I signori si tolsero il cappello e si curvarono leggermente.

--Scusino, dissi loro, commosso; ma io non li conosco.

--Non importa. Noi sappiamo chi è lei.

Rimasero lungo il binario fino alla partenza del treno, salutandomi

con un'altra scappellata.

Il vagone cellulare del mio secondo viaggio apparteneva al tipo

vecchio. Era composto di venti celle, divise da un piccolo corridoio

longitudinale, con un largo all'entrata per i rappresentanti dell'arma

regia.

Una volta entrati, si è sommersi nella penombra anche col sole allo

zenit, perchè non ci sono finestre alle pareti dei fianchi.

La cella era più angusta e più nauseosa di quella che mi aveva

condotto nel reclusorio. Col sedile di legno e con le pareti

insudiciate di sputacchi e di mucillaggine nasale, mi sentivo in una

cassa da morto in piedi, con un traversino sotto il sedere. Il legno

mi accarezzava dappertutto. I piedi stavano più male. Si trovavano

sopra uno strato molle e viscido e non potevo alzarli. Per quanto

facessi, non riuscivo a tener su le ginocchia sull'uscio. Si respirava

l'atmosfera riscaldata dall'alito dei detenuti. Lo sfiatatoio era il

contrario di un conduttore d'aria. Si crepava dal caldo e i malviventi

imploravano un sorso d'acqua. Non so da dove venivano perchè a tutte

le stazioni se ne caricavano e in alcune se ne scaricavano.

Il brigadiere che aveva in consegna le stie, era un uomo tarchiato con

una faccia da simpaticone. Quando gli si diceva di essere buono e di

provvedere gli assetati di un fiasco d'acqua, andava sulle furie

dicendo che non voleva essere buono. I buoni non facevano carriera e

lui era già sulla lista dei futuri marescialli.

--Consideratemi cattivo e mi troverete buonissimo.

E io, davvero, ero della sua opinione. In fondo alla mia nicchia, lo

consideravo uno di quegli arnesi di sentina che godono a far patire la

gente tribolata, come godevano i carabinieri dell'Andalusia del

1893-94, i quali davano pane e merluzzo ai morenti di sete e nerbate a

coloro che desistevano dal correre intorno la stanza giorno e notte!

Un po' più in là, dovetti ricredermi. Egli non era la iena che

supponevo. A una stazione intorno il collo della riviera di levante,

si era lasciato impietosire da tutte le voci che gli dicevano:

--Sia buono, signor brigadiere!

E mi ha fatto piacere. Perchè è sempre una consolazione sapere che un

uomo rinsavisce o si stanca del piacere di torturare gli impotenti.

Il brigadiere fece discendere il carabiniere a riempire il fiasco e

ordinò che se ne desse una golata a ciascuno.

Per dissetarvi, il carabiniere è obbligato ad aprire la cella con un

catenaccio che cigola dalla ruggine e non scorre che con dei calci, e

a versarvi l'acqua in gola. Se il carabiniere non è gentile, il

liquido gorgoglia, trabocca dalle labbra e va giù a biscia per lo

stomaco. Io avevo sete, ma non ho voluto suggere al cannello comune.

Pensavo alla infezione. Ma ho dovuto pentirmene. Un'ora dopo mi sarei

lasciato inaffiare il gorgozzule anche da un cannello imbrattato dalle

labbra di una generazione!

Lungo il tragitto è avvenuta una delle solite scene stomachevoli di

questi trasporti. Un poveraccio in traduzione si sentiva incalzato da

una urgenza corporale.

--Signor brigadiere, mi faccia smanettare che non ne posso proprio

più.

--Fate silenzio o vi metterò le catene ai piedi!

Sul pavimento della celluccia, sono gli anelli infissi nel pavimento

per incatenare i furiosi o i pericolosi o i prepotenti.

Il galeotto torturato dai dolori di pancia era vicino alla mia cella.

Udivo che si moveva e si lamentava.

Qualche minuto dopo, l'ambiente era pestifero. Il miserabile si era

sgravato come aveva potuto.

Gli inquilini gli diedero dell'animale a braccio di panno e del porco

senza fine, ma lui si difese dicendo che si fa presto a rimproverare

quando non si è nella stessa condizione.

I discorsi che si facevano erano noiosissimi. I condannati non si

occupano che di pane, di reclusori, di regolamenti, di minestra, di

punizioni, di guardie buone e cattive e di direttori con o senza peli

sullo stomaco. Per me, erano però discorsi utilissimi. Perchè mi

rivelavano la vita intima del detenuto. Il mio _vis-à-vis_, per

esempio, raccontava che le giornate di traduzione volevano dire, per

loro, la fame completa.

«Di solito, diceva, ci si fa partire dal carcere alle quattro

antimeridiane con una pagnotta di seicento grammi di pane stantio, e

nessuno pensa più a noi se non all'indomani per darci un'altra

pagnotta e rimetterci in viaggio. Se la si dimenticasse nel vagone o

la si perdesse mentre si va dall'omnibus al vagone, felicenotte.

Bisognerebbe rimanere digiuni fino all'altra distribuzione. Non si

capisce perchè il trasloco da una galera all'altra faccia perdere il

diritto alla minestra.

«La gente onesta che viaggia tutto il giorno, quando arriva, si mette

a tavola e si ristora con dell'acqua fresca sulla faccia e un buon

pranzo inaffiato bene. Noi galeotti arriviamo, ci si registra e ci si

chiude in una stanzaccia con quattro o cinque pagliericci in terra.

Tutta la nostra consolazione è un secchio d'acqua nell'angolo, stato

riempito magari il giorno prima. Quando sono nel penitenziario ho

diritto, coi miei denari, a una spesa di cose mangerecce di

venticinque centesimi. Perchè il viaggio mi fa perdere questo

diritto?»

E il condannato concluse dicendo che le giornate di traduzione sono,

per il ventre del recluso, le più desolanti. Lo si dimentica.

A Genova ci si fece discendere dopo che il treno si era vuotato. Ci

dovevano essere, col nostro, altri vagoni cellulari, perchè la

«catena» si era ingrossata. Potevamo essere una cinquantina, compresa

una reclusa. La donna, che aveva le mani slegate, non era trattenuta

dal giro della catena comune. Ci seguiva. Era una donna brutta,

bassotta, con tanti capelli neri e con le labbra sottili della

sanguinaria. La maggioranza era in borghese, in viaggio per la casa di

espiazione. I reclusi, col loro abito carnevalesco, colorivano la

scena, e i galeotti, col tintinnìo della catena che penzolava loro dal

fianco, la intetravano. Tutti assieme, circondati da un nugolo di

carabinieri, facevamo paura. Sembravamo il rifiuto delle classi

sociali. Una banda di ladri e di assassini stati colti con le mani nel

sangue delle vittime. C'erano grinte che facevano rabbrividire anche

me che vi avevo fatto l'occhio.

Fuori della stazione ci aspettava una folla enorme. Passammo tra i

commenti degli spettatori e filammo, in linea, per tre o quattrocento

passi, fin dove ci aspettavano i veicoli.

Le vetture erano meno crudeli delle carrozze cellulari. Erano omnibus

lunghi, a giardiniera, col tendone che giungeva a filo dell'orlo del

veicolo. Col tendone legato alla sponda, non potevamo vedere,

curvandoci, che i sassi o le pietre della strada e il lucido del mare

conturbato quando lo rasentavamo. Eravamo pigiati, quasi l'uno

sull'altro, ma rinfrescati, di tanto in tanto, da una buffata d'aria

marina.

L'impressione che si subiva era però più spaventevole di quella di

essere chiusi nel carrozzone cellulare. Perchè quando il veicolo

passava sui sassi metteva in rivoluzione le budella e quando sterzava

pareva che stesse per riversarci nella via sottostante o nel mare.

A un certo punto, i cavalli smisero il trotto. La salita era divenuta

faticosa e i vetturali facevano schioccare la frusta. Nessuno dei miei

colleghi aveva mai fatto tappa al carcere giudiziario di Genova e così

nessuno sapeva se era lontano o vicino. Dalla salita, credevamo tutti

che fosse fuori, lontano qualche miglio dalla cinta cittadina. Mentre

si facevano queste supposizioni, sentimmo le voci che fermarono i

cavalli.

La discesa fu più difficile. Uscendo dal buio, col fagotto nella mano

legata con l'altra, e la catena intorno all'ascella tirata da quelli

che precedono e seguono, si mette il piede sul predellino con la paura

di scavigliare o di ruzzolare sul selciato.

Nella luce dei lampioni foschi e delle fiamme libere dei becchi a gas

delle botteghe che sembravano cave, ero come disorientato. Ci volle

uno strappo di catena per convincermi che facevo parte del convoglio

di galera. La via era ripida e tortuosa. Si saliva lentamente e si

passava attraverso ondate di luce sfacciata. La gente del quartiere

non sembrava interessata di una «catena» che indubbiamente

assomigliava alle altre degli altri giorni. Le donne rimanevano sedute

in terra, dinanzi la porta delle loro abitazioni o sul gradino

all'entrata dei loro negozi, e gli uomini, in manica di camicia,

continuavano a pipare e a chiacchierare tra di loro senza degnarci di

un'occhiata. Carichi del fagotto, con la catenella che tirava ora

indietro e ora innanzi, si saliva sudando. Al secondo svolto di via,

incontrammo due portatrici con due pesi enormi sul capo che facevano

tremolare i loro fianchi possenti. Non abituato a vedere le teste

femminili calcate alla superficie da un quintale di roba, mi parve di

passare attraverso un popolo barbaro che delle donne facesse dei

ronzini.

Arrivai in faccia a un portone spalancato e sormontato dallo stemma

del carcere giudiziario, con la lingua che penzolava dai denti come

quella di un cane. Ero digiuno, con la bocca secca. La lingua mi

sembrava un pezzo di carne dalla pelle ruvida in bocca come un

castigo. A sinistra dell'entrata, era un tubetto di ottone che usciva

arcuato dal muro e lasciava cadere una colonnuccia d'acqua. Il rumore

della caduta sulla pietra decompose la catena. Malgrado gli ordini

imperiosi dei carabinieri che avevano fretta di sbarazzarsi di noi per

andare a cena, nessuno volle muoversi prima di essersi saziato di

acqua fresca. Quando venne la mia volta, rimasi disilluso. Per la mia

bocca, era un'acqua di un sapore marcioso. Dopo una risciacquata e una

golata, la buttai in terra come se fosse stato un liquido avvelenato.

Puah!

Lo smanettamento, la consegna delle buste coi denari e la

registrazione dei detenuti durò una buona mezz'ora. I viaggiatori

sembravano stracchi morti. Nessuno diceva una parola. Qualcuno

sbocconcellava la pagnotta e qualche altro rimaneva in piedi. Io fui

l'ultimo, perchè mi ero posto dietro tutti, sulla panca in giro dello

stanzone immenso. Mi si conosceva di nome e questo mi suscitava la

speranza che avrei potuto indurli a farmi comperare qualche vivanda

per la cena. Ma era troppo tardi. Erano quasi le nove. E i detenuti, a

quest'ora, dovevano avere la pancia piena. Se avessero potuto

aiutarmi, lo avrebbero fatto volentieri. La sola cosa, che potevano

fare per me, era di mettermi in una stanza solo e di offrirmi un

bicchiere d'acqua fresca con del limone del loro fiasco. Accettai

tutto con dei grazie e mi lasciai condurre di sopra da un secondino

che mi aperse e mi chiuse in una stanza.

Delle cimici che divoravano il soffitto, annerivano le pareti e

muovevano il pagliericcio, ho già parlato.

__Anna Kuliscioff.__

È una donna nuova. Imbevuta di idee proibite, uscì dalla società dello

czar come una rivoltosa che non ha paura di stroncare i legami che la

legano al mondo pieno di pregiudizi e di ingiustizie. Fortificata

dall'esempio delle nichiliste delle classi superiori del suo tempo, le

quali abbandonavano la casa paterna come le mogli del teatro di Ibsen

abbandonano la casa maritale, Anna Kuliscioff, consumato il periodo

della propaganda pratica per la campagna russa, si avviò verso

l'esilio, con l'anima piena di negazioni, con la fede nell'avvenire,

determinata a compiere la sua evoluzione intellettuale in mezzo alla

gente latina in lotta per la rigenerazione sociale.

La Kuliscioff è stata la prima nichilista che ho conosciuto. Le venni

presentato da Benoit Malon, a Lugano, quando il comunardo scriveva, se

mi ricordo bene, la _Revue Socialiste_, l'organo massimo, in allora,

delle alte intelligenze dell'emigrazione rivoluzionaria.

La Kuliscioff poteva essere intorno ai venti anni. Mi parve una

vergine slava. Con una testa da madonna, con la carnagione bianca

imporporata di salute, con le trecce lunghe, di un biondo luminoso,

per le spalle, mi faceva pensare alle donne graziose dei

preraffaelliti che in quei giorni ammiravo come uno narcotizzato dai

loro colori.

Malon parlava, e io mi perdevo negli occhi della nichilista, inondati

di quella malinconia che va al cuore come una nota soave, al punto da

farmi riprendere da una voce grave--una voce che mi insegnava che un

socialista non deve contemplare una signorina viva come si farebbe con

una figura sulla tela di un pittore illustre.

Seppi dopo molte cose di lei. Della sua agitazione, dei suoi studi,

della sua prigionia, del suo sfratto dall'Italia, dei suoi amori,

della _Rivista Internazionale del Socialismo_ ch'essa pubblicava con

Costa, della nascita della sua Andreina, delle sue tribolazioni, della

sua laurea di dottora, della sua unione con Turati, della sua malattia

crudele, ma non la vidi più che nel '95, cooperatrice e collaboratrice

della _Critica Sociale_.

Nel '78 il mio pensiero si genufletteva alla bellezza. Oggi, esso, si

inchina alla pensatrice.

Migliaia di donne, in mezzo agli uragani della sua esistenza

fortunosa, sarebbero naufragate cento volte. Anna Kuliscioff è sempre

rimasta in faccia alle procelle come una sfida. Dagli avvenimenti che

volevano inghiottirla, usciva sempre più forte, più saggia, più

preparata a sgomberare la società del passato per far largo

all'avvenire.

Neppure la sua malattia implacabile seppe vincerla. Di tanto in tanto

si diffonde, tra gli amici, una notizia funebre. La Kuliscioff sta

male--la Kuliscioff ha poco da vivere--la Kuliscioff è in fine di

vita. E poi non se ne sa più nulla. Non si parla più del suo male

implacabile. La si rivede, con la sigaretta in bocca, al tavolino

dell'amministrazione o della redazione a lavorare come una negra.

Avveniva, su per giù, la stessa cosa con la Harriet Martineau--la

grande giornalista inglese del tempo chartista. Questa collaboratrice

del _Daily News_ era così sicura di essere agli sgoccioli della vita,

che in un momento disperato si mise a scrivere la propria

autobiografia, incominciando dall'ultimo capitolo per paura di non

finirla.

La Martineau ebbe tempo di completarla e di lasciarla negli armadi

dell'editore per venti anni. Per venti anni i suoi amici si

aspettavano, ogni mattina, di leggere nei giornali la fine della

giornalista che ha prodotto più di ogni altro uomo del suo tempo.

Nel '98 è capitato alla Kuliscioff quello che un secolo prima era

capitato a madame Roland. Di vedersi svegliata all'alba dagli agenti

di pubblica sicurezza e di andarsene in prigione nella vestaglia.

Nelle poche parole ch'essa pronunciò dinanzi il Tribunale militare è

tutta la donna che ho presentato. Compendiano il suo cuore, la sua

modestia e il suo carattere. Leggetele, vi troverete la indifferenza

tragica per tutto ciò che riguarda l'imputata--la serenità della

martire che crede, che persiste a credere, che crederà sempre che nel

socialismo sia la rigenerazione sociale.

«La mia azione nel partito socialista era molto limitata e molto

modesta. Se verranno fuori dei fatti a mio carico io ne assumo fin

d'ora la responsabilità. Io sono socialista da quasi 25 anni, ma in

Italia non feci nessuna propaganda, sia per una certa delicatezza

verso un paese presso il quale sono ospitata, sia per la paura di

essere sfrattata. Io sono poi invalida da un anno, e sono obbligata a

rimanere sempre in casa. In questa condizione come volete che io sia

in caso di fare propaganda?»

In letteratura io e la Kuliscioff siamo divisi da un abisso. Ella, se

l'ho capita bene, sente ancora dell'affezione per la vita romanzesca

intessuta dalla fantasia dell'autore e drappeggiata nella fraseologia

che non lascia esalare i cattivi odori dell'ambiente. Io sono più

rude. Spalanco tutte le porte, discendo in qualunque fogna e mi servo

del linguaggio dei personaggi che riproduco. Il mio temperamento mi

trascina ad essere sincero in ogni manifestazione della vita senza

preoccuparmi se farò smettere di leggere o chiudere il libro anche

agli amici che mi vogliono bene.

La ragione di questo nostro dissenso letterario è che in fondo alla

Kuliscioff è rimasto un po' d'idealismo e un po' di misticismo. Ella

dà la preferenza al libro che lascia vivere qualche illusione e che

non svergina o smaga brutalmente chi legge, e crede alla immortalità

dell'anima. Non mi meraviglierei domani di saperla spiritista.

Sul terreno delle questioni economiche essa torreggia. E il futuro

storico del socialismo italiano lascerebbe un gran vuoto nel suo

lavoro s'egli non ci dicesse l'influenza che questa donna ha

esercitato sul movimento di quest'ultimi venti anni.

Nel resto la Kuliscioff è donna capace di grandi amori e di odii

inestinguibili.¹

¹ Non conoscevo la lettera che la Kuliscioff scrisse in carcere. Ne

taglio via due brani, perchè documentano il mio profilo e

ribadiscono in tutto la convinzione che la dottora congiunge a

un'alta intelligenza un carattere adamantino.

«Sentite, caro Prampolini: voi sapete che non sono ipocondriaca,

che non sono portata all'esagerazione dei miei malanni fisici,

anzi sono fatalista e piuttosto fiduciosa della mia resistenza.

Ho tante volte visto vicina la morte e le ho sempre resistito:

perchè dovrei proprio morire in questi due anni?

«Ma, dall'altro lato, sono osservatrice e sono medico. Vedo che

i sintomi dell'idremia si aggravano: temo che il medico, per

rassicurarmi, non mi dica tutta la verità, asserendo che non vi

siano alterazioni renali. Caso mai, dunque, che il mio stato si

aggravasse, lascio a voi, a Leonida la tutela della mia dignità.

Vi prego a mani giunte di opporvi a qualunque passo che si

volesse fare per ottenere la mia libertà con una grazia

personale o con un indulto speciale. Impedite a chicchessia, per

amor di chicchessia, fosse anche mia figlia, che mi sia fatta

un'offesa morale. Se dovessi conquistare la libertà a questo

prezzo, sarei tanto avvilita, tanto diminuita, tanto degradata,

che nulla mi sarebbe la libertà, l'affetto pei miei cari,

l'affetto degli amici buoni. Questa, caro Prampolini, è l'unica

preghiera che rivolgo agli amici, prima che si rinchiuda la

nostra tomba.»

__Gli ultimi giorni dei deputati e dei giornalisti al Cellulare.__

Turati, De Andreis, Romussi, Federici e Valera si sono riveduti, dopo

tante noie, con dei baci, degli abbracci e delle strette di mano, nel

_cellone_ esagonale B, numero 2, del secondo raggio. Gli ultimi tre

erano giunti dal reclusorio di Finalborgo e i due deputati erano

ancora sbalorditi dai dodici anni di reclusione che aveva inflitto

loro il Tribunale militare.

La loro vita era piuttosto agitata. Si alzavano, alla mattina,

mezz'ora prima dell'alba e ciascheduno nella propria cella, dopo il

caffè, si metteva al lavoro. Turati aveva sempre un mucchio di lettere

da scrivere e un numero infinito di Riviste da leggere; Romussi, il

quale sdrucciolava dal letto sempre di buon umore, era sommerso nelle

opere di Carlo Cattaneo, del quale stava facendo uno studio; De

Andreis, l'uomo che non pensava mai alla condanna, aveva del lavoro

fin sopra i capelli. Leggeva dei poeti inglesi, tedeschi e

francesi---tre lingue ch'egli deve sapere benissimo--studiava o

piuttosto correggeva il suo latino con lo Schultz alla mano e dedicava

parecchie ore a un lavoro di elettricità che deve avere veduto la luce

prima che gli abbiano spalancate le porte del reclusorio di

Alessandria. Federici si nutriva di storia e negli intervalli

rileggeva l'opera massima di Giuseppe Ferrari, del quale è sempre

stato ammiratore fervente. Valera studiava o fingeva di studiare il

tedesco e passava attraverso la _Social England_ di Traill--volumi che

incominciano col Conquistatore e finiscono col regno della regina

Vittoria, e danno una pittura esatta della vita intima e pubblica di

un popolo che non ha più freni nè per la penna del giornale e del

libro nè per la lingua della piattaforma.

Alle otto antimeridiane, si trovavano tutti nel raggio del

passeggio--un raggio angustissimo--si davano il buon giorno, si

dicevano se avevano dormito bene o male--la maggioranza pativa di

insonnia--si comunicavano le notizie portate loro dalle ultime visite

e dalle ultime lettere e poi incominciavano la conversazione, la quale

era sempre interessante anche quando, per ridere, discutevano della

possibilità di una evasione, citando quelle storiche di Napoleone III,

di Rochefort, dei prigionieri politici della monarchia di luglio, di

Krapotkine, di Bakunine, ecc., ecc.

Ritornavano in cella a lavorare per un paio d'ore e poi, alle undici,

ciascheduno usciva con la sedia, col tovagliolo, con la forchetta e

col cucchiaio di legno e andava a far colazione nel _cellone_

turatiano.

La loro colazione alla _forchetta_ era modestissima. Quando non

ordinavano il risotto alla certosina o la polenta col fegato in

comune, Romussi mangiava i tagliatelli al sugo e la costoletta

coll'osso, Turati un piatto di carne e due uova strapazzate, De

Andreis vi aggiungeva un po' di gorgonzola, Federici faceva precedere

al pollo o al fegato la zuppa alla pavese e Valera alternava le uova

al tegame con la pasta al burro, ben cotta.

La discussione si animava bevendo qualche bicchiere di vino buono

delle bottiglie che mandavano gli amici, mangiando dei dolci che

inviavano la mamma di Turati, o la signora di Federici o di Romussi--e

fumando le sigarette che trovavano un po' dappertutto. Qualche volta

capitavano loro, durante la giornata, dei cestelli di frutta fresca,

dei panettoni che obbligavano De Andreis a mettere sul tavolo la

bottiglia di barolo che Turati dimenticava nell'angolo.

Il deputato di Milano non voleva mai bere. Egli diceva che gli astemi

vivono più a lungo e sani come corni. Ma si insisteva e lui beveva,

versandoselo in gola come una medicina che gli faceva stralunare gli

occhi.

Il discorso eterno era la Cassazione che li teneva sugli aghi. Ma

facciano presto!

Mandateci in galera, dicevano, ma fate presto in nome di Dio!

Nessuno si lasciava cullare dalla speranza che magistrati dell'alto

tribunale avrebbero accolto il ricorso. Tuttavia, quando andava Majno

a trovare qualcuno di loro, rinasceva la discussione con un po' di

fede.

--Me l'ha detto lui adesso! Egli si crede, legalmente, in una botte di

ferro.

--Volete che Majno non sappia quello che dice?

De Andreis faceva il suo solito risolino e voltava le pagine del libro

che aveva fra le mani. Per lui, erano chiacchiere inutili. E si

metteva a sviluppare il suo programma di condannato a dodici anni con

una indifferenza che faceva scappare la pazienza a Turati, il quale

non voleva assolutamente diventare un eroe della casa di pena.

Dodici anni sono lunghi, eterni, sono la vita di un uomo! È un errore,

aggiungeva il Turati, credere che si possa lavorare serenamente in

queste condizioni, quando si manca di tutto, quando si deve vivere in

un buco ove si soffoca d'estate e si gela d'inverno, con venticinque

centesimi al giorno!

Romussi metteva sul tappeto la questione del viaggio. Egli, che si

ricordava del vagone cellulare che lo aveva condotto a Finalborgo con

degli scotimenti di testa, vedeva avvicinarsi il giorno della partenza

con orrore.

Gli rincresceva di lasciarsi chiudere in quella specie di cassa da

morto. Ma non avrebbe ceduto. No, non avrebbe ceduto! Se il Governo

voleva disonorarsi, tanto peggio per lui. E andava sotto la finestra a

dare delle puntate di scarpa nel muro.

--No, no, e poi no! non mi lascerò commuovere dalle lagrime di mia

moglie e di mia figlia. Non voglio andare nel vagone a mie spese per

salvare Pelloux dall'infamia di trattare i giornalisti come

delinquenti comuni!

--Ci lasceremo tagliare i baffi e indossare l'abito del recluso?

La Kuliscioff, che Turati vedeva spesso nella stanza dei colloqui

speciali, era determinata a sostenere una battaglia in favore

dell'abito del condannato politico. Essa aveva già detto al

capoguardia che nessuna guardiana avrebbe osato metterle le mani

addosso per farle indossare la veste abbominevole della reclusa.

Federici non ne era molto interessato. Egli diceva che non si

disonoravano i condannati politici indossando la toletta del

condannato comune. Sono quelli che la impongono loro che si

disonorano. La preoccupazione sua era piuttosto se si dovesse lasciare

sola la Kuliscioff a sostenere la lotta per l'abito. Valera ricordava

che anche i deputati irlandesi, ai tempi delle ultime leggi

eccezionali, erano divisi su questa questione. Il più accanito fu

O'Brien--l'ex direttore dell'_United Ireland_, Egli la considerava una

grande battaglia politica e la sostenne non lasciandosi svestire che

dopo lotte disperate tra lui e gli aguzzini di Kilmainham--prigione di

Dublino. Ci vollero otto carcerieri a strappargli la giacca ed il

panciotto. E i calzoni, otto giorni. Egli stette otto giorni in cella,

in camicia, senza coperta e senza pagliericcio d'inverno, a costo di

crepare di freddo e di starnuti.

Ma poi ha dovuto finire per lasciarsi vestire come gli altri.

Mandeville, il quale ha voluto imitarlo, è uscito sconquassato dai

pugni ed è morto. E gli altri deputati--Hooper, Sheehy e Carew--che

non hanno resistito come O'Brien, dopo il pugilato in carcere, non

sono stati più loro. Anche al Parlamento non si son fatti più sentire

che come votanti. L'amico Michele Davitt, che è ora alla Camera dei

Comuni ed è stato alla servitù penale, come feniano, per sette anni,

non dava alcuna importanza agli sforzi di O'Brien. Mi raccontava che

era del tempo sciupato. L'Irlanda aveva altro da fare che occuparsi

dei calzoni di O'Brien!

A mano a mano che si avvicinavano alla decisione della Cassazione, i

colloqui si succedevano ai colloqui in un modo straordinario. Erano

parenti, amici, compagni di lavoro che andavano al Cellulare come in

processione. Pei condannati, era uno strazio. Passavano da un

abbraccio all'altro commossi della commozione altrui. Toccava ai

condannati far coraggio ai visitatori! Il Turati risaliva qualche

volta sfatto.

--È un supplizio. A momenti, mi facevano piangere!

Romussi, più di una volta, entrava nel cellone colle lagrime negli

occhi.

Federici rientrava e si metteva a passeggiare colle mani imbracciate.

De Andreis invece si toglieva la giacca--lui non stava mai che in

maniche di camicia--la metteva con cura sul letto di Turati, accendeva

una sigaretta e ricominciava a mandare a memoria delle declinazioni

latine!

Il giorno in cui si seppe l'esito della Cassazione mangiarono con

maggior appetito senza punto discuterlo. Lo sapevano anche prima. Il

ricorso per loro non era stato che un modo per guadagnar tempo e per

aderire alla volontà dei parenti e degli amici che volevano che si

andasse fino in fondo. Il dolore comune erano le centocinquanta lire!

--Queste sì, disse De Andreis, che sono state sciupate!

--Rubate! dicevo io.

Dopo la parola della Cassazione fu davvero una pena. Nessuno era

riuscito a dir loro il giorno della partenza e ogni sera si separavano

coll'ambascia di non rivedersi più per del tempo.

--Ci manderanno assieme?

Turati aveva una pallida speranza di rimanere al Cellulare con la

compagna della sua vita o di andare a Pallanza, dove la sua buona

mamma avrebbe potuto andarlo a vedere di tanto in tanto senza fare un

lungo viaggio. Romussi aveva paura di ritornare a Finalborgo, un luogo

maledettamente umido, lontano da Milano, ove gli sarebbero ritornati i

dolori artritici. Federici era considerato il fortunato dei fortunati.

Lui aveva già scontato quattro mesi dei dodici che gli avevano

appioppati e lo avrebbero lasciato a Milano, senza dubbio, a far

compagnia al Maffi, il quale era entrato a fare il sesto nel cellone

da pochi giorni. Forse non lo si sarebbe neppure galeottizzato.

--Te fortunato! gli dicevano.

Di giorno in giorno, ne passarono dodici. Dodici giorni di ansie

crudeli. Facevano il pacco alla sera, dopo essersi salutati con un

abbraccio fraterno, e lo sfacevano alla mattina, ricominciando il

lavoro di suggestionarsi l'un l'altro.

L'ultima sera, disperati di non partire mai e determinati a non

pensare più alla partenza, si proposero di mangiare tutti assieme il

pollo alla cacciatora.

--Allora, disse Romussi, vedrete che ci manderanno via. Il pollo alla

cacciatora è sempre stato l'ordine di partenza. In Castello abbiamo

ordinato il pollo alla cacciatora e ci hanno fatto partire prima di

mangiarlo. Lo abbiamo comandato a Finalborgo e ci hanno rinviati a

Milano.

Alle due e mezzo della notte del 4 settembre il capoguardia andò nelle

celle dei condannati politici a dir loro di alzarsi in fretta che si

doveva partire.

Alle tre si trovavano nell'ottagono Romussi, De Andreis, Federici e

Valera.

La cella di Turati era illuminata.

Vennero ammanettati e cellularizzati nell'omnibus che li aspettava.

Alla stazione centrale si fecero prima uscire De Andreis e Romussi.

Quando discesero dal predellino della vettura Valera e Federici, gli

altri due erano scomparsi.

Turati lo si fece partire per Pallanza mezz'ora dopo, in un omnibus

piccolo, che lo aspettava nello stesso cortile.

Egli si era portato via il materiale per scrivere un libro sul

socialismo italiano. Ma poi, ricordatosi della sua idea fissa, che in

galera non si scrive, smise l'idea per rimpinzarsi di libri.

__La «colomba» e il linguaggio dei detenuti.__

La «colomba» e il linguaggio dei detenuti non si possono capire bene

che dopo sei mesi di cella in una casa di pena o in un carcere

giudiziario, dove la voce degli inquilini è perseguitata dalle

punizioni che macerano lo stomaco e riducono in una tana sotterranea

come tanti animali.

Una volta che siete passati attraverso questo periodo di segregazione

completa, con le guardie di custodia quasi sempre in agguato per

sorprendervi in flagrante violazione del regolamento, voi entrate nel

periodo di adattamento e incominciate a imparare tutte le astuzie che

vi aiutano a modificare la disciplina antisociale che impera

nell'ambiente dei reclusi.

La preparazione alla vita carceraria, nell'isolamento senza

interruzione, vi ha resi più sensibili.

La caduta di un fazzoletto vi fa trasalire come il chiavone che entri

nella toppa. Ci sono momenti in cui vi pare di poter sentire le

pulsazioni del cuore degli individui che abitano ai fianchi della

vostra abitazione. L'udito vi si raffina in un modo che nessuna zampa

di gatto può avvicinarsi all'uscio a vostra insaputa. A furia di

ascoltare le pedate dell'individuo che vi passeggia sulla testa, siete

in grado di distinguere il suo stato d'animo, di indovinare quando il

suo pensiero è tranquillo o rassegnato o quand'esso è sottosopra o

imperversa per il suo cervello come una tempesta.

Un addio sommesso, uscito da una di quelle buche che chiamano

finestre, vi giunge all'orecchio con tutti i larghi della voce

squillante e sonora. L'alito diventa, per il recluso, un suono. Un

suono dolce, un suono che va giù a remigarvi nell'anima come un

notturno tenero ed elegiaco di Chopin.

Dotati di questa percezione, voi sentite nell'aria la voce di un

sepolto come un'armonia lamentosa uscita da un organo toccato da una

mano raffinata. È lui che chiama in aiuto la vostra «colomba», perchè

ha bisogno di sapere o di comunicarvi una notizia, perchè i crampi del

suo stomaco lo obbligano a cercarvi un tozzo della vostra pagnotta,

perchè ha una voglia matta di accendere la pipa o il sigaro, o perchè

desidera farvi leggere un giornale che gli è riuscito di avere per la

via della via.

La «colomba» è una funicella o un attorcigliamento di stracci, di

striscie di fazzoletti o di camicie, o di liste di lana o di panno

sfilacciate. Tutto è buono, purchè si riesca a mettere assieme una

specie di corda lunga tre piani di Cellulare. Per coloro che sono

condannati in un carcere giudiziario e quindi senza biancheria

propria, la «colomba» diventa un problema che non può sciogliere che

la pazienza o qualche detenuto sotto processo capace di regalarvi il

materiale per farla.

Con la pazienza potete rarefare il tessuto della coperta del letto,

del pagliericcio, dell'asciugamano, del fazzoletto e magari degli

abiti che indossate.

Una volta che siete padroni di una «colomba», voi potete mettervi tra

i prigionieri, diremo così, agiati. Voi possedete un tesoro che vi

permette di comunicare con tutte le finestre della facciata

dell'edificio che vi ospita e delle facciate degli altri raggi

congiunti col vostro.

Mi spiego con un esempio.

Supponete che io occupi una cella al primo piano di un ambiente di

cento finestre. Le finestre sentono dell'aguzzino. Vedute all'esterno,

sembrano grandi buche da lettere incorniciate in un rialzo di granito.

All'interno, spaventano il novizio. Hanno l'inferriata staccata dal

pietrone che si protende in fuori e impedisce di vedere le altre

finestre e di agguantare la funicella che penzolasse dinanzi.

Io ho un solfanello e tutti gli altri miei colleghi della mala vita

vogliono fumare. Il solfanello del buon prigioniero deve sempre essere

di legno. Con uno spillo, del quale un vecchio frequentatore di

carcere deve essere munito, a costo di nasconderselo nella pelle, lo

apro in quattro.

Metto i tre quarti nel ripostiglio più recondito della cella, e mi

servo dell'altro per accendere un po' di lisca ravvolta in un

mucchietto di filacce per impedirgli di divampare. Con poco solfo

sulla capocchia, sarei un cretino se mi dimenticassi dell'esperienza

dei miei colleghi. La quale è che non si deve mai passare allo

sfregamento senza prima avere strofinato ben bene un bottone di

metallo o un chiodo delle scarpe o un legno qualunque.

Sfregando leggermente sulla parte calda o infocata voi potete

scommettere che farete pipare tutti.

I miei amici del Cellulare sono tutti pronti e non aspettano che il

segnale che può essere uno starnuto, o un colpo di tosse, o anche una

battuta di mano.

Accendo il mio virginia, tossisco, metto fuori dalla finestra la

scopetta e aspetto la fune dalla finestra del terzo piano

perpendicolare alla mia. Tutto ciò avviene in un modo rapidissimo.

Alla estremità della «colomba» è un peso o un sasso nel sacchetto o

nel mucchietto di cenci. Lo tiro a me con la scopetta, vi lego il

sacchetto con la lisca che fumacchia internamente adagio adagio, sale,

si ferma alla seconda finestra ove è atteso, riprende la via e

scompare nella cella di colui che mi ha lasciato giù la fune.

Costui se ne serve e poi getta il sacchetto attaccato alla fune sulla

scopetta della cella a fianco.

È questo il movimento più difficile della «colomba». Ma la mano

abituata vi riesce al primo colpo.

Il compagno che l'ha presa ne stacca il sacchetto dalla funicella che

viene ritirata, lo appende alla sua «colomba», se ne serve e lo lascia

cadere dalla prima alla seconda finestra, ove sosta come accenditoio e

riprende la discesa per fermarsi alla terza finestra dove avviene la

stessa operazione di staccarlo da una «colomba» per attaccarlo a

un'altra e gettarlo sullo scopino della finestra a fianco.

Mi sono servito dell'esempio più difficile. Gli esempi facili sono con

le finestre sopra o sotto o a fianco della mia. Se non ci sono le

_piantelle_ (guardie) nel cortile che adocchiano, io sono sicuro, con

la «colomba», di soccorrere e di poter essere soccorso.

Il linguaggio dei detenuti è di una semplicità alfabetica. Lo si

impara in mezzo minuto. Ma non si può servirsene che dopo avere

esercitato i pugni sulla parete per dei mesi.

Le lettere dell'alfabeto del prigioniero sono ventuna e ciascuna di

esse corrisponde a un numero:

a b c d e f g h i l m n o p q r s t u v z.

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21.

Io e un altro siamo in due celle divise da un muro. Non ci conosciamo,

non ci siamo mai visti e forse non ci vedremo mai. Ma l'uno desidera

di sapere chi è l'altro e tutt'e due vogliamo narrarci la storia dei

nostri delitti.

Se io batto undici volte, voi avrete capito che ho battuto una m,

mentre se non do che tre colpi avrò segnato il c.

Sono io che invito il compagno dell'altra cella a fare conoscenza o a

parlare con me.

Incomincio con una sfuriata di pugni che pare traduca dell'allegria.

Egli mi risponde con altrettante battute precipitate che rappresentano

il saluto.

Lo interrogo con due colpi secchi e serrati che vogliono dire: sei

pronto?

Egli mi risponde con due battute l'una dietro l'altra che equivalgono

a «sono pronto, parla».

Supponete ch'io voglia domandargli:

--Chi sei?

Batto prima tre colpi, poi otto, poi nove, poi diciassette, poi

cinque, poi nove. Tra una lettera e l'altra c'è una pausa per dar

tempo al mio compagno di battere due colpi e farmi sapere che ha

capito.

In meno di dieci minuti io, colla rapidità delle battute, posso fargli

sapere chi sono, che cosa ho fatto, quante volte sono stato

condannato, se ho L'amante, se sono ammogliato, quando finirà la mia

sentenza e in che modo uscirò senza finirla.

La conversazione termina sempre con una sfuriata di battute da una

parte e dall'altra, come uno scambio di saluti.

Mi sono spiegato?

Di sera, verso l'ora della campana, le muraglie delle celle diventano

i nostri pianoforti. I nostri pugni sprigionano fughe commosse,

preludii che vanno nel sangue come tessuti di tenerezza, arie, duetti,

finali che si diffondono nella grandiosità dell'ombra, come una

fusione di poesia e di musica.

__Note autobiografiche del deputato Luigi De Andreis.¹__

¹ Il deputato De Andreis non poteva farmi piacere maggiore di

autorizzarmi a pubblicare le sue note, messe assieme al Cellulare

per il tenente Giglio, suo avvocato militare. Non è che l'uomo

forte che sappia fotografarsi per il pubblico. In un centinaio di

righe egli ci ha dato, direi quasi, il romanzo del ragazzo

povero. Senza enfasi e senza una frase che trascini alla

commozione, egli ti fa piangere. Ti mette in una stamberga dove è

tutta una famiglia che muore di fame. Con un periodo ti rivela la

disuguaglianza tragica tra i bimbi dei ricchi e i bimbi dei

poveri. Da una parte figli che nascono nella batista, che si

sviluppano suggendo al seno di nutrici superbe, che crescono

circondati dalle cure delle bambinaie, tra una carezza e l'altra

delle mamme, in ambienti principeschi. Dall'altra figli che

sbucano dall'utero materno e cadono in una bracciata di stracci.

Le madri straziate dalla miseria non possono dar loro il

capezzolo che negli intervalli della vita ladra. Svezzati, non

c'è più per loro che il rifiuto di qualche buona donna, o la

scodella odiosa dell'asilo. La società è loro matrigna. Li

punisce non appena, nati. Li condanna alle astinenze, alle

privazioni, agli orrori della carità cittadina o pubblica.

De Andreis dalla società monarchica non ebbe che calci. Essa nun

gli ha dato nulla. Lo ha trattato come e peggio di un mendicante.

È alla sua tenacia ch'egli deve la sua liberazione. È a sè stesso

ch'egli deve l'uscita dai rigagnoli dell'esistenza plebea. È con

uno sforzo supremo che il pitocco è salito all'altezza del

laureato, alla sommità del legislatore, alla grandiosità del

popolarizzatore di scienze.

Egli è autore di due manualetti pratici, pubblicati dalla Società

Editrice Sonzogno: _Manualetto di Elettricità_ e _I raggi X_.

Di lui mi ricorderò tutte le volte che sarò sulla piattaforma a

convincere i cittadini che i figli devono essere del Comune.

Sono nato il 29 dicembre 1857.

Mancato presto il padre, Giuseppe, rimase la sola madre, Gadda

Teodolinda, senza alcun mezzo, con sette figli, di cui il maggiore

aveva poco più di 14 anni. Anche i più grandicelli non avevano nessun

mestiere; perchè poco prima della mia nascita, la mia famiglia era

venuta a Milano da Solbiate Olona, dove mio padre era agente di

campagna.

Non so come non siamo morti tutti di fame! Tutti i miei fratelli buoni

a qualche cosa furono messi a lavoro, senza scuola od altro

insegnamento.

Io e mio fratello Benedetto, nato nel 1855, eravamo troppo piccoli per

poter essere messi a bottega.

Appena in età (credo a quattro o cinque anni) fui accettato all'Asilo

Infantile posto sul corso Garibaldi (ora Laura Mantegazza, dal nome

della fondatrice, madre del senatore Paolo Mantegazza); avevo almeno

la minestra a mezzogiorno, e una vesticciuola; alle scarpe spesso

dovevano pensare i benefattori straordinari; molte volte, dopo la

minestra del mezzogiorno, non c'era più nulla fino al mezzogiorno

dell'indomani, tranne qualche pezzo di pagnotta che mi veniva dato dai

vicini, un po' meno poveri di noi.

Finiti gli anni dell'Asilo infantile, fui ammesso al Conservatorio

della Puerizia, dove pure avevo la minestra e la _blouse_. Un vecchio

dottore dell'Ospedale Maggiore, il dott. Adamoli, mi conobbe come

dottore dei poveri; ebbe pietà della mia miseria e fu meravigliato del

mio amore allo studio; perciò la famiglia ebbe da lui qualche

soccorso. Dovevo restare al Conservatorio tre anni, ma vi rimasi, per

grazia, un quarto, per usufruire del nutrimento. Ne uscii nel 1868.

Il fratello maggiore, Giovanni, era morto nel 1866, a Custoza,

caporale nel 65.° regg. fanteria; mia sorella s'era maritata, ed era

la maggiore; e quindi continuavano le strettezze.

All'uscire dal Conservatorio, avrei dovuto mettermi a lavorare; ma

alcuni benefattori, cui la direttrice vantava il mio amore allo

studio, si occuparono di pagare i libri e le spese di cancelleria,

perchè proseguissi gli studi nelle scuole elementari; così feci la

terza e quarta elementare (ora quarta e quinta) dal 68 al 70.

Guadagnavo qualche soldo facendo i cómpiti a qualche compagno, e

vendendo giornali, specialmente nelle vacanze.

Nel 71, benchè fossi sempre il primo della classe, eravamo ancora al

bivio.--Mio fratello Benedetto, due anni maggiore di me, faceva allora

il 2.° corso tecnico provveduto da un benefattore; lo stesso

benefattore provvide alle spese mie; e così mi iscrissi alla Scuola

tecnica, che seguii, sempre primo, dal 1870 al 1873. Il mio nome è

ancora ricordato alla Scuola tecnica di via Bassano Porrone dai vecchi

professori.

Intanto però aumentavano le esigenze della vita, poichè il

benefattore, tranne qualche soccorso irregolare, non pensava che alla

scuola. Perciò, durante il secondo anno di scuola tecnica, cominciai a

far da ripetitore a giovanetti delle scuole elementari, nelle ore

serali; e durante il terzo anno (e gli anni dell'Istituto Tecnico che

vennero dopo) guadagnai da vivere dando ripetizioni e lezioni,

specialmente di matematica e scienze affini, a studenti delle scuole

tecniche.

Finita la Scuola tecnica, ero destinato ad entrare in uno studio

commerciale, come mio fratello Benedetto, ma il mio successo negli

studii e le insistenze e le preghiere del direttore della Scuola

tecnica, signor Vigo Pellizzari, indussero il benefattore a continuare

le spese, e mi iscrissi all'Istituto Tecnico di Santa Marta (ora Carlo

Cattaneo), sezione Fisico-Matematica. Non pagavo nessuna tassa, perchè

raggiungevo sempre il primo posto; e le ripetizioni, benchè mi

costassero enorme fatica, dovendo tutto il giorno attendere alla

scuola, cominciavano a fruttarmi qualche cosa di più. Specialmente

nelle vacanze, quando accorrevano a me molti _bocciati_, per essere

preparati agli esami di ottobre.

Nel 1877 finii l'Istituto Tecnico, primo tra i licenziati; oramai le

condizioni finanziarie mi imponevano di cessare gli studii per dare

qualche aiuto alla famiglia. Ma poichè ripetutamente si era esposta al

Ministero la necessità di fondare delle borse di studio presso la

Scuola d'applicazione degli Ingegneri, si approfittò dell'occasione

mia speciale, a cui le condizioni famigliari impedivano anche la

possibilità di recarmi a Pavia nel Collegio Ghislieri e, _per la prima

volta e per me personalmente_, fu stabilito un assegno di studio di

600 lire annue dal Ministero d'Istruzione Pubblica.

Così nel 1877 fui iscritto alla Scuola Preparatoria dell'Istituto

Tecnico Superiore di Milano.

Le cinquanta lire mensili non sarebbero bastate, alla mia età (20

anni), se non avessi continuato il lavoro delle lezioni private.

Durante i cinque anni dell'Istituto Tecnico Superiore, in media io

davo alla famiglia 70 lire mensili, pensando per mio conto alle spese

personali e agli abiti.

E notisi che le condizioni per il sussidio erano gravissime; perchè io

dovevo ottenere, _non in media, ma in ogni singola materia_, almeno

9/10: bastava un _otto_, perchè il sussidio potesse cessare. Pure

superai sempre la misura richiesta, anche negli esami di laurea, in

condizioni specialissime di salute e di preoccupazioni famigliari e

personali. Non discesi mai al disotto di 94%, e in un anno arrivai a

98%.

Il tempo per le lezioni mancava, perchè l'orario di scuola era

gravissimo (dalle 8 alle 5½ o alle 6); ma mi aiutavo nelle vacanze,

dando perfino cinque lezioni al giorno di calcolo differenziale e

integrale, di geometria proiettiva e descrittiva e di meccanica

razionale.

Laureato ingegnere nei primi di settembre 1882, agli ultimi dello

stesso mese fui assunto dal professore Colombo come ingegnere

dell'allora Sindacato per l'applicazione dei brevetti Edison: e presso

la Società Edison restai fino ad ora.¹

¹ De Andreis non era ancora condannato. Adesso egli ha aperto

studio per suo conto.

<tb>

Dall'82 all'84 attesi alla costruzione dell'officina in via S.

Radegonda, come direttore dei lavori, e alla posa in opera delle

fondazioni delle macchine e delle caldaie. Finita la costruzione del

fabbricato, fui uno degli ingegneri addetti all'officina elettrica,

sotto gli ordini del direttore sig. J. William Lieb, e fui incaricato

in modo speciale delle caldaie e delle macchine a vapore, e

accessorii. Nel 1887 fui incaricato degli impianti elettrici nella

città di Milano.--Nel 1888 fui incaricato degli impianti (previo

progetto e preventivo) d'illuminazione elettrica fuori di Milano.

Citerò tra gli impianti, quelli dei teatri S. Carlo di Napoli e Carlo

Felice di Genova, della città di Cuneo, della città di Ferrara, ecc.

In una delle mie brevi fermate a Milano allora (poichè specialmente

Napoli e Cuneo mi tennero occupato per quasi tre anni), mi venne

offerta dalla Società Edison la direzione della Società di

illuminazione elettrica di Venezia, a condizioni vantaggiosissime.

Dovetti, con dispiacere del professore Colombo, ringraziare

dell'offerta, per le condizioni specialmente di famiglia: io non avrei

potuto portare mia madre (da tanti anni abituata al quartiere di P.

Garibaldi, e allora sessantacinquenne), in un nuovo elemento, come

Venezia, senza ch'ella ne soffrisse enormemente; e poichè avevamo da

vivere--benchè umilmente--a Milano, rinunciai alla nuova posizione.

Prima di questo incidente era avvenuta la morte del mio fratello

maggiore, Benedetto.

Mio fratello, già capo contabile della ditta Carlo Erba, in Milano, a

un certo punto credette di poter lavorare per suo conto come

rappresentante in generi coloniali. L'attività sua, l'intelligenza,

l'onestà, già l'avevano avviato sopra una via promettente, ma tutti i

suoi fondi erano impegnati con una casa di Buenos Aires, la quale, per

la crisi di quello Stato, fallì. Qui a Milano d'altra parte, la firma

per l'acquisto delle merci era di mio fratello; e in un mio colloquio

con lui, senza che lo sapesse la mamma, egli mi espose lo stato suo,

ed io mi accordai con lui per pagare _a poco a poco con lui_ i debiti

_non suoi_. In pochi anni pagammo forse diecimila lire. Ma mio

fratello si ammalò di lavoro e di consunzione, e nel 1889 morì dopo

sei mesi di letto. Non trovai che un centinaio di lire, e più che

_tremila lire di debito restante_ ancora dell'antico.

Decisi di pagare io _del mio_ i debiti; e li pagai in poco più di un

anno e mezzo, economizzando sulle trasferte e sul mio stipendio di 250

lire mensili.

Parecchi amici mi consigliarono di denunciare che mio fratello non

aveva lasciato nessuna eredità, e non pagar nulla. Rifiutai, d'accordo

con la mamma, e pagai tutto.

Dopo qualche anno le mie condizioni migliorarono nonostante altre e

continue sventure famigliari.

La Società Edison ebbe sempre maggior fiducia in me, perchè nel 1895

fui nominato direttore dell'officina d'illuminazione elettrica di

Santa Radegonda, allora la prima officina d'Italia.

Non abbandonai la direzione dell'officina (che richiedeva vigilanza

notte e giorno), se non dopo la mia elezione a deputato per Ravenna.

Conclusi allora nuovi impegni colla Società Edison, per riservarmi la

libertà di tempo e di lavoro richiesta dall'ufficio parlamentare.

Intanto però avevo già avviato, appunto per la libertà di tempo e

d'ufficio contrattata, parecchi lavori privati. L'impianto di

Molfetta, nella parte di studio, consulenza e collaudo; l'impianto di

Bisceglie, per consulenza e collaudo; l'impianto di Perugia, per

studio e decisione in unione ai signori ingegneri Zunini e Fera. Ciò

per rispondere all'atto d'accusa che dice ch'io mi sono dato _tutto_

alla politica. Si può anche rispondere che parecchie volte invece fui

chiamato dalla fiducia del Tribunale di Milano ad eseguire perizie

giudiziarie, nonostante il mio carattere politico.

<tb>

Nel 1874 mi inscrissi al partito repubblicano; nel 1876 cominciai ad

apparire in pubblico come oratore. Nel 1882, quasi durante gli esami

di laurea, ebbe luogo un processo mio in Corte d'assise, ed era, non

so se il decimo o il duodecimo. Fui processato anche dopo, e

ultimamente nel 1896 a Milano e Livorno, sempre per delitti di stampa

e sempre assolto. Non fui mai _incriminato_ o _processato_ per i miei

_discorsi_ attraverso l'Italia, in 24 anni di vita politica.

Nel 1892 mi presentai candidato nel primo Collegio di Milano (Porta

Garibaldi e Porta Nuova); nel 1895 mi ripresentai; fui eletto in

ballottaggio con 155 voti di maggioranza. La Camera ritenne eletto il

mio competitore a primo scrutinio. Nel 1897 caddi a Milano per 60 o 70

voti, ma riuscii a Ravenna per più di 150 voti.

Il mio discorso sulla crisi, per cui entrò nel Ministero Rudinì l'on.

Zanardelli, benchè di gravissima opposizione, ebbe gli elogi di tutti,

anche dell'_Italie_!

Dopo non c'è più nulla, perchè la Camera è sempre stata in riposo, ed

io, anch'io, sono stato messo in riposo, qui al cellulare.¹

¹ Mentre era al cellulare è stato a un pelo per essere fucilato.

__Rivelazioni di un ergastolano.__

(Note all'autore).

Voi avete insistito tanto, con tante buone ragioni, che io mi lascio

indurre a prendere la matita. Non so come incominciare. Un uomo, che è

in galera da trentadue anni, deve riuscire per gli altri un ingenuo o

un semplicione. Non ho che una pallida idea della ferrovia. Non ci fui

che da inquisito e da forzato. E, anche come tale, me la ricordo come

un cubicolo di punizione.

Non saprei del telefono se non ne avessi veduto l'apparecchio in

Direzione, e ignorerei completamente la luce elettrica, se da qualche

mese non ne fosse illuminato lo stabilimento. Pensate, sono vent'anni

che non esco da questa casa. Venti anni che faccio le stesse scale,

che percorro gli stessi corridoi, che incontro, si può dire, le stesse

facce, che mangio la stessa pagnotta e la stessa minestra, che

ubbidisco alle stesse voci e che mi alzo e mi corico al suono della

stessa campana. Ho dimenticato la forma delle lettere. Non ne ricevo

più da un secolo. Mia madre è morta e i pochi che mi scrivevano mi

hanno seppellito nella loro memoria. E mi facevano tanto bene le

lettere! Una lettera era un avvenimento che mi commoveva i nervi

cerebrali in un modo straordinario. La tenevo nella mano trepidante e

la leggevo per una settimana, piangendo, ricordando, facendo sogni di

rivedere tutto ciò che avevo perduto, e poi, sazio, la mettevo con le

altre e ricadevo nell'insensibilità di prima.

Il passato non ha più alcuna presa su me. Non vivo più di esso e per

esso come nei primi tempi. Non ho più rimpianti, non ho più

aspirazioni. La mia vita è finita, completamente finita. Lo stesso mio

delitto pare diventato il delitto di un altro. Posso rivedere il

sangue che usciva a fiotti dal collo di mia moglie e riudire le sue

ultime grida senza che si accenda il mio polso o si acceleri la

palpitazione del mio cuore. È come se il sangue non fosse stato

versato dalla mano che scrive. Prima, no. Prima, la tragedia mi

metteva sottosopra.

Non potevo rivedere il cadavere che mi ha galeottizzato, senza

rinfuriare col coltello sulle carni insudiciate dalla concupiscenza

dell'uomo che si ubbriacava tra le sue braccia. Esagitato, come chi

non vede che la colpa dell'altro, giuravo, con la bocca piena di

fiele, che non le avrei mai perdonato. Adesso, non ho più rancori.

Ciascuno di noi ha avuto il suo. Ella è stata ricacciata nell'eternità

in un momento tragico, calda ancora dei baci del suo drudo--io sono

stato condannato alla morte lenta, attraverso i supplizi della casa di

pena. Lui? L'ho lasciato fuggire. Con le mani imbrattate di sangue,

sentivo i suoi passi che correvano verso Serralunga, al di là di un

fosso asciutto, senza punto pensare a rincorrerlo. Sono stato vile.

Dovevo ammazzare anche lui. Anche lui doveva scontare la tresca con la

vita. Non vi pare? Chi s'allaccia alla donna di un altro e fuori della

legge, è un nemico della legge. A che gioverebbe, dite, il matrimonio,

se non proteggesse i coniugi e non li obbligasse ad essersi fedeli a

vicenda? Dovevo sgozzarlo come si sgozzano le galline dopo aver loro

torto il collo, dovevo, allora. È l'unico sentimento di vendetta che

sia rimasto in me più a lungo d'ogni altro. Autore di tutto,

rimpiangevo di non averlo trascinato a partecipare della scena finale.

Adesso? Adesso, potrei sedere sulla stessa panca senza trasalire.

L'amante è come se fosse morto.

Avete ragione di interrompermi. A voi importa poco il mio stato

d'animo. Voi non volete del condannato che i patimenti, ed eccomi a

compiacervi.

Sono della provincia di Avellino e nato nel '48. Facevo il massaro, e

il ganzo di mia moglie adultera era il figlio del padrone. La mia

causa durò più di cinque anni e al terzo processo venni condannato

dalle Assisie di Salerno, come da quelle di Avellino e di Benevento,

all'ergastolo.

La sentenza mi fece l'effetto di una legnata sulla testa. Caddi sul

banco degli accusati come istupidito. I carabinieri mi dovettero

scuotere e trascinare fuori della gabbia. Sono passato, tra la folla

che aspettava di vedermi, con il cervello confuso e gli occhi vitrei.

Erano fissi in terra e non sentivo che le fiamme alle orecchie. Tra un

processo e l'altro, ero obbligato a passare da una prigione all'altra.

Il modo di traduzione, ai miei tempi, era feroce. Ogni prigioniero era

considerato e trattato come un brigante.

Per andare, per esempio, da Ariano, il mio paese, ad Avellino, mi

facevano fare quattro tappe, in quattro paeselli, dove era la caserma

dei carabinieri, con la camera di sicurezza. La stanza di sicurezza

era un luogo di tortura, buia come una cantina e larga come una tana.

Rimanevo perduto nella foscaggine per dieci minuti senza raccapezzarmi

il luogo. C'era, di solito, una finestrucola all'estremità della

parete rasente il soffitto, armata di due bastoni di ferro in croce, e

un tavolato con una secchia in un angolo. Vi si respirava un'aria

malsana. Il supplizio incominciava quando mi si mandava a dormire. Me

ne ricordo ancora con dei brividi. Mi si faceva sdraiare con i polsi

nei ferri, mi si ordinava di mettere le gambe nei cavi di un rialzo ai

piedi del tavolato, il carabiniere vi calava sopra la stanga che

chiamavano ceppo, la chiudeva baciata al rialzo con un grosso

lucchetto e mi lasciava così fino all'indomani. Ogni movimento

equivaleva a un dolore atroce e a una scorticatura che diventava, con

le ore, ardente. Legato e adagiato in questo modo, non avevo, per i

bisogni corporali, che i calzoni.

Non ero ancora condannato e potevo essere innocente e già mi si

sottoponeva a un castigo infernale! Mi alzavo dodici ore dopo con le

ossa rotte e le carni indolenzite. Intorno ai malleoli e ai polsi,

erano le strisce lividastre dei tormenti notturni. Mangiavo il pane

che mi davano. Pane che mi si rompeva sotto i denti come un impasto di

terriccio e ghiaia minuta. Nessuno potrà mai descrivere il pane dei

miei tempi. Quello d'oggi, risovvenendomi dell'altro, mi pare del pane

di lusso. L'acqua del secchio era sempre fetida. Pareva attinta in un

pozzo dall'acqua stagnante; qualche volta sentiva della rigovernatura.

Lamentarsi voleva dire inferocire il personale di custodia. Supino sul

tavolato, non m'immaginavo che m'aspettava qualcosa di peggio.

Nelle carceri di Avellino mi trovavo in una parte dell'edificio

chiamato dei «ferri», perchè non vi mandavano che galeotti o individui

che stavano per diventarlo. Era, tutt'assieme, un corridoio composto

di quattordici o sedici stanzoni, in ciascuno dei quali venivano

chiuse cinque persone. Quando entrai in questo ambiente, c'erano

cinquantotto individui condannati ai lavori forzati a vita, e dodici

alla pena capitale. I condannati a morte facevano pietà. Passavano da

un'ansia all'altra. Ogni mattina, per dei mesi, si aspettavano di

sentirsi dire che il momento di prepararsi era venuto. Io ero

ignorante di legge. Ma dicevo che era una crudeltà senza nome tenere

la gente in questa condizione tanti mesi. Trenta giorni di questo

strazio equivalgono bene all'attimo del cappio che fa vomitare la

vita.

Di questi infelici, ne conobbi, intimamente, due. Ora l'uno e ora

l'altro mi raccontavano la loro paura di morire. Avevano una grande

speranza nella clemenza di Vittorio Emanuele. E io li aiutavo a

nutrirla. I loro nomi erano Alfonso Minetti e Carmine De Vito. Il

primo aveva accoltellato il padrone a morte, e il secondo aveva fatto

a pezzi una donna con la scure. Una mattina che eravamo al passeggio e

parlavamo appunto della grazia sovrana, venne una guardia a chiamare

il De Vito.

--Ti vuole il signor direttore.

Supponevamo che fosse stato chiamato per la comunicazione della

grazia. Ritornò la guardia senza il De Vito a chiamare il Minetti.

--Ti vuole il signor direttore.

Non vidi più nè l'uno nè l'altro. Seppi poi che erano stati condotti

in cappella per la preparazione. Quando c'ero io, i sentenziati a

morire venivano legati alle mani e ai piedi per il resto della loro

esistenza, vale a dire per tre giorni e tre notti. Era una precauzione

che impediva loro di sottrarsi alla condanna con qualche atto

insensato. Si dava loro quello che desideravano da mangiare e da bere,

e venivano, più volte nel giorno, consolati dalla parola affettuosa

del sacerdote. Sono però rari i delinquenti che si abbandonano

all'orgia del ventre in cappella. Alfonso assaggiava appena ciò che

gli portavano e Carmine non beveva che della limonata. L'aurora dell'8

giugno 1875 fu triste. Sentivamo i passi affrettati che andavano e

venivano e i rintocchi che diffondevano il terrore per la carcere.

Tutti quelli della mia camera andarono con me in ginocchio. Pregammo

con fervore fino a giustizia finita. Tutti e due sono andati all'altro

mondo pentiti del loro misfatto.

Nella carcere di Benevento mi trovai con un altro condannato di

ventidue anni, che aveva mozzato il capo alla ragazza che non voleva

più sposarlo. Si chiamava Muscischio. Respinta la rinnovazione del

processo, venne isolato in una stanza, al cui uscio era stata messa

una guardia che non doveva fare altro che tenerlo d'occhio dalla spia.

Rimase dieci giorni tra la vita e la morte. Venne graziato il

venticinque aprile 1876. Ritornato in mezzo a noi, ci raccontò lo

spasimo che aveva subito in quelle notti e in quei giorni. Ci diceva

che il pensiero di morire non gli dava mai requie, e che, anche quando

la prostrazione gli chiudeva gli occhi, il suo sonno veniva conturbato

dal carnefice, del quale gli pareva sempre di sentire la voce. Durante

il giorno non mangiava cinquecento grammi di pane. Lo rivedemmo

spaventevolmente denutrito. Egli era contento della grazia, ma diceva

che in dieci giorni aveva sofferto assai più che se lo avessero

impiccato dieci volte.

Finalmente, venne l'ordine della mia destinazione. Il ministro

dell'interno aveva scelto per me il bagno penale di Genova. Non si sa

ancora perchè il delinquente viene mandato a scontare la pena quasi

sempre agli antipodi dal luogo del delitto. La nostra catena era

composta di otto a vita e di tredici a tempo. Parecchi indossavano il

costume del galeotto e parecchi, come me, l'abito, diremo così,

borghese. Non ricordo il nome della nave. Ma sarà difficile che io

dimentichi il viaggio di mare che mi ha convulsionato tutto

l'organismo e mi ha fatto patire le pene dell'inferno. Il tavolato

della camera di sicurezza, paragonato alla stiva, mi diventava un

letto di bambagia. Con l'odore di catrame, si aspirava un'afa che

sentiva di latrina. Pigiati come eravamo, mi pareva di essere in un

affogatoio. I carabinieri non furono certamente umani.

Ammanettati, ci legarono a due a due al braccio e ci incatenarono

tutti assieme. L'uno non poteva muoversi senza tutti gli altri.

Stivati peggio che i conigli in una conigliera, non vedevamo che le

onde del mare che venivano a frangersi sui vetri dei buchi rotondi.

Qualche volta la nave ballonzolava, piegava come se avesse voluto

rovesciarsi sulle acque agitate e qualche altra saliva rapidamente

alla superficie per affondare di nuovo nei flutti che tentavano di

inghiottirla. Alcuni dei miei compagni si erano già vuotati lo

stomaco, non potendo frenare gli impeti del vomito. Io ne sentivo gli

urti, ma tenevo duro. Parecchi di noi avevano le labbra paonazze e le

orecchie orlate del rosso smorto dei febbricitanti. Dalle

finestrucole, la nave ci dava l'impressione che stesse per sommergere.

Il vento muggiva disperatamente e incalzava i cavalloni che venivano a

schiantarsi sui suoi fianchi come fasci di verghe d'acciaio. Nella

stiva, si moriva. Cedetti e incominciai a recere come tutta la catena.

Senza poterci staccare o avere dei recipienti, ci sbattevamo le

eruzioni gli uni sugli altri, imbrattandoci da far pietà ai sassi. La

notte fu ancora più spaventevole. La nave, violentata da tutte le

parti, pareva in deriva. I venti scatenati le andavano sotto e la

elevavano sui flutti come se avessero voluto scaricarla del suo

carico. La nostra catena incominciava a temere un naufragio. Dovevamo

essere orribili. Seduti o sdraiati nelle chiazze della materia

eruttata, recitavamo tutti dei pater e degli ave domandando perdono a

Dio dei nostri peccati.

In un momento in cui fummo invasi da un terrore indicibile, chiamammo

il brigadiere all'uscio della stiva e lo pregammo di metterci in

condizione di poterci aiutare con le nostre gambe e con le nostre

braccia in caso di disastro. Lo supplicavamo con tutte le parole

carezzevoli a nostra disposizione. Gli dicevamo che eravamo condannati

a scontare una pena in un ergastolo, non a naufragare in blocco,

legati come un sol uomo. Se non ci dava modo di salvarci, il delitto

del brigadiere sarebbe stato un delitto peggiore del nostro.

A mano a mano che parlavamo, il terrore ci era entrato fino nel

midollo spinale. Ciascuno di noi gareggiava di vigliaccheria.

Piangevamo e imploravamo la vita come tanti miliardarii attesi sulla

spiaggia dai parenti straziati dal dubbio. Il bastimento, che aveva

tentato di mantenersi in equilibrio con le àncore, pareva avesse rotto

gli ormeggi e fosse in balìa di una corrente che volesse scavargli

l'abisso.

--Abbia pietà di noi, signor brigadiere,

--Pezzi d'asini! Tacete o vi farò incatenare i piedi agli anelloni del

pavimento! Siamo qui anche noi e per colpa vostra e non diciamo

niente. Se andrete in fondo non sarà un gran male. Io ho degli ordini

e non posso violarli. Fate dunque silenzio e non rompeteci più le

scatole. Siamo intesi.

Rimanemmo intontiti. Non credevamo che ci potesse essere un uomo

capace di dirci, in un momento simile, che se anche fossimo annegati

non sarebbe stato un gran male. Nel cervello di molti di noi è passato

il delitto. Se qualcuno di noi fosse stato libero, il brigadiere non

avrebbe potuto finire la frase. Egli sarebbe stato piegato in due e

cacciato in mare da uno dei portelli del naviglio.

Dopo, al bagno, seppi ch'egli non avrebbe potuto fare altrimenti. Era

la legge che ingiungeva al carabiniere di lasciarci annegare

ammanettati in una prigione durante il naufragio della nave.¹

¹ I lettori crederanno che l'ergastolano esageri. Ma io posso

disilludervi. Quello che avveniva allora avviene anche adesso. Me

lo diceva pochi giorni sono un brigadiere dei carabinieri che si

è proprio trovato in piena tempesta con una catena di condannati.

--Ero incaricato di condurli da Civitavecchia alla Sardegna.

Partimmo con un mare tranquillo. I forzati erano stati stivati,

incatenati e chiusi nella stiva. La burrasca incominciò nel mezzo

del mar Tirreno con tanta furia da obbligare il capitano a

preparare l'equipaggio a tagliare le corde delle lance di

salvataggio e a dare a ciascun passeggero il salvagente. I miei

forzati strepitavano e domandavano con alte grida di essere

slegati e smanettati. Era una scena da far piangere e, se devo

dire la verità, provai un'emozione che mi inumidì gli occhi.

Tentai di pacificarli con buone parole dicendo che il pericolo

non era così imminente come credevano. Loro mi rispondevano

buttando su tutto ciò che avevano mangiato. Il mare era così

grosso che attraversava il ponte, e innondava l'interno in un

modo così rapido e così frequente da impedire ai marinai di far

lavorare le pompe. Il moto della macchina a vapore non era più

regolare. Lo stantuffo non manovrava più bene e il tubo sul ponte

pareva qualche volta che si piegasse a baciare il mare in lotta

con sè stesso. Quando vidi che il naufragio era imminente andai

dal capitano e ottenni il permesso di togliere loro le catene.

Era tutto quello che si poteva fare in un momento spaventoso come

quello. Loro, i galeotti, urlavano disperatamente, e mi

accusavano di non avere cuore perchè non toglievo loro le

manette. Ma nè io nè il capitano potevamo contentarli. Anche se

fossimo stati arcisicuri del naufragio la legge non ci avrebbe

permesso di essere umani. Eravamo obbligati a lasciarli affogare

ammanettati e chiusi nella stiva. È una legge di ferro, ma legge.

Non c'è penna che possa narrare che cosa ho sofferto e che cosa

hanno sofferto i forzati lungo la traversata burrascosa. Io

credevo di essere diventato grigio. I galeotti uscirono dalla

stiva lividi e paonazzi come gli annegati. Io non sono

giornalista, ma se lo fossi non starei quieto fino a quando

questo assassinio legale fosse cancellato dai regolamenti che

regolano il trasporto dei forzati per mare. Sono severità penali

che gridano vendetta.

Siamo stati in mare tre giorni e tre notti. Tre giorni e tre notti di

stiva, in mezzo ai guazzi e alle pozzacce delle porcherie vomitate,

senza lavarci, senza svestirci, senza cavarci le scarpe, con un

mastellone per i bisogni corporali vicino a noi, in mezzo a noi, come

se fosse stato della catena, mangiando di tanto in tanto un boccone di

pane insudiciato e stantio e bevendo nella secchia come il cane che vi

tuffa il muso e ne lambisce il liquido con la lingua!

Sbarcammo più morti che vivi. Ci guardavamo sulle pietre del porto

come gente che non sapeva più in che mondo vivesse. Avevamo le

occhiaie dei naufragati. Eravamo macilenti, con le facce bianche come

quelle dei cadaveri buttati sulla spiaggia e andavamo via come

poveracci che non sapevano più reggersi in piedi. Che viaggio, oh che

viaggio! Me ne ricorderò per tutta la vita. Sarà e rimarrà l'episodio

più spaventevole della mia esistenza di condannato perpetuo.

Arrivai al bagno di Genova più morto che vivo. Ci tolsero le manette e

ci slegarono dalla catena che incatenava il braccio dell'uno al

braccio dell'altro. Le mie mani rimasero giù penzoloni come se fossero

state riempite di piombo. Non le sentivo più che come un enorme peso

che mi trascinava verso terra. I ferri m'avevano lasciato un cerchio

profondo e nerastro nelle carni come se i polsi fossero stati nelle

strette della morsa.

Ero tutto in un'acqua. L'arsura prolungata e il polverone dello

stradale, ci avevano perfino attutita la sete spasmodica che avevamo

in mezzo al solleone. Ma non appena vedemmo i mastelli d'acqua,

divenimmo quasi tutti impazienti di agguantare il boccalino. Ne votai

due, uno dopo l'altro, senza prender fiato. Il terzo non potei

finirlo. Mi parve un'acqua di tinta motosa col sapore dell'acqua

salmastra.

Al bagno di Genova non arrivavano mai meno di due o tre «catene» al

giorno. Era come il bagno che incatenava i galeotti che dovevano poi

disperdersi in altri bagni. Cogli altri giunti, eravamo più di una

cinquantina. Coloro, che non indossavano ancora il costume del

forzato, vennero vestiti alla presenza di tutti e di una moltitudine

di guardie. Ci si buttavano gli abiti, senza badare se erano adatti

per un gigante o per un nano. A me, come ergastolano, diedero la

berretta verde, la cravatta rossa, la giacca rossa, e i calzoni con

strisce turchine. I calzoni avevano la gamba destra divisa coi bottoni

per la catena. Non riuscii a mettermeli che aiutato da un mozzo che vi

aveva fatta l'abitudine. Vestito da galeotto, dovevo avere l'aria di

un diavolo o di un sanguinario. Lo scarlatto mi ricacciava col

pensiero nel sangue di mia moglie.

Ci si condusse in un cortilone che gelò il sangue a tutti. Nel mezzo

c'erano due montagne: una di catenoni e una di grossi anelli che

chiamavano maniglie. A destra di questi ferramenti che sospendevano il

respiro, si vedeva una lunga fucina infocata che sparpagliava una

pioggia di faville e incendiava superbamente i battitori del ferro

rovente. Era una scena terribilmente dantesca. Le incudini erano

parecchie. Su alcune precipitavano le mazze che scrostavano il volume

del ferro ardente che incominciava ad assumere una forma, su altre

irrompevano i magli che massellavano i ferri che avevano già assunta

la forma che volevano dar loro. Quando tuffavano nella pila i ferri

che uscivano dalla fucina come pezzi di lava incandescente, e i mozzi

soffiavano col mantice nel bracere, i lavoratori galeottizzati

rimanevano come perduti in una nube bianca e luminosa. I fabbri, per

completare l'orrore dell'inferno, si levavano sui piedi, portando in

alto la mazza, e colle loro braccia poderose si curvavano

violentemente nel fitto dei barbagli che mettevano della brace sulle

loro facce annerite. I sussulti cupi delle catene dei galeotti che

martellavano il ferro mi passavano dalle viscere come un tremuoto. Io

guardavo. Guardavo con gli occhi smarriti nell'incendio, come dinanzi

a uno spettacolo fantastico.

Furono i mozzi che mi scossero. Era venuta la mia volta. Mi chiamarono

vicino alle due montagne, scelsero un catenone e una maniglia e mi

fecero sedere su uno sgabellotto, vicino all'incudine che si levava un

palmo dal terreno.

--Non fatemi male, dissi loro.

--Non fargli male che è di zuccaro!

E quasi tutti i ferratori--che erano degli altri forzati--scoppiarono

in una risata che mi andò al cuore come un punteruolo.

--Dammi qua la gamba, piagnolone!

Mi misero il piede sull'incudine, mi inanellarono il ferro al disopra

della caviglia e poi coi martelli si misero a battere e a ribadire i

chiodi senza pietà alcuna. Avrei giurato che godevano del mio strazio.

A ogni lamento che voleva frenare le brutalità del martello, mi

rispondevano con parolacce che mi facevano male quanto il peso che mi

avevano attaccato al piede.

--Dammi qui la catena da appendergli all'orologio, disse il ferratore

al mozzo.

E me la ferrarono all'anello con dei colpi spietati che davano loro

piacere.

--Basta, basta, Signore Iddio!

Mi rialzai e prese il mio posto il mio compagno di branca, cioè l'uomo

col quale stavo per essere appaiato chi sa per quanti anni. Ero così

assorbito dalla mia sciagura, che non ebbi uno zinzino di compassione

per il mio futuro fratello di catena. Incatenati l'uno con l'altro, ci

si condusse in un ufficio ove venimmo matricolati, lui col numero

3446, io col numero 3414.

Il mio compagno di catena era certo Stefano Cristini, della provincia

di Roma, condannato a sedici anni di lavori forzati, il quale rideva e

mi dava la baia perchè piangevo di essere carico di catene che potevo

a mala pena tenere su col braccio o con le braccia.

--Se fai così, mi disse, staremo assieme poco. Andrai al cimitero

assai prima che finisca la mia sentenza. Caro mio, il pianto è

debolezza d'animo. L'uomo non deve mai perdersi di coraggio. Io ho già

portato le catene per cinque anni nel bagno di Civitavecchia e non

sono morto. Non ci penso neanche a finire i miei sedici anni. Provati

a dire che non c'è rimedio e vedrai che la vita ti diventerà meno

pesante.

Tre giorni dopo lasciammo il bagno alla Foce con una «catena» di

novantasei persone. L'idea di scappare non poteva venire a nessuno.

Eravamo incatenati come delinquenti che non avessero fatto altro al

mondo che pascersi del sangue della gente macellata con le loro mani.

L'estremità della mia catena a destra era stata attaccata

all'occhiello dell'anellone al piede sinistro dell'altro al mio

fianco. Di modo che il mio piede destro e il piede sinistro del mio

compagno di sventura, dovevano fare passi limitati e avere movimenti

isocroni. Si intende che, oltre a questa precauzione alle gambe, ci

avevano ammanettati fino al gonfiore e passata la catena dall'ascella

dell'uno all'ascella dell'altro, lucchettandocela nella schiena

dell'ultimo in fondo. Coi zigzag ci legarono tutti e novantasei

assieme, lasciandoci appena lo spazio per muoverci e per i passettini.

Il passo rapido dei primi veniva sentito dagli ultimi e le punte delle

scarpe di una fila andavano sul dorso delle scarpe di un'altra.

Da questo bagno al Castellaccio c'erano, su per giù, tre chilometri.

Era una strada malagevole che si ascendeva sudando come bestie, sotto

un sole di giugno che scottava fin negli occhi. Perdevamo la lingua

come i cani. I carabinieri che ci circondavano erano quaranta, tutti a

cavallo, armati fino ai denti. Fumavano e si buttavano da una parte

all'altra le birichinate della sera prima con le donne, senza punto

badare al nostro supplizio. L'assieme era lagrimevole. Ci sarebbe

voluto un fotografo. Perchè la penna, per quanto sia addestrata alle

descrizioni minute e sia padrona di un'officina di vocaboli, non

riesce mai a impadronirsi di tutto e a conservare, cogli atteggiamenti

individuali, i colori del quadro grandioso.

Al Castellaccio ci matricolarono, separando i buoni dai cattivi. Le

coppie che avevano subìte punizioni, venivano mandate nelle stanze a

pian terreno, mentre le altre venivano disperse per i piani superiori.

Il bagno era composto di stanze di sedici persone, con otto

pagliericci da una parte e otto pagliericci dall'altra. Così che non

vi so ancora dire la differenza tra le stanze di sotto e quelle di

sopra.

La prima cosa spiacevole del Castellaccio, fu la distribuzione degli

utensili di cucina. Invece della gamella, mi si diede una cosa di

legno rotonda, coperta di due dita di muffa, e un pezzaccio di

cucchiaio che pareva stato in una cantina umida per degli anni. Me li

lavai e me li rilavai senza mai far loro perdere l'odore nauseoso

contratto in un ambiente dalle pareti viscide. Un mio compaesano che

si trovava nella stanza, prese a proteggermi e a consolarmi. Si

chiamava Francesco Gentile, stato condannato a vita dal tribunale di

guerra, come brigante che non aveva voluto sottomettersi al governo di

Vittorio Emanuele. Egli aveva fatto parte della banda dello Schiavone,

il capo brigante che avrete sentito nominare. Il Gentile era vecchio,

ma di cuore. I suoi primi consigli sono stati la mia guida.

--Rispetta tutti e specialmente i tuoi superiori. Procura di farti

amare dal tuo compagno di branca, anche se fosse il peggiore degli

assassini. Perchè senza vincerlo con la tua benevolenza, la vita ti

diventerebbe odiosa e intollerabile. Fatti animo e non lasciarti mai

adescare a far delle confidenze al personale di custodia, se ti preme

di morire nel tuo letto.

Mi prese a volere così bene che il giorno dopo il mio arrivo mi regalò

un piatto di zinco, una striscia di pelle ovattata per mettermi sotto

la maniglia che mi spellava e mi piagava la noce del piede, e un

panciotto di flanella bianca per salvarmi il petto dai clima

traditore. Il gilet era un sacrificio superiore ai bisogni del

galeotto. Ma il buon vecchio mi pregò di non darmene pensiero, perchè

lui, in sartoria, con gli stratagli, avrebbe saputo farsene un altro.

Nella prigione di Benevento avevo imparato a consumare il tempo con

dei lavori di carta. In pochi mesi ero riuscito a mettere assieme una

gabbiuccia che regalai a un secondino. Ma al Castellaccio non c'era

proprio nulla da fare. Eravamo condannati ai lavori forzati per

ridere. Tranne i mozzi addetti ai lavori domestici e alcuni fabbri,

non avevamo da lavorare che col catenone che pesava e ci martoriava.

Era una fannullonaggine tormentosa in tutta la camerata. Il mio

compagno di catena, col quale rimasi appaiato trentadue mesi, era un

originale bizzarro che sapeva, di tanto in tanto, farmi ridere con

qualche frizzo o con qualche lepidezza. Col tempo diventava però

noioso. Ignorante come una talpa, era stato preso dalla pazzia del

dantomane.

Senza capire il sommo poeta, aveva imparato dei canti--specialmente

quelli dei gironi--e me li recitava a ogni quarto d'ora, trascinandomi

sulla riviera del sangue bollente quando avevo voglia di conciliarmi

col genere umano e facendomi lacerare dalle cagne bramose, proprio

nell'ora in cui sentivo il bisogno di una voce pia che mi consolasse e

mi aiutasse a credere che le anime affannate dei cerchi del sepolcro

dei vivi potevano cullarsi ancora nella speranza di un perdono! Non

gli dicevo nulla e fingevo di sorridere sotto la pioggia dei versi che

mi picchiavano il cervello, perchè avevo giurato di non inasprire

colui dal quale non potevo disgiungermi; ma nel silenzio infuriavo e

gli andavo sopra con le verghe a fargli sanguinare le carni. Prostrato

dalla sua voce assassina, dicevo mentalmente: taci! taci! taci! o

«fiera crudele» che io «sono un che piango»! Se volete offendermi,

mandatemi la _Divina Commedia_. Non posso più sentir parlare di Dante.

Se non avessi che i suoi versi in cella, farei voto di non leggere più

mai. Un suo verso mi provoca il vomito.

Il solo spasso che riuscii a conquistarmi a furia di preghiere e di

sottomissioni, fu quello di fare le calze. Non ridete, perchè facevo

ridere anche il mio compagno di catena, ma io, coi ferri, con la lana

e col cotone, ho passato giornate relativamente tranquille. Tra una

soletta e l'altra, mi si addormentava l'idea che dovevo morire alla

servitù penale. A mano a mano che i miei ferri divenivano abili e

frettolosi, riacquistavo la calma che avevo perduta. Mi confortavo

dicendomi che ce ne erano delle migliaia nella mia condizione, che non

uno di loro disperava di rientrare nel mondo. Il mercante di Genova,

che ci somministrava la lana e il cotone, mi fece sapere che era

contento dei miei calzini. Provai a fare delle calze traforate. Le

prime non erano eleganti, ma in seguito non c'era più nessuno nello

stabilimento che mi potesse tener dietro. Quando si voleva illustrare

la gamba con delle calze scicche, si ricorreva, senza esitazione, al

3414.

Due anni dopo ero stufo di calze come di Dante. Lavoravo per ammazzare

il tempo. La mia anima trambasciata non era più nel lavoro. Era la

praticaccia che me lo faceva fare ancora con del gusto. Incominciavo a

credere, col mio compagno, che sciupavo il tempo nel mestiere della

vecchia sdentata che assecchisce sotto la cappa del camino.

L'abitudine del movimento aveva resa inutile la mia attenzione. Così

il mio pensiero sbrigliato mi ripiombava, di tanto in tanto, a

filosofare sulla mia incommensurata disgrazia. Maledivo e stramaledivo

il mio difensore governativo, l'avv. Alfonso Alberosa, che mi aveva

strappato dall'ultimo supplizio. Quante volte mi sono augurato ch'egli

fosse stato afono! Non mi avrebbe salvato il collo. Pazienza. Allora

avevo paura di morire. Nel Castellaccio, invece, sognavo la morte. La

privazione della vita, credetelo, non è il massimo dei castighi. La

condanna a vita sì, che è peggiore della morte esasperata, inasprita

dagli ordigni che lacerano e squartano, e lasciano appesi come un

quintale di delinquenza! Beccaria assassino, tu sei stato il più

iniquo degli scrittori penali italiani. La tua è stata una vendetta,

una atroce vendetta. Tu hai voluto sottrarci al carnefice per

inebriarti dei nostri tormenti. Se la libertà individuale perisce alla

porta di questi edifici, perchè hai tu voluto emendarci? Giuseppe De

Maistre, tu sì che sei stato cristiano. Più ancora che cristiano. Tu

sei stato un avvenirista dell'antropologia moderna. Dato che il mio

pensiero sia veramente criminoso, a che risparmiarmi il tratto di

corda? Ben venga la morte che sopprime il pericolo sociale e la

tortura individuale!

Scusate se mi lascio trasportare. Sono ancora convinto che sarebbe

stato meglio mi si fosse seppellito vivo in un sacco, che non avermi

fatto espiare ventinove anni di galera senza che il sovrano abbia

trovato un minuto per pronunciare la parola perdono. Perdonate, o

signori, a un povero peccatore pentito che ha attraversato tutto

questo periodo senza un'ora di punizione!

Bisogna essere stati in galera per capire la pagina della condotta

bianca come un giglio. È una pagina tragica. Riassume un secolo di

umiliazioni, un'eternità di esistenza carpone, ai piedi del primo e

dell'ultimo tirannello del bagno penale. Scusate se sono commosso. Le

fonti del mio dolore non sono ancora inaridite. Abbiate la bontà di

credere che in fondo sono migliore del vestiario ridicolo che indosso.

Proprio, davvero, ve lo giuro!

Voi mi avete raccomandato di non dimenticare le mie conoscenze di

questi ambienti. Il Castellaccio era pieno di briganti. C'erano tutti

i superstiti della banda Schiavone e della banda di Alfonso Carbone.

Costui era di Mombello, della provincia di Avellino, e un buon diavolo

che mi faceva dei favori. Forse avrete sentito parlare di lui. Egli è

stato vittima del generale Pallavicino, il quale, dopo avere messo

sulla sua testa una taglia di tremila lire, gli scrisse che, se si

fosse presentato spontaneamente, avrebbe dato a lui la taglia e lo

avrebbe condannato a qualche anno di esilio. Il Carbone, prima di

darsi alla campagna, ammazzò due fratelli e un compare della stessa

famiglia per vendicare la morte di un suo fratello, ch'egli diceva di

idolatrare. L'assassino di suo fratello era in galera. Covò la

vendetta per cinque anni--la pena alla quale era stato condannato

l'uccisore. Uscito dalla casa penale gli andò sopra con un

coltellaccio e glie lo ficcò nel ventre fino al manico. Il Carbone

parlava di questo omicidio con dei tremiti i quali rivelavano che la

belva aveva ancora sete di quel sangue.

Il Carbone mi diceva che la sua famiglia era agiata e possidente. Con

lui si presentarono al Pallavicino, che li aspettava per farne una

retata, quattordici della banda--nove dei quali vennero condannati a

morte, cinque a vita e Vincenzo Volpe, minorenne, a venticinque anni.

I condannati a morte erano: Carbone, Ciavo, Longo, Vertuto, Cozzi,

Palombo, Zorio, Savalino, Perrone. Tutti costoro rimasero per qualche

anno sotto la sentenza capitale. Ogni mattina, per quattro anni, si

toccavano la testa. Graziati da Vittorio Emanuele, vennero al

Castellaccio.

La crudeltà del Carbone brigante è in uno dei suoi ultimi delitti.

Egli era riuscito a impadronirsi di una spia che aveva tentato di

farlo ghermire dai gendarmi. Avutolo nelle mani, lo buttò a terra a

ceffoni. In terra gli andò sopra coi piedi, calcandoglisi sulla pancia

e lavorandogli il naso e la faccia colle scarpe ferrate. Quando fu

sazio di questi scherzi crudeli, compiuti alla presenza della banda

che sputava sull'infelice tutto ciò che poteva tirar su dalla gola e

lo bruttava con tutte le ingiurie brigantesche, lo fece svestire e

stare in piedi. Il Carbone era seduto. Lo puntava qua e là col

coltello intanto che gli altri indemoniavano sulla schiena e sulle

natiche del paziente.

Lui, prima di andare a mangiare, gli sprofondò ripetutamente il

coltello nel corpo fino a quando lo vide esalare l'ultimo respiro.

Senza lasciarlo venir freddo, gli fece una larga ferita nel ventre,

raccolse le viscere fumanti e se le attorcigliò a torno il braccio

come un trofeo di vittoria.

Le spie e i falsi testimoni sono i tipi più esecrati dalla popolazione

degli ergastoli. Mentre ero al Castellaccio c'era un certo Santo

Sterpone, nato a Luccoli, della provincia d'Aquila. Era stato

condannato a venti anni, come omicida, per due false deposizioni. In

galera non poteva darsi pace. Diceva a tutti che era innocente e agli

intimi che non sarebbe molto tranquillo se non dopo avere scannati

quei due cani. Noi lo lasciavamo sfogare e ridevamo dei suoi sogni di

vendetta.

--Fra venti anni sarai morto o saranno morti i tuoi testimoni.

Lui ci rispondeva travolgendo gli occhi e mordendosi il labbro.

Con la buona condotta e con l'intelligenza era diventato scrivanello.

Dal momento che ebbe in mano la penna che lo lasciava girellare per lo

stabilimento, la sua vendetta divenne una fiaccola accesa. Non ebbe

più requie. Pensava a una fuga. Studiò bene i più riposti angoli, si

provvide degli strumenti che lo avrebbero aiutato a demolire e a

segare, e aspettò il momento opportuno. Egli avea notato che a fianco

della stanza numero 4, ove dormiva con altri quattro che uscivano a

lavorare, era la cucina con una porta che egli avrebbe potuto

scardinare e con una serratura che non gli sarebbe stato difficile di

staccare con uno scalpello.

Eravamo nell'aprile del 1877. Pioveva che Dio la mandava. La pioggia

torrenziale cadeva sui coppi e sulle pietre con un fracasso che

soffocava ogni altro rumore. Con la pioggia era caduta una nebbia che

non lasciava vedere a due passi.

Al di là dell'uscio della cucina c'era uno spazio, con un alto muro

sul quale signoreggiava il bastione con la garetta nella quale era

accovacciata, indubbiamente, la sentinella.

Il muro, col consenso dei compagni, era stato trapassato nella

penultima notte. I compagni, all'ultimo momento, ebbero paura.

Sterpone, che delirava di mettere le mani nel sangue dei suoi falsi

accusatori, non esitò un minuto. Spostò i quadrelli, entrò nella

cucina come un gatto, levò l'uscio in un attimo, s'arrampicò sul muro

strisciando fin dietro la garetta, e coi rompimenti del tuono si

lasciò giù dal bastione colla leggerezza e l'agilità dello scoiattolo.

Andò al suo paese, precipitò sui falsari come una iena e andò a Roma a

lavorare fino a quando venne denunciato da un compaesano che lo

riconobbe.

Lo rividi a Finalborgo invecchiato, con una sentenza a vita. Era stato

nei bagni di Civitavecchia e di Orbetello ed aveva lavorato, come

compositore di carattere, nella prigione di Regina Cœli di Roma.

È ancora vivo. Aveva fatto conoscenza con una quindicina di bagni

penali. Lo si può dire l'Ebreo errante della vita galeottesca.

In sette anni non feci altro che calzette e qualche maglia coi ferri

lunghi. Chiusosi il bagno di Genova, si impiantò da noi una calzoleria

e un lavorerio di tessitura. Imparai a fare il tessitore.

Non guadagnavo che sei o sette lire il mese, dalle quali dovevo

dedurre il sessanta per cento per il Governo, ma mi piaceva. A poco a

poco finii per amare il telaio come una cosa viva. Il rumore lento e

monotono dei battenti che spingevano l'ordito tra un colpo di spola e

l'altro, suonava al mio orecchio come una melodia che scendeva nel mio

animo esulcerato.

Il tessuto che si avvolgeva sul cilindro, aveva tutte le mie carezze.

Fu una gioia di pochi mesi. Il subbio, sul quale calcavo il ventre,

finì per darmi una infiammazione intestinale. Dovetti andare in

infermeria e poi ricominciare un altro mestiere.

Divenni legatore di libri--come si può diventarlo in un luogo dove si

manca di tutto. Come tale mi si mandò nel bagno di San Giuliano.

Ritentai il telaio e ricaddi più ammalato di prima. Qualche mese dopo

mi si trasportò al bagno di Portolongone. Potete immaginarvi che cosa

abbiamo sofferto nella traversata. Avrei preferito la mulilazione del

braccio destro. Eravamo una catena di cento galeotti. Al nostro sbarco

assisteva una folla enorme. Dal porto al bagno, ci sono tre chilometri

tutti di salita, coi margini dello stradone che smottavano sotto i

piedi e facevano pensare ai precipizi. Prima di arrivare all'ergastolo

si passa sotto un arco rozzo.

L'entrata di questo bagno è tetra. Sente del luogo. Le camere sono

assai più piccole di quelle del Castellaccio e in ciascuna di esse

sono accomodati otto ergastolani.

Quando vi giunsi era affollatissimo. C'erano mille e cinquecento

condannati. Trovai che l'impressione dell'entrata rispondeva

esattamente alla vita interna. Le camere erano senza tavolaccio e

senza letti da campo. Bisognava dormire sullo strapuntino di cinque

chilogrammi di capecchio--in terra, con un cuscino che pareva per la

testa di una pupattola. Le stanze erano male arieggiate. Avevano una

parvenza di finestra nella vôlta e una porta sempre chiusa.

Gli ultimi che arrivano subiscono un ozio di mesi e di mesi. O non c'è

posto, o non c'è lavoro, o non si sono ancora studiati i nostri

caratteri. In un modo o nell'altro si rimane neghittosi.

Il passeggio avveniva sull'alto della terrazza con muraglie così alte

che ci lasciavano come in fondo a una tomba scoperchiata. Non vedevamo

che il cielo sopra le nostre teste.

C'era anche Cipriani, quello che era stato eletto deputato parecchie

volte. Lo tenevano completamente isolato da noi. Occupava una stanza

da solo, andava all'aria da solo e gli portava la minestra un

sottocapo in una scodella di latta. La sua spesa quotidiana era un

quarto di vino. A Portolongone si beveva il vino dell'isola d'Elba.

Era migliore di quello degli altri bagni. Il Cipriani era mite e

buono. Ma si diceva che era di un carattere fiero, altezzoso e anche

borioso. Voleva quello che voleva e non accettava nulla.

Signore, abbiate pietà di me! Dopo una lunga malattia che mi lasciò

sperare la fine delle mie tribolazioni, mi incatenarono di nuovo con

una catena di duecento galeotti e ci stivarono in un bastimento per

Finalmarina.

Non vi dico altro perchè dovrei ripetervi lo strazio e le torture

delle altre volte. Oh, come si soffre, Dio mio, nelle stive dei

bastimenti carichi di galeotti! Vi basti sapere che sulle spiagge mi

pareva o ci pareva di essere usciti da un'orgia di oppio. Eravamo

istupiditi dalla notte spaventevole e ci pareva di non avere più

sangue nelle gambe.

Voi ve n'andrete presto. Ricordatevi del 3414. Pensate qualche volta a

questo povero diavolo che subisce l'ira della legge da ventotto anni

per avere fatto scomparire dal mondo una donna infedele, una donna che

tradiva il marito, un'adultera.

_Finalmarina, 24 settembre 1898._

3414.

__Carlo Romussi.__

Non si sa se la sua mano e la sua testa c'entrino per qualche cosa

nella sua sempiterna attività prodigiosa. Si sa ch'egli è una

macchinetta automobile che riempie un foglio dopo l'altro tutte le

volte che c'è da scrivere. Al suo tavolo di redazione voi vedete

sempre proti e compositori che aspettano originali.

Supponete ch'egli stia scrivendo un articolo sulla esposizione

artistica. Gli si dice che mancano ancora due pagine a compilare il

numero unico per i bagni. Consegna il manoscritto sull'arte, corre

difilato alla stazione balneare senza rivedere lo stampone per

riattaccare il filo interrotto e pochi minuti dopo riprende l'opuscolo

sui doveri dei cittadini ch'egli deve finire per domani, o la

prefazione agli scritti di Carlo Cattaneo che ha promesso fino da ieri

l'altro.

Intanto che scrive, passa e ripassa dinanzi il suo tavolo la

popolazione che lavora intorno al giornale e alla casa editoriale.

Impiegati, fattorini, portieri, telegrafiste, traduttori, personaggi

d'amministrazione. Lo si interroga, lo si interrompe, gli si

annunciano visite, gli si rammentano nomi o fatti. Ci sono persone che

hanno bisogno di vedere il signor direttore, amici che vanno a trovare

Romussi, zuppificatori che vogliono infliggergli certe idee su date

questioni, veterani del partito che salgono per stringergli la mano e

interessarsi della sua salute o della salute della sua signora,

archeologi che seggono sulla scranna che trovano per conversare e

buttargli, tra un periodo e l'altro, un monumento storico che è stato

scoperto, o che si minaccia di demolire o che stanno illustrando. Nel

momento in cui si crede stia per incominciare la quiete, entra un

filantropo a squadernargli un progetto che deve commuovere e vuotare

le tasche ai cittadini, o un segretario di qualche circolo o di

qualche associazione operaia che vuole assolutamente ch'egli tenga una

conferenza sul risorgimento del Comune o sulla battaglia di Legnano, o

un disgraziato che è ansioso di leggere stampato il manoscritto che

gli ha portato da tante settimane.

--E questo mio articolo, signor Romussi!

--È sul «bancone». C'è tanta materia da perdere la testa. Ecco, veda,

buttiamo via dei telegrammi per mancanza di spazio.

--Il signor Edoardo Sonzogno lo chiama dabbasso,

Butta lì la penna, passa dagli usci come una folata di vento che

schiuda e chiuda fracassosamente, ritorna di sopra stropicciandosi le

mani o rosso fino alle tempie, e ricomincia l'articolo su Crispi,

parlando tra lui e il manoscritto, come se stesse dettandolo, spesso

posando la voce più fortemente su una sillaba che su l'altra.

--L'onorevole Crispi è una vera sfortuna per l'Italia.

Questa vita quotidiana, capace di ammazzare due o tre uomini, è per

lui un passatempo. Il lavoro ponderoso, quello nel quale è necessario

ch'egli metta i suoi studi e la sua intelligenza, lo fa a casa, mentre

altri dormono o si divertono. Dalle sei alle dieci del mattino e per

parecchie ore del pomeriggio, egli non si occupa che di archeologia,

di storia, di letteratura. Scrive: _Milano nei suoi monumenti_,

_Milano che sfugge_, _Petrarca a Milano_, uno studio sul _Trionfo

della libertà_ di Manzoni, _Sant'Ambrogio_; o mette assieme un volume

di poesie dialettali e italiane che la musa satirica e bernesca

produsse prima e durante le barricate del 1848, eccetera, eccetera,

eccetera, eccetera, eccetera.

Se sono bene informato, egli è al _Secolo_ da ventinove o trent'anni.

Vi è entrato in un modo curioso. Moneta era alla ricerea di un

redattore che avesse delle qualità giornalistiche e una coltura che

andasse al di là di quella dei soliti giornalisti improvvisati. Un

giorno trovò per la strada Leopoldo Marenco, il romantico del

palcoscenico d'allora.

--Senta, professore, non saprebbe mica aiutarmi a scovare un giovane

che abbia imparato qualche cosa e facilità di scrivere?

Il professore di letteratura si passò la mano sulla fronte.

--Eh, proprio, è difficile. Ne ho conosciuto uno, quello sì... Era un

diavolo che sapeva scrivere drammi, novelle, brani di storia,

biografie... La sua penna andava come il vento.

--Se è morto non parliamone.

--È vivo. Ma non so dove sia andato a finire. Aspetti, deve essere a

Pavia. Credo che studii legge. Certamente non vorrà smettere per fare

il giornalista.

In allora, per spiegare la frase dell'autore della _Celeste_, non

erano che gli scapigliati che si compiacessero di prendere delle

sbornie coll'inchiostro di redazione. Erano giovani pieni di coraggio

e anche d'ingegno o degli studiosi che volevano farsi largo, ma

irregolari nella vita e nel lavoro. Nessun direttore poteva contare

sul loro articolo pel numero di domani. Gli editori pagavano poco o

niente e i giornalisti di professione, come è naturale, non

esistevano. Non esisteva che la bohême chiassosa, buontempona,

nottivaga, capace di annunciare in prima colonna e in corpo dieci che

i redattori avevano orgiato e non potevano quindi scrivere l'articolo

di fondo o l'appendice drammatica!

Un anno dopo, Moneta rivide il padre del _Falconiere_ e lo ripregò di

procurargli un giovanotto che avesse la stoffa del giornalista.

--Fra i miei scolari passati e presenti non ne conosco uno. Non potrei

suggerirle che quello dell'anno scorso scorso. Quello là ha tutte le

attitudini per uno scrittore di giornale. Ha una penna pronta,

sollecita, che si piega a tutte le movenze di uno stile facile. Ha

letto molto. È una biblioteca ambulante.

--Me lo mandi, dunque!

--Vedrò di cercarne l'indirizzo.

Un giorno, in cui il pensiero di Moneta era lontano le mille miglia

dal redattore che gli doveva mandare il Marenco, si sentì annunciare

il dottor Carlo Romussi.

--Passi.

Fiscamente non gli fece una grande impressione. Non gli si era

presentato che un omino il quale non lasciava supporre in sè tanta

resistenza al lavoro. In due parole s'intesero. Il Romussi faceva

pratica d'avvocato ed accettava volentieri di passare a teatro le

serate come critico d'arte. Moneta voleva qualcosa di più di un

critico d'arte, ma per il momento si accontentava.

È inutile ch'io dica dei suoi ideali drammatici. Tutti sanno che il

Romussi in arte e in letteratura non è stato figlio del suo tempo.

Egli è entrato nel giornalismo come un vecchio che sente e difende le

glorie virtuose del passato. Assoluto come tutti quelli che credono di

avere il monopolio della verità, ha sempre dato addosso o ignorato la

gioventù che ha portato sul palcoscenico e nel romanzo o sulla tela o

nel marmo la vita con le sue grandezze e coi suoi orrori. Zola fu uno

dei suoi boicottati fino a ier l'altro. La Duse, per lui, è rimasta

un'artistaccia di provincia. Ibsen non gli uscirà mai dalla penna che

come un degenerato del teatro.

La fortuna del _Secolo_ data dalla guerra franco-germanica. Il Moneta

simpatizzava per la Francia antimperiale e la tiratura salì

vertiginosamente dalle otto alle venticinque mila. Era un trionfo

giornalistico che bisognava conservare migliorando il servizio. E

Moneta assunse, come cronista a ottanta lire il mese, l'avvocato Carlo

Romussi.

Il suo primo articolo fece scalpore. Gli altri giornali avevano

narrato il giorno antecedente un grave scandalo contro un patrizio

milanese. Moneta, giudizioso e temperato, non volle lasciar correre la

notizia se non dopo essersi informato personalmente che esisteva una

querela e che c'erano i genitori i quali affermavano che la loro

figlia minorenne era stata deflorata da un duca. Romussi non fu che

l'esecutore. Avuto l'incarico dalla direzione, si mise al tavolino a

fianco della vecchia scrivania del direttore e scrisse più di una

colonna colorita, spigliata, nervosa, paragonando il violatore di

fanciulle al Borgia crapulone. Venuta la minaccia di una querela per

diffamazione, e sinceratisi, con le visite mediche, che la ragazza era

_virgo intacta_ il _Secolo_ trangugiò uno di quei rospi vivi che non

lasciano sopravvivere che la buona fede del giornale.

La cronaca composta di note aride e di fatterelli che facevano

sbadigliare, divenne, nelle mani del Romussi, una rubrica

importantissima. A poco a poco del Broglio del _Pungolo_--il quale

passava per il cronista sommo della Risottopoli per le sue noterelle

patrie e per avere introdotto, tra i fatti cittadini, le notizie che

la questura comunicava a lui solo--non rimase più nulla. La cronaca si

era elevata, Romussi l'aveva intellettualizzata, allungata,

drammatizzata e resa indispensabile. Con lui i pennivendoli più

sfacciati della cronaca cittadina sono stati obbligati a divenire più

prudenti o a frenare la loro ingordigia.

Egli è ora direttore del _Secolo_, di quasi cento mila copie, ma io, a

costo di farmi lapidare, persisto a credere che sia in lui più l'uomo

di lettere che il giornalista. Chi ha letto i suoi lavori e

specialmente _Milano nei suoi monumenti_--un'opera che quando sarà

terminata rappresenterà la sua gloria--non può venire che a questa

conclusione. Egli è un illustratore passionato. Charles Dickens è

stato il primo direttore del _Daily-News_ a due mila ghinee l'anno. Ma

anche i suoi più grandi ammiratori hanno dovuto convenire che la sua

tendenza era verso l'immortale Pickwick. Romussi è sempre pronto a

buttar giù, lì per lì, qualunque articolo su qualunque soggetto. Ma il

giornalismo moderno non si contenta della _vitesse_ della penna. Esso

esige tutta l'attività di un uomo anche se quest'uomo non scrive mai

un articolo. I più grandi direttori dei più grandi giornali del mondo

scrivono pochissimo. John Dilane, l'autore, si può dire, del _Times_

dei nostri giorni, non fu mai _a writer_. Non scrisse che qualche

articolo tra un anno e l'altro. Ma i suoi biografi sono concordi nel

dire che egli era il _Times_.

Carlo Romussi è pieno di cuore, ha ridondanza di affetti ed è un

amico, se vi dà veramente la sua amicizia, prezioso. Egli è capace di

dedicarvi l'esistenza. La sua intimità con Cavallotti, la sua

affezione per Cavallotti, la sua idolatria per Cavallotti sono cose di

ieri. Nessuna donna ha amato il poeta anticesareo coi trasporti del

direttore del _Secolo_. Per degli anni egli non ha veduto che cogli

occhi di lui, non ha palpitato che col cuore di lui e non ha avventato

un'idea politica che non fosse un idea cavallottiana. Ed è stato un

errore. La devozione di Pilorge per Chateaubriand mi commuove. L'uomo

privato può darsi il lusso dell'adorazione. L'uomo pubblico, il

direttore di un giornale, non può sposare un uomo con le sue virtù,

con i suoi difetti, con le sue aspirazioni, con le sue beghe

personali. L'uomo è un individuo, il giornale è una istituzione, è un

veicolo che deve andare in casa di tutti come un informatore.

Cavallotti può odiare il socialismo e i socialisti fin che gli pare e

piace. Il _Secolo_ non può, non deve seguirlo. E con Romussi,

ipnotizzato da Cavallotti, il _Secolo_ ha ignorato per degli anni il

socialismo e i socialisti. Non ne ha più parlato. Per lui non

esistevano o non erano mai esistiti o erano morti. Boicottare un

partito per delle bizze personali vuol dire rendere un cattivo

servizio ai lettori che pagano per essere informati di tutti gli

avvenimenti e alla amministrazione che pubblica il giornale per

arricchire il suo editore o dare grossi dividendi agli azionisti.

Boicottate un uomo pubblico o un partito o una notizia e voi

sopprimerete dei lettori. Il giornale, che non è superiore ai rancori

personali, che non sa essere imparziale cogli amici e coi nemici, che

ha delle antipatie e delle simpatie, che ommette questo fatto ed

esclude quest'altro, perde il diritto a questo nome. Diventa l'organo

di Tizio o di Caio, ma non è più un giornale nel significato

professionale.

Carlo Romussi è nato a Milano il 10 dicembre 1847.

__La tristezza di Natale.__

Ci siamo alzati, come gli altri giorni, al suono del din din, din dan

della campana del reclusorio. I miei compagni parevano tante mutrie.

Rispondevano al buon giorno e agli augurii con dei buon giorno e degli

augurii secchi, come gente che si sarebbe morsicata se non ci fosse

stato di mezzo il galateo. Don Davide andò a dire le tre messe alle

muraglie della cappelletta addossata alla muraglia dell'infermeria,

dicendo di non aspettarlo che non avrebbe bevuto il caffè al ritorno.

L'intervallo tra il caffè e l'aria fu sepolcrale. Passeggiavamo in su

e in giù, con le mani sulla schiena, con la faccia rabbuiata e con gli

occhi che parevano altrove. Il latrinaio, che ci aveva salutati con

tutti i complimenti che aveva potuto raccogliere la sua testa, rimase

senza risposta.

--Signori, buon Natale e tanti anni come questi!

Parecchi di noi lo avrebbero sprofondato. Asino porco di un ammazza

donne, non è buono neanche di essere gentile!

Va all'inferno!

--Aria!

---Ci lasci almeno prendere il caffè, signor sottocapo. Un minuto,

meno di un minuto.

Il caffè era squisito. Era stato fatto dalla mano maestra del Federici

che non lo beveva. Don Davide prese la chicchera senza ricordarsi

dell'ordine che aveva dato. Il moka ci lasciò immusoniti più di prima.

Andammo all'aria come a un funerale. Nel cortile eravamo sbandati.

Ciascuno passeggiava per proprio conto. Pareva che l'uno non volesse

avere contatto con l'altro. Ritornammo nella camerata accigliati e

taciturni. Chiesi sedette sulla branda piegata e si sprofondò in una

_Histoire de la Commune_ illustrata, don Davide si sommerse nel

_Breviarium romanum_ che teneva sempre sul tavolo, Federici aperse il

_Dodo_--un romanzo che riproduce la vita intima inglese e lascia

sentire l'odore della classe che dipinge. Lazzari si rimise sulla

figura che stava disegnando con gli occhi torvi e l'aria di un mastino

che avrebbe addentato il polpaccio del primo che gli si fosse

avvicinato. Suzzani ricominciò a percorrere lo stanzone senza

zuffolare l'inno dei lavoratori, la sua aria favorita che ci regalava

dalla mattina alla sera senza perdere di lena--e Ghiglione, il

tremendo Ghiglione che aveva sobillato con fervore i terrazzani di

Niguarda, si era gettato a capofitto in un manuale di musica da

quindici centesimi.

La colazione passò nel silenzio. Ciascuno mangiava quello che aveva

ordinato senza dire una parola. La sola cosa in comune fu una

bottiglia della cassetta che ci aveva inviato il buon Quadrio,

direttore della _Valtellina_ di Sondrio. Era un vino eccellente che

non bevevamo da un pezzo.

--Buono, dissi vuotando il bicchiere.

Nessuno rispose. Pareva avessi detto loro una insolenza.

Dopo la colazione entrò il sottocapo con un immenso pacco di lettere e

di biglietti di visita e una manata di telegrammi. Si buttarono loro

sopra come avari che ricuperino il sacco dei denari che credevano

perduto per sempre, e si ingolfarono nella lettura intima senza

lasciar trapelare un pensiero dei tanti pensieri che erano loro

giunti.

Le sole cose che riferivano erano i saluti o gli augurii nei quali

fossimo compresi tutti od alcuni di noi.

--Il tale vi saluta tutti!

--L'Aliprandi saluta anche te, Paolino.

--Grazie.

--Il tale augura a tutti buon Natale!

Tra i tanti telegrammi ricevuti nella giornata ricordo quelli di

Bertolazzi, i quali riuscirono a smutriare qualcuno.

--Buon Bertolazzi!

--Buonissimo!

Lungo l'asse che correva al dorso della parete erano parecchi

panettoni. Furono dessi che incominciarono a dar vita alla

conversazione.

--Che cosa ce ne facciamo? Non possiamo mangiarceli tutti.

--E se ne dessimo uno ai poveri forzati? I reclusi del maggio ricevono

qualche cosa, hanno forse ricevuto tutti qualche cosa. Mentre i

perpetui e gli a tempo con la catena, non sono ricordati neppure dai

parenti. Chi ha vergogna di loro e chi li dimentica come individui

morti. E se ne dessimo una fetta a tutti loro? C'è questo del

Mascarini, offelliere di Milano, mandato a don Davide. È grosso come

un cetaceo.

Federici non si fece ripetere l'interrogazione. Se lo portò sul tavolo

e con una cordicella si mise ad affettarlo.

--Quanti sono?

--Ventinove o trenta.

Incaricammo di distribuirlo don Davide Albertario. Fu una scena

commovente--una scena che inumidì gli occhi di tutti coloro che hanno

potuto essere presenti. I forzati si alzarono in piedi, rimanendo

vicini al loro stramazzo, visibilmente commossi. Era forse la prima

volta in tanti anni che sentivano parole dolci pronunciate da una

persona che li capiva e li compiangeva.

«A nome dei miei compagni della quinta camerata--disse loro don

Davide--vi dirigo il saluto in questo giorno di pace; come prete, io

vi auguro la benedizione di Gesù Cristo che consoli il vostro cuore:

accettate questo segno dei sentimenti del nostro cuore desideroso del

vostro bene.» E incominciò subito la distribuzione. I volti duri dei

galeotti si ingentilivano. Dal loro occhio scendevano le lagrime. Don

Davide piangeva e noi, che vedevamo tutto dalla nostra cancellata,

eravamo profondamente inteneriti. Si rimaneva a bocca aperta dinanzi

alla commozione di tanti galeotti che avevano scannati gli uomini,

massacrate le donne, fatto in quattro i padroni e distrutte le

famiglie a colpi di coltello.

Don Davide mi prese sotto il braccio e mi disse:

--Avete notato che piangevano? Dinanzi al prete vestito d'assassino

come loro, reo solo di avere professata la sua fede con maggiore

sincerità e fervore, si sono sentiti le lagrime agli occhi. Non sono

dunque completamente perduti. Credetemi, l'uomo che ha ancora la

rugiada del cuore, è ancora un essere redimibile. Sembravano degli

agnelli. Perchè non vi sarà maniera di rendere duraturi nell'anima di

quegli sventurati questi nobili sentimenti e di ricondurli alla buona

via?

«Ve lo giuro sull'anima mia: non dimenticherò mai questo momento del

Natale in galera. È un episodio che mi resterà nella memoria in

eterno. Mi hanno intenerito come un fanciullo.

--Diamo loro un altro panettone.

--Se si potesse, figuratevi!

Durante la giornata abbiamo avuto la visita del capo guardia prima e del

direttore poi. Il primo ci parlò delle sue noie con dei prigionieri

politici nello stabilimento. Per suo conto avrebbe voluto che ci

avessero lasciati andare oggi piuttosto che domani. Non c'era più modo

di aver pace. Parevamo gente in relazione con tutto il mondo. Una volta

non si vedevano i portalettere che per la Direzione. Adesso il

reclusorio è diventato un ufficio postale. Vi arrivano carri di pacchi

postali, furgoni di biglietti di visita, centinaia di vaglia e di

cartoline-vaglia, specialmente per don Davide, mucchi di telegrammi.

Stamattina ne abbiamo ricevuti più di cento. E non sono mica gli altri

che li registrano. Tocca ai poveracci dell'amministrazione. Non c'è più

tempo neanche di mangiare. Si sciupa un paio di scarpe al giorno. Si

sale, si discende e non la si finisce mai. E lui, per compenso, si trova

con le scarpe rotte da pagare. Il bel mestiere che ha scelto! Doveva

fare.... Basta, ora è troppo tardi. Le responsabilità poi sono tutte

sulle sue spalle. Speriamo che oggi la vada bene e non accadano

disordini. Sarebbe lui la vittima. Perchè il capo guardia dovrebbe

essere dappertutto. Dabbasso, a ricevere, a rispondere, a registrare, e

di sopra, con un occhio in ciascuna camerata. Bel mestiere che è fare il

capo guardia con poco più di tre franchi al giorno! Speriamo che tutto

passi via tranquillo e che si lasci fare un po' di Natale anche al capo

guardia...

--Senta, signor capo guardia, non si potrebbe mica avere qualche

sigaretta di quelle che mi hanno ritirate?

--Quest'altro, adesso! Vorrebbe la gallina e poi anche l'ovo. Vorrebbe

farmi nascere la rivoluzione. Una sigaretta... guai se si sentisse il

fumo.... Tutti gli altri vorrebbero fumare. Si starebbe freschi.

Mancherebbe che ci fosse anche il permesso della sigaretta per far

diventare il reclusorio uno spaccio di tabacchi.

Il direttore era stato in tutte le camerate a fare una specie di

predicozzo sui doveri del condannato e a incoraggiare i reclusi a

sperare nella grazia sovrana. Lo ascoltavano in silenzio, in piedi,

tra una branda e l'altra, e lo lasciavano voltar fuori con dei viva

l'amnistia! che forse lo facevano sorridere.

A noi non disse che qualche parola insignificante e non parlò, con

deferenza, che col Chiesi, il quale sembrava nelle sue grazie. Io lo

vedo ancora passarci in rivista col cappello calcato in testa, col

bavero del paltò alzato e con le mani in tasca. Col suo sguardo truce

e la sua voce da terrorizzatore, non mi invogliava a vederlo, tra noi,

per un pezzo.

Noi poi, escluso sempre il Chiesi, non avevamo ragione di essergli

riconoscenti. A Federici aveva negato parecchie cose che lo avevano

fatto imbestialire più di una volta. A Lazzari aveva fatto sequestrare

tutti i suoi disegni dopo che erano stati finiti. Tra gli altri eravi

un don Davide vestito da galeotto e alcune guardie alla nostra

cancellata, che avrebbero potuto illustrare qualche pagina del mio

libro. A me non lasciò mai scrivere una lettera senza farmela copiare

e ricopiare per delle inezie o delle parole contrarie al suo gusto

letterario. A don Davide ne fece di quelle da farlo venire di sopra

con gli occhi pieni di pianto.

Una volta che il direttore dell'_Osservatore Cattolico_ si era

permesso di mettere, per distrazione, le dita sulla scrivania del

direttore, il signor Reoboamo Codebò gli disse in tono grave:

--2557, tenete giù le mani!

Un'altra volta.... Ma non ricordo più bene il perchè. So che gli si

doveva comunicare qualche risposta ministeriale a una sua domanda e

che la comunicazione gli era stata fatta in un modo brutale o da

fargli capire ch'egli non era più che un numero di matricola.

Eravamo nel periodo della fame, quando stavamo in piedi con la

pagnotta e la minestra. Noi eravamo già tutti intorno la panca che ci

serviva da tavola. Ritornò di sopra con la faccia che pareva un

temporale.

--Che cosa vi è accaduto?

Stette in forse se mangiare o buttar via la gamella.

--Mi è accaduto.... Mi è accaduto che mi si è detto chiaro e tondo che

io non devo considerarmi ormai più che il 2557 e io ho dato fuori.

Sissignori, ho dato fuori! Dunque, dissi al direttore, mi considerano

e intendono trattarmi come un vero delinquente? Sia! La prego però di

darmi la carta per scrivere al ministro Pelloux che mi faccia

fucilare! Laggiù non si conosce che cosa sia la dignità umana e io

gliela farò imparare!!

Noi ci guardammo tutti in faccia come spaventati. Non lo avevamo mai

veduto con gli occhi stralunati e le guance convulsionate dallo

sdegno.

--Calmatevi, don Davide.

--Anche il direttore dopo avere veduto che mi aveva indignato mi ha

detto di calmarmi. Non si è più padroni di sè quando ci si dicono

certe cose!

--Mangiate la minestra che è quasi fredda, e passate sopra alle parole

che vi possono dire in un luogo come questo.

--Siete o non siete il 2557?--gli diss'io ridendo e facendolo ridere.

--Lo sono.

E si mise a manducare.

La novità del giorno di Natale è stata che abbiamo potuto, per la

prima volta, mangiare sulla tovaglia candida, avere il tovagliolo

candidissimo e servirci dei cucchiai, delle forchette e dei cucchiaini

di metallo. Era della roba che ci aiutava a rientrare nella società

che stavamo per dimenticare. Mancavano a completare la tavola

imbandita i coltelli--arnesi pericolosi per della gente in galera.

L'allegria era assente. Si iniziò il pranzo con un bicchiere di vino

bianco di botte e con del presciutto tagliato di fresco. Assaggiammo

una minestra stata cotta sul fornello della trattoria esterna e

attaccammo, con qualche appetito, un tacchino di Filighera e dei polli

stati allevati in Liguria, che mandavamo giù tra una forchettata e

l'altra di insalata giovine. Giungemmo al sabaglione dopo avere

vuotate parecchie bottiglie valtellinesi, senza dire una parola che

valesse la pena di essere ricordata sul palinsesto della mia memoria.

Il pensiero dei miei compagni era probabilmente intorno il collo dei

loro cari. Chiesi pensava alla sua mamma, Federici alla sua signora e

alla sua bimba che spasimava di vedere, don Davide alla sua Teresa, la

sorella che lo idolatra e Suzzani a sua madre che nominava sovente.

Potevamo star su fino alle dieci.

Alle otto eravamo tutti a letto.

Chiesi russava maialescamente da dieci minuti.

__Gustavo Chiesi.__

Gustavo Chiesi è uscito dalle pagine di Mazzini. Tutto ciò che è regio

non entra nei suoi ideali. Tutto ciò che è frivolo non partecipa della

sua esistenza. Le sue alte aspirazioni sono per una Repubblica di

repubblicani ammodernati dalla vita pubblica.

In un periodo di specialisti, egli è rimasto l'uomo di una coltura

straordinaria. Volgendosi verso la montagna della sua produzione, si

può credere che egli abbia dato fondo all'universo. Si è occupato, con

competenza, di tutto lo scibile umano. Di storia, di scienza, di

letteratura, di invenzioni, di geografia, d'arte, di navigazione, di

esplorazioni, di musica, di coreografia, di questioni agrarie, di

strategia militare, di industria, di drammatica, di legislazione. Egli

ha biografato mezzo mondo. Da Dante a Cimarosa, da Leonardo da Vinci a

Cavour, a Cantù, a Crispi. Non c'è uomo illustre nella storia e nel

rinascimento patrio che non sia entrato nella sua collezione

illustrata.

_Self-mademan_ del giornalismo italiano, egli si è scelto un motto

inglese adatto alla sua pertinacia di lavoratore: _time is money_--il

tempo è danaro. Con una testa costantemente in eruzione e convinto che

«la volontà è l'anima dell'ingegno e la vittoria del progresso», egli

resiste al tavolo fino ai crampi nella mano. Passa indifferentemente

da un soggetto all'altro, senza bisogno di sosta. Smette l'articolo

politico e riprende la continuazione dell'appendice, consegna al proto

la pagina critica e si riversa sull'_Italia irredenta_--una

pubblicazione che deve «tener vivo nelle masse il sentimento della

loro nazionalità, il retaggio sacro della lingua, la speranza di una

rivendicazione avvenire».

È difficile trascinarlo in una conversazione che gli faccia perdere il

tempo e il danaro, ma una volta ch'egli si decida per il riposo, vi

trovate con un _causeur_ nel vero senso della parola, con un uomo il

quale sembra non abbia fatto altro nella vita che occuparsi di salotti

aristocratici o di aneddoti politici o di musica wagneriana. Verso

sera, quando si aspettava la luce elettrica o si flanellava, gli

abitatori della quinta camerata lo ascoltavano tra una meraviglia e

l'altra.

Pareva Villemesant o Rochefort che stesse dettando le sue memorie. Si

andava dall'Africa--ove era stato due volte come corrispondente del

_Secolo_--al palcoscenico di una prima donna che ha fatto storia--nel

dietroscena di Caprera quando donna Francesca rimase col

generale--alla redazione di un giornale che si ricorda ancora--a un

periodo tumultuoso che egli sapeva rimettere in piedi tale e quale,

colla data, cogli incidenti, cogli attori principali, sceneggiando il

disastro o il trionfo coi colori di una tavolozza arciricca. Un

semplice paesucolo sconosciuto diventava nella sua bocca di un

interesse sommo. Ce lo circondava delle industrie e degli uomini della

regione e ci diceva l'avvenimento che lo aveva reso celebre.

Pur pensando a Cavallotti quasi balbuziente, dubito che il Chiesi abbia

qualità oratorie. Gli mancano i mezzi vocali e l'inconsapevolezza di

Castelar che sa stare sulla piattaforma con la tranquillità di uno

scrittore a tavolino.

Il processo del tribunale di guerra è riuscito a propalare assai più

il suo carattere, la sua produzione letteraria, la sua attività

giornalistica.

Prima, quantunque avesse scritto una ventina di romanzi, descritta

l'Italia da un capo all'altro, il suo nome non era nelle moltitudini

come oggi. Giornalista che aveva nutrito una legione di giornali, gli

mancava la simpatia nazionale che gli ha data una condanna la quale ha

fatto fremere anche coloro che sono agli antipodi de' suoi ideali

politici.

In Gustavo Chiesi è l'imperturbabilità grandiosa di Danton che dice al

carnefice di mostrare la sua testa al popolo. È rimasto sul banco

degli accusati di un tribunale militare come uno stoico. Se ha aperto

bocca, non è stato per proteggere la sua prosa giornalistica, ma per

salvare i suoi cooperatori e adempiere al dovere di direttore.

--Io non ho da dire che due brevi cose.

«Prima, ringrazio i miei difensori per la grande dottrina colla quale

mi hanno difeso. (Era stato difeso dai tenenti Giglio e Corselli).

Secondo, dichiaro sulla mia parola d'onore che il Cermenati si recò a

Pavia e a Piacenza soltanto in qualità di redattore del giornale, e

per nessun'altra ragione.»

E quando Bacci, il sostituto avvocato generale in missione, escluse

dal numero dei colpevoli Ulisse Cermenati e Arnaldo Seneci,

amministratore dell'_Italia del popolo_, sulla faccia del direttore si

diffuse la consolazione. Egli respirava più liberamente. La reclusione

degli amici gli sarebbe pesata sul cuore come un martirio.

In galera nessuno lo ha mai sentito lamentarsi. Egli lavorava dalla

mattina alla sera e non sostava che per pensare alla vecchia madre che

lo piangeva disperatamente.

Pochi idolatrano la famiglia dei genitori e contribuiscono al suo

benessere come Gustavo Chiesi.

Egli è stato eletto deputato mentre era nel reclusorio di Finalborgo e

Forlì continuerà ad eleggerlo per un pezzo, perchè Gustavo Chiesi non

è di coloro che si abbandonano subito dopo che la giustizia delle

masse ha stravinto la giustizia delle classi.

Conosciuto, lo si ama per la sua intelligenza, per la sua bontà e per

la saldezza dei suoi principii.

Dal cellulare a Finalborgo · 第 11 / 23 题