia lunghe appese alle spalle come cose floscie giù rasente il

corpo, con la sua faccia piena di rientrature, pareva uno scheletro

ambulante.

Gli occhi, nascosti nelle occhiaie profonde sotto le tettoie ossute e

pelose, sembravano focolari di delinquenza. Erano in essi i guizzi del

delitto che facevano passare per la schiena l'aria fredda.

Tutte le volte che lo guardavo, mi obbligava a liberarmi dai fremiti

che mi suscitava con degli scotimenti di spalle. La sua bocca a culo

di gallina e il suo mento che tirava da sinistra a destra, mi

riassumevano il tipo del luogo.

Aveva la mano denutrita e le dita lunghe del fantasma. Si movevano

come tentacoli. Prendevano la biancheria sporca con un movimento

meccanico. Sul cuore del 77 era il listone nero del suo trasporto, e

sulla sua testa gibbosa era il berretto giallo a spicchio che lo

incadaveriva.

Come tutti i sanguinarii, era di modi carezzosi. Parlava con dolcezza

e non si lamentava mai della sua sorte. Una volta che gli domandai se

pensava di rientrare nella vita sociale, mi offerse una presa di

tabacco con una spallata di sprezzo. Pareva volesse dire: Società

ingrata, non avrai le mie ossa! I suoi compagni mi dicevano che era

religiosissimo. Non mangiava mai senza farsi il segno della croce e

non andava mai sulla branda senza prima essersi inginocchiato a

ringraziare il Signore Iddio di averlo mantenuto buono anche in quella

giornata.

Tra tutti i condannati della quinta camerata preferiva don Davide. Il

sacerdote nel camiciotto del recluso gli faceva sanguinare l'anima.

Non gli pareva giusto che un uomo di «talento», come diceva lui, fosse

in prigione per avere del «talento».

Don Davide si soffiava il naso sovente a Finalborgo. Aveva preso un

raffreddore che gli era divenuto cronico. E il lavandaio, di nascosto,

gli lavava un fazzoletto al giorno e glielo portava pulito e piegato

come una cosa proibita dal regolamento.

L'udito del 77 era molto difettoso.

C'era un recluso che aveva già scontato otto anni e che anche nel saio

della casa di pena non aveva perduto la caratteristica del mestiere

che esercitava prima di essersi intriso le mani nel sangue dei suoi

simili. Lo si vedeva e si pensava al palcoscenico. Egli non poteva

essere che un calcascene. Il suo viso era una ditta teatrale. Una di

quelle facce grassottelle di venticinque anni, con la carne biancastra

della gente che va a letto quando la notte sfittisce, con

l'ombreggiatura per la mezza faccia della barba fitta e nera che ha

subito il contrappelo e con gli occhioni dalle pupille fulgide nella

vivezza lattiginosa che inondano l'assieme di una bontà infinita.

La sua vita di «scrivanello»--una vita che lo lascia libero tutto il

giorno e gran parte della notte--non gli ha fatto dimenticare che gli

mancano quattro anni, anni che egli chiamava quattro secoli anche

quando gli si diceva che la sua liberazione non poteva essere lontana.

Le lettere che riceveva dalla famiglia gli rinverdivano le speranze

ogni tre mesi, ma, tra l'una e l'altra del trimestre, aveva dei

momenti neri di ipocondria. Gli pareva che più nessuno pensasse a lui.

Prima che venisse l'indulto me ne fece leggere una la quale gli dava

l'idea che finalmente il sovrano si era commosso del suo stato. Egli

era convinto che S. M. stava per firmare la sua grazia. Ma il giorno

che mi vide partire senza novità per lui, ricadde nella disperazione.

--«Non mi dimentichi!» mi disse. E dicendolo si asciugava gli occhi,

volgendosi dall'altra parte. «Se posso ritornare a casa, le assicuro

che non mi vedranno più in questi luoghi. L'ho scontata troppo cara

per dimenticare la vita del recluso. Poi ho la mamma e la sorella che

mi vogliono un bene dell'anima. Lei ha letto l'ultima loro lettera e

può dire se hanno del cuore.»

Di mattina, era addetto al medico. Registrava la medicina da mandarsi

a prendere. Dopo, andava per le camerate a raccogliere le ordinazioni

mangerecce, e nel pomeriggio, fino magari dopo la mezzanotte, rimaneva

con un galeotto perpetuo a preparare gli specchietti del movimento

amministrativo quotidiano.

Il suo numero di matricola era il 2107.

Prima dell'attore veniva da noi, col libro della spesa e il calamaio

attaccato per un lembo di pelle al bottone della giacca, uno

scrivanello che aveva ammazzato un carabiniere il quale lo aveva

sorpreso a svaligiare una _carbona_ (casa) fuori di porta Magenta.

L'omicidio gli aveva dato modo di rimanere fuori dalle unghie della

giustizia per parecchi mesi. Ma la gatta, anche dopo una paura

maledetta, va al lardo fin che vi lascia lo zampino. E un bel giorno

lo agguantarono con degli altri ladri o degli altri grassatori e lo

mandarono in galera con una sentenza di vent'anni.

Era recidivo, qualche _colpo_ gli era andato bene e sapeva adattarsi

all'ambiente in un modo meraviglioso. Quando la direzione non lo

imbestialiva coi conti che gli aveva affidato, non si accorgeva di

essere in un reclusorio. Lasciava l'ufficio verso mezzanotte e dalla

spia della nostra camerata lo rivedevamo al lavoro prima delle

quattro.

Qualche volta, se la guardia che lo accompagnava non gli era vicino,

gli dicevo che faceva male a lavorare tante ore in un periodo in cui

gli operai che mangiano meglio si agitavano per un orario quotidiano

di otto. Vi ammalerete e andrete al cimitero senza rivedere Milano.

Mi rispose che stava meglio in ufficio che in infermeria, ove poteva

coricarsi e alzarsi presto senza svegliare alcuno. L'infermeria è uno

stanzone lunghissimo con delle finestre libere dai cassoni e con due

filate di letti quasi sempre vôti.

--Come, vi lamentate di dormire sulla materassa?

--Non mi lamento, ma lei non sa....

--Datemi del voi, gli dissi celiando. Sapete bene che il regolamento

proibisce ai detenuti di servirsi di un pronome che non sia di seconda

persona plurale.

--Giusto, voi non sapete che in letto--anche sulla materassa--sto

male. È l'unica cosa alla quale non sono mai riuscito ad abituarmi. Il

galeotto è incatenato alla branda. Ora, mettetevi nella mia posizione,

e vedrete che darete la preferenza al pisolino sulla scranna dello

scrivanello. La lunghezza della catena non mi permette che di mettere

il piede in terra dalla parte dell'anello e di rimanere, se non voglio

scorticarmi, in una posizione supina. Il letto, per me, è una tortura.

Fu lui che ci iniziò ai pasti dei peperoni, dei pomidori,

dell'insalata di cipolle e di patate coll'aglio e di fagiolini tirati

fuori dalla pasta del convento, quando la minestra era coi fagioli.

Egli è piuttosto piccolo, con la pelle sulla faccia scura e butterata,

con gli occhi un po' loschi e con le estremità del taglio della bocca

non esattamente equidistanti. È tutt'assieme una figura rapace.

Lo abbiamo perduto per avere alzato il gomito. Poco abituato a bere,

un giorno era riuscito ad ubbriacarsi. Lo trovai nel letto della

infermeria incatenato alla branda, con la cuffia di cotone bianco

sulla fronte, che stava aspettando la sbriacatura.

--Che cosa fate? gli domandai.

--Non ho potuto alzarmi alla solita ora per un po' di vino brusco.

Accidenti al vino brusco!

All'indomani, o qualche giorno dopo, il direttore lo mandò nell'altro

reclusorio a mia insaputa e io non ho potuto restituirgli lo

Stecchetti che mi aveva imprestato per passare il tempo.

Lo scrivanello lo sapeva quasi tutto a memoria.

__Fra i passatempi dei condannati.__

Fra i passatempi dei condannati giornalisti nel Reclusorio v'era pur

quello di mettere in versi i fatti che destavano qualche impressione.

Come saggio pubblico le seguenti strofe di don Albertario. La notte

dal 26 al 27 novembre una libecciata terribile devastò la sponda

ligure e recò gravi danni in mare e in terra. A Finalborgo furono

schiantati alberi, trasportati dal vento comignoli e tetti; il camino

della caldaia a vapore del Reclusorio di Finalborgo venne spezzato a

metà, cadde sull'infermeria del carcere, sprofondò il tetto e, per

prodigio, non schiacciò nei loro lettini gli ammalati. Al mattino si

celebrò il fatto doloroso, con le strofe di don Albertario:

O cielo di Liguria, o ciel furioso,

E quando, dimmi, la farai finita

A ridonarmi il sol, la nostra vita,

Che tieni dentro al guardaroba ascoso?

Qui, dal tepido mar, dall'alpi algenti,

Scendon sul lido alla battaglia atroci

Scirocco e Tramontana, e a lor veloci

Schieransi intorno i bellici tormenti.

Dense le negre nubi e gonfie d'ire

In groppa ai venti stendonsi pel campo;

Il tuono scoppia inseguitor del lampo,

De' mostruosi guerrier folle è l'ardire.

Dalle cime native il ghiaccio chiede

Borea e lo muta in grandine funesta;

Libeccio intanto del Tifone appresta

L'arma a Scirocco che terribil riede.

«Pel Simun, rugge, per le arene e il fuoco

«Del genitor deserto, il giuro al cielo,

«In fra le nevi porterò lo sgelo

«E di Borea il mugghiar farassi fioco.

«Siccome nebbie spersi carovane,

«Come fuscelli sprofondai navigli,

«Ho atterrato i leon quasi conigli; ... ,

«Rido del soffio delle Tramontane.»

Sì dice--e fiero e furibondo attacca

Con Libeccio e Tifon, colle saette

Sferza Aquilon dalle scoscese vette

I suoi guerrieri e lo Scirocco fiacca.

Le navi trottolâr nell'oceáno,

E in un baleno l'inghiottisce il gorgo;

Crollano torri e case; a Finalborgo

Del fornello il camin vien raso al piano.

O cielo di Liguria, o mar Tirreno,

E quando l'aure e l'onde tue saranno

Serene e quete ed avrà fine il danno

Orrendo inflitto al dolce lido ameno?

Non fia sicuro sullo stelo il fiore,

E allo stranier che ti sospira ed ama.

Colle tempeste appagherai la brama

Di qui svernar sul suolo dell'amore?

Torvo risponde il Ciel: «Allor letizia

«Del suo sorriso abbellirà la terra,

«Quando fien salvi i prigionier di guerra,

«E a splender torni il sol della giustizia.

«Ma fin che a Finalborgo, tra le pene,

«Giaceranno innocenti, il mar col flutto,

«Col vento il Ciel, semineran tal lutto

«Che in pianto scioglierà fin le catene.»

__Costantino Lazzari.__

Tra l'ottanta e l'ottantatrè i pionieri del movimento marxista

continuavano a battere il chiodo che, se si voleva organizzare i

mestieri, bisognava costituire un partito puramente operaio, il quale,

a suo tempo, avrebbe potuto trasformarsi in partito socialista

italiano. Parecchi operai, che studiavano e frequentavano i circoli di

studi sociali, si misero a concionare in questo senso, e subito dopo

la morte di Carlo Marx la loro organizzazione si potè dire iniziata.

Ormai, si disse, l'operaio farà da sè. Chiunque si occupava di

questioni sociali e non aveva i calli del lavoratore alle mani, veniva

considerato una specie d'intruso. Lo si vedeva negli angoli dei

meetings come un rognoso.

Coi pregiudizi che pullulavano nella testa operaia e con la stampa che

blatterava di progresso e dava eternamente ragione agli intascatori di

lavoro non pagato, senza un giornale che stimolasse, che aiutasse, che

confortasse, che difendesse e che rivelasse la vita che si svolgeva

negli stabilimenti padronali, gli operai non avrebbero potuto tener

duro.

Un giornale era necessario. Senza di esso sarebbero stati calunniati,

schiacciati. Non si domandarono neanche chi di loro sapeva scrivere o

chi di loro sapeva mettere assieme un foglio qualunque. L'esperienza

li avrebbe fatti andare sulle pedate degli altri. Il loro partito era

nuovo e nuovi dovevano essere gli scrittori. Non si trattava di

scrivere in ghingheri. Si trattava semplicemente di dire chiaro e

tondo che cosa volevano, dove tendevano, a che cosa aspiravano. Non

altro. E il _Fascio Operaio_--voce dei figli del lavoro--il 29 luglio

1883 era già nelle mani del pubblico. Lo scopo della pubblicazione era

condensato in queste parole di Malon stampate a destra, in corpo otto,

sotto il titolo del giornale: «Se non pensano a far da loro gli operai

italiani non saranno mai emancipati.»

Nel primo articolo intitolato «chi siamo e che cosa vogliamo»,

dicevano apertamente che erano «operai nel più stretto senso della

parola, cioè, operai manovali».

«Siamo i figli di quella immensa moltitudine a cui la vita non è

concessa che a patto di una perenne produzione--di quella classe che

lavora e soffre, senza adeguati compensi--che vede il frutto delle

proprie fatiche aumentare le ricchezze dei capitalisti.»

L'attività dei redattori del _Fascio Operaio_ era infaticabile.

Restando al lavoro, tenevano conferenze ogni sera, organizzavano la

lega di resistenza ogni volta si trovavano coi compagni, e scrivevano

articoli ogni settimana. In due mesi la «voce dei figli del lavoro»

seppe preparare e inaugurare un Congresso operaio a cui il _Fascio_

mandava il suo saluto «perchè i congressisti erano puramente dei

lavoratori che si ispiravano alla loro coscienza di lavoratori».

«Siate uomini nuovi, diceva loro. Due siano le vostre stelle polari.

L'eguaglianza di tutti gli uomini in faccia alla giustizia e

l'indipendenza della personalità umana.»

Il _Fascio Operaio_ discuteva i problemi operai, polemizzava coi

giornali che si occupavano dei redattori e dei loro articoli,

decomponeva, a poco a poco, il Consolato operaio nelle mani dei

romussiani, e attaccava, con qualche violenza, la democrazia al dorso

del _Secolo_, chiamandola «vile». Cavallotti, che fino dai tempi del

_Gazzettino Rosa_ aveva imitato don Margotti, tenendo nella sua casa

il casellario degli uomini pubblici--casellario che se venisse

pubblicato adesso sorprenderebbe molti e susciterebbe polemiche

infinite--si era occupato anche dei redattori del _Fascio_ e

specialmente di Costantino Lazzari, il quale, oltre essere il

redattore capo del Fascio, era l'anima del partito operaio.

Per capire l'importanza dell'accusa contro Costantino Lazzari, bisogna

ricordarsi che nell'86 Cavallotti aveva già assunto il carattere di

_leader_ parlamentare ed aveva già iniziato il sistema di inseguire e

snidare i corrotti dovunque li trovava o li sapeva.

Nel salone dei Giardini Pubblici, ove aveva finito di parlare

Cavallotti sulle elezioni generali, non appena il redattore capo del

_Fascio_ si permise di domandare la parola, si sentirono voci

spaventevoli.

--Fuori le spie! fuori le spie!

Chi erano le spie? I redattori del _Fascio_. Ma l'indiziato era

Costantino Lazzari. Tanto è vero che nel questionario, che invitava

Cavallotti a dare «risposte categoriche in nome della verità e della

giustizia», c'era questa interrogazione:

--È giusto paragonare il compagno Lazzari ad un agente di polizia?

Cavallotti non volle mai smentire l'accusa e non volle mai dire

pubblicamente su quale documento era basata. Ma tutti gli amici

dell'autore di _Anticaglie_ sapevano e sanno che l'accusa era basata

su una ricevuta di cinquecento lire, firmata da Costantino Lazzari,

nelle mani di Nicotera, ministro dell'interno. Chiunque di noi

l'avesse veduta senza cercare altro, non avrebbe potuto venire ad

altra conclusione. Cioè che Costantino Lazzari non aveva schifo dei

fondi segreti. Ma la cosa non è così. E ne parlo appunto per

distruggere una calunnia che perseguita Lazzari da parecchi anni. Non

lo si può dire prudente, questo no. Prendere del danaro per un partito

senza domandare da che parte venga, con la scusa che il denaro non ha

«odore», è un po' arrischiato. Ma in verità Costantino Lazzari entrò

come un sorcio nella trappola. Non sapeva del tranello. Gli si

esibirono cinquecento lire per il partito in un momento elettorale, le

prese, e le consegnò intatte al partito senza curarsi d'altro. Un

fatto consimile è avvenuto tra i socialisti di Londra. I _tories_

diedero parecchie centinaia di sterline a un _leader_ socialista per

moltiplicare le candidature socialiste tra il candidato _tory_ e il

candidato liberale. Il giuoco era che col terzo candidato i liberali

avrebbero perduto i voti che venivano dati ai socialisti e quindi qua

e là dei collegi. Si gridò al _tory money_, come qui si gridò alla

spia. Ma il _leader_ inglese e il _leader_ italiano poterono salvarsi

mostrando, come Walpole, le mani pulite.

Dopo questo fatto il _Fascio Operaio_--del quale parlo perchè è come

parlare di Costantino Lazzari--e il partito operaio subirono le

violenze prefettizie e passarono attraverso un uragano indemoniato. Il

Comitato Centrale del partito operaio italiano venne sciolto, il

_Fascio Operaio_ sospeso e la redazione intiera messa sotto chiave al

Cellulare per ottanta giorni. I condannati furono cinque, tra i quali

Costantino Lazzari, a tre mesi di carcere e a trecento lire di multa.

E il _Fascio Operaio_ risorse, dicendo che «il socialismo è un gigante

che nessuna forza può vincere».

In Costantino Lazzari è rimasta l'avversione del Fascio Operaio per

gli «intrusi». Un socialista dottore o avvocato o scrittore o

ingegnere o architetto gli fa torcere il viso dall'altra parte. Ha per

tutti costoro un'antipatia invincibile. Li chiama i socialisti dal

panciotto bianco o i socialisti dal _gilé de gess_.

Si dice che la gratitudine non sia il suo forte. Ma è indubitato

ch'egli, giovanissimo, si è dato la briga di soccorrere la sua

famiglia povera, e di mantenere alle scuole di Milano una sua sorella

e un suo fratello.

Ha rinunciato alla carriera commerciale per dedicarsi completamente al

socialismo. Ma le vicissitudini dell'esistenza tribolata gli hanno

fatto riprendere la via di prima. Egli è ora commesso viaggiatore. È

stato in prigione più di una volta. Ma i giorni di Finalborgo gli sono

ancora sullo stomaco. Perchè il Lazzari si considera il povero

Fornaretto del processo dei giornalisti. Egli era nell'Umbria ed è

andato in galera per i tumulti di Milano!

Ha un'istruzione tumultuaria, è un conferenziere improvvisatore, ha

una tendenza sentita verso la misantropia, ed è disgustato degli

uomini e della vita.

Se dovessi riassumere Lazzari, direi, con Tommaso Grossi, ch'egli è un

«orso mal leccato».

__Si muore di fame.__

Per ricordarmi di queste giornate negre, ammucchiavo le mie

impressioni sui margini, sui frontispizi e sotto e sopra gli indici

dei libri. Mi servivo di un moncone di lapis che tenevo nascosto tra

il dorso e la legatura di un volume, il quale rimaneva con me giorno e

notte. I libri che giovano di più al prigioniero sono quelli che

offrono più spazio.

Quelli che hanno cinque o sei pagine bianche prima di arrivare alla

prefazione, che incominciano e finiscono i capitoli con dei vuoti

preziosi, che sono stampati in modo da lasciarvi una linea tra una

riga e l'altra e che terminano in fondo col lusso della entratura. A

me, per esempio, sono stati di grande giovamento la grammatica tedesca

del dottor Friedmann e le _Ascensioni Umane_ del Fogazzaro. Mi hanno

permesso di scrivere un volume su ciascun volume. Se dovessi ritornare

in prigione e qualcuno volesse regalarmi qualche libro, non dimentichi

di dare un'occhiata agli spazi.

Copio, o meglio completo i periodi coi riempitivi che lasciavo fuori

per economia.

«Il periodo della fame venne inaugurato stamane, sei settembre. Se lo

avessi saputo prima, ieri sera mi sarei imbottito con un pranzo

luculliano. Non si è mai contenti. Era una giornata che ci aspettavamo

di minuto in minuto, ed ora che è giunta troviamo che è giunta troppo

presto. Io poi, che non ho tanti denari da spendere, non dovrei

tormentarmi con queste seccature di gola. Tanto più che mi rincresce

di stare a tavola cogli amici, che non sono capaci di mangiare in

santa pace il loro pranzo, senza costringermi, con la massima

gentilezza, ad assaggiare un po' di questa o di quella pietanza.

Adesso siamo pari. La nostra mensa è diventata la mensa degli uguali.

«Che cani! Ci hanno portato via penne, calamai e lapis. Sono venuti a

prendere i libri per registrarli. Ho domandato il permesso di scrivere

una lettera per comunicare agli amici l'avvenimento, ma mi si è detto

che il regolamento non mi autorizza a scriverne che una al mese.

Chiesi, che è alla reclusione, non può scriverne che una ogni tre. A

proposito, egli è alla reclusione, e rimane con noi. Dunque non c'è

differenza che nelle spese e nelle lettere. Lui può spendere

venticinque centesimi e noi, alla detenzione, trentacinque.

«Non riuscirete mai, signori aguzzini, a farmi capire l'utilità

sociale di impedirci di scrivere per tenerci qui a guardarci l'un

l'altro. Seguitiamo a chiacchierare sulla dieta. Nessuno ha paura. Se

non sono morti quelli con la catena che la subiscono da anni senza

migliorarla col sopravitto, vuol dire che non si muore.

«Le latrine sono indecenze primitive. Mi sono messo con la faccia alla

ferriata della prima finestra e sono stato lì per recere. Sotto, nel

cortile, è un mastellone nascosto da un murello a curva, che lascia

venir su una puzza velenosa. È il mastellone dei condannati addetti ai

lavori domestici. Il direttore di questa casa di pena deve avere

l'olfatto molto ottuso. In tutto il penitenziario non c'è una latrina.

Ciascuno fa i suoi bisogni come in un bosco. Peggio che in un bosco.

Perchè qui non potete alzarvi e andarvene via. Qui vi si lascia il

mastellone che riceve il materiale di tutta la camerata tutto il

giorno e tutta la notte. Non lo vuotano che alla mattina e nel

pomeriggio. Noi, per fortuna, non siamo che in sette. Immaginatevi il

fetore costante di una camerata di settanta o ottanta individui! C'è

però un guaio anche nella nostra. In alto alla parete sono due

finestrucole che comunicano con una camerata piena di reclusi. Di

notte e di giorno riceviamo la loro atmosfera appestata e siamo

condannati a sentirli trullare come maiali!

«Non è la prima volta che mangio la pagnotta, ma era un pezzo che non

la sbocconcellavo. Me la hanno portata e mi sono ricordato degli

ultimi tozzi di pane bianco che ho dato al recluso che ci porta il

barile dell'acqua. Come sarebbero buoni, adesso! In un reclusorio non

mi aspetto il pane di fantasia. Ma certamente mi aspetterei un pane

migliore di questo. I cavalli ne mangiano del più buono. Le nostre

sono pagnotte di mollica ammassicciata. Non è la mollica pastosa,

duttile, allungabile, come quella del pane dei signori. È una mollica

friabile, di un colore brunastro e di un sapore sciapito.

«Ho sempre sentito dire che la crosta solida è un indizio della bontà

del pane; Dev'essere abbondante, fitta, resistente, cotta bene. Questa

è molle, sottile, che si stacca senza fatica, che ritiene la ditata

non appena la premete leggermente. Ha un colore tra il rosso-bruno e

il giallo-dorato.

«Fanno sul serio. È cessata anche la pulizia domestica. Prima ci

facevano scopare la camerata e lavare la gamella dai galeotti. Adesso

ci si è detto che la cuccagna è finita. Benissimo. Non marciremo

neanche per questo. Il male è che con la minestra condita d'olio la

latta rimane unta. Senza acqua calda ci ungiamo come guatteri e ce le

laviamo male. Ciascuno di noi si è scelta la giornata di pulizia.

Lunedì Lazzari, martedì Federici, mercoledì Valera, giovedì Chiesi,

venerdì Ghiglione, sabato don Davide, domenica Suzzani. È un movimento

igienico. Si puliscono e si mettono a posto i tavoli e si scopa due

volte il giorno. I più volonterosi e i più abili sono indubbiamente

Lazzari e Federici. Entrambi scopano adagio, passano l'arnese sotto le

brande, si fermano a far uscire i crostini dalle commessure tra

mattone e mattone e tra pietra e pietra e si tirano a dietro il

materiale fino in fondo, senza lasciare per la via polvere e briciole.

Scopa bene anche don Davide, ma non con la diligenza degli altri due.

Se al sabato si dimentica del suo turno, il Chiesi, gli grida subito

alle spalle:

«--Non più privilegi e non più privilegiati!

«Il Ghiglione, campagnolo, scopa male, lo fa di mala voglia e pulisce

i tavoli come un uomo che si senta umiliato.

«La direzione di qualunque casa penale vende ogni mese la _Rivista di

discipline carcerarie_, diretta dal Beltrani-Scalia, direttore delle

carceri (ora, come si sa, ha preso il suo posto il Canevelli). Lo

scopo della rivista è pio. È di assistere con delle sottoscrizioni i

figliuoli derelitti dei condannati. Una cosa la quale vi suggerisce

che la società punisce più i figli che i genitori. Perchè mette sotto

chiave i secondi e lascia sulla strada i primi.

«Le ultime pagine sono occupate dal movimento dei liberati dagli

stabilimenti penali durante il mese. In agosto hanno lasciato uscire

54 uomini e 6 donne per grazia sovrana, 299 uomini e 12 donne per

indulto e 31 maschi e 2 femmine condizionalmente.

«La tabella dei liberati condizionalmente prova che l'Italia è più

crudele d'ogni altra nazione. L'Inghilterra, punto tenera pei suoi

delinquenti, dà loro modo, colla buona condotta e col lavoro

persistente, di guadagnarsi tre mesi su ogni anno. Conquistandosi il

numero fisso di marchette, il condannato, poniamo, a sei anni, è

sicuro di non rimanere in carcere che quattro anni e mezzo. Il nostro

sistema non assicura nulla al condannato e premia la condotta

incensurata con una lesineria che fa piangere. Deduce, su per giù, da

un anno a un anno e mezzo per ogni dieci anni di galera!

«Ne scelgo uno. N. A., di Napoli, contadino, condannato a dodici anni,

è uscito a 37 anni, dopo avere scontato una pena di undici anni ed un

mese!

«Nella stessa tabella si nota che la donna subisce gli stessi rigori.

A. L., di Palermo, entrata nella casa di pena a 38 anni, con una

condanna di vent'anni per omicidio, è uscita dopo una pena di diciotto

di lavori forzati. Che tigri!

«Aggiungo che la liberazione dei condannati non dovrebbe mai essere

lasciata all'arbitrio del direttore--il quale è, novantanove volte su

cento, parziale e crudele.

«Non so se dipende dalla dieta. Ma con una dieta scellerata e

insufficiente ho perduto persino la voglia di leggere. In un mese non

sono riuscito a rileggere il primo volume dei _dieci anni_ di Louis

Blanc. Sbadiglio spesso, e spesso, dopo una specie di torsione alla

regione epigastrica, mi istupidisco in un sopore che mi spaventa. I

miei amici di camerata mi dicono che mangio troppo poco e che butto

via troppo sovente la minestra. Non so che farci. È una minestra che

mi ripugna e che non so ingoiare nè asciutta nè col brodo. Ci sono dei

cani liberi che la lascerebbero nella scodella. Ho notato una certa

sonnolenza anche negli altri. Più di una volta ho veduto Federici

fermarsi sulla pagina, coi gomiti sul tavolo e la faccia nelle palme.

Alle undici antimeridiane d'ieri ho sorpreso don Davide che

dormigliava sul breviario. Anche Lazzari subisce la stessa legge di

prostrazione. Rimane assopito per delle ore. Forse è perchè egli legge

troppo di notte. In Chiesi ho notato che la sua respirazione notturna

è diventata più rantolosa.

«Ci hanno portato di sopra delle lettere piene di cancellature. A noi

che abbiamo il limone per diseppellire le parole dai neracci del

direttore, importa poco. Ma mi piacerebbe che qualcuno, mi rivelasse

l'utilità di queste soppressioni di parole. Una volta che siamo

condannati, che cosa deve importare a voi che qualcuno ci faccia

sapere un breve minuto della vita del mondo dal quale siamo stati

espulsi con tanta violenza? È una cretineria da mettersi con le altre

che si commettono in questi luoghi.

«Il mio amico Mario Borsa, corrispondente londinese del _Secolo_, mi

manda una rivista mensile per tenermi al corrente dei grandi fatti

europei. Una rivista estera non può impensierire alcuno. Qui

impensierisce. Il direttore mi ha fatto chiamare in direzione per

dirmi che non poteva darmela perchè ci sono in essa articoli che si

occupano di cose che non devo sapere! Suppongo per un minuto che vi

sia qualche narrazione sui fatti di maggio. Nossignore, me la nega

perchè vi è un articolo sulla guerra tra gli Stati Uniti e la Spagna!

Sono o non sono un giornalista? Una società che corregge e non abbia

per compito di mandarmi fuori imbecille, dovrebbe procurarmi, anche a

proprie spese, le riviste ed i giornali che mi dovrebbero tenere al

corrente di tutto ciò che avviene. Non vi pare? Anche al Chiesi hanno

trattenuto delle riviste francesi per le stesse ragioni. Asini!

«Piove. Quando piove, il condannato perde il diritto all'aria e al

moto delle gambe. Senza uscire dalla gabbia si diventa di umore nero.

È una meraviglia che uno non s'avventi sull'altro. Ci si tiene nella

camerata sino a quando il cielo si rasserena. E in questa regione,

quando incomincia a diluviare, è capace di tirare innanzi senza

interruzione per una settimana. Nella camerata al dorso della nostra

sembrano diventati tanti leticoni indiavolati. Di tanto in tanto

qualcuno si sfoga gridando: aria! In uno stabilimento di tanta gente

ci dovrebbe essere anche il passeggio coperto. Ma non ci si pensa.

Perchè il bestiame in galera può crepare senza inumidire l'occhio

sociale.

«La visita del medico che abbiamo avuta ieri l'altro mi ha fatto un

effetto strano. Mi parve un uomo incaricato di venire a vedere se

avevamo ancora delle giornate da vivere. Sì, o signori aguzzini, siamo

languidi più di ieri, ma non siamo ancora moribondi. Anche col vitto

insufficiente possiamo vivere degli anni.

«La nota di ieri è stata un po' baldanzosa. Si indebolisce lentamente

e lentamente mi pare che si perda la memoria. Stamane, parlando degli

affamati americani al polo Nord, non ho saputo rammentarmi il nome del

generale che venne trovato inconscio vicino al cadavere di un nero che

gli era stato fedelissimo. E non me lo ricordo neppure adesso. Questo

fatto mi mette addosso del freddo. Credo che a grado a grado ci

avviamo verso l'abolizione della intelligenza. Usciremo delle pagine

bianche. Non sapremo più neppure di essere stati in prigione!

«Siamo calati tutti di peso. Il pancione di don Davide è rientrato di

molto. Forse sarà l'effetto della rasatura dei baffi, ma il naso di

ciascuno di noi mi riproduce il naso dell'allampanato. Anche il

Federici è dimagrito. Parla poco e fa dei pisolini ripetuti con pochi

intervalli. A Chiesi si sono formate le scodellette sotto gli occhi.

Il naso di Ghiglione pare il becco adunco dell'aquila. La faccia di

Suzzani è accesa e si è spiritualizzata. Egli mi ha detto che si sente

di tanto in tanto dei dolori dietro l'orecchio destro. Noto tutto

senza spiegare nulla. Lazzari ha avuto degli stringimenti pilorici.

Dorme poco, e durante il sonno parla con delle interiezioni di dolore.

«A me non passa più nulla. Federici mi ha dato un cucchiaio della sua

magnesia effervescente. Per una concessione speciale egli può

tenersene un vaso e farselo riempire quando è vuoto. Se ne prende una

cucchiaiata ogni mattina in due dita d'acqua. Mi ha fatto bene. Ho

potuto trangugiare la gamella di pasta senza gli impeti di repulsione.

Sento che mi ritornano le forze. Leggo e più rapidamente. Ieri ero

proprio in uno stato compassionevole. Ho dovuto domandare il permesso

di adagiarmi sulla branda. Mi sentivo vicino al deliquio. Sdraiato,

ebbi degli assopimenti leggeri. Mi pareva di essere in decomposizione.

Rimasi più di tre ore col dorso completamente abbandonato allo

stramazzo. Non sentivo più che il languore delle braccia ed un certo

calore insolito alle tempia.

«Il grido che si muore di fame è nell'aria.--Tutte le camerate ci

fanno chiedere dei bocconi di pane. Noi, che soffriamo un po' tutti di

inedia, mandiamo gli avanzi delle nostre pagnotte ai 35 minorenni

della camerata quasi in faccia alla nostra. Tra loro sono pochissimi

quelli che possono spendere per il sopravitto. Devono essere tutti

poveri o figli di poveri. Don Davide, che ha tra loro il suo chierico,

va a dir messa spesso collo schianto del cuore. Gli rincresce di non

avere sempre un boccone di pane da dargli. Quel ragazzo patisce la

fame sotto la sorveglianza governativa! Se fossi direttore dello

stabilimento butterei via lo stipendio. Non saprei mangiare coi piedi

sotto la tavola senza pensare al battaglione di affamati sotto la mia

custodia. Il grido dei minorenni mi sospenderebbe il boccone in gola.

«Stanotte sono stato svegliato da un grido acuto di qualcuno che stava

male nella camerata al dorso della nostra. Non ci ha lasciato più

dormire. Aveva il rantolo bronchiale ed emetteva gemiti che si

ripetevano anche dopo che la guardia gli vociava dalla spia:

--«Fate silenzio, che domani andrete dal medico!

«Un compagno deve averlo soccorso con una goccia d'acqua. Ho sentito i

suoi piedi nudi che correvano da una parte all'altra.

«Come deve essere triste morire in questo luogo!

«La luce misurata dai cassoni alle finestre finisce per indebolirci la

vista. A me si è dilatata la pupilla e Lazzari si lamenta di non avere

un paio d'occhiali. L'indebolimento gli ha come paralizzato i nervi

ottici.

«Alla domenica c'è sempre speranza di rifarsi lo stomaco con una

gamella di brodo e 250 grammi di carne. È sovente una grande

disillusione. Più di una volta si è obbligati a sbattere via tutto. Il

brodo è grasso con gli occhi dell'olio alla superficie che fanno venir

voglia di vomitare, o è magro come l'acqua bollente. Manca sempre di

sale. Quello di stamane vale un fico secco. La carne è peggiore. La

carne di questa domenica è squamosa, sciapita, dura come il corame.

L'ho voltata e rivoltata sotto i denti senza riuscire a masticarla.

Pazienza, aspetterò quella di domenica ventura. Siamo sotto l'azione

del regime forcaiolo da qualche mese e non abbiamo veduto neppur

l'ombra della commissione. Questi signori, che assumono una carica

così importante e poi la trascurano, meriterebbero un po' di

reclusione. La loro assenza dovrebbe essere considerata un delitto.

Ah, se fossi io il loro giudice! Farei mozzar loro le orecchie come ai

tempi della buona Elisabetta.

«Il pane di stamane è esecrabile. Sente dell'acido del lievito che ha

tentato di farlo levare prestamente. Mi par di sentire il gesso sotto

i denti. La mollica umida ha qua e là dei punti biancastri che

rivelano la qualità infame della farina. Ghiglione ci consola

dicendoci che prima, quando lo facevano i galeotti nello stabilimento,

era più buono. Adesso, coll'appalto, è malcotto, pesante,

indigeribile. L'indigestione di un pane come questo produce a tutti

noi effetti straordinari. Sembra che ci fermenti nel ventre. Un'ora

dopo ci sentiamo tutti gravidi. Lo si fa con una farina di quarta o

quinta qualità e con poco o nessun glutine. Preferisco ancora la

pagnotta che i signori danno ai cavalli.

«Anche i galeotti che lo mangiano da tanti anni se ne lamentano e

farebbero un «fuori! fuori!» se non avessero paura di un rincrudimento

di rigore. Sarei contento che una volta o l'altra mi si processasse

per diffamazione. Io non domanderei che la testimonianza dei sei

compagni della quinta camerata e il permesso di citare una cinquantina

di galeotti e un centinaio di reclusi. Proverei come due e due fa

quattro che la qualità del pane è infimissima e che alla reclusione si

imbecillisce dalla fame. Sarebbe uno dei processi più emozionanti di

questo secolo.

«Ho trovato modo di eliminare la pasta dal mio cibo quotidiano. Non

sapevo mandarne giù che qualche cucchiaiata e con ripugnanza. Un

galeotto mi ha raccontato ch'egli vive da anni con l'insalata di

patate e cipolle. Mi sono messo sulle sue pedate una settimana e non

mi trovo malcontento. Qualche volta mi sento sazio. Le patate

potrebbero però esser più buone. Ne butto via una su tre. Si vede che

sono il rifiuto delle corbe. Quasi tutti ci siamo dati all'insalata di

patate e cipolle. L'olio è troppo cattivo e peserebbe troppo sui miei

trentacinque centesimi. La condisco col sale e coll'aceto. Più di una

volta vi aggiungiamo i fagiuoli che troviamo nella minestra di pasta.

Sono fagiuoli bianchi. Compero pure qualche spicchio d'aglio. Ho

dovuto eliminare definitivamente anche il pane. Non potevo più

ingoiarlo. Abbiamo protestato sovente e qualcuno di noi se ne lamentò

col direttore e col sottocapo. Ma all'indomani ritorna peggio di

prima. C'è stato un giorno che non lo si volle in nessuna camerata.

Molti rifiutanti vennero castigati con della cella di rigore. In

prigione non si sa come fare. Se si protesta si è puniti e se non si

richiama con questa misura l'attenzione dell'autorità carcerarie, si

mangia come bestie.

«Tutto il mio essere sta in piedi con trentacinque centesimi al

giorno. Ecco come li ho spesi stamane. Ho comperato cinque centesimi

di sapone, dieci di pane bianco, cinque di patate, tre di cipolle, due

d'aglio, tre di sale, cinque di fichi secchi e due di carta per la

pulizia. La carta per i bisogni corporali e il sapone non dovrebbero

essere a spese del condannato. Come? volete educarmi, e mi impedite di

tenermi pulito e di lavarmi come si lavano tutti i cristiani! I fichi

secchi ho dovuto gettarli nelle immondizie che raccogliamo

nell'angolo. Li aprivo, e uscivano i bachi. Don Davide, mi fece

dimenticare i fichi con un motto latino. _Sursum corda. Sit gressus ad

superiora; melius est ascendere_. In alto i cuori. Volgiamo i passi

alle regioni superiori; è miglior cosa salire.

«Siamo fortunati che non c'è specchio. Ci spaventeremmo. Sento che la

pelle della faccia mi stiracchia da tutte le parti.

«Ho dovuto comperarmi due centesimi di refe per trasportarmi il

bottone dei calzoni. Senza bretelle, li perdo. Sono diventato magro,

magro. Ho i miei dubbi che si esca tutti. Ho sempre avuto schifo dei

sorci. Ma se ce ne fosse uno abbrustolito lo mangerei con l'appetito

dei parigini durante l'assedio della loro capitale. È strano che non

ci siano topi in questo vecchio edificio. Noi non ne abbiamo mai

veduto uno. Ci sono parecchi gatti. Ma rimangono tutti nel cortile e

sono sotto la protezione di una guardia alta, addetta alle celle di

rigore. Un gatticidio potrebbe costarmi parecchi mesi di cella di

rigore e di camicia di forza.

«La ciarla si è ammorzata. Non parliamo più tanto. Una lettera

suscitava, settimane sono, una discussione che durava delle ore.

Adesso la si legge e la si lega con le altre. Sembriamo tanti

nevrastenici. La nostra conversazione è diventata monosillabica. Ci

guardiamo difficilmente in faccia.

«Ho comunicato a Federici i miei timori. Ho paura di uscire idiota. Ci

sono dei momenti in cui sono obbligato a mettermi la mano sulla testa

per paura che mi scappi il pensiero. Egli mi disse che è dovuto alla

mia cocciutaggine di non voler mangiare abbastanza. In carcere bisogna

essere alliatrofago. Inghiottire ogni cosa, anche se ributtante. Con

trentacinque centesimi non si può vivere. E con trentacinque centesimi

mi compero il limone, il sapone, il refe, gli aghi e i bottoni che

perdo. I bottoni sembrano stati attaccati con gli sputi. Son sempre in

terra. Questa mane al passeggio mi sono lustrato le scarpe. Il

sottocapo mi disse che erano indecenti. Erano ormai divenute rosse.

«Ha ragione Federici. E poi tutti i giorni insalata! Son tre giorni

che mi brucia lo stomaco e non la mangio più con lo stesso piacere. Mi

danno 100 grammi di bue in umido per quattordici centesimi. Ma è

necessario uno stomaco foderato di rame per trangugiarlo. A me ha

provocato la nausea.

«Ho notato che Federici verso gli ultimi del mese diventa più cupo.

Pare che incominci a pensare al suo colloquio. Non sono che lui e don

Davide che hanno la consolazione di vedere qualcuno che non sia di

questa casa maledetta. Dopo il colloquio con la sua signora, Federici

risale gaio, amico di tutti, coi saluti per tutti.

«Come mi farebbe bene una goccia di cognac! Mi tirerebbe su lo stomaco

e mi ridarebbe le forze perdute. Il mio corpo deve avere una

calorificazione incompleta. Stanotte mi sentivo freddo. O piuttosto mi

pareva di avere in me un umidore freddo che mi andava dalla radice dei

capelli alle unghie dei piedi. Provavo la sensazione di un organismo

che sta raffreddandosi. Sommerso nell'ombra e nel silenzio

m'intenerivo. Mi sentivo le lagrime in gola e non piangevo. Che cosa

pagherei a essere un fisiologo consumato! Potrei uscire con un diario

completo sulle sensazioni della fame. A me pare che ne risentano tutti

gli organi. Sono spossato dappertutto. Il cervello pare vuoto, la

testa è indolenzita e pesa due volte, le braccia sentono il bisogno di

rimanere adagiate, i polpacci delle gambe paiono carichi di piombo e i

piedi mi danno l'idea che stiano per slogarsi. E tuttavia, dopo i

primi giorni, non ho mai provato le insurrezioni di una fame canina.

Mastico senza piacere come un automa.

«I miei movimenti sono diventati lenti e faccio fatica a tener aperti

gli occhi. Sono determinato a rifarmi con la pagnotta, ma la mia

determinazione non val nulla dinanzi all'atonia dell'apparecchio

digestivo. La forza digestiva è come interrotta. Ieri sera stavo

facendo il letto e ho dovuto sedere sul materasso due volte. Mi

sembravo vicino al deliquio. Federici è stato buono anche questa

volta. Mi ha dato un cucchiaio di magnesia effervescente. L'ho bevuta

col piacere che da lo champagne. Ho respirato più liberamente.

«Ghiglione è andato dal medico. Non ci ha detto nulla. È egli

ammalato? Non è ammalato?

«Vi sono andato anch'io, ma solo per domandargli il permesso di un

bagno. Io mi immergo sempre con piacere nell'acqua. Non capisco come

le persone possano tirare innanzi degli anni senza mai buttarsi

addosso un secchio d'acqua. Pulitevi, se volete star sani!

«Nessuno dorme profondamente. L'insonnia è generale. Qualcuno parla o

straparla. Stanotte ho dovuto confessare alla guardia scelta di ronda

che stavo proprio male. È andato in infermeria e mi ha portato una

polverina di bismuto e magnesia. È un'infermeria che non ha nulla.

Tutti gli ammalati sono curati con delle polverine di calomelano, di

bismuto e magnesia e di bicarbonato di soda. C'è qualche pennellata di

tintura di iodio per i reumatismi e i dolori acutissimi e basta. Il

cavadenti è un condannato. È un vero miracolo che egli non abbia mai

smascellato qualcuno. Il suo sistema è questo: mette la testa del

paziente sulle ginocchia, gli guarda in bocca, si fa puntare col dito

il dente cariato, l'agguanta con la tenaglia e tira. Spesso, nello

sforzo, si levano in piedi operatore e paziente e l'uno segue l'altro

fino alla parete. A una di queste operazioni era presente don Davide.

«Siamo salvi o per lo meno siamo salvi per un po' di giorni. La

signora di Federici è riuscita a far passare del cioccolatte. Deve

avere sgelato il cuore della direzione. Federici ha incominciato

subito col distribuirne due pezzi a ciascuno di noi. Mi sentii

immediatamente ristorato. E non ne ho mangiato che uno. Il secondo

sono stato capace di tenerlo in tasca fino alle sei di sera. Poi ho

cominciato a scartocciarlo con l'intenzione di non rosicchiarne che un

angolo e non ho smesso che a tavoletta finita. Ingordo!

«Ho passato una buona notte e alla mattina mi sono messo a leggere di

gusto. Credendo che fosse permesso a tutti di mangiare del

cioccolatte, ho scritto subito a casa di mandarmene due chilogrammi.

Son stato chiamato dal capo, il quale era incaricato dal direttore di

farmi sapere che il cioccolatte non è nel regolamento. Al Federici

venne dato perchè era giunto come pacco postale e a sua insaputa. Se

giungesse anche a me, a mia insaputa, si potrebbe fare lo stesso.

«Ci sono state annunciate delle cassette, di biscotti. Sarebbero stati

provvidenziali. Li abbiamo aspettati per due giorni. La direzione ci

ha fatto comunicare che potevamo rimandarli a chi ce li aveva spediti

o regalarli all'ospedale di Finalborgo. Non potendo mangiarli noi,

abbiamo votato per gli ammalati.

«Federici, ci tiene in piedi col suo cioccolatte. Non appena ci si

porta la pagnotta, egli va da tutti con una tavoletta e li costringe

ad accettarla. Una tavoletta di cioccolatte in galera, nella nostra

condizione, val un tesoro. Pochi se ne disfarebbero con tanta

sollecitudine. Bisogna avere del cuore per compiere sagrifici come

questi.

«Novità. Ci deve essere qualcuno che lavora per noi. Il periodo della

fame che produce le allucinazioni è finito. È venuto un ordine che ci

permette di spendere settantacinque centesimi al giorno. Abbiamo

subito domandato il permesso di farci fare, a nostre spese, una

minestra collettiva da venticinque centesimi ciascuno. Ci è stata

concessa.

«Incominciamo a smutriarci. Facciamo delle spanciate di baccalà fritto

per venti centesimi. Beviamo quasi tutti un quarto di vino per nove

centesimi. È brusco, accidenti se è brusco! Io e Lazzari siamo

ritornati al pane bianco. Anche Chiesi e Suzzani si son dati al pane

bianco. Don Davide e Federici resistono e continuano col pane della

casa. Il piatto più buono sono le uova al burro arrostite, per

ventidue centesimi. Vi manca però il burro e se c'è lo vedono appena.

Non poche volte sono putrefatte, ma a lamentarsi ce le cambiano. Ci si

dà una tazza di caffè per dieci centesimi. È una tazza di un

boccalino, ma imbevibile. Io e don Davide abbiamo tenuto duro per

qualche settimana, ma abbiamo dovuto rinunciare anche a questo lusso.

Nella tariffa dei generi in vendita nella dispensa, è stata introdotta

la polenta. Con otto centesimi ce ne danno trecento grammi. È buona.

Con ventisei centesimi di salsiccia in umido e una sleppa di polenta,

inaffiata dal quinto di vino, non si crepa. Mi duole che la

concessione della spesa sia stata accordata alla sola nostra camerata.

E le altre, non sono piene di reclusi stati condannati dagli stessi

tribunali militari per un identico delitto?

«Sette dicembre. Non si muore più di fame. Il Governo ci ha inviato il

commendatore Berardi a comunicarci personalmente che da oggi possiamo

mangiare e spendere quello che vogliamo noi. Egli è già stato a

comunicare la stessa notizia al Romussi e al De Andreis nel reclusorio

di Alessandria e a Turati in quello di Pallanza.

«Ecco che cosa mi ha detto:

--Io sono un ispettore inviato dal Ministero. So che lei adesso non

può spendere che settantacinque centesimi e che questo aumento non le

è stato concesso che pochi giorni sono. Da oggi io posso comunicarle

ch'ella può spendere per il suo vitto cinque o anche dieci lire al

giorno, se lo desidera. Non c'è limite. Se non le piace la cucina del

reclusorio può servirsi dell'osteria o dell'albergo di fuori. Desidera

qualcosa altro?

«Uno dopo l'altro gli domandammo due _arie_, cioè tre ore di

passeggio. Perchè un'ora sola, lesinata anche quella, non ci dava

esercizio sufficiente per conservarci sani:

--Concesso, rispose a ciascuno di noi. Desidera qualche cos'altro?

--Se si potesse fumare qualche sigaretta.

--Lo domanderò al direttore. Se fossero completamente separati dagli

altri, non esiterei a dire di sì senza interrogarlo. Lei sa che cosa

voglia dire il vizio di fumare. Gli altri che sentissero il fumo

impazzirebbero e farebbero un chiasso indemoniato e non avrebbero

torto. D'altro?

--Lei sa che noi siamo tutti bevitori di caffè. Se ci permettesse di

comperarci la macchinetta, il caffè, lo zuccaro, lo spirito e di

farcelo quando vogliamo noi, in camerata?

--Concesso. D'altro?

--Scusi, se abuso.

--Faccia, perchè io sono venuto qui per contentarli.

--Grazie. Senta, ci sono libri che il signor direttore non ci consegna

perchè si ostina a considerarli immorali o pornografici. Lei sa che

noi siamo abituati a leggere tutto.

--Concessi. D'altro?

«Mi curvai. Egli mi strinse la mano. Così va fatto.»

...............................................

«Sono uscito con l'indulto. L'indulto è una remissione di pena, è un

perdono. Chi ve lo ha domandato? E se non ve l'ho domandato perchè non

mi date il permesso di rifiutarlo? Non so che farmene del vostro

perdono.

«Sono uscito arciconvinto che nei reclusori italiani si istupidisce la

gente con la fame.

«Un anno di reclusione, con seicento grammi di pane in due razioni e

due mezze gamelle di pasta in brodo al giorno, basta per ritornare

alla società secchi come chiodi e col cervello completamente

rammollito.»

PS.--Permettetemi di aggiungere due parole alle note di Finalborgo.

Sono stato perdonato, non è vero? Ma, o signori, o cosa direste se io,

legge, vi mettessi sotto chiave per dei mesi e poi vi perdonassi? C'è

stato un processo, lo so. Non siamo mica stati mandati alla reclusione

così alla cieca. Ci si è detto che avevamo commesso un delitto. Ma

anche noi, o signori, abbiamo detto e ridiciamo che ci si è mandati in

galera innocenti. E se siamo stati mandati in galera innocenti, non

c'è che una via alla riparazione. Rifare il processo, restituirci

quello che ci si è tolto e risarcirci dei danni. Il risarcimento dei

danni vogliamo, o signori, che ci avete mandati in galera e ci avete

lasciati fuori come mendichi che avessero limosinato l'indulto. Non

altro.

__Achille Ghiglioni.__

Sono sicuro che se Achille Ghiglioni dovesse autobiografarsi, si

presenterebbe ai lettori come un uomo senza importanza. Al Castello,

nella stanza lungo il ballatoio che dà sul cortile della Rocchetta

egli, con grande modestia, si meravigliava di trovarsi impigliato nel

processo dei giornalisti.

Con noi, nella quinta camerata di Finalborgo, è stato il modello degli

uomini industriosi. Si alzava e si metteva al lavoro. In un giorno

egli studiava, senza mai stancarsi, un po' di tedesco, un po' di

olandese, un po' di spagnuolo, un po' di musica, un po' di manuale del

capomastro, un po' di stenografia, un po' di disegno, un po' di

computisteria, un po' di letteratura moderna, un po' di Porta e un po'

di altre cose che non ricordo.

Egli è entrato ed è uscito un tenace cooperatore.

__Io e Federici ritorniamo a Finalborgo.__

La «catena» era composta di noi due. Il vagone cellulare era nuovo e

non puzzava di biacca. Le celle erano assai più comode delle altre del

primo viaggio. I carabinieri non sembravano cattivi diavoli. I ferri

erano noiosi, ma non ci pigiavano i polsi come le altre volte. Chiusi

nelle due celle in fondo, l'una in faccia all'altra, vicini alla

finestra del vagone, non mancavamo di qualche boccata d'aria.

Ricordandomi dei due viaggi, mi dicevo contento.

--Almeno qui, non si crepa. Mi misi in bocca una sigaretta con un po'

di fatica e con un po' di fatica riuscii ad accendermi Io zolfanello.

Federici attraversava la tempesta. Era tetro, non diceva nulla e non

rispondeva alle mie interrogazioni, che volevano distrarlo, se non con

dei monosillabi che non invitavano alla conversazione. Forse si

sentiva umiliato a rifare la strada che conduceva a un reclusorio dal

quale era uscito con tanto piacere, dove erano persone che non amava

rivedere o persone con le quali non avrebbe scambiato una parola, gli

fosse costata la lingua.

Verso Sampierdarena i lineamenti facciali di Federici assunsero una

parvenza di dolcezza. L'uomo stava per convincersi che era inutile

lottare contro l'invisibile. Eravamo nelle mani di sconosciuti che ci

sbalestravano da una parte e dall'altra e bisognava adattarsi. Anche a

me sarebbe piaciuto andare in un altro reclusorio, dove avrei potuto

raccogliere del materiale nuovo, dove avrei potuto fare la vera vita

del galeotto con dei galeotti autentici, dove avrei potuto studiare

tipi che nella quinta camerata non avrei mai trovato. Ma pazienza,

ormai mi hanno abituato a fare la volontà degli altri.

A Sampierdarena il nostro vagone venne staccato e lasciato fuori dalla

tettoia. C'era un intervallo di due ore e mezza. Era un'altra

punizione che avremmo scontata se i carabinieri non avessero avuto

fame. Avevano appetito, volevano mangiare col sedere sulla scranna, e

dare anche a noi il modo di far colazione più comodamente che

ammanettati nella cella. Ci domandarono se volevamo cavarcela con

qualche cosa di asciutto in cella o se preferivamo di andare alla

sezione dei carabinieri con loro. Io non esitai un minuto a votare per

l'uscita. L'idea di muovermi e di respirare l'aria libera mi metteva

gli aghi nelle gambe.

L'indugio di un attimo mi diventava un supplizio. Mi faceva salire le

fiamme alla faccia e mi dava l'impressione che soffocavo. Federici era

riluttante. Lui e Romussi, nel viaggio di traduzione, avevano imparato

che per le strade, di giorno, si attira l'attenzione di tutti i

passanti. Vinse l'aria libera. Uscimmo e fummo contenti. La gente

sostava sulle botteghe, i ragazzi ci correvano dietro, i passanti si

fermavano a vederci, alcuni commentavano, ma noi passavamo senza

darcene pensiero. Ormai ci avevamo fatto il callo.--Chi ci conosce ci

conosce e chi non ci conosce felice notte.

Giunti alla sede dei carabinieri ci si chiuse in uno stambugio buio

più di una cantina, esalante la mefite. Incominciavamo a dolerci di

non essere rimasti in gabbia.

--Piuttosto che mangiare in questo luogo, preferisco la fame.

--Anch'io. Ma vedrai che non saranno tanto cani.

Stavano a farci preparare la tavola.

Facemmo colazione nella loro cucina, la quale aveva una larga apertura

verso il cortile. Mangiammo due ossi buchi indimenticabili. Erano

eccellenti. Bevemmo del vino eccellentissimo, e facemmo scomparire un

pezzo di formaggio di gorgonzola bianco e un'alzata di uva e pesche

saporitissime.

--Vogliono anche il caffè?

--Vada per il caffè!

--La Cassazione ha parlato e può darsi che questa sia l'ultima

colazione dell'uomo libero.

--Non pensiamoci. Ce ne sono tanti in galera e non sono morti.

I carabinieri dicevano anche loro che la bestia non era poi così

brutta come la si dipinge.

--E poi loro! ci si diceva. Usciranno più presto di quello che

credono. C'è tanta agitazione per il paese.

--Sembra che non ci siamo che noi in prigione!

Il maresciallo della caserma era un uomo tarchiato, con una faccia

grossa e grassa da bonaccione.

--Li condurrò alla stazione in carrozza per non farli passare traverso

la folla.

--Grazie.

--Pagheranno la vettura!

--S'intende.

Alla stazione venimmo circondati da una moltitudine che aumentava di

minuto in minuto.

Entrammo in un vagone di terza classe. È stata una vera sorpresa. Non

eravamo mai stati così bene.

Prima che suonasse il campanello della partenza, un signore ottenne il

permesso di salire sul predellino a stringere la mano a Federici.

--Faccia buon viaggio.

--Grazie.

Il signore era commosso. Federici con le mani legate non aveva potuto

stringergliela come avrebbe voluto.

--Partenza!

Il maresciallo ci salutò con un gesto della mano.

Al reclusorio trovai il capo guardia in collera.

--Lei si lascia intervistare!

--Da chi?

--Lei si lascia intervistare dai giornalisti per dir male del

Reclusorio.

Mi vennero in mente parecchi giornalisti che erano venuti a trovarmi

nel camerotto indecente della Corte d'Appello di via Clerici. Chi sa

che cosa mi avranno fatto dire!

--Lei si lamenta!

--Certamente che io sto meglio fuori.

--Non doveva entrare se non le piaceva!

--Non ci sono venuto spontaneamente.

--E va bene, loro hanno sempre ragione!

--Mi faccia leggere questa intervista e le dirò se quello che ho detto

è esatto.

--Gliela farà leggere il direttore!

__I lavoratori della quinta camerata.__

Erano dei mesi che intisichivamo dietro la speranza che un giorno o

l'altro ci avrebbero restituiti il calamaio e la penna. Senza la

distrazione di vuotarci la testa coll'inchiostro, non sapevamo che

infelicitarci con discussioni pessimistiche o nere fino in fondo. Non

vedevamo che delusione e dolore. Anche quando traluceva qualche lampo,

si finiva per intetrarci o immusonirci assai più che seduti sotto le

finestre di faccia a Capra Zoppa, senza una parola.

Non ci si proibiva di leggere. Ma si legge male in una camerata e in

una camerata ove gli individui sono padroni di fare quello che

vogliono. Tu leggi, e gli altri chiacchierano. Tu leggi, e due amici

ti passano innanzi e indietro sussurrandoti il coro:

A casa, a casa, amici,

Ove v'aspettano,

Le vostre spose.

Tu leggi, e un compagno zufola e rizufola per il lungo e per il largo,

per delle ore, l'_Inno dei lavoratori_ e subito dopo, un altro, te ne

canticchia la prima quartina, ricominciandola con sempre crescente

piacere:

_Su fratelli, su compagni.

Su venite in fitta schiera,

Sulla libera bandiera

Splende il sol dell'avvenir._

Tu leggi, e due altri passeggiano, come in una caserma, o lungo un

corridoio, o nel cortile, con le braccia sulla schiena, battendo i

tacchi, scombussolandoti il pensiero col tremuoto dei piedi. Tu leggi,

ed ecco un animale che si sveglia di soprassalto, con dei versi in

bocca:

_Me non nato a percuotere

Le dure illustri porte,

Nudo accorrà, ma libero,

Il regno della morte._

Tu leggi, e nasce una conversazione che ti prorompe nel cervello come

una gazzarra di voci, ma che finisce per piacerti e uncinarti a

prendervi parte. Tu leggi, e un prigioniero si sbottona e ricorda

aneddoti contemporanei che ti fanno chiudere il libro, tanto sono

interessanti. Tu leggi, e un agente del reclusorio ti chiama dabbasso,

in direzione, per una cosa che ti si poteva dire con un monosillabo, o

anche fra cento anni. Tu leggi, ed entrano i battitori a scomodarti e

a rintronarti le orecchie. Tu leggi, e suona la campana della

distribuzione della minestra e del pane. Tu leggi.... Credetelo, in

una camerata perdete l'illusione di potervi sommergere in un libro per

ritornare alla vita rifocillato di qualche cosa.

Col permesso di scrivere, il nostro tempo penale si accumulava e si

accorciava rapidamente. Qualche volta si avrebbe voluto che la

giornata di diciassette ore fosse più lunga, per avere modo di

prolungare la gioia del lavoro. C'era tra noi la gara degli operai a

cottimo. Ci si alzava e ciascuno andava al proprio posto. Chiesi e

Federici avevano un tavolo nello spazio in fondo, a fianco della

finestra. Il primo scriveva dalla mattina alla sera, senza mai

smettere che all'ora dei pasti o quando aveva bisogno di stiracchiarsi

le braccia, appendendosi al bastone più alto dell'inferriata. Senza i

libri necessari per un'opera descrittiva, o storica, o politica, egli

si era votato interamente al romanzo--un lavoro, da quello che vedevo,

che non gli costava che la fatica manuale. Non è mai a secco nè di

idee nè di scene. Dotato di un apparecchio digestivo che non gli

annoia il cervello, e arciricco di vocaboli, egli poteva prendere la

penna ad ogni minuto, digiuno o col boccone in bocca, quando pioveva a

diluvio e quando il sole si riversava nella nostra camerata come

un'allegria. Alla mattina riprendeva il filo del racconto senza

neppure degnarsi di leggere l'ultima frase e, dopo la colazione, il

passeggio e il pranzo, ricominciava come se non vi fosse stata

interruzione. Il Sue si popolava il tavolo, sul quale scriveva, di

pupazzi per tenere a mente i personaggi che gli nascevano a mano a

mano che entrava nella intimità del romanzo. Gustavo Chiesi ha potuto

completare _Il Corpo di Ballo_--un romanzo d'ambiente che racchiude

tutta la popolazione del palcoscenico della Scala--senza sciupare più

di alcuni nomi scritti sul cartone dei fogli che produceva. Il suo

modo di composizione è dei più semplici. Incomincia la prima riga e

tira via senza mai voltarsi indietro, cioè senza mai dare un'occhiata

alle cartelle che la sua penna ha ammonticchiato. Non cancella che di

rado, una volta o due alla settimana. Non potendo leggere il suo

manoscritto per la sua calligrafia illeggibile, non lavora di lima che

sulle bozze. Ma è difficile ch'egli si permetta di alterare una frase.

Sul suo stampone non vedete ai margini che poche correzioni o dei

segni che paiono lasciati giù da una mosca che lo abbia percorso con

le zampe umide d'inchiostro. Perchè la frase gli esce limpida,

corretta e brunita, come da una officina. In pochi mesi ha scritto tre

romanzi, letto parecchi volumi e mantenuta una corrispondenza

abbastanza voluminosa.

Il secondo, cioè Federici, si alzava sempre prima di ogni altro, un

po' perchè amava il pediluvio quotidiano, e un po' perchè gli piaceva

diguazzare del catino più lungamente degli altri. Iniziava i suoi

lavori con una spanciata di verbi inglesi, che egli si trangugiava

tranquillamente, tra un passo e l'altro, fatti colla leggerezza e la

mollezza della gallina che non disturba. Lo si vedeva andare in su e

in giù, rasente le brande, colla grammatica sotto gli occhielli

scintillanti, o chiusa con l'indice tra le pagine, con la sinistra sul

collo della destra o cogli occhi che vagolavano per il soffitto come

quelli dell'inspirato o dell'uomo che manda versi o prosa a memoria.

Dopo la distribuzione del pane, la quale avveniva verso lo ore otto,

sedeva e si metteva di schiena al lavoro di traduzione, divorando un

esercizio dopo l'altro, senza magari dire una parola.

E noi, fino a quando non si sapeva di che umore si era alzato, ci

guardavamo bene dal buttargli l'amo della ciarla. Perchè, malgrado la

gentilezza e la squisitezza d'animo, il Federici, era il compagno più

difficile della camerata. Non si sapeva mai da che parte pigliarlo.

Proprio nel momento in cui lo credevate il vostro migliore amico, poteva

scattare per un nonnulla o vi poteva tappare la bocca con una di quelle

parole solenni che arrivano alla testa come un pietrone, o vi poteva

isolare per un tempo indeterminato, senza mai accorgersi della vostra

presenza, anche se vi trovavate gomito a gomito o a faccia a faccia,

allo stesso tavolo. Terminato il boicottaggio, risentivate l'amico che

vi dava il buon giorno, che spartiva i suoi cinque centesimi di frutta

con voi, che vi dava, se ne aveva, con la miglior grazia del mondo, un

pezzo del suo cioccolatte eccellentissimo, o che si metteva con voi al

passeggio, ingolfandovi in una conversazione piacevole e spesso

istruttiva.

Il tempo che gli lasciava l'inglese lo consumava nella lettura.

Leggeva romanzi, filosofia, storia e tutto ciò che di buono gli

capitava tra le mani. In musica mi parve più che un orecchiante o un

buongustaio. Canticchiava sovente le arie popolari o più conosciute

delle opere moderne--sapeva dei pezzi di Wagner come e assai più del

Chiesi che aveva propalato e difeso il maestro di musica dell'avvenire

con uno studio, e correggeva le voci stonate degli altri che volevano

imitarlo.

Don Davide incominciava dopo la messa. Prima della messa passeggiava

impaziente. Se la guardia, che doveva accompagnarlo nella cappelletta,

ch'egli aveva l'audacia di paragonare a un'oasi nei claustri del

dolore, tardava un po', diventava nervoso. Anche noi, il mattino, non

appena in piedi, sentivamo un bisogno immenso di uscire da uno

stanzone dal quale l'afa se ne andava assai lentamente. Per il 2557 un

minuto diventava un secolo. Percorreva la camerata a passi lunghi, con

le mani sul dorso, sotto la giacca, con la faccia torva.

Lo si chiamava e si fingeva di credere ch'egli andasse a compiere i

suoi uffici divini fuori del Reclusorio.

--Don Davide, fate il piacere di comperarmi trenta centesimi di

sigarette virginia.

--Don Davide, se vedete il pollivendolo, mandateci a casa un'anitra,

sgrassata, come quella della settimana scorsa.

Don Davide, non dimenticate di passare dall'oste, che siamo senza

vino.

Don Davide, se trovate del pesce fresco, mandatene a casa una

padellata.

Rientrava ilare e pieno di scuse. Ci diceva che il pescivendolo era

alla spiaggia, che il tabaccaio era andato alla dispensa e che il

pollivendolo non veniva in paese che tre volte la settimana.

Si metteva al lavoro senza indugio. Il suo tavolino era tra il

finestrone e la sua branda. Si perdeva su suoi fogli di protocollo

fino a colazione. Durante il lavoro taceva volentieri, ma non andava

in collera se lo si interrompeva e se si faceva di tutto per fargli

perdere del tempo.

_Chiesi_: Don Davide, come state?

_Don Davide_: Bene, grazie.

_Chiesi_: Che cosa supponete che stiano dicendo, in questo momento, De

Andreis e Romussi?

_Don Davide_: È difficile indovinarlo.

_Chiesi_: Ve lo dirò io che cosa stanno pensando. Stanno pensando a

una chicchera di caffè buono, magari con una goccia di grappa

buonissima.

_Don Davide_: Piacerebbe anche a me, adesso, una tazza di caffè caldo

con uno spruzzo di grappa di quella che ho a casa mia, a Filighera!

Riprendevano il lavoro e poi ricominciavano il dialogo.

_Don Davide_: Che opinione hai tu questa mattina sull'amnistia?

_Chiesi_: Conosco Pelloux. È un soldato, ma un soldato che ha sempre

fatto parte della sinistra. È impossibile ch'egli si mangi il passato

in un boccone. Lascerà passare la tempesta per contentare un po' i

fanatici e poi, alla prima occasione, metterà nel discorso reale, per

guadagnare della popolarità al re, l'amnistia.

Interveniva qualcuno di noi a dire che un soldato non poteva dar torto

ai soldati.--L'amnistia che cosa vorrebbe dire? Che le sentenze

militari sono state ingiuste. E questo un generale non lo può dire.

_Chiesi_: Tu non conosci Pelloux. Nella sua vita parlamentare ha

dimostrato più di una volta di non essere quello che gli inglesi

chiamano un _martinet_ della caserma. L'esercito non può fargli

dimenticare che c'è della gente che soffre ingiustamente.

_Don Davide_: Vedremo.

_Chiesi_: Non sì tratta di voi, don Davide. Voi siete qui per «fini

speciali».

Don Davide intingeva la penna con un risolino, la piegava dolcemente

sul pezzetto di carta che si teneva a destra, e si rimetteva a

scrivere. Nessuno ha mai potuto leggere una riga dei suoi manoscritti.

Ma dai discorsi si sapeva ch'egli riempiva le pagine di impressioni,

di reminiscenze, di note autobiografiche, di vita giornalistica, di

articoli di polemica e di sfoghi poetici.

La sua calligrafia non fa mettere gli occhiali. È nitida e arieggia

l'inglesino. Non è quella dello scrittore che va via all'impazzata e

lascia agli altri la briga di capirla. Se il pane terroso non gli

aveva fatto peso o non gli aveva gonfiato il ventre, il pensiero gli

si sgomitolava senza interruzioni. Giornalista col fondaccio

letterario, gli piace, quando non è infuriato dalla rotativa, rifare

il manoscritto, senza toccarlo troppo o levargli la naturalezza della

prosa spontanea. Il suo stile è pastoso, la sua prosa calda, la sua

penna duttile, il suo periodo limpido come un cristallo. Con qualche

predilezione per la frase pariniana, rifugge dalle inversioni del

poeta del _Giorno_, che svogliano il lettore. L'ingiustizia gli scalda

il calamaio e gli fa produrre una prosa vigorosa, senza ridondanze e

senza i plebeismi del Baretti. Con o senza collera egli non è mai

volgare. Il suo ingegno poliedrico fa pensare a don Margotti. La

tendenza sentita negli scritti di don Davide è la mestizia o piuttosto

l'emozione.

Le tre mila lettere ch'egli ha scritto durante la sua

prigionia--lettere che potrebbero formare, per il pubblico cattolico,

un epistolario interessantissimo--ne sono un documento. Sono in esse

la sua bontà infinita, lo spandimento della sua anima mal rassegnata a

stare in prigione, l'affezione intensa per la gente ch'egli ama e che

lo ama, il perdono incommensurato per tutti gli avversari pentiti che

gli hanno tribolata l'esistenza a 52 anni, proprio quando, diceva lui,

si ha bisogno di un po' di vita buona.

In prigione non ha mai avuto rimpianti. Egli è sempre stato orgoglioso

del suo passato. Non ha mai avuto che parole d'amore per la sua penna

che l'ha mandato «tra i ferri anzichè adattarsi a mentire e adulare»,

come non ha avuto che trasporti per il suo _Osservatore Cattolico_

«divenutogli più che mai prezioso, ora che gli ha procurato il

carcere, e dato occasione di soffrire per la causa che difende e

dimostrare che seriamente anche in faccia alla morte, la difende e la

difenderà sempre.»

Costantino Lazzari consolava i suoi ozii forzati nel silenzio, nella

lettura, nel disegno. Taceva per delle ore, leggeva volumi ponderosi

senza sbadigliare, rileggeva i _Promessi Sposi_ con piacere, la _Vita_

di Benvenuto Cellini direi quasi con entusiasmo e il _Sant'Ambrogio_

di Romussi, superbamente illustrato, con ammirazione, e disegnava,

disegnava sempre. Disegnava galeotti, secondini, reclusi, frontoni del

reclusorio, compagni di camerata. Copiava danzatrici, madonne, bimbi,

uomini illustri, donne celebri, quello che trovava nelle riviste e nei

libri illustrati. Con la tenacia del volere è potere, dell'uomo che

vuol riuscire ad ogni costo, la sua matita faceva progressi

meravigliosi. Le sue figure prendevano forma, diventavano vive,

assumevano la grazia dell'arte.

--Perchè non smetti di fare il commesso viaggiatore e non ti dai

interamente al lapis che ti serve così bene e che ti darebbe una vita

meno stentata?

Perchè era troppo tardi, perchè non aveva fantasia, perchè l'artista,

per essere tale, non deve essere tormentato dai bisogni urgenti della

vita, perchè altri lo precedevano di parecchie miglia.

Non so s'egli abbia continuato e se continui. So che, se all'abilità

del disegno egli potesse aggiungere la sollecitudine, potrebbe

diventare un giornalista che illustra i suoi e gli articoli degli

altri. Egli non è l'ultimo dei ritrattisti. Ha disegnato un don Davide

seduto, vestito da galeotto, il quale resterà il suo capolavoro di

Finalborgo. Ci ha dato una mezza figura di Chiesi mirabile e un

Suzzani intiero, con la gamella in mano, che non dimenticherò

facilmente. Ma io sciupo le parole come il padre di Cellini che voleva

fare del figlio un suonatore di flauto e di cornetta. Cellini lo

contentava di tanto in tanto, con qualche pifferata. Ma continuava per

la sua strada a cesellare. Così sarà di Costantino. Egli diventerà

tutto fuorchè un artista.

Le ore della sera erano le più tranquille. Si passava come

dall'inferno al paradiso. Chiesi, Federici e don Davide--il primo in

mezzo e gli altri due in faccia--avevano una lampada a petrolio in

comune sui loro due tavoli riuniti. Noi quattro ci servivamo della

lampaduccia a luce elettrica, la cui poverezza di luce ci faceva

chinare sovente gli occhi, o ci lasciava per dei minuti sotto un

rossore crudele. Migliorammo la nostra condizione quando a furia di

guardarla ci accorgemmo che aveva del filo attorcigliato che ci poteva

servire per allungarla fin quasi al tavolo.

Tutto sommato, erano ore deliziose. Il chiasso delle camerate vicine

alla nostra cessava con la campana del silenzio. Salvo qualche gola

che sprigionava versi da dannato o qualche voce che dava fuori nel

sonno o qualche disgraziato che manifestava i suoi tormenti fisici con

degli: _oh Signor! femm morì, femm!_, potevamo supporci in un

sepolcro. Si poteva sentire la penna di qualcuno che s'impuntava sulla

carta, o il piede di cimossa di un sottocapo in giro a origliare e a

guardare attraverso i pertugi, o la respirazione di un recluso al di

là della parete, male adagiato. Lo starnuto di Lazzari, fatto a bella

posta per ricordarci che eravamo vivi, ci faceva trasalire o

sussultare come quando si sentono sulle spalle le mani degli

sconosciuti che vi dichiarano in arresto in nome della legge.

Si lavorava immersi nel lavoro. Chiesi a mettere in iscena i suoi

ballabili, don Davide a scrivere una epistola dopo l'altra per vivere

di ricordi e riallacciare i legami col mondo che lo conosceva, Lazzari

a riprodurre il momento storico dei tre lavoratori con un disegno

grandioso che toccava e ritoccava ogni sera senza dirlo mai finito,

Ghiglione a illustrare le parole di un dizionario tedesco con l'idea

froebeliana che chi legge _Himmel_ accanto a una chiazza di cielo e

_Frau_ dinanzi a una testa di fanciulla, impara una lingua e vapore e

non la dimentica più mai.

--Come farai, gli domandavo, a illustrare _ich habe kein Geld_?

--In un modo semplice. Mettendo tra le parole un individuo che si

fruga svogliatamente nelle tasche.

--Ma il tuo dizionario diventerà una montagna!

Federici allargava la zona dei suoi studi nella letteratura di altre

lingue, in manica di camicia, senza mai smettere, senza mai aprire

bocca, come se fosse stato obbligato dal regolamento carcerario a

divorarsi un dato numero di pagine, e Giovanni Suzzani si sprofondava

nei romanzi dell'editore Aliprandi, scoppiando talvolta in risate così

plateali e così rumorose che costringevano il secondino di guardia a

buttare per il buco un ordine imperioso:

--Silenzio!

In certe sere..... In certe sere nessuno lasciava cadere un libro,

nessuno tossiva, nessuno si muoveva come se avessimo saputo che

avevamo alle spalle gli occhi e le orecchie degli agenti incaricati

della sorveglianza notturna.

Ci capitava addosso la ronda, col lanternone fumoso, come una sorpresa

che metteva freddo.

--Sono le dieci!

Non ce lo facevamo dire due volte. In un minuto spostavamo i tavoli,

mettevamo carta e libri al posto, lasciavamo giù le brande, facevamo

il letto e ci buttavamo sul pagliericcio senza aver modo di cambiare

la camicia.

Chiesi era sempre il primo a toccare le lenzuola. Adagiato, con la

guancia sul guanciale, incominciava subito a ruggire come una belva

con una palla nella testa. Don Davide non dormiva subito. In letto,

con una coperta che non lo copriva completamente nè da una parte nè

dall'altra, sembrava un enorme cetaceo a mezz'acqua. Si voltava

faticosamente come un pachidermo. Federici si metteva sul fianco, con

un libro in mano, in una posizione da ricevere la luce sulle pagine e

continuava la lettura per un'altra mezz'ora. Poi mi diceva:

--Ciao, Paolino, dormi bene.

--Ciao.

Lazzari, sentone, con gli occhiali che gli aveva prestato l'amico

Scannatopi e che gli davano l'aria di una vecchia in collera, si dava

furiosamente alla lettura, leggendo cento, centocinquanta pagine di un

fiato, lasciandosi magari sorprendere dalla seconda ronda col libro in

mano.

Dove siamo adesso stiamo assai meglio che nella quinta camerata. Ma

pochi di noi, rientrati in questa vita vertiginosa, rigodranno la pace

delle serate intellettuali del reclusorio di Finalborgo.

L'uomo è un animale che rimpiange perfino la galera!

__Ulisse Cermenati.__

Non so se sia in lui il giornalismo nuovo. So che è giovine e che il

giornalismo lo ha stregato. Anche dopo che la professione gli ha fatto

rasentare la porta del reclusorio, non sa staccarsene. Con la penna

del giornalista gli pare di essere più uomo.

Dal processo è uscito di carattere piuttosto timido. È buono come un

marzapane e ricco al di là delle cento mila lire, ma gli manca

l'audacia giacobina. Tutti i testi, compreso il sindaco di Lecco, ce

lo profilarono con parole che andavano al cuore. Lo stesso Plutarco di

S. Fedele non seppe o non volle adagiarlo nei colori foschi delle

altre biografie.

Sul banco degli accusati lo consideravamo un problema professionale.

Dalla sua condanna o dalla sua assoluzione si doveva sapere se un

giornale potesse inviare sul teatro di una sommossa i suoi redattori,

senza che la legge dei tribunali militari li considerasse dei

partecipanti côlti con le armi alla mano.

--Dopo l'assoluzione, gli domandai un giorno che facevamo colazione al

Savini con un amico, che cosa ti è avvenuto?

--Nulla. Io, Seneci, Zavattari, Del Vecchio, socialista, e Invernizzi,

anarchico, fummo accompagnati a San Fedele da due agenti di P. S. in

borghese, in due carrozze a nostre spese. Nella prima erano Del

Vecchio e Zavattari, nella seconda io e gli altri due. Alla porta

della questura c'era la signora Seneci, colorata dalla morte, che

aspettava il marito con la paura di perderlo un'altra volta.

L'Invernizzi e il Del Vecchio vennero rinchiusi in un camerotto per

ordine del viceispettore Prina. Zavattari e Seneci vennero rilasciati

dopo le solite formalità. Zavattari, quando l'ispettore Latini gli

fece un'interrogazione, divenne un po' agitato. Non voleva sentire più

niente. Voleva andarsene sui monti e non pensare al brutto sogno

attraverso il quale era passato. Io fui sfrattato dalla provincia di

Milano, entro le ventiquattro ore.

All'uscita trovai l'ing. Ongania, sindaco di Lecco, e l'avv. Ignazio

Dell'Oro che mi aspettavano. Stavamo per andarcene, quando il

vetturale che mi aveva condotto alla questura mi ricordò la corsa.

--Dica, e la corsa?

Non mi si avevano ancora restituiti i denari. Il mio amico sindaco

tirò fuori subito il portafogli.

_Vetturale_: Scusi, lei è forse uno del processo dei giornalisti?

--Sissignore.

Diede una frustata al cavallo e via senza la corsa,

--Ho anch'io un cuore, diss'egli scappando.

__L'arresto dei redattori dell'«Italia del Popolo» narrato da un

testimonio.__

A me pare una scena che inchiuda Bava Beccaris. Una di quelle scene

che si svolgono con una rapidità straordinaria, e lasciano dovunque

tracce di un momento che passa alla storia. Rifacendola per il tuo

libro, il mio pensiero si commuove e si contrista come dinanzi una

sventura. Gli è come rivivere l'ora tragica, in cui la stampa si

lasciava strangolare senza neppure il grido della resistenza legale.

Ma non perdiamoci in considerazioni. Tu non ne vuoi. Voialtri del

giornalismo moderno non volete che il fatto nudo e crudo. Io crepo a

digerire i fatti nella prosa arida. Ma sia fatta la volontà di quelli

che sentono l'avvenire del quotidiano diverso dal mio.

La giornata era il 7 maggio 1898--una giornata piena di sole. I fatti

di Ponte Seveso e di via Napo Torriani avevano fatto scrivere al

direttore dell'_Italia del Popolo_ l'ormai famoso trafiletto

intitolato: «Ne erano assetati». Lo salto senza commenti, perchè tu

non hai bisogno di essere sequestrato. Tu non godi i privilegi del

_Corriere della Sera_, neppure in tempi ordinari. Il _Corriere della

Sera_, il quale nei giorni di Bava Beccaris è stato fratricida, ha

potuto, senza molestia di sorta, darlo e ridarlo, tale e quale, ai

suoi lettori, in tre edizioni consecutive. Il proposito del giornale

di via Soncino Merati non può essere sfuggito ad alcuno. Lo pubblicava

e ripubblicava con l'intenzione assassina di infuriare la mano

militare contro i redattori del giornale di S. Pietro all'Orto. Questa

è storia.

Potevano essere le quattro e mezzo. Mi sentivo spossato dalla fame e

dal lavoro e la testa confusa dagli avvenimenti. In redazione c'era

stato l'andirivieni della commozione cittadina. Sembrava una sala

d'aspetto. La gente era andata e venuta sbalordita, concitata,

terrorizzata. Gli sconosciuti entravano, raccontavano con la parola

spaventata dal loro spavento o esaltata dalla loro esaltazione e

scomparivano, senza magari lasciarsi mai più vedere. Erano i reporters

spontanei delle giornate tumultuose.

I locali dell'_Italia del Popolo_ li conosci. Si entrava dal portone

della casa di via S. Pietro all'Orto, si saliva al primo piano, si

passava dallo stanzone amministrativo, si voltava a sinistra, si

entrava nella sala di redazione, e si vedeva il direttore spingendo

l'uscio in fondo alla parete di fronte.

Il _reportage_ spontaneo era cessato. Nella direzione si trovavano

Chiesi e Federici--in redazione Ulisse Cermenati e l'avvocato

Valentini, il quale, come sai, scriveva, in quei giorni, degli

articoli finanziarii. Il Seneci era dabbasso in tipografia che

lasciava andare a casa gli operai, raccomandando loro di ritornare per

l'edizione di notte. Di fuori, dinanzi il locale di distribuzione, la

folla degli strilloni aspettava con impazienza l'ultima edizione della

giornata. Ne avevano vendute delle bracciate nella mattina e nel

pomeriggio, e s'impromettevano di spacciarne assai più nella sera. Il

pubblico era ansioso di sapere che cosa avveniva, ma la cronaca di

qualunque giornale non gli portava che fatti slegati e non gli diceva

come avevano avuto principio, se erano inanellati e perchè

continuavano.

La via di S. Pietro all'Orto venne occupata militarmente. Non

pensavamo neanche che si trattasse di noi. Io poi, che avevo dovuto

essere da una parte e dall'altra e mi ero convinto che Milano stava

per diventare una rete di cordoni militari, tirai via a chiacchierare

sui tumulti spaventosi senza badare a ciò che avveniva nella strada. I

fatti ci assorbivano. Come si erano compiuti? Chi li aveva provocati?

C'era stato scambio di fucilate? Chi sarà stato il primo a far fuoco?

Annegavamo nelle supposizioni senza venire in chiaro di nulla. Il

tavolo del cronista rigurgitava di note sanguinose, ma nessuna ci dava

la chiave della giornata. La nostra conversazione venne interrotta da

una moltitudine di piedi che sentivamo venire alla nostra volta. Erano

il viceispettore Prina, il delegato Gislon, e parecchi agenti in

borghese che invadevano gli uffici dell'_Italia del Popolo_.

Le prime parole che ci dissero furono che il giornale era sequestrato.

Una notizia che ci lasciò tranquilli. Non era la prima volta che ci si

capitava addosso coi sequestri. Ma il Prina non ci permise di tirare

il fiato liberamente, senza aggiungere che era dolente di comunicarci

«la cessazione del giornale fino a nuovo ordine». Il direttore rimase

senza sorpresa. Passammo in stamperia. Assistevano alla scomposizione

del giornale Chiesi, Federici, Cermenati e Seneci. Prima di risalire

negli uffici il Prina diede ordine di non permettere l'uscita ad

alcuno.

In redazione ci si disse:

--Ci rincresce, ma siamo incaricati di fare una

perquisizione.--Nessuno di noi rispose. Tanto e tanto il nostro

consenso o la nostra protesta non avrebbe contato per nulla. Si misero

a perquisire. Guardavano nei cassetti del direttore e dei redattori,

leggevano o scorrevano affrettatamente i manoscritti, raccoglievano le

cartelle scritte o incominciate per i tavoli e frugavano e

adocchiavano dappertutto. Intanto che avveniva questa operazione,

Federici si era affacciato alla finestra, proprio nel momento in cui

De Andreis riusciva, nella sua qualità di deputato, a passare il

cordone militare. Si protese e gli disse:

--Hanno sequestrato il giornale e stanno facendo una perquisizione.

Vieni di sopra.

Due minuti dopo era anche lui in redazione. Terminata la

perquisizione, il Federici chiese, come di legge, che si facesse il

verbale delle cose sequestrate. Uno dei due funzionarii rispose:

--Lo faremo in questura, dove abbiamo l'incarico di accompagnarli.

Loro signori sono invitati dal questore per delle comunicazioni.

_Cermenati_: Allora vuol dire che siamo tutti in arresto.

_Gislon_: Non abbiamo quest'ordine e non credo ci sia probabilità

d'arresto.

_De Andreis_: Come deputato protesto per la perquisizione e per la

violazione di domicilio, senza mandato dell'autorità giudiziaria.

Suggellati i pacchi dei manoscritti sequestrati, il Prina invitò

Chiesi, Federici, Cermenati, l'avvocato Valentini e Seneci ad andare

con loro a S. Fedele.

Senici, in pantofole, domandò il permesso di mettersi le scarpe.

--Faccia.

_De Andreis_: Vengo anch'io.

_Prina_: Scusi, onorevole, ma io non ho ordini che riguardino lei.

_De Andreis_: Io voglio andare dove vanno i miei amici.

_Prina_: Se crede, s'accomodi.

_Cermenati_: Se non siamo in arresto, noi non vogliamo essere

accompagnati dagli agenti di P. S.

Il delegato Gislon li fece allontanare.

In via Soncino Morati, dinanzi l'entrata del _Corriere della Sera_,

incontrammo Colautti. Il Chiesi, incrociando i polsi, gli fece segno

che eravamo in arresto.

--Ci siamo!

Colautti rispose, con un gesto, che non poteva essere.

In S. Paolo, Seneci entrò dal tabaccaio a bere una bibita. Era stato

in tipografia e nel locale di distribuzione tutto il giorno, e aveva

sete. I funzionari non lo aspettarono neanche. Ci raggiunse correndo.

Questo fatto ci lasciò credere che non eravamo in arresto. Che si

tratti solo di dirci che la stampa subirà la censura preventiva da

qualche impiegato di questura?

In questura ci si lasciò in un'anticamera.

--Aspettino; saranno ricevuti dal questore non appena sarà libero.

Aspettammo una buona mezz'ora, facendo mille supposizioni. Annoiati di

essere trattenuti tanto tempo, incominciammo a mormorare. Ma dunque?

Ci prendono per dei domestici, questi signori di questura! Facciano

presto, ci dicano se siamo in arresto, se siamo liberi, e che cosa

vogliono da noi. Entrò un impiegato ad invitarci di andare con lui.

--Tutti, meno l'onorevole De Andreis.

De Andreis non voleva saperne di aria libera. Si mise a protestare con

parole vibrate e a dichiarare ch'egli sarebbe andato dove andavano i

suoi amici. E tutti noi, compreso l'on. De Andreis, passammo in

un'altra stanza, dove ci si trattenne un'altra buona mezz'ora.

Aspettavamo e parlavamo sottovoce. Perchè in questa seconda anticamera

eravamo tenuti d'occhio da un agente in borghese, seduto in mezzo a

noi come un muto. Conversando, si almanaccava sul tempo che ci

avrebbero fatto perdere. Federici manifestava la sua opinione che

anche De Andreis sarebbe stato trattenuto. Qualche altro pregava

quest'ultimo a prendere l'uscio intanto che era libero.

--Libero ci potrai essere più utile che non chiuso in carcere con noi.

Fu testardo e rimase.

Alle sei e mezzo circa entrò un vecchio impiegato a dirci queste

parole:

--Sono spiacente di comunicar loro che, essendo stato proclamato in

questo momento lo stato d'assedio, loro signori sono tutti in arresto.

Ci fu un'irruzione di guardie in borghese le quali, senza tanti

complimenti, ci presero per la manica. Protestammo e dicemmo che non

era il modo di trattare persone che non volevano fuggire, e i delegati

ordinarono agli agenti di lasciarci andare. Discendemmo ed entrammo

nell'ufficio del delegato Eula, il quale, per essere sinceri, ci

trattò con la massima gentilezza. Ci sequestrò carte e matite che

avevamo nelle tasche, ci lasciò denari, orologi e anelli e ci fece

firmare il verbale, porgendo ad ognuno la penna.

--Già che ci deve mandare in guardina, ci potrà mandare anche da

mangiare.

--Senza dubbio.

E il delegato promise che ci avrebbe fatto portare qualcosa

dall'Orologio.

--Devono avere un po' di pazienza, perchè in questo momento ho molte

cose da fare.

Ci si chiuse nel camerotto riservato alle donne, il quale, secondo

l'espressione dell'Eula, era «il meno peggio». Avevamo fame ma non

aspettammo molto. Tre quarti d'ora dopo si spalancava l'uscio ed

entravano _roast-beef_, un fiasco di vino, del formaggio, della frutta

e delle sigarette.

Mangiando si chiacchierava e si rideva.

De Andreis era di opinione che avrebbero montata qualche macchina per

tenerci in prigione.

Federici fumava disperatamente una sigaretta dopo l'altra per cambiare

l'odore dell'ambiente.

Chiesi si contentò di dire che avrebbe pagato il conto.

Un po' più tardi Seneci ci faceva sapere che non aveva mai dormito

così bene.

--Vi raccomando di ravvolgervi la testa nel fazzoletto, se non volete

che certe bestioline vi vadano nelle orecchie.

Cermenati si allungò sul tavolato con una frase tragica:

--Così giovane e già tanto galeotto!

Qualche minuto dopo, ricordandosi d'essere stato dilettante

drammatico, si drizzò in piedi e si mise a declamare un po' d'Amleto:

Potesse, oh! questa troppo salda carne

Che mi veste, scomporsi, andar diffusa,

Sfarsi come rugiada!

Il carceriere, lungo il corridoio, ci impose il silenzio.

--Signori, faccian silenzio!

Ci addormentammo.

Tra le dodici e mezzo e la una venimmo svegliati dal fracasso che si

fece a schiudere l'uscio. Entrarono, tra la sorpresa generale,

l'avvocato Carlo Romussi e il professore Emilio Girardi, accompagnati

dalla guardia carceraria che portava la lanterna fumosa.

_Romussi_: Ho ottenuto il permesso di venirvi a trovare coll'amico

Girardi. E giacchè ci siamo, vogliamo tenervi compagnia fino a

domattina.

Girardi andò sul tavolato con un: dio cane!

Seneci fece loro la raccomandazione del fazzoletto. Romussi ci

raccontò che gli agenti erano andati al _Secolo_ a perquisire la

redazione, a far scomporre il giornale e ad arrestare tutti i

redattori che vi si trovavano. Non vi hanno trovato che il direttore

ed un redattore. Negli uffici vi erano parecchie persone, come

l'Antongini e il Missori. Ma nessuno di loro venne arrestato.

L'episodio storico dell'arresto del direttore del _Secolo_ fu quello

della sedia.

Romussi era al suo tavolo che scriveva non so più che cosa sulle

ultime notizie. Il delegato, col codazzo dei questurini in borghese,

gli annunciò la perquisizione e credo anche la sospensione del

giornale. Romussi disse qualche parola sulla libertà di stampa e

lasciò che l'uomo di questura andasse a mettere sottosopra il suo

cassetto e a rovistare le carte del tavolo unito a quello di lavoro.

Per la maledetta abitudine di Romussi di accumulare i manoscritti gli

uni sopra gli altri per un anno di seguito, gli sequestrarono un

numero infinito di carte e di lettere, non poche delle quali dovevano

essere di Cavallotti. Suggellati i pacchi e fatto il verbale di

sequestro, Romussi e Girardi vennero invitati in questura. Romussi,

prima d'andarsene, voleva scrivere due righe non so se alla moglie o

ai colleghi. Prima di sedere buttò via la penna con la quale aveva

scritto il delegato, diede un calcio alla sedia, sulla quale era stato

seduto e ordinò al portiere di portarla via subito e di bruciarla.

--Portamene un'altra e dammi un'altra penna.

Alla mattina ci svegliammo con le ossa rotte. Avevamo sulla faccia il

colore di una notte trambasciata. Ci eravamo coricati sul tavolazzo,

vestiti come eravamo entrati, e lungo la notte il sonno ci era stato

interrotto centinaia di volte. Dal fracasso degli usci che si aprivano

e si chiudevano, dal trambusto, nel cortile, dei soldati che pareva

arrivassero ogni quarto d'ora, dai piedi che tumultuavano sotto il

portico e dalle voci che giungevano a noi come di gente ammutinata.

Verso le dieci antimeridiane il delegato Eula ci annunciò che era

giunto l'ordine della traduzione al cellulare. Venimmo chiamati a due

a due, e a due a due venimmo legati, polso a polso, con una catenella,

da un maresciallo dei carabinieri alto e spalluto. Eravamo così

appaiati: Valentini e Chiesi, Seneci e Federici, Cermenati e Romussi,

De Andreis e Girardi. Uscimmo ed entrammo in una folla di circa

ottanta arrestati.

Il balcone del palazzo di questura era gremito di altri monturati con

alcuni borghesi. Non posso dire se vi era Bava Beccaris, perchè non lo

avevo mai visto neppure sulla fotografia. C'era certamente il

questore. Un uomo magrettino che ha l'aria di essere gobbo. I grandi

gallonati parlavano tra loro e gli uni ci additavano agli altri col

dito puntato verso noi.

Prima che il convoglio si mettesse in moto, il delegato Birondi disse

a tutti:

--Non salutino alcuno e non parlino, perchè ho ordini severissimi.

Eravamo tutti a piedi, circondati dai carabinieri e dai soldati di

cavalleria col revolver in pugno. Qua e là c'erano parecchi

questurini.

C'incamminammo verso le undici. L'itinerario fu questo: piazza S.

Fedele, piazza della Scala, Santa Margherita, via Mercanti, via Dante,

foro Bonaparte, S. Gerolamo, S. Vittore, via Filangieri.

Gustavo Chiesi abita in foro Bonaparte 93. I suoi vecchi genitori

erano alla finestra che si asciugavano le lagrime col fazzoletto.

Nessun altro incidente.

Sai come si è ricevuti al Cellulare.

De Andreis, il quale si sentiva male per il lungo digiuno, domandò

subito da mangiare. Gli altri lo imitarono. Impolverati, sudati,

passati traverso un'ora piena di pericoli, avevamo una sete da cani

trafelati. L'Astengo, il direttore, ci fece portare dell'acqua con del

fernet dal bettoliniere.

Ci si separò in tante celle e ci si riunì in un cellone a mangiare.

Mangiammo del salame, della pasta al sugo, dell'arrosto e del

formaggio e bevemmo del vino comune. Eravamo serviti da due scopini e

sorvegliati da due guardie carcerarie. Terminato il pasto, venimmo

visitati dal cappellano, accompagnato dal direttore. Subito dopo

Federici, Cermenati, Seneci, Valentini e De Andreis vennero

cellularizzati in infermeria. Romussi e Chiesi vennero chiusi in celle

separate al secondo raggio.

Il secondo giorno vedemmo arrivare in infermeria i deputati Turati e

Bissolati.

Il resto ti è troppo noto perchè io sciupi dell'inchiostro.

__Al Tribunale di Guerra.__

Il primo Atto d'accusa, senza commenti.

Ritenuto che dall'esame dei testimoni, dall'interrogatorio degli

imputati e dai documenti esistenti in processo, risulta quanto

appresso:

Già da tempo i diversi partiti sovversivi, sotto l'egida della libertà

loro concessa, avevano estesa la più attiva propaganda in tutta

Italia; anarchici, socialisti e repubblicani, ostentando un

antagonismo apparente, si trovavano concordi nell'istillare nelle

masse incoscienti l'odio verso le classi più favorite dalla fortuna,

nello screditare l'esercito, le pubbliche amministrazioni, le persone

rivestite di autorità, nel vituperare le istituzioni. I giornali, gli

opuscoli, le riunioni, le conferenze, i comizi di tutti costoro erano

concordi nell'eccitare l'odio di classe, e nel creare ovunque

agitazioni rispondenti ai loro scopi criminosi.

Questa campagna quasi febbrile si accentuò nel decorso inverno; tutto

era ormai pronto all'azione; si attendeva soltanto l'occasione

propizia che si presentò nel disagio economico delle popolazioni, pel

rincaro del pane.

Così sulla fine dell'aprile or decorso moti e tumulti cominciarono a

Minervino Murge, a Bari, a Foggia, ed attraverso le Marche e la

Romagna, si propagarono ben presto in diversi piccoli paesi ed in

alcune città della Toscana, proseguendo poi per l'Emilia fino a

Milano, dove dovevano pur troppo avere il loro pieno sviluppo e

cambiarsi in aperta insurrezione.

In proposito è da notarsi che tutti i moti avvenuti nelle diverse

parti d'Italia non furono fatti improvvisi, isolati, occasionati da

una causa accidentale o locale, ma furono la conseguenza di una lunga

preparazione diretta all'unico scopo di mutare gli ordini

politico-sociali, e della quale erano specialmente creatori ed

istigatori i capi repubblicani e socialisti, appartenenti ai

rispettivi Comitati centrali direttivi residenti in Milano.

Basta a dimostrare ciò il solo esame del modo uniforme col quale i

moti medesimi si svolsero.

Infatti, ovunque, facendo a fidanza coi nobili e generosi sentimenti

dell'esercito, erano disumanamente spinti in prima fila contro la

forza armata i ragazzi, poi le donne e per ultimo venivano gli uomini;

ovunque i primi tumulti furono fatti sorgere nei piccoli centri, allo

scopo di attrarvi distaccamenti di truppa e sguarnire le città e

tentarvi poi un colpo di mano.

E prima di scendere ad indicare le specifiche responsabilità degli

odierni imputati, è altresì utile premettere che Milano fatalmente era

stata prescelta all'azione principale e risolutiva per molte ragioni,

cioè: perchè a Milano la propaganda rivoluzionaria era stata fatta più

attiva e proficua da frequenti riunioni, comizi e conferenze pubbliche

e private tenute dai più influenti, intelligenti, operosi ed energici

capi dei partiti rivoluzionari ivi residenti o convenuti, e col mezzo

dei giornali locali, quali ad esempio _La Lotta di Classe_, il _Popolo

Sovrano_, l'_Italia del Popolo_, il _Secolo_, la _Critica Sociale_, e

per altri scopi speciali l'_Osservatore Cattolico_; perchè in questa

città e nei suoi contorni ingente è il numero degli operai dei grandi

stabilimenti industriali; perchè quivi più che altrove i rivoluzionari

avevano recentemente avuto agio di contarsi e passarsi in rassegna in

occasione dei funerali di Cavallotti e della commemorazione delle

Cinque Giornate; perchè Milano, per la sua posizione geografica, con

minore difficoltà avrebbe potuto isolarsi dal rimanente del regno onde

impedirvi l'arrivo di altra truppa in rinforzo, qualora specialmente

si fosse verificato lo sciopero totale e già pronto dei ferrovieri

uniti in potente lega di resistenza; perche quivi più sollecito

sarebbe stato il soccorso già preparato ed organizzato degli operai e

fuorusciti italiani residenti in Svizzera; ed infine fors'anco perchè,

in caso di insuccesso, con minore difficoltà i capi ed i maggiorenti

avrebbero potuto fuggire e riparare nella vicina, e per loro

ospitalissima, Svizzera, lasciando che i gregari da essi illusi,

ipnotizzati e spinti al macello, scontassero il fio delle loro colpe

nelle prigioni e con la rovina delle famiglie.

Vero è che nella ricca ex capitale lombarda mancava il disagio

economico assunto altrove a pretesto per tumultuare ed insorgere; ma

era però ovvio che altro potesse trovarsi, ed infatti fu doppiamente

trovato nella disgraziata morte di un giovane figlio di notissimo

deputato e nel richiamo delle classi sotto le armi.

Ed appunto per questi pretesti nella mattina del 6 maggio

incominciarono dimostrazioni e disordini che divennero poi tumulti e

vere rivolte con devastazioni e saccheggi nei successivi giorni 7, 8 e

9, nei quali le turbe inferocite, dalle strade, dalle barricate, dalle

finestre e dai tetti, trassero contro la truppa e gli agenti della

forza pubblica colpi di fuoco, sassi, tegole e fumaiuoli.

Finalmente, dopo quattro giorni di fiera lotta, la insurrezione fu

vinta dalla energia delle Autorità superiori militari e dalla

abnegazione e dal coraggio dell'esercito.

A questi tumulti presero parte attiva _Callegari Sante_, _Castelnuovo

Umberto_, _Cerchiai Alessandro_, _Gabrielli Alfiero_ e _Gruppiola

Francesco_; nel 6 maggio si trovarono al Ponte Seveso ed in via Napo

Torrioni, e nel giorno 7 sul corso di Porta Venezia.

Costoro sono anarchici e lo confessano; e tali sono pur anco gli altri

imputati _Baldini Domenico_, _Fraschini Giuseppe_ ed _Invernizzi

Pietro_. Tutti facevano attivissima propaganda delle idee del partito;

sono tristi apostoli del disordine e dell'odio sociale ed hanno

pessimi precedenti politici.

Taluni anche riportarono condanne, cioè il Baldini nel 1893 per

eccitamento all'odio di classe e nel 1894 assegnato al domicilio

coatto; il Fraschini ammonito nel 1889, condannato nel 1891 per

eccitamento all'odio di classe e assegnato nel 1894 al domicilio

coatto; il Gruppiola condannato nel 1897 per apologia di reato;

l'Invernizzi condannato due volte per oltraggio e violenze alla forza

pubblica ed altre due volte per reati di stampa.

Inoltre il Callegari, coll'istigazione del Cerchiai, nel marzo scorso,

alla commemorazione delle Cinque Giornate, portò la bandiera anarchica

con la scritta «_viva la rivoluzione_.»

Il detenuto Gustavo Chiesi si distingue fra i repubblicani

intransigenti; è direttore dell'_Italia del Popolo_, sul quale

giornale ogni articolo tende a scalzare il principio di autorità ed a

suscitare nelle masse sentimenti di odio verso il Governo e le

istituzioni. Ispirò e scrisse nel numero del 6 al 7 maggio l'articolo

«_Ne erano assetati_» ove, narrando i fatti avvenuti nel 6 maggio al

Ponte Seveso ed in via Napo Torriani, fra le altre frasi, tutte

dirette a maggiormente eccitare in quei tristi momenti gli animi della

popolazione, si legge: _In tutta la giornata i tutori dell'ordine non

avevano bevuto, avevano sete, sete di sangue, s'intende._

Fu visto nella mattina del 7 maggio con l'amico deputato De Andreis in

carrozza a Porta Garibaldi fermarsi ripetutamente a discorrere con

persone del popolo; più tardi si installò negli uffici del giornale da

lui diretto, ricevendo dallo stesso De Andreis, che più volte si era

recato alle barricate del corso porta Venezia, notizie ed episodi. In

quell'ufficio furono più tardi ambedue arrestati insieme all'avvocato

Bortolo Federici, al prof. Stefano Lallici, al pubblicista Ulisse

Cermenati ed all'Arnaldo Seneci, che colà si trovavano riuniti in

comitato quando cominciava a fervere la lotta, con la intenzione

manifesta di dirigerla e dare le istruzioni occorrenti per

proseguirla. Ciò risulta, oltre che dal sopraricordato articolo «_Ne

erano assetati_» da due cartelle manoscritte preparate per una nuova

edizione del giornale, nelle quali sta scritto che il deputato De

Andreis, presso le barricate sul corso di porta Venezia, aveva

protestato contro la violenza dell'Autorità, e si riferiscono

avvenimenti esagerati svoltisi sul Corso medesimo, fra questi un

episodio orribile quanto bugiardo sull'uccisione di un bambino per

opera di un vicebrigadiere. Tale intenzione viene pure confermata

dalla risposta data dal De Andreis presso le barricate suddette al

tenente Patella, che lo scongiurava di interporsi per ottenere la

calma: «_Tenente, ormai è tardi, c'è sangue._» A quella riunione di

repubblicani, invitato, doveva intervenire il deputato Filippo Turati

con altri socialisti.

Inoltre il Federici, avvocato di molto ingegno, fervente ed efficace

conferenziere, è membro attivissimo della direzione centrale del

partito repubblicano italiano e collaboratore dell'_Italia del

Popolo_. Durante le dimostrazioni tumultuarie del marzo 1896 istigò le

turbe a perseverare nei tumulti sperando _che il soffio di rivolta

manifestatosi a Milano dilagasse preludendo all'avvento_ _ della

repubblica_; nello stesso anno 1896 firmò un _memorandum_ del partito

repubblicano al paese eccitando alla rivolta; e nel 20 marzo u. s. al

monumento delle Cinque Giornate pronunciò un discorso riassunto

dall'_Italia del Popolo_ del 21 al 22 marzo, ove spingeva all'azione e

annunciava che _stavano per suonare le diane dell'ora novella_ e che

_l'ora fatale precipitava_. Cercò di mettere in buono accordo

socialisti e repubblicani.

Il prof. Lallici, fondatore e presidente del _Circolo repubblicano

irredentista adriatico orientale_, fondò pure un giornale umoristico

repubblicano, _Il Figaro_, che ebbe poca vita a causa di replicati

sequestri. Nell'occasione della commemorazione delle Cinque Giornate

fatta il 20 marzo u. s. si oppose acchè fossero portate le bandiere

con lo scudo di Savoia, e pretese che non fosse suonata la marcia

reale. Nelle dimostrazioni di piazza fu sempre immischiato; accentuò

l'agitazione per il rincaro del pane; e l'opera sua contribuì ad

acuire i sentimenti di ribellione negli adepti del partito

repubblicano in cui milita.

Il Cermenati, pure repubblicano, fu collaboratore col Chiesi e col

Romussi nei giornali da essi diretti.

Il Seneci, amministratore dell'_Italia del Popolo_, fece propaganda di

idee repubblicane e scrisse articoli adatti all'indole del giornale da

lui amministrato.

L'altro imputato, Romussi avv. Carlo, è noto per le sue opinioni

repubblicane e per la sua intimità coi capi più influenti di quel

partito e con Amilcare Cipriani, col quale conferì in Milano circa la

metà dell'aprile scorso; ispirò e dettò nel giornale il _Secolo_, di

cui è direttore, continui e innumerevoli articoli di una deleteria

propaganda contro le autorità e le istituzioni e propugnò sempre una

politica di azione. Basta citare l'ultimo numero dall'8 al 9 maggio,

ove si trovano gli articoli: _A che giovano le perifrasi_, ed il

_Richiamo alle armi della classe 1873_. Ed anche nei suoi discorsi e

nelle sue conferenze predicò sempre con esagerate e false affermazioni

contro l'esercito e tutto ciò che è principio di autorità, non

risparmiando neppure la sacra memoria del re Vittorio Emanuele.

L'ex deputato Zavattari Pietro, pure arrestato, e ascritto al partito

repubblicano-rivoluzionario, prese parte attiva ai tumulti del 1896;

tentò il connubio dei partiti repubblicano e socialista; coprì varie

cariche nei circoli repubblicani, e il suo nome si lesse in tutti gli

statuti, programmi e manifesti del partito stesso; nell'ultima

agitazione per il rincaro del pane si dette a sobillare i rivoltosi,

ad eccitare i perplessi, e specialmente i facchini di dogana, dei

quali è console.

L'imputato Costantino Lazzari è audace socialista fra i più pericolosi

e temibili. Fu uno dei primi apostoli del partito e cooperò alla

costituzione di tutti i circoli e delle associazioni. Dotato di

discreto ingegno, lo ha tutto rivolto all'agitazione settaria; è il

vero socialista di mestiere che campa la vita sui contributi che

pagano gli illusi gregari e sui magri lucri dei giornali del partito,

ove iscrive con stile sempre velenoso e ribelle, onde riportò diverse

condanne. Fece attiva propaganda rivoluzionaria specialmente nelle

Marche e Romagna, ed il recente malumore delle popolazioni pel rincaro

del prezzo del pane fu da lui sfruttato a danno dell'ordine pubblico

in Ferrara, Ravenna e Camerino.

Pure pericoloso propagandista è l'arrestato Gatti Oreste, il quale

cercò sempre distinguersi promuovendo riunioni e prendendo parte a

tutte le manifestazioni pubbliche, nelle quali raccomandava la

disobbedienza e la resistenza alle autorità.

Fanatico socialista è l'altro Achille Ghiglione, che a Niguarda, ove è

domiciliato, sobillò con fervore quei terrazzani incitandoli alla

resistenza e al disprezzo per le autorità e per i padroni. Ha

istituito altresì in quelle campagne circoli e cooperative con base di

resistenza.

L'imputato Paolo Valera è uno dei dirigenti del partito socialista

anarchico, ed esercita molta influenza a causa della sua coltura e

delle sue aderenze con tutti i caporioni dei partiti estremi. I suoi

scritti sono sempre violenti ed informati ai più stretti principii

della lotta di classe. Fu più volte condannato, e nel 1884, per

sottrarsi ad una condanna, riparò a Londra, donde tornò nel 1894, dopo

il termine della prescrizione. Successivamente militò nel campo di

azione e negli ultimi di aprile decorso, discutendosi dai socialisti

sulle manifestazioni del Primo Maggio, esso, appoggiato da un forte

gruppo, propugnò il progetto di resistere alle autorità e di fare ad

ogni costo un pubblico corteo. Facile quindi è a dedursi quale debba

essere stato il di lui contegno negli ultimi tumulti.

Mestierante in politica risultò l'Angelo Oppizio, prima anarchico, poi

repubblicano, ora socialista. Di fenomenale attività nella propaganda,

ha atteso validamente alla costituzione di circoli, ad organizzare e

congressi e riunioni e pubblicare opuscoli, giornali, ecc. Si ingerì

negli scioperi, consigliando la resistenza. In occasione

dell'agitazione per il rincaro del pane tenne concioni spiccanti per

violenza ed eccitamento alla rivolta. Nel 6 maggio, appena scoppiati i

tumulti in via Napo Torriani, fece testamento in vista dei pericoli ai

quali si esponeva; ed infatti risulta che prese parte ai tumulti in

via Galileo unitamente al Turati, e fu arrestato nel 9 maggio a Porta

Monforte durante la mischia.

L'ingegnere Valsecchi Antonio, altro degli imputati, figura fra i capi

più influenti del partito socialista milanese; a Borghetto, suo paese

di nascita, per la insistente e larga propaganda delle malsane teorie,

fu denunciato per eccitamento all'odio di classe. Dopo il 1894 fu

segretario della Federazione Socialista Milanese; e riportò tre mesi

di condanna di confino come dirigente di diversi circoli. Si mantenne

in relazione coi correligionari di fuori, scrisse sui giornali

socialisti violenti articoli, sempre consigliando pubblicamente la

resistenza, ed eccitando alla ribellione, preparando così il terreno

alla violenta ultima rivolta.

Di ugual tempra è Ennio Del Vecchio, pure socialista attivo nella

propaganda ed eccitatore all'odio di classe; fu esso pure condannato

due volte alla pena della multa.

La russa dottoressa Anna Kuliscioff, venuta a Milano nel 1885 dopo

aver peregrinato per le varie capitali d'Europa e città d'Italia, ebbe

prima intima relazione col socialista deputato Andrea Costa, poi col

deputato Filippo Turati, seguendo l'azione di essi. È fervente

socialista e propagandista efficace quanto tenace; cooperò alla

costituzione di circoli, pubblicazioni di giornali, di programmi e di

statuti, figurando indefessamente nei congressi, nelle riunioni, nelle

pubbliche passeggiate. Nel 1894, come dirigente del partito socialista

dei lavoratori italiani, fu condannata al confino. Dopo la elezione di

Filippo Turati a deputato, raddoppiò di attività per la propaganda

delle teorie socialiste; ed all'intento di mantenere ad esso salda la

base elettorale del suo collegio, tenne parecchie conferenze pubbliche

al Circolo Cappellini, cercando di organizzare in lega di resistenza,

inscrivendoli nel partito, gli operai dello stabilimento Pirelli, i

quali, perchè ben trattati, avevano fino a questi ultimi tempi

resistito; e come essa riuscisse nelle sue mire lo prova il fatto che

già 1200 operai si erano ascritti alla lega, ed imbevuti di massime

sovversive, di sentimento d'odio, si segnalarono nel primo giorno

della sommossa a Ponte Seveso e via Napo Torriani, e specialmente le

donne, sulle quali la Kuliscioff esercitava molto ascendente,

dimostrarono maggiore ferocia.

Un altro imputato è don Davide Albertario, direttore dell'_Osservatore

Cattolico_, organo di quel partito clericale intransigente che avversa

le istituzioni e l'unità della patria; di carattere battagliero e

violento, sostenne lotte vivissime con quella parte del clero che si

ispirava a principii temperatamente liberali. La sua condotta poco

morale, non rispondente alla dignità del sacerdozio, gli valse un

processo penale per delitto contro il buon costume ed una procedura

disciplinare per parte della Autorità Ecclesiastica. Tenne conferenze

consigliando e dirigendo nel senso della più aperta intransigenza

l'organizzazione clericale. Nella lunga sua carriera giornalistica i

suoi sforzi furono diretti a far cadere in disprezzo le istituzioni e

l'Esercito, prendendo di mira la stessa Dinastia, onde ebbe molti

sequestri per offese alla Sacra Persona del Re ed alla Real Famiglia.

Divenendo sempre più violento negli ultimi tempi dimostrò tendenza a

favorire il cambiamento della forma di Governo, e da altra parte si

faceva banditore di idee democratiche e socialiste, come apparisce

dall'opuscolo stampato nella tipografia dell'_Osservatore Cattolico_

col titolo «_Dal Socialismo alla Democrazia Cristiana_», gareggiando

così col partito repubblicano e socialista nel combattere la Monarchia

e nel suscitare l'odio di classe. Tale malefica propaganda, esercitata

continuamente con somma energia e fine arte di polemista, agiva pur

troppo sulla parte meno colta dei credenti e del clero, e contribuì

potentemente a formare l'ambiente ostile ed a maturare lo spirito

della rivolta ora repressa. Nel corrente anno ebbe l'Albertario più

occasioni per accentuare l'azione del suo giornale contro le

istituzioni, nel marzo la commemorazione del cinquantenario dello

Statuto e quella delle Cinque Giornate, poi i moti che scoppiarono in

diverse località per il rincaro del pane. Questi moti furono

nell'_Osservatore Cattolico_ malignamente narrati, esagerati,

commentati; ed a qualche altro giornale che rivelava questa condotta

intesa a creare imbarazzi alle istituzioni, rispondeva nel numero dal

6 al 7 maggio: «_Ah canaglie, voi date piombo ai miseri che avete

affamati, e poi vi lanciate contro i clericali._» Questo fu l'ultimo

numero, perchè lo stesso giorno scoppiò la rivolta ed il giornale

sospese le sue pubblicazioni. In tal modo è manifesto che l'Albertario

divide cogli altri imputati la responsabilità della sommossa.

L'ingegnere Giuseppe De Franceschi fu arrestato e denunciato perchè

militò nel campo socialista; vi ebbe per l'addietro una parte attiva;

e più specialmente perchè si ritenne che avesse dato ricetto a

rivoltosi che tirarono sulla truppa a Porte Monforte nel 9 maggio. Ma

dalle assunte verifiche risulta che il De Franceschi dopo il 1894, da

che è proprietario dello stabilimento industriale all'Acquabella, si è

ritirato dal partito socialista e si è astenuto da ogni manifestazione

e propaganda. È risultato altresì che soltanto per errore fu ritenuto

che avesse dato ricovero a rivoltosi nel suo stabilimento, giacchè è

accertato che costoro si erano invece posti in salvo da una piccola

via, che rasentando il fabbricato porta ai campi, e che sul momento

non era stata osservata. Manca quindi a di lui carico ogni

responsabilità penale.

Il Girardi Emilio, arrestato insieme al Romussi, è redattore del

_Secolo_, e sebbene militi nel campo repubblicana, non risulta

peraltro che abbia tenuto pubbliche conferenze ed abbia in qualsiasi

modo fatto propaganda delle teorie che professa, e non sarebbe

coinvolto in alcun delitto.

Considerato che dietro le risultanze sopra indicate gli imputali

_Callegari_, _Castelnuovo_, _Cerchiai_, _Gabrielli_ e _Gruppiola_,

sarebbero incorsi nei delitti previsti dagli articoli 190, 248 e 252

del Codice penale--gli imputati _Baldini_, _Fraschini_ e _Invernizzi_

nel delitto previsto dall'articolo 248--gli imputati _Chiesi_,

_Federici_, _Lattici_, _Cermenati_, _Seneci_ e _Romussi_ nei delitti

previsti dagli articoli 64, 77, 118, 120, 134, 246, 248 e 252 del

Codice penale ed articoli 1 e 2 della Legge 19 luglio 1894 N.

315--l'imputato _Oppizio_ nei delitti previsti dagli articoli 190 e

247 del Codice penale--gli imputati _Zavattari_, _Lazzari_, _Gatti_,

_Ghiglione_, _Valera_, _Valsecchi_, _Del Vecchio_ e _Kuliscioff_ nei

delitti previsti dagli articoli 118, 120, 135 e 246 del Codice

penale--e l'imputato _Don Albertario_ nei delitti previsti dagli

articoli 118, 120, 135, 246 e 247 suddetto e dagli articoli 1 e 2

della Legge 19 luglio 1894, N. 315.

Considerato che in forza dei Bandi pubblicati dal R. Commissario

Straordinario in virtù dei pieni poteri accordatigli con R. Decreto 7

maggio 1898 spetta a questo Tribunale Militare di Guerra la competenza

a giudicare gli individui suddetti pei delitti a ciascuno di essi

imputati;

Dal cellulare a Finalborgo · 第 12 / 23 题