I pasti e le cimici.

Gli entusiasmi per la quinta camerata non potevano durare a lungo.

Chiudetemi in un salotto elegante con le inferriate a scacchi e il

cancello di ferro, e vedrete che in pochi giorni i mobili mi

diventeranno odiosi e l'ambiente senza uscita mi incendierà il

cervello e mi ridurrà in un angolo a imbecillire nella mia impotenza.

_Il silenzio è obbligatorio:_ disteso a caratteri neri sul fondo

bianco della muraglia in faccia al cancello, diveniva, di ora in ora,

odioso e intollerabile per dei giornalisti che avevano passata la vita

tra il chiasso delle redazioni. Era una ingiunzione che ci riduceva a

una ragazzaglia di casa di correzione.

Vivere con degli amici--e degli intellettuali come i miei compagni--è

una vera consolazione e spesso anche un'istruzione. La loro parola vi

va per le orecchie come una carezza, vi solleva lo spirito abbattuto,

vi distrae e vi porta in mezzo ai ricordi tumultuosi della loro

professione battagliera. Ma sempre, sempre, sempre, senza mai un

minuto di isolamento, diventa, spesso, una pena e una tortura!

Vi fa male di vedere loro crescere lentamente le unghie sucide senza

aver modo di offrir loro la limettina per tenerle regolate e pulite, e

di assistere a tutto ciò che fuori di galera si fa nel bagno, alla

latrina, nello spogliatoio e nella stanza da letto. E vi sentite

desolati di udire la bestemmia di qualche vostro compagno che aveva

l'abitudine di lavarsi i denti collo spazzolino.

--Che male ci sarebbe--incominciava a dire qualcuno di noi--se la

direzione mi permettesse uno spazzolino e della polvere e dell'acqua

dentifricia?

--E che strappo si farebbe al regolamento se io, prete, continuassi a

indossare quella divisa di sacerdote che io credo di non avere

disonorata?

--Capisco la punizione.

--Io no, non la capisco. Se capisco qualche cosa è la mia separazione

dalla società che posso avere offesa. La punizione che mi distrugge è

un delitto. E lo griderò dai tetti, o meglio dal giornale, non appena

al largo.

--Lasciami dire. Io posso capire la punizione. Ti va? Ma la

raffinatezza di sopprimermi le sigarette se ho l'abitudine di fumare,

di mandarmi a dormire all'ora delle galline invece di lasciarmi

lavorare o studiare, di costringermi a stare sul saccone duro come una

pietra per dieci o dodici ore, di non permettermi una locomozione che

mi mantenga sano, di tenermi in piedi con una nutrizione che mi

restituirà alla mia famiglia, e alla società, idiota e incapace di

guadagnarmi l'esistenza?

--Taci! C'è raffinatezza più diabolica di quella di romperti

violentemente la comunicazione epistolare con tutto il mondo che hai

conosciuto, che conosci, che ti ama e continua a volerti bene, anche

dopo la condanna dei tribunali di guerra? Raffinatezza più triste, più

sciagurata di quella di impedirti di scrivere a tua moglie, a tua

madre, ai tuoi figli, a coloro che ti amano e che ti piangono e che ti

idolatrano, se non una volta ogni tre mesi, se sei alla reclusione, o

una volta al mese, se sei alla detenzione? E anche questa lettera

mensile e trimestrale non è un'altra tortura? Tu non puoi parlare, ti

si dice, che dei tuoi interessi. Non è un interesse dire, per esempio,

ai tuoi di casa di non addolorarsi perchè ti si è mandato alla

reclusione innocente? No, perchè insulteresti la giustizia. Non è un

interesse parlare di ciò che fai e di ciò che vedi, della tua salute,

se stai bene o male? No, perchè il condannato non deve parlare di

quello che avviene nella casa di pena!

Più di una volta, io e don Davide abbiamo dovuto discendere in

direzione a riprenderci la lettera coll'ordine di riscriverla senza

qualche frase contraria al regolamento. Per due settimane ero stato

malaccio. Mi sentivo debole e non sapevo più digerire la pagnotta e la

pasta del penitenziario. Scrissi nella lettera della mia

indisposizione, aggiungendo «che adesso stavo bene». Si poteva essere

più modesti? La direzione trovò modo di farmela rifare.

--Non le pare, signor direttore, o signor capo, che questa sia una

notizia di carattere intimo?

--No, perchè il recluso non deve occuparsi di ciò che avviene nel

reclusorio.

--Aguzzini! gridai mentalmente. Aguzzini!

E le lettere che ci pervenivano dal di fuori? Bastava un accenno alla

vita pubblica, un alito dell'agitazione che si faceva a favore dei

condannati, un'allusione a una prossima amnistia, una frase

ministeriale, il pensiero di un deputato, l'opinione di un giornale,

perchè la mano della direzione corresse sul delitto, con la penna

carica di inchiostro a coprire tutto di nero. Ho veduto delle lettere

piene di chiazze, piene di rigoni che sgrammaticavano la dicitura o

sopprimevano le parole che potevano suscitare delle speranze o lasciar

trapelare la commozione pubblica.

Qualche volta la mano diventava brutale e allora recideva il foglio

alla testa o alle gambe o lo metteva spietatamente in un cassetto

senza neanche dire crepa al numero di matricola al quale era

indirizzato!

Una scena che avrebbe fatto piangere gli amici, se avessero potuto

mettere l'occhio alla spia della nostra camerata, era quella dei pasti

dei primi tempi. Gli abiti dei sette amici, che aspettavano il

monosillabo della Cassazione per uscire o per indossare la casacca

galeottesca, si erano consumati e malconciati. C'erano delle maniche

sdrucite, dei calzoni sfilacciati agli orli, degli occhielli sfatti o

che si sfacevano, delle ginocchia e dei gomiti lucidi o maculati di

larghi oleosi e dei baveri sui quali si era andata accumulando la

forfora di una cute che nessun parrucchiere spazzolava da un pezzo.

Don Davide pareva uno di quei preti descritti dal Porta. Colla veste

piena di macchie, colle calze rotte, colle brache stralucide che

perdevano, col nero, dei brandelli, e con la collarina inamidata da

tanto tempo che lasciava vedere il giallo delle trasudazioni del

collo.

Abituati al tovagliolo e alla posata lucente sul candore diffuso per

la tavola, la mobilia della nostra sala da pranzo si riduceva a una

lunga panca dalla quale sbucavano, di tanto in tanto, gli insetti

rossicci che la povera gente chiama cimici, e a dei sedili di legno

rotondi, le cui capocchie laceravano di frequente i calzoni

dell'avvocato Romussi. Mettevamo la panca vicino alla seconda finestra

e sedevamo quattro da una parte e tre dall'altra. Coi tozzi di pane

sparsi qua e là lungo la panca, colla gamella fumante sul palmo della

mano sinistra, e un moncone di cucchiaio di legno greggio col quale

tentavamo di sbasoffiar via una pasta scondita o condita fino al

disgusto, potevamo essere copiati per un mucchio di pitocchi di

frateria che si scalda lo stomaco colla minestra del convento.

Ho parlato delle cimici, perchè ne ho trovate dappertutto. Nei

camerotti polizieschi, nelle celle del Cellulare di Milano, nelle

stanze del carcere giudiziario di Genova e nello stanzone del

penitenziario di Finalborgo. Dopo la condanna, il Turati occupava, al

Cellulare, una stanza spaziosa e ariosa nell'esagono del secondo

raggio. Io, De Andreis, Romussi e Federici passavamo parte della

giornata con lui. Nessuno di noi poteva adagiarsi sul suo letto a

pagamento, senza che venissero alla superficie filate di queste

schifose bestioline che fanno pancia col vostro sangue. Mi diceva

Turati che di notte sciupava il tempo con questi puzzolentissimi

insetti che non lo lasciavano dormire. Tre o quattro giorni prima che

andasse alla reclusione, il direttore, impressionato dal suo tormento,

gli fece imbiancare il cellone e passare alle fiamme il letto di

ferro.

--Ne ho trovate, ci diceva lo scopino incaricato di farli morire col

fuoco, a nidiate. Morivano mandando un'odore pestilenziale che mi dava

le vertigini.

Un'ora dopo questo nettamento e questa pulitura, ne vedemmo tre che

andavano via, pian piano, per il cuscino!

Nelle vecchie carceri di Genova non mi sono fermato che 15 ore. Se vi

fossi rimasto di più, ne sarei uscito dissanguato. Venivano fuori a

frotte.

Il soffitto ne era pieno e negli angoli delle pareti si potevano

prendere a manate. Alla notte, per paura che mi andassero nelle

orecchie, o su per il naso, o in bocca, fui costretto ad alzarmi. Il

letto ne formicolava. Potevo coglierle a manate al buio. Sdraiato non

mi lasciavano quieto. Le mie mani precipitavano sulle gambe, sul

petto, e le rincorrevano per il corpo senza riuscire mai a

liberarmene. Come erano spietate le cimici del carcere giudiziario di

Genova! In questo carcere maledetto, non ebbi coraggio di mangiare, ma

ebbi l'imprudenza di comandare un caffè. Ritirandolo dal buco

dell'uscio me ne caddero tre nella chicchera e due nel piattino.

Buttai via la bevanda dal disgusto.

Nello stanzone di Finalborgo formicolavano per i cornicioni, si

sorprendevano sulle pareti, si trovavano in letto, nelle screpolature

dei muri, nelle commessure delle finestre, e perfino nelle crepe del

tavolo.

L'ambiente ha una grande influenza sugli individui. Anche l'uomo

cresciuto nella reggia, nelle tombe penali diventa, a poco a poco, un

porco. Dopo due o tre mesi non è più schifiltoso e non si meraviglia

più di nulla. Si abitua a mangiare le cose meno mangiative o più

repulsive con le i mani, a pulirsi le dite nella giacca, a vedersi gli

orli delle unghie calcate di sudicerie nere, a lavarsi maledettamente

male in un cucchiaio d'acqua senza sentirsi invaso dal malessere, a

considerare i pidocchi come amici di casa e a prendere delicatamente

le cimici senza contorsioni e travolgimenti d'occhi.

Se volete convincervi che l'ambiente agisce potentemente

sull'individuo, invitate un ex recluso a pranzo. Osservatelo

attentamente quando mangia e lo sorprenderete più di una volta in

flagrante violazione delle regole più comuni della persona allevata

bene.

__Don Davide Albertario.__

Se il direttore dell'_Osservatore Cattolico_ fosse stato ministro

della chiesa anglicana, a quest'ora egli sarebbe padre di una nidiata

di figli. Perchè le _misses_ non gli avrebbero permesso di consumare

la gioventù nel celibato, in un paese ove il servo di Dio prende

moglie come qualunque altro mortale.

Fisicamente è più corazziere che sacerdote. È un bell'uomo alto,

spalluto, con un petto che traduce la sua salute di ferro, piantato su

due gambe poderose, che fanno tremare le pareti della quinta camerata

di Finalborgo quand'egli passeggia concitato o disperato di sapersi un

leone in gabbia. La dieta della fame non è riuscita a smagrarlo, o a

chiazzargli di lividure le guance voluminose, o a fargli nascere delle

rughe sulla fronte. I suoi 52 anni sembrano 38. Ha la carnagione di un

prelato in fiore, gli occhioni luminosi che rivelano la bontà del suo

animo ed è dotato di una forza che mi piegava in due non appena mi

mettevo a lottare con lui.

La sua attività cerebrale è prodigiosa. Non appena gli furono concessi

gli strumenti di lavoro, la sua mano non è stata più quieta. Con una

corrispondenza che avrebbe tenuto occupati tre segretari, egli trovò

modo, in due mesi, di riempire 587 fogli di protocollo, che

rappresentano l'opera sua di prete, di giornalista, di predicatore e

di recluso. Senza essersi completamente sbottonato, come in una

autobiografia, i lettori--se i manoscritti verranno pubblicati--vi

troveranno il polemista che si ferma dove incomincia l'invettiva, il

letterato che si sdraia con compiacimento nel suo letto intellettuale,

l'oratore che ripassa pieno di letizia attraverso le sue orazioni

trionfali, il sacerdote che sta ritto sulla tolda della sua nave

cattolica, agitando il suo programma che si riassume nella formola

«col papa e per il papa».

È nato nella provincia di Pavia, studiò all'Università

gregoriana--frequentata dagli stranieri che si avviano alla

carriera ecclesiastica. Si laureò in sacra teologia nel 1868, in

diritto canonico nel 1869 e a 23 anni venne consacrato sacerdote

dall'arcivescovo di Milano, mons. Calabiana, unitamente al suo

compagno di infanzia, il padre Zecchi, il noto scrittore della

_Civiltà Cattolica_ e uno dei più insigni oratori della

predicazione sacra.

L'_Osservatore Cattolico_ si può dire sia stato il suo bimbo adottivo.

Incominciò a volergli bene nel 1869 e continuò ad amarlo e a nutrirlo

col suo ingegno fino al giorno in cui Bava Beccarla mandò i

carabinieri e i soldati ad arrestarlo come un malandrino qualunque

nella casa paterna.

Io non posso dire di essere un lettore costante di fogli religiosi. Ma

credo che non ci sia in Italia un giornale del partito che possa

essere paragonato al quotidiano di don Davide. È un giornale che sente

tutta la modernità professionale senza perdere del suo concetto

fondamentale, che è la necessità della chiesa cattolica. È redatto

bene, redatto da giovani che lo seminano di idee col ventilabro e che

riempiono le sue colonne di uno stile spigliato, nervoso, che non

lascia mai giù le ali sui guazzi sociali per paura di sporcare chi

legge. È interessante per ogni lettore. Vi trovate l'appendice

drammatica, l'appendice letteraria, l'articolo politico, il

trafiletto, la cronaca, gli avvenimenti internazionali e una larga

piattaforma per i servizi municipali--per le questioni operaie--per i

problemi dell'avvenire.

L'_Osservatore Cattolico_ è stato condannato nella persona del suo

direttore per queste motivazioni: 1.° perchè ha con fine ironia

combattuta la monarchia; 2.° perchè si è unito ai repubblicani e ai

socialisti e agli anarchici per demolire le istituzioni dello Stato;

3.° perchè ha eccitato all'odio i contadini contro i signori e contro

altre classi sociali; 4.° perchè ha educato il clero alla vita

battagliera invece che alla missione di pace alla quale è destinato da

Cristo.

--Che c'è di vero, don Davide, in tutto questo?

--Per capire la portata della motivazione della sentenza che mi ha

relegato per tre anni in questo reclusorio, bisogna conoscere la

natura del mio giornale. L'_Osservatore Cattolico_ è anzitutto un

giornale che si dedica alla propaganda e alla difesa della chiesa

cattolica e del papa. Siccome l'Italia è aderente a questa chiesa,

così si deve ritenere necessaria la religione al bene sociale, per la

vita presente e per la vita futura, come si deve ritenere necessario

che essa sia tenuta in onore e non perda influenza. Questo è il

caposaldo del programma del mio giornale nel rapporto religioso.

«Nel rapporto politico io, direttore dell'_Osservatore Cattolico_,

sono indifferente alla forma monarchica o repubblicana di governo. Do

la preferenza a quella forma in cui i governanti sono col mio

programma religioso, al quale subordino tutto il resto. Quindi è una

bugia dire che io combatta la monarchia, come è una brutta invenzione

quella di accusarmi di complicità coi repubblicani e socialisti e

anarchici. In un ambiente monarchico io lavoro in mezzo al popolo,

perchè il governo abbia a cessare dall'opposizione contro il papa e

contro la religione e abbia a promuovere la pace religiosa nel paese.

«Il mio programma sociale è ampio e generoso. Io accetto tutto ciò che

nei postulati del socialismo è compatibile colle dottrine della chiesa

cattolica e mi adopero per attuarlo formando l'opinione in questo

senso. Deploro il concetto fondamentale materialista del socialismo,

deploro che non ammetta le verità cattoliche, perchè il materialismo e

la negazione delle verità cattoliche scavano un abisso tra il

cattolicismo e il socialismo. L'_Osservatore Cattolico_ combatte la

speculazione che impoverisce, combatte l'usura, invoca provvedimenti

di Stato che salvaguardino i diritti e gli interessi delle classi

inferiori e ne migliorino le condizioni. Esso però rifugge dallo Stato

collettivista. Tutto questo vogliamo ottenere con la persuasione della

propaganda pacifica, con la carità generosa, col mezzo delle autorità

e delle leggi. Credetelo, è una calunnia dire che io ecciti all'odio o

alla discordia.

«Da questo potete argomentare del valore delle motivazioni della

sentenza del Tribunale militare. No, non sussiste la fine ironia

contro la monarchia, non sussiste la congiura con altri partiti contro

le istituzioni, non sussiste l'eccitazione di odio tra le varie classi

sociali, non sussiste l'educazione del clero in senso opposto alla

missione assegnatagli da Cristo. Non sussiste nulla di nulla. Di vero

non c'è che questo: che si è mandato in galera un innocente.

«Volete una prova che il direttore dell'_Osservatore Cattolico_ non ha

tentato di sviare dal retto sentiero il clero italiano? Da che sono

nella casacca del galeotto, sua santità il papa mi ha mandato la

benedizione più di una volta, e una medaglia d'oro che tengo

carissima, centinaia di vescovi, da ogni parte d'Italia, scrissero a

me e a mia sorella lettere affettuosissime, sacerdoti e vescovi--come

quello di Savona--sono venuti a trovarmi e a ogni distribuzione

postale ricevo, come avete veduto, un mucchio di lettere e di

telegrammi. Se non ci fossero di mezzo i patimenti di questa vitaccia,

che sopprime il sacerdote e distrugge l'uomo, direi che il Tribunale

di guerra mi ha reso un segnalato servigio.»

L'affezione per sua sorella è nota a tutti coloro che leggono le sue

lettere datate da Finalborgo e indirizzate alla «cara Teresa». Sono

lettere castrate e scritte nella condizione di un uomo che non può

dire quello che sente e che vuole. Ma in esse è il pathos di un'anima

addolorata. C'è la tenerezza di chi soffre della separazione e della

lontananza. E la sorella lo ricambia di pari affetto. La sua assenza è

il suo strazio. Per liberarlo, ha messo sossopra mezzo mondo. Ha

mandato una lunga epistola all'episcopato italiano--ha scritto al

presidente dei ministri e ha fatto bussare, a insaputa del fratello,

fino alle porte reali.

In mezzo a noi, don Davide, non ha mai fatto sentire il prete. Egli

era un compagno che prendeva parte alla discussione, che si adattava

in un modo mirabile alla vita comune, e che rideva delle nostre risate

come un giovialone che non si ricorda della condanna.

__I forzati.__

Il «forzato» è colui che sta scontando la sentenza che gli ha inflitto

il vecchio codice. Lo si può dire il martire del bagno penale. Nessuno

ha subito le sue torture. Egli è passato attraverso tutte le sevizie

che sono nel regolamento composto dagli «estratti dei regi bandi del

22 febbraio 1826». Un'infrazione qualunque, come quella, per esempio,

di essere reo di bestemmia o di imprecazione contro l'onore e la

riverenza dovuta alla Maestà di Dio, alla Beatissima Vergine ed a

tutti i santi, lo avrebbe mandato croatescamente sulla panca a

ricevere la punizione di parecchie «bastonate». Tutti noi, compresi i

direttori dei reclusori, possiamo smarrire qualche cosa senza

crederci, per questo, meritevoli di punizioni corporali, non è vero?

Il forzato che perdesse il semplice libretto di «massa» viene invece

disteso sulla pancaccia della bastonata!

Istigando alla disubbidienza o all'ammutinamento o rivoltandosi contro

i «suoi custodi», il galeotto incorreva «nelle pene corporali

estensibili sino alla morte».

Il bastonatore era sempre un grandiglione dalle braccia poderose che

faceva divenire alto il sedere con colpi che strappano dei

misericordia!

L'abito del forzato differisce da quello del recluso. Il forzato a

vita indossa una giacca rossa, porta una callotta verde alta e

rotonda, ed ha sul cuore una striscia nera sulla quale è stampato il

numero di matricola.

<tb>

Il forzato a tempo ha la callotta scarlatta e la striscia di un verde

slavato. Se vedete un camerotto o un cortile di queste «facce da

galera», vi sentite correre per la schiena i brividi dello spavento.

Provate gli orrori di sapervi dinanzi ai sanguinarii che hanno fatto a

pezzi le donne, squarciata la gola agli uomini e spaccato il cranio ai

bimbi. Il loro abbigliamento e il loro viso galeottizzato triplicano

la ripugnanza che vi ispirano.

Non appena il forzato entrava nello stabilimento di pena, gli

completava la _toilette_ il fabbro, un altro collega che gli ribadiva

al malleolo l'anellone di ferro massiccio della catena. Il catenone a

diciotto maglie era così lungo e così pesante che nessun forzato, per

quanto forte, sapeva stare in piedi più di un'ora.

Uno di questi sventurati di Finalborgo mi descriveva tutta quella

massa di ferro, che il codice gli imponeva di trascinarsi dietro fino

a sentenza finita, con queste parole:

«La maniglia--come chiama lui l'anellone--era assai diversa da quella

che mi vedete ora. Era un grosso cerchio che mi dava un grande

fastidio. Di giorno mi lacerava le mani a ogni movimento e di notte,

con la parte mal ribadita, mi scorticava l'altro piede tutte le volte

che mi voltavo addormentato. Mi alzavo con la gamba stracca e

indolenzita.

«Il catenone mi tribolava dalla mattina alla sera. Non sapevo dove

metterlo. Se me lo tiravo sui fianchi, non sapevo reggerlo più di

dieci o quindici minuti. Erano minuti di spasimi. Se me lo tenevo

sospeso con le mani, dovevo abbandonarlo non appena mi dolevano le

braccia. E se me lo ammucchiavo sulla spalla o sul braccio sinistro,

sentivo subito il bisogno di levarmelo.

«Erano dei quintali che mi indemoniavano. Non era che in terra, seduto

sulla pietra, incatenato al grande anello di ferro confitto nel rialzo

del granito della cella, che potevo trovare un po' di quiete. Con la

maggior parte del peso sul suolo, si poteva tirare il fiato. Ma tutti

noi, di questi ambienti, sappiamo che il moto delle gambe è questione

di vita. Guai al condannato che poltrisca nella disperazione! La sua

sentenza si estingue presto. Egli si avvia col treno lampo al

sepolcro.»

--E adesso, quest'altra di quasi due chili di ferro, che vi penzola

dalla gamba, vi rompe le scatole?

--Una catena alla gamba, coll'anello massiccio che non si può rompere

che colla morte o nel giorno in cui avete finito di espiare la pena, è

un tormento senza nome. Quante volte questa catena mi ha fatto pensare

al suicidio!

<tb>

Il galeotto di questo straziante periodo, che si chiuse, credo, nel

90, veniva accoppiato con un altro.

Il compagno di «branca», vale a dire di catena, rimaneva indivisibile

per degli anni e degli anni. Attaccati allo stesso anellone del

macigno, dovevano dividersi, con la noia penosa dell'unione

coercitiva, il peso della catena e seguirsi ogniqualvolta uno si

moveva.

Se, per esempio, il 387 si alzava, il 130 non poteva rimanere seduto.

Se uno degli infelici aveva dei bisogni urgenti, l'altro si doveva

accosciare rasente il mastello puzzolente e aspettare che facesse i

comodi suoi. I passi di ciascuno dovevano essere studiati, e il

desiderio del 387 doveva essere il desiderio del 130. Immaginatevi, mi

diceva uno di questi forzati, di trovarvi appaiato con un tale che

avesse la diarrea, come è toccato a me per tre mesi! O supponete, voi

che siete educato, che non avete perduto tutto e che aspirate alla

riabilitazione, di essere inchiodato allo stesso anello con un uomo

volgare, magari brutale, magari capace di fracassarvi lo stomaco con

un pugno per una parola mansueta che gli è andata nell'orecchio come

una scudisciata!

--Ho letto una volta un libraccio che raccontava gli orrori degli

inquisitori spagnoli. Certamente, leggendo, mi si accapponava la

pelle. Ma non credevo che il Gutzman sia riuscito più feroce

dell'inventore della «branca». Essa non vi fa scricchiolare le ossa

contorcendovi, ma a lungo andare vi deturpa e vi masturba la vita

assai più degli ordigni di tortura. Appaiato per degli anni con un

grassatore o un brigante o un omicida! Pensateci un minuto e vi

troverete col capogiro!

<tb>

In generale il forzato, come lo abbiamo conosciuto noi, è buono. Nella

zona della espiazione diventa un fratello che si intenerisce dei

vostri dolori e vi rincuora alla speranza. A Finalborgo c'è stato un

tempo in cui adempiva alla funzione pietosa d'infermiere Alfonso

Carbone, un capo brigante che aveva della iena e che mutilava le sue

vittime attorcigliandosi le loro budella intorno la mano. In

infermeria, lo si poteva dire una suora di carità. Si alzava a tutte

le ore, accorreva al letto di chiunque lo chiamasse e faceva di tutto

per alleviare le sofferenze. Un compagno, che aveva passato dieci e

più anni al «Castellaccio», mi raccontava della bontà di Cipriano La

Gala. Egli, Cipriano La Gala, era là a scontare la prima condanna di

dieci anni di isolamento. Fu un modello di condotta. Così

irreprensibile che il direttore, signor Brunellesco, dopo sette anni,

lo fece scatenare e mettere in compagnia di altri quindici galeotti.

In sette anni il La Gala non aveva mai detto una parola alla guardia,

che non fosse di ringraziamento. Nella vita in comune, egli era un

agnello che si prosternava alla volontà del primo o dell'ultimo

galeotto. Durante la sua residenza, non ebbe mai un rapporto, mai un

accento che rivelasse l'eroe di tanti delitti.

In galera, ho conosciuto gente che sente la fratellanza come non la si

sente all'aria libera. Ho conosciuto forzati che si sono levati il

pane di bocca per darlo a chi aveva più fame di loro. So di un tale

che si è tolto il panciotto, che si era pagato coi suoi denari--perchè

il panciotto è una concessione del direttore o del medico--per

regalarlo a un poveraccio senza fondo di massa, oppresso dalla tosse a

scatti che non perdona.

La solidarietà per il diritto comune è nel grido di _fuori! fuori!_ di

tutte le camerate, quando i forzati si credono curvati dall'arbitrio e

vittimizzati dagli abusi. Spieghiamoci. Supponete che una guardia sia

tanto cattiva da farvi punire per dei nonnulla o che il pane non sia

che della mota malcotta e indigeribile. In galera non è ammessa la

protesta, nè collettiva, nè individuale. Se voi dite: rifiuto questa

gamella di minestra perchè è immangiabile, siete sicuro che vi si

ordina di portare il vostro materiale lettereccio in magazzino e di

andare diffilati ai banchi di rigore. Se vi fate registrare per

un'«udienza col signor direttore», vi capita, novantanove volte su

cento, che il direttore vi dice che siete un insolente e che fuori,

prima di andare in galera, non mangiavate tanto bene e che per questa

volta vi manda a mangiar meglio nel cubicolo, per una quindicina di

giorni, con l'aggiunta della camicia di forza se osate lamentarvi.

Sovente alcuni forzati, si sottomettono alle punizioni individuali per

richiamare l'attenzione del direttore su questo o quel sopruso. Ma

quando il sopruso continua con maggiore accanimento e quando il

direttore si ostina a «ignorarlo», allora i forzati perdono la

pazienza e ricorrono alla violenza del _fuori! fuori!_.

__Un fuori! fuori!__

Uno di questi ammutinamenti è avvenuto poche settimane sono nella casa

di pena di Padova. L'ultimo di Finalborgo è sotto la data del 3

gennaio 1896. Il direttore Codebò aveva assunta la direzione del

reclusorio nell'ottobre del 1895. Egli vi era andato preceduto dalla

fama di direttore «severissimo», d'un direttore, per esprimermi con la

frase di un forzato, che terrorizzava con una disciplina di ferro.

Direttore di un reclusorio, egli voleva che imperasse il silenzio

assoluto. Il guaio era che gli inquilini di questo bagno penale--come

lo si chiamava mava prima--erano misti: cioè erano reclusi e forzati.

I primi, col nuovo codice, devono scontare la condanna senza parlare;

i secondi, col codice vecchio, possono conversare sottovoce tra loro.

Il reclusorio poi deve essere a celle. E nel reclusorio di Finalborgo

non ci sono che cubicoli, banchi di rigore e celle di punizione in

Torretta. Nei lavorerii in comune avveniva, per esempio, che i reclusi

dovevano tacere e i forzati potevano scambiarsi delle parole

sottovoce.

Il direttore, per impedire che si mancasse di rispetto al regolamento,

fece affiggere un ordine del giorno il quale ingiungeva di farla

finita col chiasso. Forzati e reclusi lo stracciarono. Il direttore

incominciò allora con le punizioni e i reclusi e i forzati si misero a

gridare e a urlare che gli avrebbero fatto un _fuori! fuori!_

La sera prima, i più eccitati si erano scambiati degli abbracci e

salutati con dei baci, dicendosi l'un l'altro: chi sa quando ci

rivedremo!

Il giorno dopo si trovarono--come dicevano loro--decimati. In ogni

camerata ne mancavano venticinque. Dove erano andati? Erano stati

mandati via o erano in punizione?

La questione del malcontento generale non era mica limitata al

«silenzio». I reclusi si lamentavano anche per altre cose. Essi

dicevano, per esempio, che era antiumano e contrario all'igiene

affollare i tavolati delle camerate di ottanta pagliericci. «Dormivano

l'uno addosso all'altro come bestie.» Uno--mi si raccontava--che

avesse avuto bisogno di sputare di notte, doveva mettersi sul sedere e

sbattere l'espettorazione al di là dei piedi.

La direzione persisteva nel mantenere due soli--dico due soli--catini

di zinco, d'un litro e mezzo o due d'acqua ciascuno, per ogni

camerata. Alla mattina era una lotta. Tutti volevano lavarsi nel

recipiente, e invece dovevano contentarsi di una manata d'acqua che

raccoglievano nel cavo delle mani. Questo modo di lavarsi produceva un

altro inconveniente: lasciava le pietre della camerata sempre umide. E

anche la popolazione delle case di pena ha una paura maledetta dei

reumatismi.

Nel subbuglio entrava anche la biancheria. Si cambiavano loro le

lenzuola ogni quaranta giorni e le camicie lacere e acciabattate a

intervalli di quindici giorni.

Il _fuori! fuori!_ era sempre in discussione. I più vecchi ricordavano

ai più giovani che tale grido voleva dire una rivolta: e una rivolta

di forzati e reclusi poteva avere delle conseguenze terribilissime.

Mentre si svolgeva nelle camerate il concetto di limitarsi a una

protesta individuale, si sentirono dei gemiti e delle voci strazianti

che uscivano dai banchi di rigore.

Il _fuori! fuori!_ fu un fatto compiuto.

Tutte le camerate furono in piedi. In ciascuna nacque un pandemonio

indescrivibile. Le «asse dei pancacci»--mi diceva uno di

loro--incominciarono a volare da una parte e dall'altra. Si urlava, si

sgolavano ingiurie e si imprecava contro la giustizia. I reclusi

aggiunsero al casaldiavolo il rifiuto della minestra. Nessuno di loro

aveva voluto sporgere la gamella.

--Datela ai maiali! datela!

Un quarto d'ora dopo, lo stabilimento era invaso dalla truppa, dai

carabinieri e dall'autorità locale.

Il direttore, seguito dai soldati, si presentò all'uscio del banco di

rigore per sedare il tumulto.

I puniti gli risposero scaraventando al buco della spia una fiaschetta

d'acqua. Gli spruzzarono la faccia e lo scalfirono in qualche parte.

Passò al cancello delle due camerate dei reclusi. Lo ricevettero con

degli urli e dei gesti minacciosi. Lo accusarono di essere «causa di

tutto il male» e lo coprirono di villanie.

L'eccitamento divenne così intenso che i capitani dei carabinieri e

della fanteria dovettero pregarlo di ritirarsi.

Gli ufficiali, con delle buone parole, cercavano di calmarli.

Promettevano loro tutto, compresa la giustizia. Ma, mentre riducevano

una camerata alla ragione, le altre davano fuori e strepitavano

dicendo che era meglio morire subito che continuare una «vita infame

come questa». Dappertutto si schiamazzava e si levavano in aria i

pugni come da gente determinata a tutto.

Qua e là si sentivano voci che domandavano un'inchiesta.

--Vogliamo la Commissione! Venga una Commissione da Roma!

A mezzogiorno erano nel reclusorio il prefetto d'Albenga e il sindaco

di Finalborgo.

Il prefetto parlava loro con grazia. Incominciava i suoi piccoli

discorsi così: Poveri sventurati! Ma li terminava dicendo loro che

aveva pieni poteri civili e militari.

--Se non farete silenzio, mi varrò di questi diritti.

Fu come una dichiarazione di guerra.

Gli occhi dei forzati erano illuminati dalla vendetta.

Il capitano ordinò il _pronti_ e i _fucili_ si curvarono verso la

regione del petto dei rivoltosi.

Non ci volle altro. Nacque tra i forzati la gara di voler morir prima.

Ciascuno si cavava la giacca, si sbottonava la camicia e si presentava

ai fucili, gridando:

--Fuoco! fuoco!

Il primo di tutti fu Vitale--un forzato siciliano. Sbattuta in terra

la giacca, diede un addio commovente ai compagni, ne baciò qualcuno

stringendoselo al seno, e con un addio generale, un «addio a tutti»,

si mise innanzi ai soldati:

--Voglio essere il primo! Tirate! tirate! Fate fuoco! fate fuoco!

Coloro che hanno assistito a questa scena mi hanno assicurato che

nessuno aveva mai veduta tanta gente offrire entusiasticamente la vita

grama della galera alle palle militari.

--Avremo finito di tribolare! Fate fuoco! fate fuoco!

Ufficiali e soldati rimasero paralizzati. Sarebbe parso loro una

vigliaccheria di tirare sulla moltitudine che voleva morire.

Il capitano, invece del fuoco, ordinò il pied'armi e si ricominciarono

i discorsi.

Ci si disse che «eravamo tutti figli d'Italia, figli di una grande e

bella nazione e che anche noi un giorno saremmo stati degni di farne

parte».

Le parole affettuose passarono sui loro dolori come un balsamo. L'odio

lasciava posto al moto del cuore.

Le mani dei galeotti irruppero negli applausi e le loro bocche

incominciarono a gridare: Viva l'Italia! Viva l'Italia!

Ai reclusi venne fatto lo stesso discorso e anche nelle loro camerate

risonarono i battimani e il: Viva l'Italia!

I soldati rimasero nel reclusorio tre giorni e i caporioni passarono

sotto consiglio e andarono ai banchi di rigore per qualche mese. Dopo

vennero quasi tutti traslocati in case di pena, ove la reclusione si

svolge in tutto il rigore.

Il risultato è chiaro: il _fuori! fuori!_ fa delle vittime e lascia

gli altri in una condizione peggiore di prima.

In galera non si protesta: si muore.

__L'influenza dei sanguinarii.__

Il Frezza e i «mozzi» nostri amici.

In galera, anche se siete superbiosi o illustri, diventate così

piccini che, in meno di due mesi, non ricordate più se eravate

qualcuno. L'ambiente e i compagni vi sfasciano e vi disperdono il

passato e vi mettono sur una base d'eguaglianza sulla quale i

livellatori del tempo cromwelliano non troverebbero da ridire.

Tra voi e gli assassini della Carcano di via Torino non può essere che

questa differenza: che se non siete sanguinarii come lo Zanzottera e

il Coturno, non dominate la camerata e non suscitate l'ammirazione dei

vostri colleghi di catena che idolatrano il coraggio infuturato nelle

pagine dei delitti celebri.

I sanguinarii, raccontando i romanzi della loro vita, crescono di fama

ogni giorno, diventano temuti e assumono, sovente, il posto di «capo

di società»--il posto più eminente al quale possa aspirare chi indossa

la casacca del forzato. Perchè il «capo di società» è l'arbitro o il

despota dei «paesani» o dei «patriotti».

È lui che scioglie le contese e che ordina il boycottaggio di questo o

quel galeotto sospetto di delazione o di essere il confidente di

qualche agente di custodia. Quando il «capo di società» sussurra

all'orecchio degli altri il nome del «traditore», lo sciagurato si

trova in una condizione peggiore del landlord crudele in Irlanda. Egli

non solo subisce l'isolamento del coleroso, ma è respinto da tutte le

camerate.

Le autorità del penitenziario sono obbligate a curvare la fronte

dinanzi a questa sentenza invisibile che infligge al malnato una

specie di ostracismo sociale. E quando non vogliono sottomettersi alla

legge galeottesca, avviene sempre qualche inaffiata di sangue. Mi

spiego con una di queste tragedie che si è svolta nel bagno di

Castellaccio nel 1880. Due galeotti--un abruzzese e uno di Terra di

Lavoro--vennero assunti come «mozzi», cioè come persone di servizio.

Una spia tra i «mozzi» diventa, in un bagno, una vera disgrazia in

famiglia, mi diceva uno dei miei amici forzati, ora in un altro bagno.

Nessuno si arrischia più a mandare un addio a un «paesano» nella

camerata in faccia.

L'odio per la spia è il sentimento che signoreggia tutti gli altri. In

ogni galera e in ogni carcere giudiziario voi trovate sulle pareti,

sui cancelli, lungo i corridoi e per i muri dei raggi di passeggio un

solo pensiero che nessun direttore è mai riescito a far cancellare,

questo:--Morte ai _boia_! I _boia_, cioè le spie, cioè i Petito, non

hanno quartiere. Sono considerati dei rognosi e presi a pugni e spesso

a coltellate. Dove è uno di loro, l'ergastolano o il recluso o il

detenuto non è più tranquillo. La sua vita rimane un tormento

spasmodico fino alla sua scomparsa. Chi l'uccide diventa un eroe ed ha

l'applauso generale, perfino, spesso, dei secondini che disprezzano le

spie.

Francescone, della provincia di Caserta e Topino, di non so più dove,

vennero incaricati di «accomodare la faccenda.» E costoro, senza giri

fraseologici, proposero ai due «sospetti» il dilemma: o di smettere di

fare il «mozzo»--occupazione che dava loro modo di fare la spia--o di

prepararsi a morire.

I due mozzi che si credevano protetti dal personale del bagno, non

vollero credere alla sentenza e tirarono innanzi a fare il loro

mestiere. La cosa non andò per le lunghe. I due sanguinarii, con un

pezzo di cerchio di mastello, si erano preparati due ferri

affilatissimi. Il giorno in cui, nel cortile di passeggio, capitarono

loro tra i piedi, non esitarono un attimo. Piombarono sulle «spie» a

guisa di due «leoni». Una di esse cadde in terra come un sacco di

cenci. Era morta. L'altra, ferita mortalmente, si contorceva e

boccheggiava nel proprio sangue.

Il Francescone credo che sia ancora nel bagno Dalghera di Finalborgo,

col numero di matricola 2031.

L'influenza del sangue, tra i criminali, la trovate pure nei «delitti

di camerata». I delitti di camerata si limitano a tre: amori

turpi--scoppi di odio personale--e vendette covate a lungo.

I primi possono infiammare o eccitare i galeotti fino

all'omicidio--l'odio personale può erompere con una morsicata che

mangi via il naso o strappi fuori un orecchio o lasci un guazzo

sanguinoso nel collo--e la vendetta--specialmente tra i delinquenti

del Mezzogiorno, quali erano quelli di Finalborgo--si compie quasi

sempre con lo «sfiguramento». Vale a dire facendovi uno sberleffo che

vi renda orribili tutta la vita, come la celebre fioraia milanese

scomparsa dalla scena col viso illustrato dal rasoio di un malnato.

Nel bagno di Castellaccio, per esempio--diceva il mio informatore che

aveva passata la gioventù in parecchi bagni--le «tagliatine di faccia»

erano avvenimenti quotidiani.

Mi pregava però di credere che coloro che si «abbandonavano a questi

brutti scherzi» erano tutti «avanzi di galera».

--E voi credete che queste esplosioni di collera malvagia elevino gli

autori di qualche gradino sugli altri?

--Senza dubbio. Sarà qualche volta anche per paura. Ma è certo che

questi misfatti, se non hanno, s'intende, la disapprovazione della

maggioranza e dei cosidetti capi di società, costituiscono, più che un

merito, una prodezza che dà dell'influenza in mezzo ai compagni.

«Ve ne posso dare la prova, rimanendo qui dove siamo. Voi sapete che

in questo reclusorio, due anni sono, la moltitudine dei condannati era

composta di napoletani e di siciliani. Per una ragione o per l'altra

erano nati, tra loro, odii implacabili. Una popolazione aveva giurato

di estinguere l'altra. Mancavano loro le armi. Ma c'era un fabbro. E

questo fabbro calabrese, che li armò tutti di uno spuntone micidiale,

entrò nella testa dei galeotti come un dio. Non c'era più che lui. Lo

si venerava e coloro che potevano gli baciavano la mano con la quale

aveva fabbricato gli strumenti da sventrarsi l'un l'altro.

--Avvenne poi lo scontro?

--Sono stati armati sette mesi, aspettando tutti i giorni un'occhiata,

o un gesto, o una parola per rovesciarsi, napoletani contro siciliani.

Ma i capi di società che avevano dato ordine di guardarsi bene dal

provocare qualcuno della parte nemica, evitarono il disastro di un

conflitto inaudito rimandandolo di settimana in settimana. Io ne

rabbrividisco ancora.

«Il Natale del 96 dissipò ogni malinteso. I capi si rappattumarono, e

i siciliani e i napoletani si abbracciarono per organizzare il fuori!

fuori!

--So che c'è qui anche il Frezza, l'assassino di Raffaele Sonzogno, il

direttore della _Capitale_ di Roma.

--C'era. È partito, qualche giorno prima del vostro arrivo, per il

bagno, credo, di Civitavecchia.

--Che tipo era?

--Un tipo ignorante. In ventisei o ventisette anni di galera, è

rimasto l'imbecille del processo. La sua mania era di credersi un

personaggio politico--un uomo che aveva «fatto il colpo» per ordine di

Garibaldi.

«Mentre tutti noi, che disprezziamo il sicario, gli dicevamo che non

era che un vile accoltellatore che ammazza per una somma qualunque.

Qualche volta si sentiva umiliato e qualche volta scattava con una

caterva di improperii!

--Diceva mai nulla di Luciani?

--Ch'era contento di sapere che portava la catena come lui. Quando era

abbattuto e si sentiva stufo di questa vita che non gli dava mai un

barlume di speranza, lo chiamava la sua «disgrazia». Senza l'amico del

Paino dell'Olmo, egli diceva che non sarebbe mai andato all'ergastolo.

__Callegari Sante.__

Il Callegari Sante, uno studente di scultura, di diciassette anni, che

fece parte del cosidetto «processo dei giornalisti», si è trovato nel

vagone cellulare che lo conduceva a scontare i suoi diciotto mesi di

casa di correzione, con il Frezza. «La nostra prima tappa, mi disse

questo minorenne, doveva essere Bologna. I miei compagni di viaggio

erano quasi tutti condannati per reati comuni. Nelle celle del vagone

mi parevano tante bestie. Parecchi di loro erano usciti dal reclusorio

di Finalborgo ed erano sulla strada dei penitenziarii sparsi per

l'Italia meridionale. Vicino alla mia cella era un certo Frezza, del

quale non avevo mai sentito il nome--nome che ignorerei forse ancora,

s'egli non mi si fosse rivelato per l'uccisore del povero Sonzogno.

Quantunque separato, sentivo un bisogno prepotente di scappare lontano

da questo ributtante assassino. Ma ero legato come un salame e nessuno

dei carabinieri mi avrebbe cambiato cella. Durante il viaggio non fece

che parlare. Quanto più si andava innanzi, tanto più mi diventava

interessante.

--Non credi ch'egli abbia voluto personeggiare il Frezza? Perchè avevo

sentito dire o letto in qualche giornale che era morto.

--Può darsi anche questo, ma non credo. Per quale ragione mi avrebbe

infinocchiato, se io non lo conoscevo e se fra qualche ora ci saremmo

separati per non vederci più mai?

--Continua.

--A suo modo mi svolse il dramma, persistendo a ribadire il chiodo che

il suo delitto era politico.

«Prima di arrivare a Pesaro, ove dovevamo fare tappa, perchè

viaggiavamo tutti per «corrispondenza», il Frezza mi si era palesato

per un individuo d'animo piuttosto mite. Le dirò un fatto il quale

prova che è in lui un fondaccio morale. Dall'altra parte della sua

cella era una ragazza condannata per i tumulti nei dintorni di

Bologna. Io non potevo vederla. Era ciarliera e un po' licenziosa.

Diceva parole poco convenienti alla età sua. Il Frezza le fece una

predica. Pareva un padre che desse una lavata di capo alla propria

figlia!

«Tra il vagone cellulare e la carcere di sosta, mi trovai accoppiato

con questo sciagurato. È piuttosto alto che basso, è snello ed ha un

non so che sulla grinta che pare della malizia diffusa sulla faccia di

tutti i galeotti.

«Mi raccontava che aveva lasciato il bagno penale di Finalborgo e che

la sua nuova destinazione era Barletta.

«--Questo, mi disse, è il mio dodicesimo trasloco in trent'anni di

bagno!

«Lungo il viaggio mi offerse continuamente del suo pane e del suo

salame.

--Quanto tempo impiegasti da Milano a Urbino?

--Sette giorni per un viaggio di dodici ore! A Urbino entrai nella R.

Casa di correzione--un grande edificio che pare un palazzo, situato

nella parte più alta della città--e, tutto sommato, non mi trovai

male. Ero il numero 362. Quando me lo cucirono al camiciotto mi parve

di sentire l'ago entrare nel mio cuore. Che impressione diventare un

numero! Questo stabilimento--come lo chiamano la direzione e gli

inquilini--ha parecchie officine, quattro dormitorii, in ciascuno dei

quali dormono trentaquattro corrigendi, e due vasti cortili per il

passeggio. Ci mandavano a dormire alle sette e ci facevano alzare alle

sette. Era la cosa più noiosa della casa di correzione. Dodici ore di

letto duro come il macigno, quando si è giovani, sono troppe. Prima

della campana io stavo là supino, ad occhi aperti, colle gambe

impazienti di sdrucciolare dal letto.

--Non vi si facevan fare gli esercizi militari?

--Sì, tre volte la settimana.

«I miei compagni erano tutti minorenni e tutt'altro che simpatici.

«Mi consideravano, per le mie idee, un ladro. Dicevano che volevo la

roba degli altri. Erano sboccaccioni che mi facevano schifo. Sono

esseri degradati, depravati, rotti a tutti i vizi. Mi accapigliai con

uno di loro che mi insultava e andai in cella di rigore, dove mi si

indossò la camicia di forza per alcune ore. Al mio avversario la

lasciarono per alcuni giorni.

«Del direttore posso dire tutto il bene. Egli mi procurò i mezzi di

stare in esercizio, facendomi lavorare come scultore in legno. Riuscii

a fare il busto di Raffaello ed altri lavori lodati dal «capo

officina» e dallo stesso direttore. Il capo officina, prima che me ne

andassi, volle baciarmi. Tenendomi tra le sue braccia continuava a

dirmi di non dimenticarlo e di dire a mia madre che nella casa dei

corrigendi avevo trovato «una brava persona, onesta e degna del mio

affetto!»

«Il nostro vitto era come quello, probabilmente, delle altre carceri.

Una pagnotta nera e una minestra che aveva tutti i sapori, all'infuori

di quello della nostra minestra. Il Natale lo passammo maledettamente

male. Ci aggiunsero al solito vitto un boccone di carne che non

m'invogliava ad averne dell'altra, e un quarto di litro di vino che mi

bruciava la gola.»

__Studio galeottesco.__

L'uguaglianza di trattamento non impediva ai forzati di avere una

grande simpatia per gli inquilini della quinta camerata e di

manifestarla tutte le volte che capitava loro l'occasione. Alla

mattina e alla sera, per esempio, venti o trenta forzati addetti ai

lavori del reclusorio passeggiavano nel cortile sotto le nostre

finestre. Il tintinnìo delle loro catene ci chiamava al davanzale,

cogli occhi tra il cassone e la ferriata. E loro, passeggiando, con

dei cenni rapidi, con degli inchini che nessuno, all'infuori di noi,

poteva avvertire, con dei palpeggiamenti di berretta che parevan

grattamenti di capo, con dei rovesci d'occhi che mi andavano al cuore,

o dei movimenti di labbra che sfuggivano alla sorveglianza, ci

salutavano, ci davano il buon giorno e la buona sera, ci infondevano

coraggio e ci traducevano la loro impotenza a fare qualche cosa per

noi.

La loro passeggiata era per me uno studio. Notavo il loro modo di

andare in su e in giù e chiamavo Romussi e don Davide Albertario a

constatare che il loro passo rivelava il galeotto. Dimostravo loro

come un Jean Valjean avrebbe potuto essere scoperto dal segugio di

polizia anche vent'anni dopo, vestito con eleganza, in una sala

immensa affollata di signori che la percorressero conversando.

Si vedeva che il piede, il quale aveva l'anellone della catena appesa

al fianco o attorcigliata intorno la caviglia, indugiava uno zinzino

più dell'altro a muoversi, e sfiorava assai più il suolo del sinistro,

come se l'uno dei due fosse carico di piombo. Aggiungevo un'altra

osservazione sui passi. Nei passi è l'uomo che è stato in branca, cioè

incatenato con un altro per degli anni e costretto a esercitare le

gambe in uno spazio di pochi metri. Contraggono un'abitudine

indimenticabile. Adesso che sono disgiunti e che è a loro disposizione

un terreno venti volte più lungo e più largo della cella, consumano

l'ora di passeggio come prima, gomito contro gomito, con un movimento

di tre o quattro passi avanti e indietro, voltandosi come quando erano

appaiati, cioè senza urtarsi e senza spostarsi.

I tipi di forzati, che abbiamo conosciuto più da vicino e che possiamo

presentare al pubblico come nostri amici, erano i «mozzi» o coloro che

adempivano alle funzioni domestiche. Il 129 era il latrinaio--un

galeotto che riassumeva il suo delitto come un grande artista. Si

passava la mano sulla fronte e lo paragonava a «un temporale», a «una

notte buia», a «una tempesta». Fu l'uragano dei sensi che gli fece

recidere la gola alla padrona ch'egli serviva come cocchiere a

Ferrara. Egli la voleva o viva o morta. E se la baciò durante il

«temporale» tepida ancora di vita, con gli occhi spalancati che pareva

una strega. Egli è ormai tranquillo e non pensa più, come gli altri, a

rientrare nel mondo dal quale venne scacciato. Per lui, «stare qui o

altrove, è lo stesso. In qualche luogo, mi diceva, bisogna stare».

Veduto da vicino, con gli occhi nelle buche della sua faccia massiccia

e larga, si prova la repulsione di chi si sente a tu per tu con un

sanguinario. Dalle sue linee facciali sbuca il violento, ghiotto

dell'altro sesso. Ha delle occhiate diaboliche, lambite dalle

rughettine che infittiscono e si gonfiano quando spalanca la bocca per

la risata che pare uno scroscio. Le sue mandibole voluminose

completano l'orrore con la zucca enorme, calva alla superficie,

leggermente schiacciata alle pareti.

Intorno alle sue labbra carnose, è diffuso il cinismo che si prolunga

fino alla radice del naso, dove incomincia una fronte spaziosa,

fuggente, giallognola, la quale si increspa ogni volta che parla. Ha

le gambe arcuate e ha sempre fame. Tutte le volte che veniva nella

nostra camerata gli davamo parecchie pagnotte.

Veduto da lontano, immobile, nel sole, con le mani sulle reni e le

pupille velate o addormentate nel fondo cristallino, ha l'aria di un

uomo impagliato.

Un altro tipo curioso sotto parecchi aspetti, era l'infermiere che

veniva nella nostra camerata nei pomeriggi della caldura a inaffiarla

di acido antisettico per tentare di salvarci dalle mosche inique e

dalle cimici implacabili. È un forzato di cuore, che si trova in

galera per avere creduto nella fedeltà della sua donna. È piccolo,

tozzo, giallastro, con una fronte bassa, rugosa e senza fughe, con

delle pupille che stanno spegnendosi nelle occhiaie fonde, con un naso

camuso, delle guance che incominciano a piegarsi e a incresparsi come

cortine vecchie e una bocca che spalanca una voragine di fuoco pallido

e lascia vedere le gengive quasi sguernite.

Non ci fu ammalato che non mi abbia parlato con entusiasmo di questa

perla di condannato che nessun direttore o capo guardia è mai riuscito

a punire in ventisette anni di carriera dolorosa. Me lo si

raccomandava dicendomi che in infermeria, senza di lui, si poteva

morire.

Egli è una suora di carità, un fratello che va dovunque si soffre.

Accorre al letto degli infermi con sollecitudine materna, si alza di

notte se qualcuno si sente male, e, con quel poco che il medico mette

a sua disposizione, cerca di lenire i dolori altrui. Avete la schiena

tormentata dai reumatismi? È la sua mano che viene a battervela, a

spalmarvela di una goccia d'olio come un allievo del professor

Panzeri, o a pennelleggiarvela magari con della tintura di iodio, se

ne ha nell'armadio e se il medico lo ha ordinato. Avete un dente che

vi strazia? Eccolo pronto con la tenaglia. Non è un cavadenti di

professione, ma ha la praticaccia del frate che sdenta il pubblico

senza passare gli esami.

Per provare la bontà del 193, non ho da citare che tre testimoni che

non lo dimenticheranno facilmente. Gaspare Giucchetto, minorenne,

Giovanni Vedani, di 32 anni, e Angelo Vanoni di Luino, come il Vedani,

e padre di tanti figli.

Il primo aveva ricevuto una palla al petto con lesione, pare, al

polmone; il secondo era stato colpito allo stinco, e il terzo aveva lo

stomaco perforato da due proiettili--uno dei quali gli è rimasto nel

corpo. Io li ho veduti in infermeria, subito dopo il loro arrivo.

Erano giunti a Finalborgo in una condizione da commuovere le pietre.

Straziati dai dolori, con le ferite ancora aperte e col Vedani che non

poteva e non può, credo, neppure oggi,¹ stare in piedi, perchè la

ferita continua a produrre materia purulenta. In una infermeria, dove

non ci sono che dei letti, una cassetta di polverine, un vasetto di

tintura di iodio e della liquirizia per i catarri stomacali e le tossi

che non lasciano dormire, anche un infermiere come il 193 non può fare

molto. Ma li curava da cristiano, lavando, fasciando loro le ferite,

aiutandoli a mangiare, curvandosi a ogni minuto per spostare la gamba

al Vedani, la testa al Giucchetto e le spalle al Vanoni, il quale

Vanoni era diventato tetro, perseguitato dal pensiero che il suo

polmone fosse stato toccato dal proiettile. Mi diceva che «si sentiva

il polmone in sussulto».

¹ Questo capitolo fu scritto prima del secondo indulto.

Il Gaspare Giucchetto portava il numero di matricola 2749; il Giovanni

Vedani il 2731, e l'Angelo Vanoni il 2747.

Don Davide Albertario non è stato in infermeria che quattro o cinque

giorni a trangugiare due o tre drastici per liberarsi da una tenia che

noi chiamavamo, per ridere, un «serpente boa».

Il direttore dell'_Osservatore Cattolico_ ritornò nella quinta

camerata pieno di entusiasmo per il 193 che lo aveva curato come una

madre. Gli stava alle calcagna quando era in piedi, gli andava intorno

quando era nell'altra stanza a scrivere e sedeva di notte, per delle

ore, vicino al suo letto, a vegliare i suoi movimenti.

Il 193 è vecchio, e nelle mani della giustizia dal 25 luglio 1873 e la

sua condotta è sempre stata irreprensibile. Se io fossi nel ministro

di grazia e giustizia direi: basta! E lo lascerei andare al suo paese

di Ariano di Puglia, a morire in santa pace, sotto gli occhi di sua

sorella, che gli vuol bene, tanto bene.

Il nostro barbiere era un altro omicida, condannato a trent'anni. Nel

reclusorio sembrava mite, gentile, afflitto soltanto di trovarsi in

mezzo a tanta zavorra umana. Era pallido, emaciato, colle sfumature,

intorno gli occhi, degli individui che portano nei polmoni i bacilli

della morte. I suoi colpettini di tosse mi davano la sensazione penosa

di essere accanto a un moribondo. La sua faccia era repulsiva per la

carne scrofolosa gualcita dal coltello anatomico, per le contrazioni

che gli avevano lasciato il segno sulle guance scarne e sulle palpebre

rosse e senza peli.

Ci considerava uomini superiori e ci radeva con una delicatezza

femminile, raccontandoci sovente il suo amore sventurato.

A diciannove anni si era ammogliato con una giovane che ne aveva

diciotto. Dopo la cerimonia nuziale la sposa gli raccontò che un

altro--un «civile»--l'aveva delibata a tredici. Fu una notte

burrascosa quella della sua confessione. La poveretta gli buttava le

braccia al collo piangendo dirottamente e gli domandava perdono. La

colpa non era stata sua. A tredici anni non si ha la testa e una

ragazza si lascia saccheggiare della verginità come un viandante dai

malandrini. Lui la consolò con una sfuriata di baci, impromettendosi

di obbligare il «civile» a farle la dote. Chi rompe paga, era la sua

morale. All'indomani andò a trovare il «ganzo» e a dirgli come stavano

le cose. Il «civile» promise di pagare. Ma i denari non venivano mai.

Allora ritornò a ripicchiare allo stesso uscio e a esigere la

promessa. Il «civile» gli rise in faccia.

--Adesso che l'hai, tientila!

Gli «calò una benda sugli occhi» e lo uccise come un dissoluto

malvagio.

--Il mio dolore massimo è di essere stato creduto capace di

premeditare il delitto.

«Ero andato da lui per riscuotere, non per ammazzarlo. Il mio fu un

impeto di passione. Lo dissi al presidente del mio processo.

Ora ne era pentito. Non potendo andare dalla famiglia, come fra

Cristoforo, a domandarle perdono, le mandò una lettera bagnata delle

sue lagrime.

--La famiglia mi ha perdonato, il parroco del mio paese lo ha fatto

sapere a tutti dal pulpito, ma il governo tace ancora. Ah, è duro il

governo coi poveri condannati! Una volta che siamo pentiti dovrebbe

permetterci di riabilitarci. Invece ci lascia morire in galera o ci

manda fuori quando non siamo più che dei carcami da ricoveri.

«Porto la catena e la giacca rossa da diciannove anni e morirò forse

in galera. Sia fatta la volontà di Dio! Ma mi dispiace, credano, di

non rivedere più il mio paese!

E il dolore gli fece sputare del catarro sanguinoso.

Il sei settembre, il giorno in cui ci rase i baffi, era commosso come

un minorenne perduto nel buco di una cella di rigore. Egli sapeva che

cosa volevano dire questi crepacuori. Nei baffi era l'uomo. Radendoli,

radeva il cittadino e non lasciava dietro il rasoio che un numero di

matricola.

Eravamo in sette e l'operazione durò più di un'ora. Andammo uno dietro

l'altro dal barbitonsore, senza dirci una parola. Ciascuno di noi

sembrava compreso del sacrificio, tranne forse Gustavo Chiesi, il

quale conservò sempre l'attitudine dello stoico. Sotto il rasoio a più

d'uno di noi si riempirono gli occhi. Federici e don Davide furono del

numero. Non si aveva paura, nessuno pensava alla paura, ma l'emozione,

più forte di tutti, rompeva la diga.

Mentre mi si radeva, con la guardia carceraria seduta in faccia, mi

venivano le lagrime in bocca come a un bimbo sculacciato!

--Coraggio! diceva a ciascuno di noi il barbiere. I baffi e la barba

ricresceranno più vigorosi di prima.

--E voi, don Davide, gli domandai qualche giorno dopo, perchè avete

pianto, se non avete mai avuto baffi e se vi facevate radere il labbro

superiore anche prima?

--Perchè mi si infliggeva una punizione infamante. Perchè mi si

riduceva il 2557.

Dall'emozione profonda passammo all'ilarità clamorosa. A mano a mano

che uno di noi rientrava nel camerone con la faccia galeottizzata, si

scoppiava in una risata sonora. Sembravamo dei mostri. Salve le

proporzioni individuali e la voce, potevamo benissimo scambiarci per

dei galeotti sconosciuti.

Il solo che non avesse alterato la figura era il sacerdote. Gli altri

pareva che fossero stati in un'altra stanza a truccarsi o a cambiarsi

la testa.

Gustavo Chiesi, grasso e grosso, aveva del frate Melitone. Il buon

Suzzani--che si chiamava, con compiacenza, «compagno di Carlo

Marx»--aveva assunta l'aria d'un abatino pieno di modestia. Costantino

Lazzari era uscito dalle mani del parrucchiere una edizione

peggiorata. L'avvocato Federici si era trasformato in un santocchione

che sginocchia pelle chiese. Ghiglione era ritornato in mezzo a noi

come un uccello di rapina. Il suo naso lungo si era prolungato e la

punta appariva più adunca di prima. I peli scomparsi dalla guancia

sinistra gli avevano lasciato all'aria una prominenza che gli

delinquentizzava la faccia.

Il nostro barbiere è nato sotto una cattiva stella. Egli ci sbarbava

direi quasi con orgoglio. Considerava il sabato il più bel giorno

della sua vita, perchè poteva scambiare qualche parola con noi. Ma

venne il giorno triste della partenza. Il direttore lo aveva destinato

per il reclusorio di Finalmarina. Trovò modo di venirci a salutare.

Strinse la mano a ciascuno di noi con la voce che tremava. Addio, si

ricordino di me, del povero barbiere pentito del suo fallo. E lo

sentimmo che si allontanava col singhiozzo che egli tentava di

soffocare nel fazzoletto a quadrettoni.

__Il condannato in traduzione.__

Il mio viaggio da Finalborgo a Milano, per subire un altro processo,

mi ha dato modo di studiare una delle pagine più dolorose della

vitaccia del bestiame che passa da una galera all'altra.

Ricordo tutto, come se fosse adesso. Era il 27 luglio, una giornata

afosa. Io e alcuni abitanti della quinta camerata stavamo con la

gamella capovolta, sul mastello dell'acqua sporca, per lasciar colare

la pasta dalla brodaglia maculata di scandellature.

Entrò il sottocapo Osmiani a scompigliarci. Era l'uomo più serio del

personale di custodia. Non sciupava parole. Ci chiamava guardando in

terra e tenendo l'indice della sinistra in alto.

--2559!

--Presente!

Ero già pronto. Mi lasciai baciare teneramente dagli amici, presi il

fagotto sotto il braccio e uscii con la gola rasa di commozione. Per

evitare il disastro di una gita galeottesca avevo fatto di tutto.

Avevo detto al direttore che soffrivo e che non ero in grado di

rimettermi in un vagone cellulare. Ma non ci fu verso. Il medico, dopo

avermi palpeggiato, come se fossi stato di straccio, mi trovò

sanissimo.

Il mio compagno di viaggio era uno della «rivoluzione». Egli era stato

côlto in piazza di Luino durante i tumulti e condannato dal tribunale

militare a sei anni di reclusione.

--Vi rincresce?

--Sì, perchè sono innocente e perchè ero l'aiuto dei miei genitori.

Facemmo la strada a piedi. I veicoli ci empivano gli occhi e la bocca

di polverone bianco e la gente voltava via la faccia inorridita. Un

nugolo di studentesse sull'omnibus a giardiniera ci fece venire le

vampe della vergogna alla faccia.

--Come sono brutti!

E non avevano torto. Il più bel giovine d'Italia, che esca da un

reclusorio, spaventa. In pochi mesi il reclusorio te lo rende

irriconoscibile.

Eravamo giunti tre quarti d'ora prima del treno. Ne ero contentissimo.

Era dell'aria fresca guadagnata. I carabinieri, invece di chiuderci

nella stanza di sicurezza, ci lasciarono sul margine del binario della

stazione. Grazie! Ebbi tempo di fumare tre sigarette. In questo

frattempo, vennero alla mia volta alcuni signori a domandarmi se ero

il tale.

--Sissignori, risposi a colui che mi aveva interrogato.

Dal cellulare a Finalborgo · 第 10 / 23 题