I pretori li condannano da tre giorni a un mese di detenzione.

C'è per aria qualche cosa di grosso. Da domani non potrò più tenerla

al corrente. Il nostro amico è sospetto e la vigilanza è stata

raddoppiata. Le guardie cambieranno raggio magari ogni giorno. Il loro

posto non lo sapranno che al momento di andare in servizio. Non si

scoraggi e lasci passare la bufera. Dopo vedrà che non mi chiamo mica

quello che mi chiamo per nulla. Mi cambi il nome se non riuscirò a

riallacciare il filo stroncato dal temporale.

__La pagina intima del processo dei giornalisti.__

Il processo dei ventiquattro è stato chiamato dei giornalisti per fare

del lusso.¹

¹ Il processo dei giornalisti è stato il più strepitoso di tutti i

processi delle Corti militari. I _Tribunali_--divenuti quotidiani

durante lo stato d'assedio--hanno raggiunto, con esso, la massima

tiratura, di 35.000 copie. Col processo dei deputati l'interesse

era diminuito e la tiratura discese alle 10.000.

In verità, i giornalisti rappresentavano la minoranza. Tanto è vero

che ciascuno di loro leggeva l'atto d'accusa facendo tanto d'occhi.

--Come, che c'entro io con costoro?

Si conobbero, o almeno si videro, alle tre del mattino del 15 giugno

1898, nella stanza ove si «caricano e si scaricano» gli arrestati che

vanno e vengono dal Cellulare. Fuori e dentro c'era ressa di

carabinieri silenziosi, tetri, colle mani piene di ferri. Il loro capo

era un capitano con l'occhialino nel cavo dell'orbita, con una cera

accigliata, con due baffi marziali, che passava da una parte

all'altra, col frustino in mano, facendo risuonare gli speroni degli

alti stivali alla scudiera, mentre assisteva all'ammanettamento.

Romussi pareva un po' più ingrigiato. Era ilare, salutava gli amici e

presentava i polsi al suo ammanettatore con la faccia illuminata dal

sorriso. I carabinieri giovani che adempivano a questo servizio erano

più spietati dei vecchi. Continuavano a dare dei giri anche quando si

diceva loro che i polsi facevano sangue.

Don Davide era conosciuto da tutti, ma lui, personalmente, non

conosceva che l'avvocato Romussi, Valera e Zavattari. Non si capiva se

era seccato in mezzo a tanti ignoti che lo guardavano come una bestia

rara. Il capitano lo squadrò dal capo ai piedi, gli girò intorno col

fare di un domatore di belve, e si voltò dall'altra parte percotendo

leggermente lo stivalone. Si capiva che l'aveva su coi preti o che ci

aveva gusto a vederne uno nelle peste.

Don Davide pareva imbronciato. Rispondeva al buon giorno di qualche

amico con la voce grossa di chi è in collera con sè stesso.

La sua veste talare ambrosiana e il suo paltò di panno nero sentivano

il bisogno di parecchie spazzolate. Indossava la veste, cinta dalla

fascia di seta nera, dal giorno in cui dieci tra carabinieri e soldati

di linea entrarono nella casa paterna di Filighera ad arrestarlo. Il

suo paltò polveroso era stato buttato nell'angolo della cella dal

momento che vi era entrato.

L'avvocato Bortolo Federici, noto a molti come repubblicano, attirava

l'attenzione di parecchi per il suo cappello Oberdan nero, sopra un

«completo» caffè scuro. Zavattari era abbattuto, dimagrato, colle

guance infossate e biancastre e con le mani che tremavano come se

avesse avuto la febbre. A uno degli arrestati, che gli aveva dato il

buon giorno, rispose che era ammalato, gravemente ammalato e che, se

non lo si lasciava andare presto, sarebbe morto in prigione. Fu una

nota che diffuse un po' di tristezza in coloro che gli erano vicini. I

carrettoni che li portavano al Castello erano nicchie che obbligavano

gli ammanettati a stare con le labbra ai fori della respirazione.

Smontarono nel cortile ducale pallidi come cadaveri. Il primo a

discendere fu Del Vecchio, un omettino che nessuno, prima dell'accusa,

aveva sospettato che fosse un leone capace di arringare la folla sulle

barricate. Girava gli occhi come trasecolato. Non sapeva trovare una

parola e non seppe trovarla neanche al processo. Accompagnati da molti

carabinieri, si fecero passare in mezzo a due file di soldati e salire

per le scale anguste, al primo e al secondo piano, disperdendoli per

gli stanzoni anticamente occupati dalla Corte degli Sforza. Lungo la

ringhiera del primo piano, avevano messo Chiesi, Seneci, Cermenati,

Federici, Valera, Lallici, Ghiglioni, Romussi. Al secondo piano,

Lazzari, Valsecchi, Zavattari, qualche altro socialista, parecchi

anarchici e il direttore dell'_Osservatore Cattolico_, il quale

occupava la stanza N. 10, colla finestra sul tetto che gli lasciava

entrare l'aria, il vento e la pioggia. Il primo temporale della

seconda notte lo obbligò a salvarsi dall'acqua torrenziale che lo

aveva sorpreso in letto in mutande.

I buchi al centro degli usci dei ventiquattro processandi permettevano

di andare cogli occhi negli stanzoni in faccia, gremiti di arrestati.

Davano a volte l'impressione di un immenso lazzaretto pieno di

colerosi, e a volte di lunghi corridoi affollati di insorti che

agitavano entusiasticamente i cappelli, i fazzoletti e le mani.

All'uscio di ciascuno dei ventiquattro, era una sentinella. Al minimo

rumore che la seccava, metteva la bocca al buco e diceva:

--Eh, fate silenzio o vi mando dentro una pallottola!

Più di uno degli arrestati, per proteggersi dalla «pallottola», è

stato obbligato a far chiamare il capoposto. Don Davide, che non ha

mai avuto paura di farla a pugni con coloro che lo hanno insultato e

come uomo e come prete, nella sua stanza si sentiva a disagio. Temeva

sempre che un Misdea qualunque o una sentinella che esagerasse nella

consegna lo allungasse cadavere. Una sera, mentre passeggiava fumando

un virginia, una sentinella, che doveva essere anticlericale,

continuava a perseguitarlo dalla _spia_ dicendogli di non fare

fracasso, di buttare via il sigaro che era proibito fumare e di andare

a letto se non voleva che ve lo mandasse lui.

Il sacerdote, che non aveva angolo che non fosse visibile alla bocca

di fuoco, venne preso da una specie di panico che lo obbligò a

chiamare ad alta voce il capoposto, il quale, per fortuna, era un

chierico.

I ventiquattro, dopo dieci ore di processo, ritornavano in camera sfiniti

o stracchi morti, mangiavano un boccone e si buttavano sul pagliericcio

con la speranza d'addormentarsi subito e dimenticare ciò che avevano

sentito nella giornata. Le venti o le trenta sentinelle, alla distanza di

pochi passi l'una dall'altra, alle otto precise incominciavano a gridare

con delle voci sgangherate: Sentinella all'ertaaa!--All'erta stooo!

Sentinella all'ertaaa!--All'erta stooo!--Sentinella all'ertaaa!--All'erta

stooo!--Sentinella all'ertaaaaaaaa!--All'erta stoooooooo!--Sentinella

all'ertaaaaaaa!--All'erta stooooooooooooooooo!

Una voce seguiva l'altra con degli o e degli a larghi che spesso

morivano nell'aria come un'agonia e talvolta si rompevano con un

fracasso che metteva sottosopra il cervello dei detenuti che non

potevano dormire. E dopo dieci o quindici minuti di riposo,

ricominciavano a gettare le voci per lo spazio più sgangherate di

prima.

Gli accusati si alzavano al suono della campana con le occhiaie della

gente che patisce d'insonnia. Il direttore del _Secolo_, che non può

dormire che al buio e in un luogo tranquillo, tormentato dalle grida

degli incappottati, si voltava e si rivoltava sul giaciglio anche

quando aveva preso un po' di solfonal o di trional.

Il Chiesi, che non sa leggere in letto perchè gli si chiudono subito

gli occhi, in Castello aveva dei momenti di disperazione perchè non

gli si concedeva il riposo notturno. Ulisse Cermenati, che sa stare

ritto sulle gambe, andava al processo dinoccolato e pieno di sonno, e

Federici raccontava agli amici che accendeva, spengeva e riaccendeva

il lume con dei tentativi di passare la notte leggendo.

Si credeva che il processo fosse ancora più sommario di quello che è

stato. E ognuno che aveva qualcosa da dire si era alzato nell'ultima

notte prima dell'alba, col permesso del capoguardia, a buttar giù

qualche nota. Alcuni dei ventiquattro avrebbero voluto che si fosse

andati al Tribunale col proposito dell'on. A. Costa, quando era tra

gli arrestati al Cellulare. Lasciarsi trascinare dinanzi il Tribunale

di guerra senza dire una parola.

Ma quest'idea non ha potuto prevalere, un po' perchè non si

conoscevano tutti, un po' perchè nessuno poteva comunicare coll'altro

e un po' perchè gli accusati appartenevano a diversi partiti in lotta

fra di loro. Valera, andata a male la proposta del silenzio, credeva

che sarebbe stato utile, per suo conto, di servirsi del sistema di O'

Donovan Rossa, cioè di _guadagnar tempo_ e provare, con la lettura dei

documenti sparsi per i libri e per i giornali, che l'Italia era

gravida di socialismo.

Ma il tampone presidenziale gli è stato messo in bocca tante volte che

dovette sedere come un uomo letteralmente imbavagliato.

Il sistema di O' Donovan Rossa, il quale, tra parentesi, non era

ancora il capo dei dinamitardi, era di valersi del Tribunale per far

conoscere al popolo la condizione del suo paese e protrarre il giorno

della sentenza con la lettura della storia irlandese attraverso gli

ottantatrè _Acts_ o leggi eccezionali, che avevano coercizzata la

nazione per punirla di domandare con insistenza la libertà che avevano

gli Inglesi.

Dopo tre giorni il giudice tappò la bocca al feniano, ma il suo

sistema divenne un'arma poderosa nella Camera dei Comuni, ove i

parnellisti costringevano i deputati coercizionisti ad assistere a

delle sedute parlamentari che duravano perfino quarantadue ore e

impedivano ai ministri, per delle settimane e dei mesi, di far votare

i _bills_ che dovevano imbavagliare gli Irlandesi.

Don Davide, che era sempre stato tenuto separato dagli altri e che

anche al Cellulare si mandava al passeggio da solo, si era preparata

un'autodifesa di circa venti o venticinque fogli da protocollo, per

provare, con grande semplicità, la sua innocenza. Cominciava dal dire

di ignorare il perchè era stato arrestato, carcerato e condotto al

Tribunale, e tirava via affermando che, nè direttamente, nè

indirettamente, aveva mai preso parte ai tumulti.

«Non solo, diceva egli in terza persona, nè indirettamente, nè

direttamente non ha preso parte a tumulti, ma sempre in vita sua usò

dello scritto e della parola per l'ordine nella religione, maestra di

rispetto, fonte di civiltà e di proprietà. Lo stesso avvocato fiscale

che lo incolpa di _fini speciali_, confessa di non sapere il perchè lo

si perseguita. Fini speciali? Dunque, non connivenze con altri

partiti, ma un'azione solitaria. Quale? Repubblicana, no; socialista,

no; dunque? Distruzione dell'Italia attuale e ricostituzione del poter

temporale del papa; questo, suppone l'accusatore. Ora, questo è

assurdo, perchè don Davide Albertario in proposito ha per programma di

attenersi a quello che gli altri poteri, l'ecclesiastico e il laicale,

concertino tra di loro.

«Domando dunque, concludeva don Davide, che mi si lasci libero al mio

lavoro benefico, al mio altare, alla mia famiglia. Sono cittadino e

sacerdote e scrittore che ha fatto il suo dovere. Non rapitemi la

libertà. L'onore, nè voi nè nessuno me lo rapiranno giammai.

Rimandatemi al mio luogo di lavoro.»

Romussi, che, come tutti sanno, è un lavoratore instancabile, si era

alzato alle due antimeridiane a gettar giù cartelle sopra cartelle,

dolendosi, di tanto in tanto, di non avere avuto con sè la collezione

del _Secolo_ per poter documentare la sua vita di giornalista.

Ciononostante, scrisse un mucchio di cartelle che sono state distrutte

o perdute.

Al Castello vi doveva essere un raccoglitore di manoscritti. Perchè di

tanto in tanto si sentiva qualcuno dei ventiquattro lamentarsi di

avere smarrito dei foglietti pieni delle idee che intendeva svolgere

al Tribunale militare. Don Davide fu il più sventurato di tutti.

Perchè, oltre all'avere sciupata la fatica per l'autodifesa, trovò che

una mano ignota gli aveva involato dalla valigia un manoscritto

ch'egli aveva preparato nelle lugubri giornate al Cellulare e che

intendeva pubblicare subito dopo la sentenza. Egli ha potuto far avere

a me una di queste cartelle, scritta con una calligrafia quasi

femminile, e piena di parole feroci contro quelli che chiama i suoi

delatori.

La cosa più noiosa durante gli otto giorni di processo erano le

manette. A tutti noi si mettevano i ferri quando si usciva dalla

stanza per andare al tribunale nel cortile della Rocchetta, quando dal

tribunale si era accompagnati nella stanza a far colazione, quando ci

si riconduceva sul banco degli accusati e quando ci si riconsegnava al

secondino per essere chiusi in prigione fino all'indomani alla stessa

ora. Lungo il passaggio tra un cortile e l'altro, v'era sempre folla.

In quello ducale, era una siepe di ufficiali che amavano vedere da

vicino queste persone pubbliche che avevano scritto delittuosamente

nel giornale socialista, repubblicano, radicale, liberale, cattolico.

In quello della Rocchetta, era la moltitudine, composta di curiosi, di

amici, di preti, di soldati, che sgomitava per mettersi in prima fila

a vedere, salutare, commuoversi, piangere. Si vedevano persone che si

tergevano le lagrime col dorso della mano, persone che agitavano il

cappello per dir loro: coraggio! e persone che levavano in alto le

mani giunte per tradurre la loro desolazione.

La prima volta che riattraversavano il cortile della Rocchetta per

salire a colazione, vi fu un fotografo che sentiva indubbiamente la

prepotenza della funzione del giornalismo moderno di riprodurre la

vita sociale illustrata. Si staccò da un capannello e si presentò

colla sua macchina sullo stomaco dinanzi i primi due dei ventiquattro,

i quali erano il direttore del Secolo e il direttore dell'_Osservatore

Cattolico_ colle mani legate assieme. Romussi si mise un braccio

attraverso il naso e don Davide si tirò il cappello sugli occhi

voltandosi di fianco--entrambi per tradurre la loro indignazione e per

impedirgli di esercitare la sua professione. Anche adesso che correggo

le bozze mi duole di questo loro scatto antigiornalistico. Perchè ci

hanno soppresso uno dei documenti più preziosi delle giornate di

Bava-Beccaris. Se fossi direttore di giornale vorrei che tutti i miei

corrispondenti avessero l'audacia del fotografo giornalista. Allora

sarei sicuro che il mio quotidiano sarebbe il primo quotidiano

d'Italia.

Tra la folla degli avvocati accorsi a dare l'ultimo addio ai

condannati, si distingueva il Majno che camminava con l'ombrello in

una mano e il cappello nell'altra, salutando dappertutto: «Addio,

Chiesi, ciao, Federici, coraggio, Romussi, sta allegro, Valera,

arrivederci presto, don Davide, ecc.»

Nei suoi addii era lo strazio di un avvocato e di un amico reso

impotente dalla legge marziale.

Questa traversata fu un attimo solenne, indimenticabile che fece

piangere più di uno dei diciannove che ritornarono in camera carichi

di mesi e di anni.

La Kuliscioff non ha mai partecipato a questi strazi e a queste

consolazioni, perchè la sua residenza rimase sempre al Cellulare. Ne

veniva e vi ritornava in _brougham_, vestita di nero come un funerale.

Il suo contegno è stato di donna equilibrata. Nelle poche parole che

le si permise di dire, non si occupò che delle sue idee marxiste. Il

resto sembrava per lei estraneo. Di tanto in tanto si assentava per

fumare una sigaretta.

D'altronde, non era la prima volta che essa passava delle giornate in

prigione. Era già stata nelle carceri parigine e poi per più di due

anni nelle prigioni d'Italia.

Poche ore dopo la sentenza, gli anarchici vennero mandati a

Finalborgo, e i giornalisti partirono il giorno seguente, cioè alle 11

della sera del ventitrè.

Alla Stazione Centrale, c'era una folla enorme ch'era riuscita a

sapere l'ora della partenza. Ma i carabinieri fecero entrare i

condannati dalla parte opposta--evitando di passare sulla prima

piattaforma, piena di amici che volevano salutarci. Tra gli intimi di

Romussi, vi era il professore Pietro Panzeri, direttore dell'Istituto

dei rachitici, che piangeva come un ragazzo.

Il vagone cellulare era nuovo o pennelleggiato di fresco. Perdeva un

odore di vernice che faceva turare il naso.

Don Albertario, grosso come era, non riuscì a mettere il piede sul

predellino che aiutato. Nello sforzo gli cadde il cappello da prete:

istintivamente tentò di raccoglierlo, ma si avvide tosto di essere

ammanettato ed alzò gli occhi al cielo.

Nessuno disse una parola. Pareva che la vita fosse finita sul

montatoio. Ciascuno, ravvolto nel proprio dolore come in un mantello,

sentiva gli strazii delle famiglie che singhiozzavano sotto la

tettoia.

__In Vagone cellulare.__

Viaggio notturno da Milano a Finalborgo la notte dal 24 al 25 giugno

1898.

Mentre i carabinieri si preparavano a metterci i ferri per avviarci

alla casa di pena a scontare le sentenze militari, ciascuno di noi

pensava, involontariamente, al carrozzone che ci doveva condurre dal

Castello alla Stazione Centrale. Nessuno di noi aveva potuto

dimenticare la nicchia nella quale, venendo dal Cellulare, aveva

subito, per più di mezz'ora, lo strazio di pencolare tra la vita e la

morte per mancanza d'aria!

I ferri ci distrassero. I carabinieri adempivano alla funzione di

ammanettarci, incalzati dal «fate presto!» del tenente dei

carabinieri, che ci guardava con la caramella nell'occhio.

L'ordine era di ammanettarci a _fior di pelle_. E chi si lamentava

riceveva la buona misura di qualche altro giro di vite. Io protestai.

Dissi che non era possibile che ci fosse ordine di stringerci i polsi

fino a farceli sprizzare di sangue. Mi si fece tacere, assicurandomi

che alla stazione mi sarebbero stati allargati.

Chiusi nel carrozzone, credevamo di morire. C'era un fetore che dava

il capogiro. La cella era angusta, buia, col sedile di legno cosparso

di crostini di pane e coi fori per l'aria che parevano tappati. Il

veicolo ci sballottava in un modo crudele. Quando le ruote

sussultavano sui sassi o attraversavano i binari, ci sembrava che il

carrozzone stesse per rovesciarci sulla strada.

Non abituati a questi viaggi di punizione, sognavamo il treno.

Alla stazione ci si fece discendere passandoci sotto l'ascella, a

zig-zag, una catena che ci teneva uno dietro l'altro e ci impediva di

pensare alla fuga.

Per scappare bisognava che il condannato si trascinasse dietro tutti

gli altri.

Eravamo così male informati sul trasporto del bestiame di galera, che

credevamo sul serio che ci avrebbero fatti viaggiare in un vagone di

terza classe. Invece fummo disillusi non appena ci trovammo in quella

specie di corridoio lungo due filate di celle.

A mano a mano che si saliva, si veniva spinti e incassati dal

carabiniere che aspettava il condannato dietro l'uscio. L'operazione

di cellularizzarci veniva fatta in un modo fracassoso. Si schiudevano

gli usci con collera, si bestemmiava contro i catenacci che cigolavano

senza andare avanti o indietro, si ingiungeva il silenzio con degli

imperativi brutali a coloro che volevano sapere dove diavolo ci si

mandava, e si sbattevano sulla faccia gli usci come tanti schiaffi

ribaldi.

Rimanemmo per qualche minuto sbalorditi. Io mi trovavo in una cella di

mezzo, tra Romussi e don Davide Albertario. Chiesi era in faccia al

direttore del _Secolo_ e io potevo vederlo, attraverso la ferriata, di

profilo. L'avvocato Federici era in una delle prime celle della fila a

destra e gli altri, compresi due che non conoscevo, erano sparsi nelle

celle in fondo.

Aspettavamo con ansia che venissero a liberarci le mani indolenzite

dal peso del ferro che diventava sempre più enorme.

Faceva un caldo eccessivo. Nella tana inverniciata il giorno prima,

coll'uscio sulle ginocchia che non ci permetteva nè di allungare, nè

di incavalcare le gambe, si respirava un'aria pestilenziale e si

sudava come in un forno. L'indugio del treno a mettersi in moto era

per noi un vero supplizio. Speravamo che, lanciandosi nello spazio,

folate d'aria sarebbero venute ad attutirci la sete e a rinfrescarci

la faccia.

Finalmente il treno si era mosso. La lentezza e le prime fermate ci

fecero capire ch'eravamo attaccati a un treno omnibus. Il treno, che

s'incammina adagio adagio e sosta a tutte le stazioni, diventa una

tortura per i poveracci calcati nelle nicchie che lasciano respirare a

disagio e intetrano l'ultima scena dei condannati sulla via della

espiazione.

Invece delle buffate d'aria fresca che non venivano, nè potevano

venire, perchè il nostro vagone era l'ultimo e aveva le aperture in

faccia a due altri, fummo obbligati a incominciare una lotta disperata

contro l'usciuolo dell'inferriata a scacchi, che si chiudeva e

minacciava di soffocarci a ogni scossa.

--Signori carabinieri, facciano il piacere di fermarci l'usciuolo!

I signori carabinieri non potevano essere umani con noi, perchè

avevano ricevuto ordini imperiosi di essere severi e perchè temevano,

a ogni stazione, di trovarsi alla presenza di qualche ufficiale

incaricato di «dare un'occhiata ai polli nella stia». Ma per

l'usciuolo facevano proprio di tutto per inchiodarlo alla parete e

spesso sacramentavano contro la compagnia ferroviaria che si era

dimenticata di configgervi la molla o l'uncino per tenerlo aperto. Di

tanto in tanto veniva qualcuno di loro a sbattercelo indietro con un

sostantivo energico. Ma il più delle volte dovevamo respingerlo noi

con la punta delle dita.

Alla stazione di Pavia, una voce umana riuscì a intenerirci fino alle

lagrime.

--Signor Romussi, signor Chiesi, posso fare qualche cosa per loro e

per i loro compagni?

La persona che parlava era invisibile. Si sentiva solamente che la sua

voce era commossa.

A così poca distanza, eravamo già tutti stracchi morti per la

posizione incomoda in cui ci teneva la celletta, per i ferri che ci

avevano intormentite le braccia e per l'arsura che ci faceva dire a

ogni minuto:

--Signori carabinieri, un po' d'acqua!

La voce dello sconosciuto ci era andata al cuore come una

consolazione. C'era dunque qualcuno che pensava ai poveri diavoli che

soffrivano. Romussi, interpretando il pensiero di tutti, con una voce

che avrebbe impietosito i sassi, disse:

--Se ci potesse dare una gasosa!

Lo sconosciuto ci rispose con dei singulti.

Era troppo tardi. Il ristorante era chiuso e il treno stava per

partire.

--Addio e coraggio! ci disse lo sconosciuto con degli altri

singhiozzi.

Lungo questo viaggio indimenticabile ci domandavamo di tanto in tanto

l'un l'altro se eravamo vivi.

_Chiesi_: Come stai, Fritz?

_Federici_: Bene.

--Don Davide, dormite?

--Magari potessi dormire!

--Romussi, come ti senti?

--Maledettamente male. Non avrei mai creduto che il trasporto dei

prigionieri fosse fatto in questo modo. Siamo trattati peggio delle

bestie.

--Pazienza, che non siamo lontani da Sampierdarena.

Guardando nelle celle della fila opposta mi si agghiacciava il sangue.

La testa dei cellularizzati che ubbidiva al moto del treno si

delinquentizzava in un modo spaventevole. Pareva la testa di un

mostro. Illuminata dalla luce fosca che tremolava, assumeva

proporzioni spaventevoli. La fronte si allungava sovente con delle

gibbosità che facevano abbassare le palpebre dalla paura. Gli occhi

ingrossavano e venivano alla superficie con una luminosità feroce. La

bocca, sbadigliando, spalancava un abisso circondato da una dentiera

enorme che digrignava come quella di un teschio appeso nella penombra.

Lazzari sembrava una iena in agguato.

Lungo le gallerie avevamo il fumo della macchina che entrava nelle

celle a volumi a ubbriacarci e ad avvelenarci le ultime ore.

--Signori carabinieri, un po' d'acqua. Io muoio dalla sete!

A Sampierdarena il cuore del brigadiere si lasciò intenerire dalla

voce piangevole dei condannati.

--Ci faccia dare un caffè, signor brigadiere. Sia buono.

--Dio gliene renderà merito, gli disse don Davide che tirava il fiato

come un uomo che si sente morire.

Il carabiniere con la caffettiera in una mano e la chicchera

nell'altra ci conciliò con l'umanità che sembrava composta di tigri.

Ci si aperse la cella e ce lo si versò in bocca a sorsi, con una

pazienza materna. Bravo carabiniere!

Discendemmo a Finalmarina come gente scampata a un pericolo. Aprivamo

la bocca per sorseggiare l'aria e ci auguravamo che il reclusorio

fosse lontano lontano per aver tempo di sgranchirci le gambe e di

rimetterci dallo sbalordimento di un vagone che chiamavamo assassino.

Qualche mese dopo, nella quinta camerata del reclusorio di Finalborgo,

ricordando questo episodio della nostra vita carceraria, i direttori

del _Secolo_, dell'_Osservatore Cattolico_ e dell'_Italia del popolo_

si strinsero la mano e promisero che, non appena ritornati al largo,

avrebbero intrapresa la campagna contro questa abbominazione che si

chiama vagone cellulare.

__L'arrivo al Reclusorio.__

Alla stazione di Finalmarina non c'erano che cinque o sei persone,

compresi due preti. Eravamo disfatti. Avevamo gli occhi della gente

che non ha dormito, i capelli spettinati, le guance cadaveriche e le

punte dei baffi piegate come una desolazione. Il sole ci illuminava le

lividure ai polsi che avevano assunto un colore nerastro. Ci si passò

la catena da un braccio all'altro e fiancheggiati dai carabinieri e

seguiti dai facchini coi fagotti, ci avviammo verso il reclusorio. Il

silenzio intristiva la scena. Attraversammo il binario, continuammo

lungo la linea ferroviaria fin quasi all'imboccatura di un tunnel e

voltammo a destra, per lo stradone carrozzabile che i finalborghigiani

chiamano delle «catene», perchè è percorso dai galeotti che vanno e

vengono dalla Casa di pena.

I carabinieri ci stavano ai panni e ci incalzavano con degli avanti! È

per loro il momento più trepido. Anche legati come cani, potrebbe

saltare in testa a qualcuno di darsi alla fuga. Sprofondavamo i piedi

nella polvere alta, sollevando un pulviscolo che ci imbiancava e ci

andava per la gola e per le nari come un prurito che ci raddoppiava il

malessere. Rasentavamo Capra Zoppa perseguitati da un'arsura

indicibile. Ciascuno di noi sognava una sorsata di latte o un'altra

chicchera di caffè per snebbiarci il cervello. A metà strada, al dorso

di un parapetto, trovammo un giovine che aveva l'aria di un chierico e

piangeva come un ragazzo. Forse sapeva chi eravamo o forse provava una

commozione violenta dinanzi un prete alto e spalluto che passava

incatenato come un grassatore.

Dopo una ventina di minuti, vedevamo sorgere a destra la torre

quadrata del malaugurato edificio nel quale dovevamo passare tanto

tempo. Svoltammo il ponte, passammo tra mezzo alla folla, infilammo il

viottolo tortuoso a sinistra e, dopo pochi passi, ci trovammo alla

porta del reclusorio di Finalborgo.

L'entrata è quella di un portone qualunque. Non dà l'impressione di

una tomba di vivi, neppure pensando alle sentinelle di guardia.

Ci si tolsero i ferri tra due cancelli che inchiudono l'ufficio del

capoguardia e ci si domandò se avevamo bisogno di qualche cosa.

--Dell'acqua, rispondemmo.

Ce ne portarono due bottiglie e i secondini, con la premura di

dissetarci, ci diedero l'impressione di persone che non incrudeliscono

col Regolamento.

Anche colle mani libere, sembravamo galeotti autentici. Romussi,

coll'ala del cappello floscio che gli ombreggiava la faccia

fuligginosa, col solino gualcito e annerito dal sudore e coi baffi

sottosopra, aveva assunto l'aspetto di un uomo feroce. Chiesi, colla

barba e coi capelli impolverati e coi neracci della notte perduta

sotto gli occhi, pareva un capo ciurma invecchiato di dieci anni in

poche ore. Don Davide in un altro luogo avrebbe fatto scompisciare

dalle risa. Aveva l'aria di un Ernani passato attraverso il polverone

della strada. Al margine del cubicolo, colla tesa del tricorno pelosa

e abbandonata dalle stringhe, colla collarina scomparsa sotto il

merinos, col panciotto dai bottoni escoriati pieno di chiazze, colla

veste talare ammantata di polvere e colle scarpe scalcagnate e coperte

d'uno strato bianco, faceva compassione. Sulla sua faccia erano tutti

i patimenti di uno strazio inenarrabile. I carabinieri consegnarono le

buste dei nostri denari al capoguardia, il quale si mise a

registrarle, ci salutarono e noi passammo nello stanzone a pianterreno

intitolato «banchi di rigore». Lo stanzone, colle due finestrucole che

davano sul viottolo, era buio. Col suo immenso lastrone infisso lungo

la parete, cogli anelloni sotto il rialzo dei piedi e al disopra della

testa, faceva rabbrividire. Si vedeva che eravamo proprio in una casa

di pena. Ogni infrazione al regolamento voleva dire andare sul

tavolato di pietra incatenato alle mani e ai piedi.

Il capoguardia non ci fece cattiva impressione. Era alto, piuttosto

magro, con una voce che faceva sentire il _twang_ americano e con un

accento leggermente meridionale. Valera lo battezzò subito per il

Javert del reclusorio, per un Regolamento ambulante, per il

funzionario che si sarebbe stroncata la vita piuttosto che violarlo.

E attraverso i mesi che siamo rimasti sotto la sua sorveglianza non

abbiamo avuto occasione di modificare il giudizio valerano. Egli è

rimasto, per tutti noi, l'uomo-regolamento, guidato da uno zinzino di

buon senso. Prima di noi, in altre galere, egli aveva avuto sotto di

sè Amilcare Cipriani e De Felice.

Per ammazzare il tempo e impedire agli amici di pensare che stavamo

per diventare dei numeri di matricola, mi misi a narrar loro la fuga

del principe Krapotkine dall'ospedale dei detenuti di San Nicola di

Pietroburgo. Fu un grido unanime di protesta. Era una fuga che

sapevano tutti a memoria. Sapevano della stanzetta al terzo piano

dirimpetto all'ospedale, del violino che suonava che la via era libera

e la carrozza di fuori ad aspettarlo, e dei passi guadagnati sulla

sentinella coi famosi due lati del triangolo.

Entrò il capoguardia mentre don Davide e Federici, dall'alto del

tavolato, cercavano di capire dalla finestruola da che parte

dell'edificio penale ci trovavamo. Egli aveva in mano un opuscolo.

--Loro sono persone educate. Questo è il Regolamento. Lo leggano e

procurino di non violarlo per non obbligarci a infligger loro delle

punizioni.

Rientrò il capo con una guardia che portava il misuratore e con

un'altra che aveva sotto il braccio il mastro dei delinquenti.

--Adesso, dobbiamo registrarli e prendere loro la misura.

Ci lasciammo registrare e misurare con la docilità delle pecore. Non

eravamo mica in galera per romperci la testa contro gli articoli del

regolamento. Il primo a sottomettersi fu Chiesi e l'ultimo Achille

Ghiglioni, l'uomo terribile che aveva messo sossopra tutto Niguarda

con una Cooperativa di commestibili di trecento o quattrocento lire!

L'_attraction_, sulla piattaforma del misuratore con l'asta che

discendeva sulla testa, era don Davide, il quale, tra noi, aveva

raggiunto l'altezza massima. Sul misuratore, con le cosce voluminose e

la grandiosità del torace, egli aveva più del granatiere che del

sacerdote.

Finita questa operazione, ci si annunciò il bagno. Era quello che

desideravamo. Dopo tanti giorni di processo, tante notti passate sul

saccone in terra e un viaggio che ci aveva diminuito di peso, un bagno

era la suprema delle consolazioni corporali. Vi andammo l'uno dopo

l'altro senza ritornare ai «banchi di rigore».

Il bagno era in un angolo della vasta cucina, ove cuoce la minestra

quotidiana dei condannati, diviso da una coperta appesa a due chiodi.

Ciascuno di noi dovette svestirsi e tuffarsi nell'acqua alla presenza

di una guardia incaricata di tener sempre gli occhi sul recluso. Don

Davide ebbe delle ritrosie. Egli non seppe decidersi a liberarsi degli

ultimi indumenti che quando la guardia si rassegnò a voltare la faccia

dall'altra parte.

__Filippo Turati.__

Il criterio nostro è questo; ogni

provvedimento sarà vano se non sia

assicurata al Paese piena ed intera

libertà: libertà di propaganda, di

pensiero, d'associazione, d'organizzazione,

a tutte le classi della società.

(_Dal primo discorso alla Camera_).

L'ho conosciuto nell'ottanta o nell'ottantuno. Io caricavo l'appendice

della _Plebe_ di Bignami della zavorra umana che scovavo e raccoglievo

negli angiporti e nelle stamberghe, e lui riempiva le colonne di una

terapeutica che inchiudeva, colle spinte e controspinte romagnosiane,

i germi della giustizia sociale. Era forse la prima volta che la

democrazia adulta leggeva in un giornale socialista che la questione

criminale è intimamente connessa colla questione economica. Con un

centinaio di pagine intitolate _Il delitto e la questione sociale_ il

Turati si rivelava un naturalista della scienza penale, un verista che

studiava oggettivamente l'uomo delinquente, un sociologo che accusava

la società di essere «complice impune dei misfatti che freddamente

puniva». Egli credeva fino d'allora che l'ordinamento punitivo fosse

essenzialmente transitorio e che il delitto troverebbe la sua cura in

uno Stato che volesse «a tutti garantito il frutto integrale del

proprio lavoro».

Il suo cruccio erano i suoi nervi. I nervi non gli davano requie. Non

lo lasciavano dormire, non lo lasciavano lavorare e gli distruggevano

il pensiero di prepararsi un futuro intellettuale. Egli si diceva

sfibrato, fiacco, senza attività cerebrale. Doveva morire. Sarebbe

morto fra due o tre anni o fra due o tre mesi, non lasciando di sè che

«misere strofe» ai suoi cari. Tutti i medici lo avevano abbandonato.

Egli era un nevrastenico. La sua era una nevrosi inguaribile.

Pazienza. E ci salutava commosso e ritornava, sfiduciato, alla sua

villa di S. Croce, a due passi da Como, colle tasche e le valige piene

di libri che aveva comperato dal Dumolard o che gli aveva dato a

prestito il suo e il mio amico intimo Felice Cameroni--il critico che

aveva incominciato a predicare lo zolismo nell'appendice del _Sole_.

Durante questa battaglia accanita tra lui e il suo sistema nervoso

egli, come il dott. Pascal, si preparava silenziosamente i _dossiers_

coi quali avrebbe poi intrapresa la campagna per liberare la società

borghese dalle sofferenze sociali. Condannato da una malattia

implacabile, consumava le sue ultime ore nel laboratorio della

putredine sociale a cercare i parassiti distruttori che saccheggiano

l'organismo umano. Morente, sentiva, come Pascal, la voluttà e la

grandiosità della vita, della vita sana, economicamente e moralmente

sana. _Oui, je crois au triomphe final de la vie_.

Egli leggeva, postillava, ammucchiava note sopra note e maturava nel

cervello allargato dallo studio febbrile la rivista alla quale diede

poi tutta la sua intelligenza.

Con la tendenza a credersi eternamente ammalato e dotato della

pigrizia del divoratore di libri che non darebbe mai mano alla penna

della produzione, il Turati sarebbe forse divenuto un frutto secco o

rimasto un autore stitico s'egli non avesse potuto fondere la sua

esistenza con quella di una donna capace di agitargli lo spirito cogli

stessi ideali e di piegarlo a un lavoro meno sbandato e più omogeneo.

E questa donna fu Anna Kuliscioff. È lei che lo ha incalzato, che lo

ha fortificato, che lo ha imparadisato. Lei e lui e la _Critica

Sociale_ non si distinguono più.

La _Critica Sociale_, Filippo Turati e Anna Kuliscioff sono più che un

nome. L'una e l'altro e l'altra si completano. La _Critica Sociale_ è

fatta della loro carne, nutrita del loro ingegno, calda dei loro pensieri.

In essa è la redenzione degli uomini, è la pace nel benessere economico, è

il trionfo della felicità della specie sull'egoismo e sugli interessi

degli individui. La _Critica Sociale_ è stata l'università della

generazione crescente. È dessa che ha dato a quasi tutti noi la «coscienza

sociale». Nata il quindici gennaio 1891, quando il socialismo scientifico

era un lusso per i superuomini delle scienze economiche, fece nascere

nella gioventù la fede nell'uguaglianza di condizione e un bisogno

prepotente di gettarsi negli studi che devono avere per risultato la

sconfitta della borghesia e l'elevazione del proletariato.

La bibbia di Filippo Turati è il _Capitale_. Non c'è altro di più

nutriente. Dal _Capitale_ si esce uomini completi. Un giorno che gli

si è domandato di dire pubblicamente quale libro avrebbe raccomandato

a chi fosse condannato a portarsi seco in un eremo tre soli volumi,

egli rispose ripetendo tre volte il _Capitale_. Con questo libro che

egli paragona o mette al disopra al _Darwin's Journal_, la gioventù

entra nella vita corazzata di altruismo, con una idea chiara dello

Stato a base di produzione socializzata. Ammiratore convinto del

grande novatore della scienza sociale, egli è, necessariamente,

entusiasta dei socialisti tedeschi--talli erompenti, dice lui, dal

forte ceppo scentifico di Carlo Marx--i quali, con la loro marcia

gloriosa, hanno infuturato il più grande fatto e l'esempio più

significante della storia contemporanea.

Cresciuto in un ambiente prefettizio--idolatrato dalla mamma--con un

avvenire trionfale nel foro milanese--circondato dagli agi della vita,

egli preferì discendere nell'agone sociale a lottare per l'esistenza

collettiva--a sostenere i diritti dei proletari incatenati agli

anelloni del salario--ad agitare il programma marxista che deve

eliminare dalla società i ricchi e i poveri.

Lui, coi nervi che gli impedivano un'occupazione costante, si dedicò a

un lavoro febbrile--a un lavoro che aumentava in ragione degli anni--a

un lavoro che lo cacciava dalla redazione sulla piattaforma

pubblica--e dall'angolo del correttore di bozze nel girone

legislativo.

Perdutamente innamorato dei suoi ideali, egli non sospettava che

sarebbe venuto il giorno in cui i suoi nemici--che sono anche i

nostri--lo avrebbero sorpreso sulla strada e svaligiato di tutto.

È stato mandato al reclusorio di Pallanza come incitatore di tumulti e

come un demagogo che mette un po' di barricata in ogni frase. Ma non

c'è nessuno che abbia mai sentito come lui tanta avversione per la

turbolenza oratoria che sprona alla battaglia ogni minuto e per i

«discorsi che acclamano la rivoluzione, sovreccitano i sentimenti

delle masse e fanno sbottonare lo stifelius di un delegato di pubblica

sicurezza». No, il _bavardage épouvantable_ degli esaltati non ha mai

fatto parte del suo bagaglio di piattaforma.

Il socialismo in bocca di costoro non può impensierire alcuno.

Dovrebbe impensierire i suoi nemici quando si ritrae dal palcoscenico

dei teatri diurni per entrare nel laboratorio «a notomizzare col

bisturi della scienza il carcame sociale steso sul tavolaccio della

statistica e della disciplina positiva». Allora sì. Allora gli

statisti dovrebbero proprio incominciare a sentire delle apprensioni.

«Perchè quei miti pensatori, nutriti di cifre e di sillogismi, onesti,

riservati, impeccabili sovente nella vita privata, magari un po'

puritani e un po' quacqueri se se ne gratta la scorza, quei sacerdoti

dell'altruismo, quei mangiatori d'_hascisch_ dell'ideale, hanno più

dinamite nella loro parola e nella scatola ch'è sotto il loro

cappello, che non ne sia nelle tasche dei feniani e nelle cantine di

Pietroburgo: con quest'aggravante che, di cotesta nitroglicerina

spirituale, non c'è doganiere o segugio di polizia dal fiuto fine che

ne possa sentire l'odore e mettervi sopra la zampa. Quando il moderno

Anteo--come il Colaianni definisce il socialismo--che ad ogni caduta

risorge più vigoroso, agguerritosi negli studi e nel raccoglimento,

uscirà in piazza con idee mature e propositi determinati, è allora che

sarà davvero formidabile, quanto prima era innocuo.»¹

¹ _Socialismo e Scienza_ di Filippo Turati.

Nell'ambiente parlamentare egli era una forza legislativa--una voce

gagliarda che domanda giustizia per gli affamati di pane, di libertà e

di pensiero--un ragionatore che sa disorientare i legislatori

borghesi, i quali non vogliono convincersi che la società degli

sfruttatori s'avvia verso il periodo della sua naturale

decomposizione. Eloquente, con una dizione esatta, egli sa far

ingoiare, con garbo, agli onorevoli tutto quel diavolo che vuole,

spruzzando la sua prosa tersa ed elegante di una ironia e di un

sarcasmo che non trovate se non in bocca degli oratori altamente

educati.

I discorsi di Sheridan si leggevano una sola volta e si mettevano in

libreria. Quelli di Filippo Turati si leggono e si consultano sovente

come quelli di Burke, perchè sono densi di pensieri, pronunciati in

una lingua che dovrebbe far testo nelle scuole, caldi dell'anima

dell'oratore che vuole condurci ad espropriare la società a beneficio

di tutti.

Va sulla piattaforma con riluttanza. Preferisce il tavolino di

redazione al palco dinanzi la folla che lo saluta col battimano

fragoroso e lo ascolta a bocca aperta. Nemico dei parolai e degli

smargiassoni che sciolgono i problemi con qualche frase alcoolizzata,

non capisce la piattaforma che quando si ha qualcosa da dire. È una

tolda che lo impensierisce, che lo mette in orgasmo, che lo obbliga a

buttar giù note, a raccogliere fatti, a pulire della prosa che andrà

perduta per l'aria, perduta fino a quando avremo anche noi il

quotidiano che darà il discorso tale e quale è pronunciato. Ma una

volta che egli è in piedi, pieno dell'argomento, il suo discorso esce

come dal libro di un grand'uomo.

Tutti lo hanno sentito parlare. La sua eloquenza non è l'eloquenza

bolsa che va in giro per il comizio a mendicare gli applausi. È

l'eloquenza di un grande oratore. Qualche volta pare una tempesta di

pensieri. I suoi periodi snodati, brevi, vigorosi si inseguono con un

calore crescente e precipitano sull'uditorio come un uragano

intellettuale.

La sua penna di giornalista, che gli ha conquistato un mondo di

lettori, è una penna che cesella ed ubbidisce al padrone. Non è mai

sbrigliata anche quando è virulenta o infuria sull'avversario. Produce

uno stile nervoso--uno stile che ti mette sottosopra il sangue--che ti

accarezza--che ti schiaffeggia--che ti intenerisce. Ha immagini

scultorie, grandiose, indimenticabili.

Adesso che i nervi lo lasciano tranquillo, la sua salute si è

rinvigorita e le sue forze intellettuali si sono triplicate. Egli è

diventato un lavoratore metodico come l'autore dei Rougon-Macquart. Vi

può dire coll'orologio alla mano il manoscritto che vi potrà

consegnare in un mese per un anno di seguito.

Veste male, non è mai stato vestito bene. Da giovane andava per le vie

coi calzoni che gli lasciavano vedere tutto il corame della scarpa,

con una giacca o un paletot che lo tirava da tutte le parti e un

cappello floscio che lasciava vedere il suo alto disprezzo per la

spazzola e il copricapo nuovo. Il nodo della sua cravatta traduceva

l'uomo che non si guarda mai nello specchio; era mal fatto e andava da

tutte le parti, tranne che sotto il bottone del solino spesso

sgualcito. Parecchi di noi che scrivevamo nella _Farfalla_ lo

credevamo un _bohémien_ eternamente alla caccia di un _louis d'or_

come gli eroi di Murger. Lo si vedeva e si pensava all'assalto alla

borsa. Ma lui ci stringeva la mano, ci parlava di qualche

pubblicazione e ci salutava senza domandarci nulla. La giornata dopo

che il Giarelli lo aveva fatto diventare celebre presentandolo ai

lettori delia _Ragione_ come autore del _Mago_--un canto che sentiva

del profumo dei suoi anni e che sgretolava il vecchio mondo come il

canto satanico di Carducci--lo pregai di prestarmi un libro.

--Figurati!

Mi lasciai trascinare a casa sua con uno stringimento di cuore. Mi

aspettavo di vedermi spalancato l'uscio di un uomo in mare. Credevo di

trovarlo in una soffitta che venisse inaffiata dalla pioggia, con una

dozzina di volumi pieni di ditate untuose per il suolo, con dei fogli

imbrattati di inchiostro su un tavolo che non sta mai quieto, con una

seggiola sventrata, con una camicia sudicia appesa alla parete e un

paio di ciabatte squinternate vicino a un saccone di foglie di

granturco sui cavalletti di legno.

All'entrata diventai di tutti i colori. La sua casa in via Gesù era di

quelle che respirano il benessere degli inquilini. La portinaia lo

salutò con una mezza riverenza, lo chiamò signor dottore, e gli lasciò

prendere un mucchio di lettere da un casellario che rivelava

l'ambiente signorile. Salimmo per uno scalone, entrammo per l'uscio

aperto da una cameriera e mi trovai coi piedi sul tappeto, in un

salotto sontuoso, circondato da mobili eleganti, cogli occhi che

andavano da una tela di qualche sommità del pennello ai _bibelots_ di

un'_étagère_ superba.

La mamma non pareva la mamma di un figlio che si trascurava negli

abiti fino all'indecenza. La guardavo e pensavo alla castellana. Alla

signora alta, coi capelli bipartiti come una Madonna, con la faccia

signorilmente lunga, con l'abito nero giù a piombo, illuminato intorno

al collo dal pizzo antico e illustrato al seno da una nidiata di

solitari sepolti nelle trine. Nella penombra del salotto le sue dite

affusolate si muovevano e perdevano faville dappertutto.

Se avessi qualcosa da amministrare e potessi indurre Filippo Turati a

prendersi cura del mio patrimonio, non esiterei un minuto ad

affidargli la mia amministrazione. In pochi anni sarei sicuro di

andare verso la ricchezza che ride dei rovesci degli altri. Egli è un

ragioniere consumato. Ha l'occhio nell'avvenire ed è di una esattezza

direi quasi scrupolosa. Questa abilità, che in un uomo di cifre

diventerebbe una virtù grandiosa, in lui è un difetto che gli costa

una somma enorme di lavoro intellettuale perduto. Mi sento male quando

vedo il direttore della Critica Sociale scrivere gli indirizzi degli

abbonati, registrare gli incassi, impaccare libri e correre alla posta

carico come un facchino. Ma lui non smetterà mai. Egli chiama tutto

questo una distrazione. Abituato a non darsi al riposo, continuerebbe

a scrivere e diventerebbe prolisso e slavato come un pennivendolo da

ottanta lire il mese.

Fuma dalla mattina alla sera. Terminata una sigaretta ne accende

un'altra e continua così fino al momento di addormentarsi.

Alcuni che non lo conoscono bene sospettano in lui il tirchione che si

lascerebbe ammazzare piuttosto che metter fuori un centesimo o offrire

una bibita agli intimi che vanno a trovarlo. È un errore grossolano.

Filippo Turati non è uno sciupone. Ma coloro che frequentano la sua

casa sanno che la sua tavola è sempre popolata di amici e che la sua

mano mette sempre nella mano dei bisognisti dei biglietti di banca.

Una sola volta l'ho veduto seccato di sapersi all'uscio persone che

hanno bisogno di dirgli una parola. Stava facendo colazione e questi

signori lo avevano fatto smettere sei volte. Alla settima rifiutò di

muoversi.

--Ah, per oggi basta, perdio! Ditegli che non ci sono, ditegli!

Poi, dopo qualche boccone, si trovò pentito,

--Era forse uno che meritava più degli altri. La ragione è che ne ho

troppi. Da un po' di tempo il mio uscio sembra l'uscio del duca

Scotti.

È buono, generoso, leale, capace di amicizie vere, sentite. Il

socialismo è la sua anima, la sua fede, il suo ideale. Per esso ha

combattuto--per esso soffre--per esso sarà pronto domani e sempre a

morire.

__Il cubicolo.__

Passando per il corridoio dei cubicoli, vidi nel secondo Chiesi, nel

terzo Romussi, nel quarto Federici, e nel quinto don Davide. Credo di

essere diventato pallido come un morto. Veduti col viso ai due bastoni

di ferro in croce dell'uscio, mi parvero delle bestie o delle ditte di

un museo di criminali. Le loro facce non erano più che grinte

spaventevoli, con delle mascelle enormi, degli occhi biechi, delle

fronti con tutte le stimmate del delinquente nato. Entrai nel sesto.

Dopo di me, venivano Achille Ghiglioni e Costantino Lazzari.

Il cubicolo era completamente vuoto. Non vi trovai che una lastra

d'ardesia, larga poco più del corpo d'un uomo, infissa nella parete a

destra. Mi distesi carico di emozioni, chiudendo gli occhi come per

obbliarmi. Sarebbe bastata, una parola qualunque per farmi piangere.

Non avevo paura, ma tutto ciò che si compiva nel silenzio di

quell'attimo mi commoveva fino alla gola. Vi rimasi assopito non so

più quanti minuti. Mi risvegliai spossato. Il cubicolo era così tetro

e angusto che mi ricordai delle camerucce dei famosi forni di Monza,

ove i Visconti avevano scontato i loro mesi di prigionia. Per

muovermi, non avevo che uno spazio di un metro e sessanta di lunghezza

e un metro circa di larghezza. Era alto, con una finestrolina sopra la

porta che riceveva la luce scialba del corridoio chiuso e largo poco

più della tana. Per vederci malamente, dovevo stare cogli occhi alla

inferriata.

Nessuno dei miei compagni fiatava. Si capiva che attraversavano anche

loro il momento della prostrazione.

Sentii Chiesi che domandava a Fritz come stava.

--Bene, grazie.

Nacque subito il dialogo.

_Romussi_: Mi pare di essere in un antro. È possibile che ci si

facciano passare degli anni in questo buco?

_Federici_ lo tranquillava assicurandolo che la segregazione personale

non poteva durare più di un sesto della pena.

_Romussi_: Saccorotto! Ci dici poco a vivere in questa tana per sette

od otto mesi? Ho tentato di leggere col libro alla ferriata, ma ho

dovuto smettere. Vi avrei lasciata la vista...

Chiamammo due o tre volte don Davide senza averne risposta. Credevamo

che dormisse. Invece, il povero prete, entrato nel cubicolo, non seppe

più reggere. Pianse dirottamente. Pianse nel silenzio soffocando i

singhiozzi per non farsi sentire dai colleghi, pregando Dio di

aiutarlo in un momento di tanta ambascia.

Io, che personalmente lo conoscevo da parecchi anni e che durante il

processo avevo ribadita l'amicizia, inquieto del suo silenzio, gridai:

--Don Davide? Che cosa fate? Dormite?

Rispose con una voce cavernosa che non dormiva. Non aveva bisogno che

un po' di calma per riaversi da tutte quelle emozioni che stavano per

strangolarlo.

Fummo sorpresi dalla guardia con le scarpe di cimossa, la quale ci

spiava in agguato.

--Silenzio! gridò imperiosamente il secondino.

Mezz'ora dopo venne il direttore a vederci, cubicolo per cubicolo, col

cappello in testa e la voce che sentiva dell'uomo abituato a parlare

coi galeotti. Così fu anche in seguito. Venne sempre nella nostra

camerata col cappello in testa e col linguaggio dell'uomo che vuole

essere temuto e vuole essere considerato un domatore di dannati alla

galera.

Uscito il direttore dal corridoio, entrò nel cubicolo un pagliericcio

di crine vegetale puntato, assolutamente insufficiente anche per un

corpo mingherlino come quello di Romussi. Mancava ai piedi di mezzo

braccio e bisognava addormentarsi sul fianco e con la faccia al muro,

se non si voleva cadere sull'impiantito.

--Pane!

Trasalimmo.

Era un galeotto con la catena a parecchie maglie, accompagnato da una

guardia, che andava di buco in buco a distribuire la pagnotta.

Il pane regio--come lo chiamavamo--parve a tutti noi immangiabile.

Dovevamo aver fame, perchè eravamo ancora con l'ultima costoletta e

l'ultimo risotto che avevamo mangiato al Castello.

Romussi mi fece sapere che aveva divorata la sua pagnotta fino

all'ultima briciola. Coi suoi denti da mastino e il suo apparecchio

digestivo sempre in ordine, ne avrebbe mangiata un'altra. Gli altri la

sbriciolarono.

--Minestra!

--Uh! sentii dire.

Era un uh! che traduceva la nausea.

Nessuno di noi seppe ingoiare la minestra.

Guardai che cosa mi aveva scodellato nella gamella. Vidi una pasta che

mi pareva esalasse un non so che di tufaceo e una broda piena di

scandellature gialle alla superficie. Tutto assieme mi faceva recere.

L'afa del pomeriggio ci rendeva inquieti e ci faceva sentire un

bisogno prepotente di uscire all'aria a vedere un po' di cielo.

Verso sera, ci si portò una coperta, un fiaschetto d'acqua, un catino

di zinco ed un asciugatoio ruvido a quadrettoni colorati, largo come

un fazzoletto.

Alle cinque, per noi era notte fatta. Ci augurammo la buona sera.

Mi adagiai sul pagliericcio nella speranza di addormentarmi. La

tristezza aumentava in ragione della oscurità che andava diffondendosi

nel cubicolo.

Verso le nove, sentii due mandate all'uscio del portico.

Era la ronda.

La ronda è composta di un sottocapo e di due guardie, una delle quali

porta la lanterna fumosa e puzzolente.

Entra in ogni cubicolo tre volte per notte, sbatte in faccia la luce

della lanterna, da un'occhiata alla finestra e alla ferriata e se ne

va richiudendo l'uscio a chiave.

Ci vogliono dei mesi prima di abituarsi a queste sorprese notturne.

Romussi non poteva dormire che con dei narcotici. Gli sbatacchiamenti

gli davano sui nervi.

Il secondo giorno fu più triste. Ci eravamo alzati all'alba, chiamati

dalla campana come gente che non aveva tempo da perdere e poi ci si

era lasciati nella capponaia a cellucce senza darci un libro, senza

dirci una parola, senza lasciarci sperare che all'indomani saremmo

usciti.

Bisogna proprio essere aguzzini che gustano la voluttà dell'altrui

sventura, per tenere degli infelici cento e più ore sotto

l'impressione che il sesto della loro sentenza verrà consumata in una

tana senza luce e senz'aria!

Nel cubicolo siamo rimasti due giorni e mezzo.

Durante questo primo periodo, non abbiamo visto che un'ombra che passò

dalla nostra cella con una parola per ogni buco: coraggio!

L'ombra era il cappellano.

Uscimmo storditi. Ci palpavamo la nuca e guardavamo il cielo come

abbacinati. Erano bastati due giorni e mezzo per solcarci le guance e

imbrutirci come gente che si levasse da una sbornia potentissima.

Ci scambiammo su per giù gli stessi pensieri.

--Credetti di morire, sapete. Mancavo d'aria: avevo bisogno di moto e

di luce, sopratutto di luce, sopratutto di moto, sopratutto d'aria.

Don Davide aveva avuto delle nausee che lo avevano impensierito.

--Ci fu un momento in cui dovetti raccogliermi e pregare il Signore

Iddio.

Costantino Lazzari aveva l'aria di uno smemorato. Si palpeggiava il

collo e continuava a battere i piedi in terra come per ridar loro la

circolazione del sangue.

Ci si condusse al passeggio in un cortiletto che sentiva del luogo.

Non avevamo che uno spazio di pochi passi inquadrato da muraglie

giallognole, scrostate e sbullettate. Col dorso verso la torricella,

dalle finte finestre, che usciva da un angolo dell'edificio, vedevamo

un largo verde di Capra Zoppa. La torricella era triste e ci ricordava

che in essa erano le celle più orribili del reclusorio.

Al lato opposto della porticina d'entrata del portico, è la muraglia

con le finestruole a mezzaluna e a doppia inferriata, dietro la quale

è una filata di cubicoli.

Quante volte, durante la passeggiata, abbiamo sentito gli inquilini

dei cubicoli prorompere in pianti dirotti!

Nella muraglia che taglia il cortile, è un pozzo chiazzato di verde.

Le due diane dipinte sul muro sono gli orologi solari dei reclusi.

L'una segna il corso del sole dalle 7 del mattino a mezzogiorno, ed ha

per epigrafe: _Sic mea vita fugit!_ Una condanna atroce, dicevamo al

passeggio, per i poveri prigionieri che portano tanti problemi nella

testa, e sono costretti a sciupare il tempo con le mani in mano!

L'altra, adorna dei segni dello zodiaco, si accontenta di avvisare i

galeotti al passeggio che senza sole non serve a niente: _Sine sole,

sileo_.

Le dita della destra battute sul palmo della mano sinistra di un

sottocapo ci avvertirono che la nostra ora d'aria era terminata.

__Nella quinta camerata.__

Nella quinta camerata entrammo il 27 giugno 1898. È al primo piano. Vi

si sale curvando la testa nel buco di un enorme cancello di ferro, la

cui porticina è aperta e chiusa a chiave a ogni passaggio di forzati e

di reclusi da un cerbero negli abiti di guardia carceraria. Col piede

nell'antiporto che mette nell'intimità dell'edificio, subite la

sensazione che state per essere perduti nella vasta tomba del

reclusorio. Al margine di tanti stanzoni affollati di numeri di

matricola, non sentite alito di vita. Vi sembra di essere nell'androne

di un convento spopolato. La voce di un vivo diventa sonora e vi fa

rabbrividire. Dal buio dell'antiporto, si sale a tentoni per il buio

pesto di due scale, si riesce in una specie di pianerottolo fosco come

la nebbia e si sbuca in un corridoio chiaro, in fondo al quale è la

quinta camerata a fianco di altre camerate.

Vi entrammo l'uno dopo l'altro accompagnati da una guardia e da un

sottocapo. L'entrata è un altro cancello di ferro, foderato nella

parte superiore da un lastrone munito di spia, che sopprime il di

fuori fino alla distanza di un mezzo metro da terra. Di modo che i

secondini, accosciati negli angoli, possono assistere ai movimenti dei

piedi, oppure coll'occhio al buco vedere tutti i condannati che escono

dalla rete del regolamento.

La nostra camerata non ha che la spia nella fodera del cancello. Ma le

altre ne hanno due anche nelle muraglie che le fiancheggiano.

La guardia le scopre all'insaputa dei reclusi e li sorprende fuori di

posto o a chiacchierare o a giuocare a dama colle pedine di mollica di

pane.

Di tanto in tanto la udite che ingiunge loro di stare quieti o zitti.

--Fate silenzio, voi, numero tale, se non volete andare in

«camerella»!

La guardia di Finalborgo fa il suo dovere senza esagerazione e senza

imbestialire contro la ciurma che ha delinquito. Ma è possibile, dite,

di rimanere in un camerone di settanta o ottanta individui per delle

settimane, per dei mesi, per degli anni, con una mano nell'altra, col

pensiero istupidito, senza mai lasciarsi scappare una parola,

un'interrogazione, un grido che viene su dall'anima in un momento di

crepacuore? No, non è possibile. Me lo disse tutto il personale del

penitenziario di Dublino quando ero là a visitare i dinamitardi e gli

altri condannati alla servitù penale. La lingua non sa acconciarsi

alla paralisi completa. Me lo disse e lo scrisse il principe di

Krapotkine che ha scontato la condanna francese nella _Maison centrale

di Clairvaux_.

Questo sistema--diceva--è così contrario alla natura umana che non

poteva essere mantenuto che a forza di punizioni. Nei tre anni che

passai a Clairvaux, il sistema era caduto _en désuétude_. Lo si era

abbandonato a poco a poco, a condizione che le conversazioni

all'_atelier_ e alla passeggiata non fossero troppo rumorose.

Volete un documento che le punizioni non riuscirono, nè riusciranno

mai a far perdere agli inquilini delle carceri l'abitudine di parlare?

Ero al Cellulare quando il signor Sampò prese il posto del signor

Astengo. I detenuti conversavano senza vedersi, stando alla ferriata

della finestra. Il nuovo direttore si mise a infliggere delle

settimane e dei quindici giorni di pane ed acqua, con l'aggiunta

magari della cella di rigore, ai violatori del silenzio. Credete che

ci sia riuscito?

Dalla conversazione di finestra in finestra era stato eliminato il

linguaggio stomachevole. Ma il chiacchierìo era rinato pochi giorni

dopo con maggior vigore di prima. E quale castigo, o signori

carcerieri, riuscirebbe mai a tappare la bocca ai prigionieri subito

dopo la sveglia e mentre squilla la campana del silenzio? Voi sentite

mille bocche in una volta che si scambiano dei buon giorno commoventi,

degli addii pieni di cuore, dei saluti che inchiudono il «coraggio!» o

il «non pensarci che passeranno anche questi mesi!»--Ciao, Biscella!

--Addio, Lumaghin!

--Giuliano, dormi bene!

Una sera ci sono cascato anch'io. Un detenuto sopra o vicino alla mia

cella si mise a gridare:

--Numero tale?

--Che c'è?

--Che cosa hai fatto?

Non risposi.

--Buona sera.

--Buona notte.

Questo semplice dialogo mi fece affiggere sul dorso dell'uscio della

mia cella che il direttore mi aveva punito con dieci giorni di pane ed

acqua!

Dopo il Cellulare, il Castello e il cubicolo, la quinta camerata

dell'ex convento dei frati, dell'ordine di san Domenico, ci parve un

paradiso. La percorrevamo in lungo e in largo con delle fiatate di

soddisfazione. Finalmente qui si respira! Le pareti erano pulite,

imbiancate di fresco, con del verde che girava tutto intorno a un

metro d'altezza.

Le due finestre a doppia inferriata, coi famosi cassoni, che non ci

lasciavano vedere dall'alto che un profilo di Capra Zoppa,

diventarono, per noi, delle aperture illimitate che lasciavano entrare

aria a volumi. Le brande lungo il dorso del camerone assunsero la

forma di letti elastici, con dei materassi sprimacciati, sui quali si

poteva adagiare il corpo affranto dai patimenti, con un guanciale

soffice che pareva appena uscito dalle mani del materassaio.

Guardavamo tutto con compiacenza. Paragonavamo l'asse al disopra delle

brande, che correva lungo la parete, a una elegante guardaroba o a una

comodissima dispensa. Ciascuno di noi aveva un largo spazio per

ammonticchiarvi la biancheria e i libri, per mettervi il catinetto di

zinco, la fiaschetta impagliata, la brocca per bere, la spazzola e la

pettinina, la gamella con inciso il nostro numero di matricola e la

pagnotta che ci avrebbero portata tepida due volte il giorno. Il sole

completava la nostra contentezza. Vi entrava un po' di sbieco dalla

prima finestra e veniva a frangersi sui bastoni di ferro della

seconda, lasciando cadere dei barbagli fino al suolo e portandoci del

calore e della gaiezza che si diffondeva dappertutto.

La sola noia del luogo erano le mosche--delle mosche grosse come

quelle che vivacchiano intorno ai letami--delle mosche pesanti che

aleggiavano con un ronzìo greve, che parevano sonnolente anche

nell'aria, che si fermavano sul nostro naso, sulle nostre orecchie,

sul nostro collo, sulle nostre labbra, sulle nostre mani, senza paura

di essere schiacciate dalla nostra collera. Si cacciavano via e

ritornavano a noi con una insistenza feroce e con una ostinatezza che

ci faceva perdere la pazienza. Più di una volta fummo obbligati a

rincorrerle e a dar loro una caccia disperata coi fazzoletti,

inseguendole fino alla inferriata. Ma era della fatica sprecata.

Ricomparivano a sciami più inviperite di prima. Erano le nostre arpie.

In camerata non eravamo più che delle cifre. Gustavo Chiesi era

divenuto il numero 2555, Carlo Romussi il 2556, don Davide Albertario

il 2557, Bortolo Federici il 2558, Paolo Valera il 2559, Costantino

Lazzari il 2560 e Achille Ghiglione il 2561.

La prima volta che si spalancò il nostro cancello e che entrò un

sottocapo con due galeotti a fare la distribuzione degli asciugatoi e

delle lenzuola, ci fu un po' di confusione. Nessuno era ancora

riuscito a tenersi a mente il proprio numero di matricola e a

convincersi che non eravamo più che dei numeri.

--2555?

--Presente!

A mano a mano che si veniva chiamati, si andava vicino al cancello a

ricevere la «biancheria». Per asciugarci la faccia e tutto il corpo,

ci avevano dato una pezzuola di canape ruvidissima, a rigoni

spaventevoli, a listoni alternati, che andavano dal bigio al

cioccolato--due colori che porto nella testa con orrore. Perchè sono

le striscie che rappresentano la casa di pena e riassumono l'emblema

del reclusorio. Sono i colori della camicia, i colori delle lenzuola,

i colori del saccone, i colori del tascapane, i colori delle mutande,

i colori del berretto, i colori della casacca e i colori dei calzoni.

Per tutto il tempo della condanna non si vedono che dei _clowns_.

Delle schiene a rigoni, delle braccia a rigoni, delle gambe a striscie

e delle teste col copricapo listato di caffè e di bigio con dei

puntini che paiono tante punzecchiature di pulci.

Il numero di matricola aveva ingrossato il cuore di alcuni miei

compagni. Romussi si era seduto sul suo sedile di legno con le

lenzuola sulle braccia e l'asciugatoio in mano dicendo: «Saccorotto!»

Don Davide, di temperamento sensibilissimo, che si lascia commuovere,

o trasportare, o abbattere dagli avvenimenti, sarebbe dato fuori a

piangere se non fossimo stati presenti. Gli pareva impossibile, come

diceva lui, che un sacerdote, che indossava la veste talare da

trentasei anni, questa veste, aggiungeva, «che mi fu compagna e amica

nei tempi lieti e tristi», potesse essere diventato il 2557, con la

gamella matricolata e con la branda in una camerata comune ch'egli

doveva calare e piegare al suono di una campana!

Era inutile abbandonarci alle malinconie. Perchè non eravamo che alla

titillazione del sistema. Ci aspettavano ben altre sorprese.

Costantino Lazzari si era seduto, come al solito, tra due brande senza

dire una parola. Egli si teneva come isolato. Non aveva confidenza in

alcuno e nel suo angolo era il suo mondo. Se qualcuno lo interrogava,

rispondeva come un mastino irritato. Una volta che gli domandai se

aveva qualche dispiacere, mi rispose di occuparmi delle cose mie!

--2559?

--Presente!

Presi la mia biancheria e me la appesi dando in una risata che mise

quasi tutti di buon umore.

Noi credevamo che nei penitenziarii i forzati e i reclusi venissero

abbandonati al rimorso dei loro misfatti, e non vedessero che la mano

incaricata di stendere loro dal buco la pagnotta, la minestra e

l'acqua. Invece, in una camerata di galera, si è come in una sala di

ufficio telegrafico. C'è sempre gente che va e viene. Alla mattina,

quando avete ancora gli occhi ingarbugliati, vi dovete mettere sul

guardavoi, nello spazio delle brande, per la «conta». Si spalanca il

cancello ed entrano tre guardie seguite da un sottocapo o da una

guardia scelta che vanno fino in fondo alla muraglia, contando, mentre

passano, uno, due, tre, quattro, cinque, sei e sette. È la consegna

dei reclusi dalla guardia notturna alla guardia diurna. Escono, si

chiude e si schiude di nuovo il cancello per i reclusi che vengono a

portar via il mastello dell'acqua sporca, per il recluso che viene a

prendere il barile dell'acqua, per il forzato che vuota il «bugliolo»

e il pitalone. Il «bugliolo» è il recipiente di legno con coperchio

del liquido puzzolente. Scoperchiandolo, vi sentite in faccia la

tanfata pestifera delle uova putrefatte. Il «pitalone» delle altre

camerate è un enorme mastello che rimane negli angoli e passa per i

corridoi come una cloaca. Nel reclusorio di Finalborgo non ci sono

latrine! Quando si vuotano e passano dinanzi i cancelli, si è come in

mezzo ai bonzoni dei pozzi neri che si scaricano. Il fluido

nauseabondo vi sommerge come in un edificio coperto fino ai coppi di

materie fecali.

Credete di essere lasciato in pace ed ecco il delinquente che viene

col secchione del latte a mescervene nella brocca cinque centesimi.

Rimane chiuso per cinque minuti e poi si riapre per lasciar entrare il

recluso con la pagnotta.

--Pane!

State per mettervi a sedere e si spalanca un'altra volta il cancello.

È il sottocapo che batte le dita della destra sul palmo della sinistra

dicendo: aria!

Ritornati dal passeggio, viene a farvi visita il forzato della spesa.

La spesa non durava mai meno di quindici minuti.

Era la cosa più difficile di questo mondo. Ogni mattina si doveva

sciogliere il problema come si poteva vivere all'indomani con 25

centesimi, se si era condannati alla reclusione come il 2555 e il

2556, o con 35 centesimi se si era condannati alla detenzione come gli

altri numeri di matricola della nostra camerata. Il 2555 rinunciava di

solito al vino. Un quarto di vino costava nove centesimi. Era del

lusso. E si faceva registrare per due «uova al tegame»--cioè per 22

centesimi. Il resto lo scialava in frutta.

Il 2256 non rinunziava alla bibita. Senza una golata di vino non

avrebbe saputo ingoiare tutte le porcherie del bettolino.

La lista della spesa includeva anche il caffè. Il 2557 e il 2559

persistettero per più di una mattina a berne mezza razione di cinque

centesimi. Ma dovettero rinunciarvi. Era un'acqua colorata e tepida di

un sapore che faceva fare gli occhiacci. Lo si inghiottiva come una

medicina disgustosa.

Il 2557 non lasciò mai il suo mezzo litro di vino di 18 centesimi,

anche quando il vino era acre o imbevibile come l'aceto. Egli aveva

uno stomaco di ferro, ma senza una goccia di vino non avrebbe potuto

digerire i piatti del _menu_ carcerario.

Il nostro piatto di forza erano i gnocchi di dodici centesimi conditi

coll'olio, puah! che sentiva della colatura della lucerna. Il lunedì

avevamo la leccornia di 200 grammi di bue in umido per ventotto

centesimi e di 100 per quattordici. La carne era dura come il corame,

e il 2556 diceva appunto che ci volevano i suoi denti o i denti del

leone per masticarla. Nel sugo pepato, pepatissimo, bisognava

mollificare il pane, guardando altrove e mangiando a occhi chiusi. Il

sugo era una miscela che sapeva di un po' di tutto e che diventava

succolento in ragione dello sgrassamento che si compiva in noi sotto

il regime di una dieta di ferro.

Non ho veduto sbatterlo via con indignazione che una volta.

--Aristocratico! aristocraticone! gridammo in coro al 2558.

--Bravi! guardateci in fondo!

C'era un semplice scarafaggio in decomposizione!

Lo regalammo al forzato latrinaio, avvertendolo della nausea in fondo.

Lo prese come un intingolo regale, leccandosi le dita e curvandosi con

la fraseologia dei ringraziamenti sentiti. Ne avessero tutti i giorni

i galeotti di queste vivande che rifocillano lo stomaco e rincarnano

gli ischeletriti!

--La nostra sentenza--ci disse--sembrerebbe meno dura.

Il secondo moto di violenza che ricordo fu quello del 2557. Era una

domenica e indossavamo già la casacca galeottesca. In domenica, in

luogo delia minestra delle undici, c'è la carne e il brodo. Eravamo

seduti al desco. Il 2557 aveva sbocconcellata un po' di pagnotta nel

brodo, come gli altri. In un attimo lo vedemmo alzarsi con un impeto

di revulsione, suggellato da un _porci!_ Egli si era drizzato in piedi

come un fusto d'orgoglio, aveva preso la gamella ed era andato alla

spia del cancello:

--Dite al signor direttore che non sono un maiale! Questa carne puzza

come una carogna!

Fu un sottosopra. Siccome, in fondo, volevano tutti bene al 2557, un

po' perchè era un sacerdote, un po' perchè era un bell'uomo, e un po'

perchè era buono, così venne su subito il sottocapo a constatare il

reato d'incipiente putrefazione e a dirgli che gli avrebbe mandato di

sopra una sleppa di manzo eccellente!

Noi però non gli abbiamo perdonato lo scatto che ci aveva tolto

l'appetito. Il 2555 lo pregò di leggere il «manuale del buon

sacerdote».

--È doloroso che un secolare vi debba richiamare ai doveri che vi

impone la vostra veste. Mangiate quello che vi portano; siate umile,

siate modesto, siate paziente e perdonate a tutti coloro che vi fanno

del male. Andare sulle furie per un po' di carne «passata», è da uomo

volgare.

--Avevo fame! capite che avevo fame! Ho 52 anni, sono alto e grosso e

mi tocca mangiare la razione comune, la razione della gente

mingherlina, piccola, senza il mio apparecchio digestivo! È vero o non

è vero che c'è voluto più stoffa per vestirmi? È vero o non è vero che

c'è il supplemento al vitto per gli uomini della mia proporzione anche

nelle caserme? È dunque naturale che mi si dovrebbe trattare con una

dieta diversa.

--Voi vorreste dei privilegi!

--Abbasso i privilegi!

--Privilegio! gridai anch'io.

--Privilegio! Chi è mingherlino non può mangiare come mangia un uomo

dalle mie proporzioni!

Anche senza avere l'apparecchio digestivo del 2557, in galera si

patisce la fame pur avendo i mezzi per il sopravitto. Se poi non se ne

hanno, si diminuisce di peso di giorno in giorno.

Con 600 grammi di pane cento volte inferiore a quello del soldato, e

150 grammi di pasta sempre scellerata, un condannato si sente i crampi

nello stomaco più di una volta in 24 ore. In tutte le camerate si

ripete la stessa storia:--«Ho fame, si ha fame, abbiamo fame.»

I trentacinque minorenni della nona camerata, quasi in faccia alla

nostra, ci impietosivano. E tutte le volte che potevamo, mandavamo

loro le nostre pagnotte e la nostra minestra.

Senza le nostre cinque o sei o sette o dieci pagnotte al giorno

avrebbero fatto della fame tutti i giorni. Perdio in prigione si

patisce inesorabilmente la fame.

Tanto è vero che in prigione si soffre del digiuno prolungato, che il

2556--cioè il direttore del _Secolo_--mi disse, la seconda volta che

fummo al Cellulare, queste testuali parole che trovo registrate nel

mio diario:

--Una buona novità introdotta dal direttore cav. Codebò è quella di

avere diviso la distribuzione della minestra e del pane. Certi

prigionieri, giovinetti robusti, mangiavano d'un colpo i 600 grammi di

pane, e alla sera si trovavano tormentati dalla fame. Egli pensò di

distribuirlo in due riprese: alle 10 e alle 3. Così pure divise la

minestra quotidiana. I detenuti, con questo sistema, hanno un cibo

caldo, benefico, specialmente d'inverno.

Ma anche così, si pativa. Con una quantità insufficiente e una qualità

abbominevole non era possibile uscire dal regno della fame.

__Nequizie regolamentari.__

Dal cellulare a Finalborgo · 第 9 / 23 题