C'est aujourd'hui mon jour de barbe

con piacere.

Alle undici maledivo il barbitonsore del Cellulare come un rasoio di

punizione. Egli rade e punisce.

Mi sono messo in corrispondenza con uno _scarpa_ internazionale che ha

la cella al pianterreno. Fu lui che mi scrisse per dirmi che aveva

letto tanti anni sono un mio libro.

Egli è il Rousseau dei borsaiuoli d'alto rango. Si sbottona senza

reticenze. Egli è quello che è, e non ha bisogno di far misteri con

uno che egli chiama un «dottore sociale». Non ha fatto studii, ma ha

letto e viaggiato molto. In un bigliettino di ieri l'altro mi faceva

sapere che non voleva nè la mia commiserazione, nè il mio compianto.

«Il delitto della vita mi ha frustato e fatto saltare al di là della

sbarra del codice penale, ed io non farò mai sforzo alcuno per

rientrare nell'orbita della legge.»

Egli è divenuto la mia miniera. Mi sono attaccato a lui con la tenacia

dei cercatori d'oro capitati in una terra aurifera. Per vederci egli

mi scrisse di piegarmi sulle calcagna domattina al passeggio, vicino

alla cancellata, in uno dei primi raggi, o di fare di tutto, con un

pretesto qualunque, per mettermi fra gli ultimi. Indosserà un gilet e

una giacca di velluto di seta e terrà il cappello duro in mano.

Mi sono stati raccontati gli ultimi particolari di Enrico Corio. Egli

era un tipaccio di giovine che si lasciava concitare dalla libidine

dinanzi la carne del suo sesso.

Dopo avere straziato il ragazzo fino alla strangolazione lo chiuse,

nel luglio del 1896, in una fogna, credendo di seppellire con esso

anche il delitto.

Al Cellulare, durante la lunga istruttoria, egli era preoccupatissimo

di farsi credere innocente. Di carattere piuttosto esaltato, dava in

ismanie, spesso, per convincere la guardia di servizio che egli era

veramente mondo di ogni delitto. E quando gli si diceva che se era

innocente non doveva avere paura, finiva per disperare della

giustizia.

L'accusa non gli impediva di mangiare tutti i giorni con appetito

sempre crescente.

Occupava la cella 53 del sesto raggio. Terminata l'istruttoria

nell'aprile del 97, e saputo che avrebbe dovuto comparire dinanzi i

giurati, divenne inquieto. Pare che non fosse più sicuro della sua

innocenza.

Prima si lasciava trasportare e cercava di convincere le guardie che

non sarebbe mica il primo che si manderebbe in galera innocente. La

direzione, che temeva un tentato suicidio, gli mise alla spia una

sorveglianza speciale e gli fece togliere dal letto le lenzuola che

gli potevano servire per appendersi all'inferriata.

Era domenica, tre giorni prima del processo. In domenica le guardie

sono spostate e sopraccariche di lavori. Il Corio aveva mangiato più

del solito, perchè dopo il pranzo del bettoliniere gli era giunto

anche il soccorso che gli aveva mandato o portato la moglie. Alle tre

del pomeriggio era ancora vivo. La guardia era entrata e lo aveva

sorpreso che stava lavando il fazzoletto senza sapone. Stava appunto

mollificando la tela con la quale intendeva stringersi violentemente

lagola. Alle tre e mezza lo si trovò sdraiato sulla branda, con la

coperta fin su intorno al collo e la testa come affondata nel

guanciale. Pareva addormentato, Il sangue gli aveva ammantata la

faccia di un acceso bruno. Il fazzoletto bagnato con lo stringimento

dell'uomo determinato a morire gli era entrato nella carne e gli si

era perduto sotto il gonfiore. Tagliatogli il laccio tirò una fiatata

che gli sollevò il petto. Egli era ancora tepido. Sul muro col lapis

aveva scritto queste parole commoventi:

«Moglie mia, muoio innocente. Vieni a trovarmi al cimitero.»

Alla mattina del lunedì la Corte andò alla sua cella a redigere il

verbale del suo suicidio, e la direzione mandò il cadavere a Musocco.

Le prove contro di lui erano schiaccianti. Incapace di resistere al

fuoco dei testimoni, volle morire lasciando credere alla persona che

gli era forse ancora cara che egli moriva vittima di un'accusa infame.

Non si capisce come un edificio di circa mille persone possa tirare

innanzi senza un medico in casa. Una volta passata l'ora della visita

medica, potete essere presi dai dolori di pancia, indemoniati da

un'emicrania, disturbati dai crampi allo stomaco o istitichiti fino

alla soffocazione da qualche porcheria che avete ingollato, non c'è

più cane che si commuova del vostro malanno.

Pauroso di morire premete il bottoncino, fate cadere la banderuola per

avvertire la guardia che avete bisogno di lei e poi le dite che state

male, molto male.

--Non sarà niente. Domani mattina fatevi annunciare al medico.

--Signora guardia, non posso aspettare fino a domani. Mi sento morire

ed ho come un martello nella testa che mi dà degli stiramenti nervosi

fino al collo. Mi faccia la grazia di chiamarmi il medico. Veda come

sudo. Sudo come in un bagno a vapore. Favorisca dirlo al direttore.

La guardia, se è buona, chiude l'uscio adagino dicendovi di avere

pazienza che domattina sarete uno dei primi. Se è invece di quelle che

fanno il mestieraccio senza sentire i dolori degli altri, vi scuote

con una sfuriata di parole che vi lasciano tramortito e vi chiude

l'uscio in faccia, dicendo che mancherebbe che si desse ascolto a

tutte le frignate.

--Non dovevate andare in prigione, se eravate ammalato. Andate là che

non morirete. Non è l'anno delle bestie cattive!

Al passeggio non parlavamo che di ammalati, di medici e di infermieri.

I miei compagni erano d'accordo che non c'è carcere o reclusorio o

ergastolo che abbia un'infermeria che s'avvicini a quella delle

persone libere di due o tre secoli sono. È un'infermeria a celle o a

stanzoni che passa sopra qualsiasi precauzione.

--Quella a celle deve essere preferibile.

--Illusione! È un'illusione di credere che quella a celle dia maggiore

sicurezza di quelle a letti a poca distanza l'uno dall'altro. Forse

voi non siete mai stato in infermeria. Io ci sono stato e mi sono

convinto che è migliore quella a stanzoni e a finestroni. Almeno in

uno spazio grandioso, coll'aria che si cambia più rapidamente, si

respira più liberamente e si ha la consolazione di essere con

qualcheduno.

--Convenite che in quella a sistema cellulare c'è meno pericolo

d'infezione.

--Illusione, caro mio. Trovate un pretesto qualunque, fatevi condurre

di sopra e scenderete del mio parere. Voi vedrete che le celle

angustissime--larghe per un letto, col passaggio di un uomo che non

sia troppo grosso--sono allineate su due file di un corridoio largo

poco più di un metro. Avete capito? Gli ammalati, divisi dalle pareti,

vivono in uno stesso ambiente e respirano la stessa aria.

--Con delle malattie contagiose state fresco.

--Così è del sistema curativo. V'immaginate un medico enciclopedico,

che sa tutto, che non consulta che sè stesso, che si sbarazza in

un'ora di cinquanta o sessanta ammalati raccolti nell'ottagono, alla

presenza di tutte le guardie che vanno e vengono, di tutti i

prigionieri che passano e ripassano, e che deve limitare le sue

ricette a cinque giorni di latte, a delle polverine innocue o al pane

bianco con tre dita di una carne soriana che non si lascia masticare

che dai denti d'acciaio, in quattro dita di brodo così detto o di

minestra così detta al brodo? Volete la mia opinione? Prima di

abbandonarvi al delitto interrogate la vostra salute. Se non siete

sanissimo, curatevi, evitate il pericolo di andare in prigione.

--Me l'ha detto anche la guardia, stamane. Non dovevate venire in

prigione.

L'altro, quello coi capelli ritti, fece osservazioni di un altro

genere.

--Non sono così pessimista, ma convengo che in tutto questo sistema

c'è qualcosa di sbagliato. Vi racconto quello che è avvenuto a me in

otto mesi di prigionia. Ho notato, prima di tutto, che per andare in

infermeria bisogna essere più che moribondi. Il medico è sempre

riluttante a mandarvi in una cella d'infermeria. E io non posso dargli

torto. Una volta che egli vi accorda il permesso di sdraiarvi sulla

branda, si sta meglio nella cella del raggio. In quest'ultima c'è più

luce e aria più pura. Il guaio grave, secondo me, è che se m'annuncio

ammalato mi si punisce sopprimendomi l'ora d'aria. Come, il mio

malessere è forse dovuto alla mancanza di moto e d'aria libera e voi

mi tappate in cella tutte le volte che vado dal medico?

Al detenuto che non abbia studiato bene il regolamento possono

capitare giornate dolorose. La guardia di servizio tra le sei e le

sette vi domanda: ammalato? qualche volta, salta una cella senza

accorgersene. E spesso registra il trentatrè invece del trentacinque.

Non c'è più rimedio. Bisogna stare attento domattina e suonare se non

la si vede.

La settimana passata mi sono annunciato ammalato: la guardia mi

rispose:

--Incominciate a mettere fuori la vostra pulizia--cioè a metter fuori

il catino coll'acqua sporca, il vaso da notte e la spazzatura della

cella.

Sono ammalato e si esige da me il servizio della pulizia!

Il quarto compagno è un galeotto. Egli è già stato in galera e ha

fatto il giro di parecchie carceri giudiziarie.

--L'infermeria carceraria è una nota dolorosissima. A Milano gli

ammalati sono trattati, direi quasi, meglio che negli altri luoghi. Ma

qui e dappertutto ho dovuto convincermi che nei casi d'urgenza si

muore come cani. Vi narrerò due casi che non ho ancora dimenticati.

Ero a Bologna al tempo del processo Luraghi, Favilla, Platner e non so

chi altro. Il Luraghi era alloggiato nella mia stanza con altri e il

Platner dimorava in infermeria perchè sofferente di non so quale

incomodo. Erano le nove di una notte buia. Qualcuno di noi russava e

qualcuno di noi si voltava sui fianchi per addormentarsi. Sentimmo un

grido d'uomo spaventato o d'uomo colto da un malore.

--Guardia! guardia!

La guardia non era vicina o era altrove o non sentiva.

--Guardia! guardia!

La voce del detenuto era diventata rantolosa.

--Guardia!... guardia!...

Dopo un quarto d'ora di questo lamento che ci lacerava il cuore

sentimmo dei passi che andavano verso la cella del disgraziato.

--Che c'è? gli domandò la guardia.

--Sono ammalato.... muoio! Signore, fatemi morire!

--Adesso vado a prendere le chiavi.

Di notte le chiavi delle carceri sono in direzione. Nessuna guardia

può aprire le celle. La parola lenta e straziante del disgraziato

discendeva dal terzo al primo piano come un gemito che rimescolava il

sangue.

--Muoio....

La guardia era in viaggio. Doveva discendere al piano terreno, passare

una corte che non è mai finita, andare in ufficio, svegliare la

guardia scelta in possesso delle chiavi e rifare la strada e le scale

fino alla cella di colui che moriva.

Non esagero dicendo che ci vollero venti minuti. Le guardie, abituate

a questi avvenimenti quotidiani o settimanali, ci fanno il callo.

Mezz'ora dopo sentimmo una moltitudine di piedi che discendeva e

faceva tremare le pareti della scala come gente che portasse un peso

enorme sulle spalle.

Il mio vicino di letto mi disse sottovoce:

--Lo portano via!

Vi fu un momento lugubre per tutta la camerata. Ciascuno era compreso

della notizia e ciascuno pensava che un giorno o l'altro poteva

trovarsi nella stessa condizione.

All'indomani si seppe che il detenuto era morto.

Il Luraghi che aveva visto il Platner ci raccontò la scena notturna.

--Ho veduto stamane il Platner, sbattuto come un individuo che non ha

dormito. Gli chiesi se se si sentiva male.

--Non sto affatto bene. Stanotte poi non ho potuto chiudere occhio. Ci

hanno portato su, verso le dieci, un uomo quasi morto. Spirò cinque

minuti dopo che l'avevano adagiato sul letto. Morì mandando uno di

quei gridi che restano nelle orecchie per tutta la vita. Pareva una

voce di rame andata a schiantarsi su una pietra della muraglia. Se

dovessi morire così anch'io? Senza un'anima che mi porga un bicchiere

d'acqua o mi lenisca il passaggio dalla vita tribolata alla pace della

tomba con una parola soave? Mi trovai sotto le coltri terrorizzato dal

brivido che mi aveva dato il pensiero triste. Il medico? Egli è venuto

troppo tardi. Passammo la notte a recitare il rosario dei morti. Col

cadavere nella stanza non c'era altro da fare. Dopo la visita lo

portarono nella cappella mortuaria. Povero diavolo! Nessuno sapeva chi

fosse. Morto, aveva assunta un'aria così feroce che mi faceva chiudere

gli occhi.

Il secondo episodio è identico al primo. Erano forse le dieci. Come al

solito non potevo dormire. Luraghi mi raccontava un incidente del suo

processo.

--Guardia! guardia!

Era un grido che usciva da una finestra delle celle disotto. Tra il

grido e la chiave vi fu l'intervallo di una mezz'ora. Sentimmo i

prigionieri della camerata che lo portarono in infermeria. Morì anche

lui, poco dopo, senza sapere di che male moriva. Quando si fece vivo

il medico, il sole era alto e gli ammalati avevano già pregato per la

sua anima da tanto tempo.

Il Platner rinunciò all'infermeria.

La sera dopo era tra noi a ripeterci coi colori dell'ambiente quello

che vi ho raccontato in poche parole.

Ci salutammo colla promessa che all'indomani mi avrebbero spiegato che

cos'era la «pulce».

Questo sì che fa male! Non posso sentir piangere i ragazzi in

prigione. Perchè li mettono in prigione come gli adulti?

Ce n'è uno che deve essere in fondo a una camerella sotterranea.

Piange come una disperazione. Il suo lamento arriva nella mia cella

come quello di uno che sia stato male ammazzato in una cantina. Ecco

che grida più forte. Mamma! mamma! Taci, taci, tormento delle mie

viscere, tu mi passi per le orecchie come uno spillone puntuto.

Abbiate pietà di un povero ragazzo. Sentite come piange dirottamente!

Con che voce chiama la mamma! Forse egli ha peccato, forse egli ha

disubbidito, forse egli vi ha insultati, ma pensate ai suoi anni,

perdonategli... Bravo, taci, mi fai tanto bene. Il pianto lo ha vinto.

Probabilmente egli è sdraiato nel sonno. Se vedrò il cappellano farò

di tutto per indurlo a gettarsi ai piedi del direttore. Non è

un'umiliazione, quando si è impotenti, genuflettersi ai piedi della

iena che lo ha rinchiuso. Il cappellano non c'è più. Me ne ricordo

adesso. Egli è stato vittima non so se dell'autorità carceraria o

militare. Peccato, era così buono. Ecco che si risveglia, santo cielo.

Dormi, dormi, perchè morirai a piangere in questo modo.

--Oh mamma! mamma! oh la mia mamma!

Carnefici, non capite che vuole la mamma? Lasciatelo andare a casa,

lasciatelo! Siate buoni, sono io che vi prego.

Che cosa volete che abbia fatto un fanciullo di pochi anni? Bisogna

avere le viscere di ferro per resistere alle sue grida, che vanno al

cuore come tante pugnalate! Potessi aiutarti, ma sono chiuso,

ermeticamente chiuso in un buco. C'è nessuno che senta, che si

commuova? E andai all'uscio e premetti il campanello, e feci cadere la

banderuola.

--Che volete?

--Sentite come piange quel ragazzo!

--Badate ai fatti vostri!

--La «pulce» è una visita improvvisa. È avvenuta a me nelle carceri di

Bologna. A Bologna nessuno entra nella cella. Chi fa la pulizia sono i

detenuti incaricati dei servigi domestici. Il coperchio del bugliolo

bacia bene e questo vasone da notte rimane chiuso in un buco che ha

l'apertura anche lungo il corridoio esterno. Lo scopino lo porta via e

ve lo rimette senza annoiare i detenuti nella stanza. Acqua, vino,

cibi vengono serviti dal buco dello sportellino.

Eravamo in quattro. Si fumava. Io penso adesso, quando la Cassazione

mi farà indossare la casacca del recluso, come potrò vivere senza

fumare. Fumo più di quaranta sigarette al giorno.

Una volta ne fumavo cento. Eravamo dunque in quattro. Non si pensava a

nulla. Si spalancò l'uscio senza darci tempo di buttar via sigarette e

pipe. Entrarono quattro guardie, le quali, dopo averci ingiunto di non

muoverci, ci ordinarono di spogliarci. Nudi ci fecero mettere in

quella parte della stanza dove non era che la parete. Ci passarono le

mani per il corpo dal capo ai piedi, ci guardarono tra le dita, ci

frugarono per i capelli, ci palpeggiarono qua e là, ordinandoci di

alzare le braccia e di fare dei passi. Poi ci passarono minutamente

gli abiti premendoli, piegandoli, dissaccocciandoli, guardando

dappertutto. Terminata questa visita minuziosa, la ricominciarono

guardando negli angoli, sui banchi, dovunque poteva essere nascosto

qualche cosa.

Sfecero il letto, cacciarono le mani nel pagliericcio, spiegarono la

coperta, sgrupparono i fagotti e misero le mani nei tascapani. Non

trovarono nulla. Pareva proprio che fossero alla ricerca delle pulci.

__Noterelle del mio amico alla matricola.__

Maggio 1898.

So quanto deve avere sofferto in una stanza con degli altri di

un'altra condizione. Ma non ho potuto aiutarla. Dalla sua entrata sono

avvenute cose incredibili. Il personale di custodia è terrorizzato.

Noi scrivanelli non abbiamo più modo di entrare nei raggi dei

politici. L'Astengo se n'è andato. Era un direttore umano. Il suo

delitto è di avere permesso ai più grossi detenuti politici di

pranzare insieme. Siccome non ci sono locali sufficienti e siccome

anche nella cella i prigionieri sono appaiati per mancanza di spazio,

così non si capisce il rigore della direzione carceraria di Roma.

Provvisoriamente ha preso il suo posto l'ispettore De Luca. È uomo di

cuore. Se ce lo lasciano non abbiamo perduto nulla. Ha fatto

migliorare il vitto e non punisce che quelli che vogliono proprio

essere puniti.

È la prima volta che mi capita di vedere una testa direttiva che

riconosce i diritti dei carcerati. Di solito i direttori dei nostri

giudiziari sono un po' come i direttori delle caserme dei forzati in

Siberia, descritti dal Dostoïewsky--un autore che non mi lascia mai

uscire dalla tristezza. Individui che hanno sempre bisogno di passare

sul regolamento per schiacciare qualcuno o levare qualche cosa a

qualcun altro.

Ho ricevuto la sua noticina. Si fidi pure. È un uomo che per me

andrebbe nel fuoco. La guardia che sorveglia la sua cella non è

cattiva, ma dice tutto quello che avviene nel suo raggio. È dunque

pericolosa. Non ci sono stanze a pagamento a pagarle un occhio. È

inutile strepitare. Procuri di adattarsi. Sono momenti eccezionali. Il

suo pranzo è andato per due giorni in qualche altra cella. Si consoli

che lo avrà mangiato un povero diavolo. La confusione è inevitabile.

C'è una media di settecento soccorsi al giorno. Si raccomandi alla

madonna perchè non le capiti qualcosa di peggio. Va bene, va bene. Dia

sempre retta ai miei suggerimenti. Io la so più lunga di lei e non lo

dico per vantarmi. Lo dico perchè la mia esperienza è più lunga della

sua. Ascolti attentamente. Un buon prigioniero deve essere sempre

pronto a subire la perquisizione. Ravvolga i miei fogliolini nella

carta incerata che le mando e appenda il sacchetto dove la camicia è

più nascosta. In queste giornate di sorprese è una precauzione

necessaria.

Sugli arrestati di maggio non posso giovarle molto, perchè una volta

registrati noi non abbiamo più alcuna comunicazione con loro.

Il giorno sette, cioè sabato, eravamo qui che aspettavamo, di minuto

in minuto, gli arrestati della giornata. Ma non abbiamo registrato che

quattro imputati di delitti comuni, completamente estranei ai tumulti.

Non ricordo bene la data dei primi rivoltosi capitati al cellulare. So

che i primi sono entrati alle sei ore mattina, la seconda o terza

giornata che fosse dei tumulti di Milano. Erano gli arrestati di porta

Ticinese. Sono giunti in uno stato da far pietà ai sassi. Erano stati

trattenuti, nella caserma di S. Eustorgio, più di quarant'ore colle

manette ai polsi. È un po' troppo. Non siamo mica in Russia. La mia

speranza era il dubbio. Non volevo credere che ci fosse gente con

tanto di pelo sullo stomaco. Ho interrogato coloro che li avevano

accompagnati al Cellulare. Il fatto è vero. Le autorità militari,

senza locali adatti, avevano dovuto assicurarsi dei barricatisti con

le manette. Poca gente di buono e fra loro parecchi già noti ai nostri

registri.

Il grosso convoglio degli arrestati è stato quello di domenica. Parlo

sempre delle quattro giornate. Era accompagnato dal delegato Birondi.

Egli entrò nella nostra stanza smorto che faceva paura. Ci si diceva

che aveva sofferto orribilmente a passare per le vie con tanti

arrestati e cogli ordini severi che avevano soldati e agenti di P. S.

Un _molla! molla!_ di qualche matto al largo poteva far nascere chi sa

che tragedia. Tra gli arrestati c'erano il deputato De Andreis, il

direttore dell'_Italia del Popolo_, l'avvocato Romussi, direttore del

_Secolo_, l'avvocato Federici, Valentini, ex direttore della _Sera_,

Ulisse Cermenati dell'_Italia del Popolo_ e il professore Gilardi del

_Secolo_.

Lunedì ho registrato gli onorevoli Turati e Bissolati e la dottora

Anna Kuliscioff.

Il Turati, non appena libero dalle manette, ci disse che non era nuovo

ai nostri registri. Era stato qui, non so quando, a scontare una

sentenza per un reato di stampa.

L'avvocato Leonida Bissolati, direttore dell'_Avanti!_, parla con la

grazia di una signora altamente educata. È tutt'assieme una faccia

intelligente ammantata di un'ombra spirituale. So che ha tradotto

Carlo Marx con un suo amico cremonese. Ma non ho mai potuto leggerlo.

Non c'è ancora nella nostra biblioteca. Se avrà occasione di vederlo

me lo saluti tanto e gli dica della mia simpatia per lui.

La dottora venne registrata dopo. Io non l'ho veduta. Ma mi s'è detto

che essa è venuta qui in vestaglia. È stata arrestata alle cinque del

mattino in casa sua e non le si è dato tempo neppure di acconciarsi

alla meglio. La sua guardiana mi ha raccontato che la prima cosa che

fece in cella fu di accendere una sigaretta. Ho saputo che è una

fumatrice instancabile.

È avvenuto quello che doveva avvenire. Coi continui arresti non

sappiamo più dove mettere gli arrestati. Ieri eravamo 1048. Il numero

eccessivo ha obbligato il direttore a ficcarne, parecchi, tre per

cella, coi pagliericci in terra. Fortuna che non fa troppo caldo.

L'ultimo pesce grosso che registrai fu don Davide Albertario. È alto,

dalle forme erculee. Venne da San Fedele con una comitiva di venti

individui della peggior specie. Quasi tutti recidivi. Per impedire

agli screanzati di dirgli qualche insolenza, il direttore lo manda al

passeggio solo. Mangia bene e riceve il pranzo e la colazione da una

trattoria esterna. Fuma anche lui come un turco. Dopo alcuni giorni

gli concessero, come ai deputati e ai giornalisti, carta, penna e

calamaio. Scrive tutto il giorno ed è sempre in nota per della carta.

Deve essere un grafomane.

Domenica si sarà accorto che diceva messa un'altra voce. Il cappellano

Enrico Villa è stato sospeso e non può più mettere piede nel carcere.

Al suo posto officiava un frate. Lei sa che io sono religioso e può

darsi che pecchi d'indulgenza. Ma credo che sia impossibile trovare un

cappellano come don Enrico. Era un sacerdote che adempiva al suo

ministero con entusiasmo. Lo si vedeva andare e venire come il moto

perpetuo. Appena uno era in cella, andava a trovarlo, a consolarlo, a

incoraggiarlo. Non lasciava mai alcuno senza libri e diceva a tutti

parole che aiutavano a tirare innanzi la vitaccia del cellularizzato.

Il nuovo direttore è tra noi come un flagello. Non dissimula. È una

sovrapotenza assoluta, arricchita dalla funzione di punire. È in lui

come una spaventevole rettitudine. Respira il dolore degli altri come

una donna virtuosa la spiritualità dell'incenso.

La sua vanteria è di essere il direttore che ha fatto mangiare, come

si esprime lui, più cella di rigore ai detenuti di tutti i direttori

d'Italia. Le guardie che vogliono entrare nelle sue grazie devono

dargli ogni mattina prova del loro zelo. Non si sono mai visti tanti

puniti a pane ed acqua come in questi giorni. Se qualcuno si lamenta

dicendo che la sua infrazione non è di quelle punibili col

regolamento, il direttore gli risponde, in modo piuttosto brusco, che

il regolamento interno del carcere lo fa lui, perchè ne è il giudice e

il responsabile.

Il mio compagno all'ufficio di matricola è stato castigato stamane con

dieci giorni di camicia di forza. La sua mancanza era grave. Aveva

dato uno schiaffo a un collega che lo aveva accusato di poltroneria in

questi giorni che non abbiamo avuto tempo neanche di dormire! Era qui

con me da diciannove mesi. Lavorava come un negro ed era forse, tra

noi, il più intelligente. Dopo un semestre di tirocinio gratis il suo

«stipendio», per un lavoro di diciotto ore sulle ventiquattro, era di

dodici lire il mese. Aspetti a dire che non c'era male. Perchè il

governo, sulle dodici lire guadagnate dal detenuto, se ne prende sette

e venti. Non ho mai capito perchè il governo si trattiene sui guadagni

dei carcerati il sessanta per cento. Per me è una truffa. E lo dirò

sempre anche se si tenterà di convincermi del contrario, come si è già

fatto, mettendomi nella camicia di forza. Rubare al detenuto è il più

delittuoso dei delitti. Non le pare?

La camicia di forza è di tela grossolana come quelle delle brande dei

soldati e va giù fin quasi alle ginocchia. Gli occhielli per

stringervi il condannato al supplizio corrono per il dorso da una

estremità all'altra. Le maniche non hanno uscita per le mani. Il

supplizio maggiore è intorno al collo. È una tela rigida che lo sega.

Se le guardie incaricate di chiudervi l'individuo non sono umane, la

camicia di forza diventa una vera tortura. Io credevo di non arrivare

alla fine. Vi respiravo con una fatica rantolosa e lo stringimento mi

dava una molestia che mi faceva impazzire. Dopo qualche ora passata

con le braccia legate sulla schiena, come Gesù Cristo, diventai

furioso. Gridavo, mi rotolavo per il suolo della cella buia e

sotterranea con degli sforzi per liberarmi dal camiciotto che mi dava

un tormento spasmodico, ma nessuno veniva a calmarmi o a vedermi. Non

fu che il sonno che mi diede un po' di requie. Molti dei condannati al

camiciotto che sopprime ogni movimento, implorano la commutazione del

castigo. Preferiscono un periodo più lungo di camerella con pane e

acqua alla tela che pigia le carni su sè stesse con intendimenti

assassini. Ma è difficile che si riesca ad ammansare i direttori. La

clemenza non è il loro forte. Ho conosciuto un detenuto, imbestialito

dagli spasimi atroci, che portò via coi denti un pezzo del tavolato

sul quale doveva dormire.

La maggioranza tace. Essa soffre il supplizio senza mandare un

lamento. Ci sono individui che si farebbero attanagliare piuttosto che

domandare perdono al loro carnefice, come ci sono nature che possono

resistere a tutte le pene dell'inferno.

Il regolamento è meno scellerato dei loro interpreti. Esso dà dei

riposi anche alla camicia di forza e ingiunge che dopo quarantotto ore

consecutive rimanga inoperosa per ventiquattro.

Le infrazioni di poco conto, come le infrazioni al silenzio, sono

punite secondo il sistema del direttore. Alcuni--e sono, mi pare, i

più saggi--puniscono con la soppressione del diritto al passeggio per

tre giorni, altri preferiscono dare addosso allo stomaco dei

disgraziati. Diminuiscono loro la razione del pane di trecento grammi

o l'aumentano dello stesso peso sopprimendo loro la minestra. La

diminuzione del cibo del carcerato non è un castigo. È un omicidio. Il

povero diavolo che sconta parecchie di queste sentenze, anche se

rimane in vita, non è più un uomo. È un invalido. Glielo dice uno che

studia l'ambiente da qualche anno.

La seconda infrazione al regolamento aggiunge alla dieta assassina la

cella di rigore o il rigore del cubicolo o cella sotterranea, dove ero

io quando avevo la camicia di forza.

Se l'infrazione commessa dal detenuto deve essere punita con più di

dieci giorni, allora si raduna d'urgenza il Consiglio composto del

direttore, del contabile, del capoguardia e del cappellano.

Bisognerebbe essere imbecilli per credere all'indipendenza dei

subordinati di un direttore di carcere. Una volta fatto questo

Consiglio, non si esce che condannati. È inutile che le dica che le

guardie hanno sempre ragione.

Non so se le hanno detto che sono qui anche Vittorio Luraghi, l'Herra

e l'avvocato Gelmi. Del secondo non le parlo. Mi pare un incosciente.

Non dimentichi che io sono un condannato comune come loro, e che

perciò sento profondamente il loro grido angoscioso di gente finita.

Di me non ho compassione. Se mi risovvengo dei miei trascorsi gli è

per punirmi con una serqua di vituperi. Con gli altri, sono

indulgente. Trovo in ogni loro delitto una scusa.

Nell'Herra non c'è nulla del Roberto Macaire. Non ne ha nè l'astuzia,

nè l'inquietudine, nè l'audacia. È in cella come un rassegnato. Egli è

caduto come una ragazza che si lascia abbracciare con un bacio

lungo.--Lo aspettiamo alla matricola. Il direttore gli ha promesso un

posto di scrivanello.

Il Luraghi mi desta una compassione indicibile. Tutte le volte che

posso andare nella cella mi sento riempire gli occhi. Non mi parla mai

dei suoi patimenti. Non mi parla che della sua mamma. Egli la piange

come uno sciagurato che dispera. Mi diceva l'altro giorno che la sua

povera vecchia di ottant'anni è il suo grande tormento. Ha paura di

non poterla più vedere. Perdere i denari, perdere una fortuna nelle

speculazioni bancarie è una cosa che si può anche sopportare. Ma

perdere la mamma che si adora, in prigione, è superiore alle forze del

condannato. Io spero che questo terribile dolore gli sarà risparmiato.

La sua vita è triste. Non spende per il vitto che una media di due

lire il giorno. Non va mai al passeggio. Gli ho detto più di una volta

che fa male. Che il moto è una necessità dell'esistenza carceraria. Ma

non sono riuscito a smuoverlo. È testardo, è nemico della propria

salute. Un giorno o l'altro lo porteranno in infermeria perchè non

potrà più andarvi con le sue gambe. Fuma e legge avidamente. Il suo

disgusto è per i battitori e per le mani dei secondini che lo

palpeggiano.

L'avvocato Gelmi è un altro anacoreta che non vuol uscire dal suo

guscio. Non so se sia povero o se voglia tenersi i quattrini. So che

mangia come tutti i prigionieri che non hanno da spendere. Col suo,

non si compera che cinque centesimi di latte. Le confesso che non ha

le mie simpatie, pur essendo in questo luogo. Per me egli è troppo

furbo e i furbi mi spaventano. La mia ripugnanza per lui non mi ha

impedito di domandargli alcune note per il suo libro. Ma egli mi ha

risposto che non potrebbe aderire al mio desiderio che commettendo un

parricidio. Non appena ritornerà tra i vivi, pubblicherà un'opera

intitolata: _La Bancarotta della Giustizia_. La prega di perdonargli

questa gelosia di mestiere, concepibile in un uomo che ha bazzicato

nella redazione di qualche giornale letterario.

Non si dimentichi delle tre giornate di gozzoviglia carceraria. Sono

tre giornate che si segnano lungo l'anno colla matita rossa.

Alcuni si preparano la pancia come se dovessero andare a un banchetto.

A Natale, a Pasqua e nel giorno dello Statuto ci si serve un pranzetto

che ci fa venire l'acquolina. Invece di darci la solita _sboba_

terrosa, ci si porta un piatto di pasta asciutta o un piattone di

risotto giallo fumante, con della cipolla arrostita e annerita che

mette in mente i funghi, con ottanta grammi di carne in umido che

commuove le budella. Di vino non ce n'è che un bicchiere. Ma anche

brusco, per la gola che non beve che acqua, diventa del Falerno o del

Ghemme. Ah, il Ghemme!

È stato la mia perdizione. Vorrei essere fuori per inaffiarmene il

ventre. Mi piace il Ghemme. Con tre o quattro bicchieri di questo vino

sfido un esercito.

Fuori di queste giornate, non c'è che l'avvenimento reale che possa

portarci del benessere.

Va a nozze un principe, o nasce una principessa, o accade al re

qualche cosa che viene celebrato come una gioia nazionale? Il

prigioniero rinasce. Egli vede una sosta nell'applicazione del

regolamento e sogna una diminuzione della pena. Egli è sicuro che si

distribuiranno dei piattoni di risotto e della carne annegata nella

bagna e che verranno probabilmente delle grazie.

Questa è una delle ragioni per cui in carcere siamo più monarchici del

re. Non è che lui che si ricordi degli afflitti sepolti nelle celle. È

lui che ci diminuisce i tormenti. Pur troppo non sempre. Ma qualche

volta, qualcuno gode di questa sua prerogativa. È il re che ci fa

mangiare un po' meglio quando il suo cuore è in giubilo. E non vi

maraviglierete, o signori increduli, se vi dico che gliene siamo grati

e se aggiungo che più di una volta gridiamo viva il re! viva la

regina! con entusiasmo.

Stanotte abbiamo avuto un aumento di detenuti senza aprire il portone

d'entrata. È nato un bimbo. Mi dicono che sia belloccio. È sempre

così. I figli dei tribolati sbucano dall'utero fiorenti di salute.

Sembra che le loro madri siano state lì a covarli nella bambagia,

mangiando bene e bevendo meglio.

La guardiana, che è venuta dabbasso, mi ha assicurato che ha le guance

rosse come una mela e gli occhi azzurrati e lucidi da mangiarseli a

baci.

La madre è una ragazza di vent'anni, o di circa vent'anni, recidiva,

abituata ai furti domestici.

Sa far da mangiare, sa stirare, sa rammendare, ma sa anche involare la

roba dei padroni. Non c'è pericolo che se ne vada da una casa senza

lasciarvi il segno delle proprie dita. La colpa è forse del suo amante

che vive, sovente, alle sue spalle.

Durante la mia breve carriera di _matricolatore_, l'ho registrata nel

librone infame tre volte. Il bimbo, anche se nato nella carcere, non

viene registrato. Il regolamento non permette di mettere a matricola

che i ragazzi superiori ai due anni. Il legislatore deve avere creduto

che, se si può nascere delinquenti, si possono commettere delitti

anche in fasce. Il bimbo della ladra verrà mandato all'ospizio dei

bambini lattanti.

I questuanti sono una vera piaga. Vanno e ritornano periodicamente,

eternamente. Dicono che qui si sta meglio che fuori. Qui, hanno

l'alloggio e il vitto sicuri. Fuori, sono perseguitati, o inseguiti, o

trattati come cani e agguantati come birbe non appena stendono la mano

o cercano di appollaiarsi in qualche luogo.

Il maggior contingente degli accattoni lo dà la campagna. Mi è

capitato di registrare dei pezzi di giovinetti che mi facevano venire

sulla lingua una folata di interrogazioni. Ma loro me le portavano via

dicendo che in campagna, d'inverno, non si trova lavoro. E anche

d'inverno, loro, i loro figli e le loro donne, non si dimenticano di

mangiare.

Dal dicembre del '97 al maggio '98, la questura ce ne ha condotti al

Cellulare una media di quindici al giorno.

Dal cellulare a Finalborgo · 第 8 / 23 题