__L'inverniciatore descrive il camerotto di S. Fedele.__
Ho sempre avuto la fortuna di trovare sul cammino della vita dei
simpatizzatori o delle persone che mi volevano bene prima di
conoscermi. Al Cellulare, nello stanzone di «carico e scarico», mi si
registrava e mi si salutava come un personaggio di casa. Mi si
ricordavano episodii della mia vita cui io avevo completamente
dimenticati. Come quello di essere stato alloggiato in una cella come
scrittore scollacciato o come un _égoutier_ della penna.
Tra gli impiegati che volevano assolutamente essermi utili, era un
giovinetto alto, elegante, con una bella faccia illustrata dai baffi
superbi e chiari e illuminata dalla lucentezza degli occhioni neri in
campo azzurro. L'unghia lunga del mignolo e la cravatta di _foulard_ a
palloncini gialli sul fondo solferino pallido, e i manichini che gli
uscivano candidi dalle maniche, gli davano l'aria di gran signore.
--Se le occorre qualche cosa non mi dimentichi.
Lo ringraziai con la voce turbata dalla gentilezza. Era una
consolazione trovare chi non aveva paura di stendervi la mano nelle
giornate di Bava Beccaris. Prima dell'arresto passavo per le vie come
un fantasma che faceva germogliare in coloro che mi conoscevano
un'interrogazione:
--Come, non è ancora stato arrestato?
Gli intimi sgusciavano via come ombre. Era in tutti lo spavento di
compromettersi. Se l'imprudenza mi faceva fermare qualche amico,
l'amico diventava smorto e mi diceva, con l'orologio in mano, che
doveva correre in qualche luogo.
Domandai subito una stanza a pagamento. Era troppo tardi. Le stanze di
lusso erano state tutte prese dai deputati, dai giornalisti e dalle
persone facoltose che mi avevano preceduto. Ma non dovevo
preoccuparmene. L'impiegato che mi voleva bene se ne sarebbe occupato
come di una cosa personale. Per il momento bisognava accomodarsi come
si poteva, perchè il Cellulare non era mai stato così pieno.
--Ha dei libri?
--Neppure uno! Mi hanno sorpreso ieri mattina in letto e nella
confusione mi sono dimenticato di insaccocciare un po' di munizione
intellettuale.
--Non ci pensi, stia tranquillo. Parlerò io al bibliotecario e verrà
immantinenti a portarle volumi che le piaceranno. Dei romanzi che ho
letto io e che le faranno passare le giornate come in un sogno.
--Di Barrili?
Uscito dalla stanza della registrazione, passai un cancello di color
oscuro e mi trovai in un ambiente assai diverso. Non c'erano più
riguardi. L'angelo custode mi trattava volgarmente col voi.
--Tirate fuori tutto ciò che avete nelle tasche!
Nella stanza della visita mi ingiunse di svestirmi, e di fare presto,
perchè lui non aveva tempo da perdere.
--Fuori anche le calze, mammalucco!
Mi palpeggiò gli abiti e la biancheria con la voluttà dell'aguzzino
alla ricerca di qualche cosa nascosta.
--Che cos'è questo?
--Un lapis!
--Vi piacerebbe un lapis! Perchè non l'avete tirato fuori quando ve
l'ho ordinato?
Non gli risposi neanche. Era anche lui un'autorità del momento.
Mi condusse di sopra al primo piano, e mi chiuse in una stanza
«intermedia». Le «intermedie» servono per i malviventi di passaggio.
Hanno sei o sette sacconi di paglia in terra, la secchia dell'acqua e
il bugliolo delle evacuazioni nell'angolo. Nei giorni di Bava Beccaris
erano affollate di «rivoluzionarii».
Non ci volle molto a capire che i miei cinque compagni erano degli
idioti che nessuno sarebbe mai riuscito a intellettualizzare. Erano
stati sorpresi dal ciclone militare, ma tre di loro non sapevano
neppure il significato della parola rivoluzione. Il quarto era un
giovanotto mingherlino che faceva il tintore in una fabbrica a qualche
miglia dalla ripa di porta Ticinese, e che nella giornata di sabato
era andato con degli altri a bere nelle osterie senza pagare e a
domandare dei prestiti a dei fittabili senza l'intenzione di
restituirli.
--Credevate di fare la rivoluzione?
--Sì, mi disse egli chiudendo le dita a ventaglio. Facevamo della
rivoluzione! Non creda però che si sia fatto denaro. Finita
l'escursione, avevamo bevuto mezzo litro di vino e ci saremo spartiti
una e cinquanta a testa.
Il quinto era un ex-cameriere che si occupava più della sua pipa e del
suo ventre che degli avvenimenti che lo avevano mandato in prigione.
Era uno sboccaccione che mi fece sentire più di ogni altro la
ripugnanza per la coabitazione forzata. Egli non aveva riguardi. Si
scaricava delle ventosità nel modo più indecente.
Il più buono dei tre era un inverniciatore che passeggiava dalla
mattina alla sera coi tacchi ferrati come i piedi dei cavalli,
zufolando, o dando in ismanie per essere stato arrestato senza colpa
alcuna.
--Si figuri che io non ho saputo della morte di Vittorio Emanuele che
ieri; questo per dirle che non ho nulla di comune con l'uomo politico.
Ero in casa che stavo per andare a dormire. Tra le otto e le otto e
mezza sentii bussare. Chi è? Andai ad aprire. Erano due agenti di
questura in borghese. Mi domandarono se ero il tale. Nossignori,
risposi. Come vi chiamate? Così e così. Venite con noi, che il
questore ha bisogno di parlarvi. Il questore? Non me lo feci dire due
volte. Chi male non fa, paura non ha, va bene? Avevo lavorato tutti i
giorni come nelle altre settimane e alla domenica ero andato col mio
ragazzo a pescare.
Di che cosa dovevo avere paura? Dissi alla moglie di non inquietarsi
che sarei ritornato subito. Il signor questore non era uno stupido e
sapeva quel che si faceva. Mi buttai in dosso la giacca in fretta e
giù dalle scale con loro. Mi parevano buoni diavoli. Parlavano come
persone dolenti di avere dovuto disturbarmi. Si figurino! Faccio
intanto una passeggiata. Sul corso di porta Magenta mi diedero anzi un
solfanello per la pipa. Piperei tutta la vita. Quando fummo in
questura parlarono con un altro e mi lasciarono dicendo che sarebbero
venuti a prendermi. Con tante cose da fare in quei giorni, si saranno
dimenticati, perchè li aspetto ancora.
Fatto sta che il nuovo individuo mi disse di vuotarmi le saccocce. Se
non ho niente! Guardi pure. Faccia il comodo suo. Sono uscito di casa
per un momento. D'abitudine non vado mai attorno coi denari in tasca.
Al sabato consegno la settimana alla mia donna e non ci penso altro.
Quando ho il tabacco per la pipa, basta. Non sono mica un beone che
sciupa il sudore di una giornata nelle bettole. Coloro che frequentano
il trani finiscono sempre male.
Dicevo bene? Sicuro che non avevo niente, aperse l'uscio del primo
camerotto e felicenotte. Non mi disse neppure che chiudeva. In casa
mia, nel casone di via Ochette, siamo in sei e si vive tutti in una
stanza. Si sa, un povero operaio non può fare tanto cogli affitti così
cari. Si figuri che pago più di cento lire all'anno. C'è di buono che
il padrone è una pasta d'uomo. Se non arrivo in tempo non mi butta in
istrada. È un padrone di casa che sa anche lui il vivere del mondo.
Con dei figli che mangiano tanto pane, un povero padre non può sempre
pagare la pigione in giornata. Che cosa dicevo? Parlavo del camerotto.
Un vero castigo di Dio.
Mi sono trovato in mezzo a un fumo che mi fece chiudere gli occhi e
tossire come un vecchio di sessant'anni. Non ci si vedeva. Era pieno
come un uovo. Gli uni erano addosso agli altri e nessuno poteva
muoversi. Creda a me che non dico bugie. Erano gli uni sugli altri
come le sardine. Fu una vita da cane la notte del mio arresto. L'aria
che si respirava rivoltava lo stomaco. Faceva venire voglia di
vomitare. Nel piccolo spazio tra l'uscio e il tavolazzo, pareva di
essere in una marcita. Gli sputi di tutta quella gente che masticava
il tabacco avevano ridotto il terreno molle e sdrucciolevole. Coi
piedi nelle pozzanghere si stava malaccio. Si sentivano i reumatismi
venire su per le gambe. Non si poteva camminare perchè eravamo in
troppi. Quando tiravo su il piede per poggiarsi sulla gamba, sentivo
il «ciac» della palta che si staccava dalla suola. I muri sudavano.
Era un sudore che restava alle dita come la gomma. Sul tavolazzo non
si stava meglio. I seduti dovevano tenervi le gambe piegate fino agli
occhi con le dita allacciate. Quando c'era qualcuno che aveva bisogno
di spandere acqua, si voleva morire. La tinozza lasciava venir fuori
un odore che asfissiava.
Non c'era posto, ma il carceriere era un diavolo che non faceva caso a
quello che dicevamo. Apriva e ne cacciava dentro degli altri senza
tanti complimenti. Lui non aveva tempo da perdere. Conosceva nessuno e
trattava tutti alla spiccia. Cinque o sei erano vestiti bene. Si
capiva che dovevano essere persone di considerazione perchè avevano
gli anelli brillantati sulle dita che abbagliavano la vista. Un
signore grosso, col pancione dell'uomo che mangia bene, faceva
compassione. Si asciugava gli occhi e diceva che la sua famiglia
avrebbe pensato male a non vederlo andare a casa. C'erano degli altri
nella stessa condizione. E la mia Margherita? Mi pareva di sentirla
piangere. La vedevo andare alla finestra tutta disperata a cercarmi
giù nell'ombra o all'uscio della scala ogni volta che sentiva i passi
di qualcuno. In dieci anni di matrimonio non ho mai dormito fuori di
casa. E una povera donna che voglia bene al marito si impressiona.
In pochi nasceva il bisogno di parlare. E quelli che dicevano qualche
cosa era per lamentarsi di essere stati portati via dalle loro
famiglie innocenti. Io ero sempre in piedi che aspettavo il posto
d'uno del tavolato. Mi ero straccato a stare lì senza muovermi.
Dovevano essere le dodici. La gente del camerotto sembrava sopita nel
tenebrore della lanterna. Si vedevano qua e là teste che precipitavano
sul petto come cariche di piombo. I gruppi appisolati avevano pose che
in altri momenti avrebbero fatto sgangherare dalle risa. Qua e là si
russava come tanti porci. Lungo il corridoio si udivano, in certi
momenti, tonfi o corpi che si urtavano violentemente con delle grida
che morivano dietro gli uscioni.
Un po' dopo ho dovuto ricaricare la pipa e fumare, per illudermi che
gli individui sulla tinozza erano persone sedute. Venivano via i
miasmi della fogna che mi andavano per la cappa del naso come della
starnutiglia. C'era uno in manica di camicia che non pativa come
pativo io. Mangiava il suo pane senza starnutare. Era già stato in
prigione e ci aveva fatto l'osso. Mi diceva che era uscito ieri
l'altro dal Cellulare e che aspettava la scarcerazione d'ora in ora.
Non era però impaziente. Aveva la sorveglianza e con la sorveglianza
si sta meglio dentro che fuori. Parola d'onore. Dai tredici ai
diciannove anni non aveva fatto altro che uscire per rientrare,
sovente senza guadagnare un centesimo. Gli ho domandato che mestiere
faceva. Parve sorpreso. Sono cose da domandare? _El tirador de
sacchett_.
Pescava nelle tasche delle signore, mi diceva lui, con una delicatezza
che non disturbava le derubate. Doveva essere un buon diavolo, perchè
raccontava su tutto, come tra vecchi amici. L'ultima volta era stato
côlto in chiesa. Non immaginatevi grandi guadagni, mi diceva. In
chiesa si busca da vivere, ma non si fanno quattrini. Le donne vi
vanno a pregare con la moneta in saccoccia per la scranna e per
qualche povero all'entrata. Non c'è che la signora in via a fare spese
di qualche importanza che vi vada col portamonete gonfio. E poi
credete che si possa continuare a lavorare nello stesso sito? Se vi
ritornate prima di qualche mese vi sentite agguantato da due falsi
divoti che vi aspettavano da un pezzo. È una professione piena di
rischi. Se non fosse tardi, l'avrebbe cambiata da parecchi anni. Ma
adesso c'è e bisogna che vi resti.
Venni svegliato dal fracasso dell'uscione. Se ne cacciarono dentro
altri cinque o sei, venuti da chi sa dove, a pugni sulla testa e sulle
spalle. Ero così ingarbugliato dal sonno che non ho potuto vedere le
guardie in borghese che pestavano gli arrestati senza misericordia.
Forse avevano ragione. I cinque o sei non mi parevano facce da
galantuomini. Si erano lasciati battere senza dire una parola. Si
tiravano su i calzoni e facevano sparire i pugni dai cappelli, con la
grazia più naturale del mondo. Chi erano? Pochi di buono
indubbiamente. Sono stato arrestato anch'io, ma non mi si è fatto
nulla. Gli agenti non sono poi dei cani, diavolo. Non dànno via per il
gusto di dar via. Siate onesti, se volete essere rispettati.
Si respirava come i moribondi. Anche quelli seduti incominciavano a
dire che era una vera porcheria chiudere in una stanza lurida tanti
cittadini. L'acqua doveva essere diventata calda come l'orina. Pure si
beveva con piacere perchè c'era una caldura che toglieva il respiro e
c'erano delle ore prima che venisse mattina. Non potete immaginarvi
come mi dispiaceva di non avere avuto cinque centesimi in tasca.
Sognavo l'alba con un bicchierino di grappa. Fa tanto bene quando si
ha i piedi nel sudiciume e si è passata la notte senza dormire. Non so
che cosa si faceva di fuori. Ma di tanto in tanto udivo delle persone
che s'arrabattavano per la muraglia urtate da qualche prepotente che
smanacciava. Erano forse degli altri arrestati che gli agenti
spingevano nei camerotti.
Alle quattro non si poteva più dormire. Si sentiva il sussurro del
brodo che bolle nella caldaia coperta. Si chiacchierava sottovoce. Si
ragionava sui tumulti di Milano.
Nessuno sapeva come avevano avuto principio, ma tutti erano d'accordo
nel biasimarli. Perchè avevano fatta la rivoluzione? Si parlava di
morti e feriti come se ci fosse stata una grande battaglia. Ho sentito
cose da far venir su la pelle d'oca. Perchè avevano fatto la
rivoluzione? Era la domanda che si facevano l'un l'altro di tanto in
tanto. Non si stava forse bene? Non erano che i lazzaroni che si
lamentavano. La gente che lavora non ha tempo di pensare a tante
storie. Il lavoro stracca e non lascia il tempo di sentire asinate.
Quando io vado a casa alla sera, mangio la minestra con ingordigia,
faccio la mia pipata con piacere e vado a letto mezzo addormentato.
Gli oziosi vanno in giro e si scaldano la testa.
Si aperse di nuovo l'uscione con fracasso. L'incaricato pareva in
collera. Povero diavolo, non aveva chiuso occhio in tutta la notte.
Doveva essere sfinito morto. Si fece un'altra infornata. Dicevano che
non c'era più posto. Ma gli agenti provavano il contrario. Cacciavano
su gli arrestati calcandoli alle spalle con sfuriate di parole
porcone. Aspettiamo a biasimare gli agenti. Non si sta su tutta notte
senza perdere la pazienza e non si dicono villanie senza qualche
ragione. L'uscio si richiuse con rabbia. Gli entrati parevano bruti.
Quattro erano malvestiti e dovevano essere vagabondi. Gli altri
avevano l'aria di essere signori. Uno di essi era grosso, piccolo, con
un cappellaccio in testa che faceva paura. Poteva essere un
rivoluzionario. Ho sentito dire che era uno scultore che aveva fatto
la barricata con le sue statue e che aveva messo le mani nel sangue di
un soldato. Pareva abbattuto. Aveva una faccia scolorata che faceva
stremire. Gli altri dovevano essere persone istruite perchè parlavano
con parole difficili. Mi fece colpo la parola lubrico--una parola che
è sempre in bocca del mio padrone quando dà degli ordini agli
spalmatori d'olio.
Dicevano che il suolo era lubricato, per dire che non si poteva stare
in piedi. Erano stati arrestati a domicilio. Si capiva, dal
tutt'assieme, che erano pesci grossi perchè non si mischiavano con gli
altri.
Più tardi è entrato un signore con tanto di catena d'oro. Ci disse che
era stato arrestato sullo stradone di Abbiategrasso. Veniva a Milano
in carrettella e non sapeva dei disordini. Gli hanno domandato in che
mondo viveva. Abbiategrasso non era mica in America. Lui era come me.
Non leggeva mai i giornali e ignorava tutto quello che avveniva. Io
sono buono di leggere, ma faccio troppa fatica. Cinque minuti dopo, le
parole mi vanno insieme e mi pare di essere ciocco. Non sono poi
curioso. A me importa proprio niente di sapere gli interessi degli
altri. Ho anche troppo da fare a tirare innanzi la mia baracca, senza
darmi dei grattacapi.
Dove sono rimasto? Al signore della carrettella. Egli aveva una micca
in saccoccia. Gliela avevano fatta comperare i carabinieri a porta
Ticinese per paura che morisse di fame. Io cominciavo proprio ad aver
fame. Speravo di vedere mia moglie con la sporta. Povera donna. Mi
voleva bene e io rimanevo nel camerotto a perdere il tempo.
Alla mattina, con un po' d'aria fresca e un po' più di luce,
sembravamo tanti ubbriaconi che avessero passata la notte in un
porcile, o in un acquavitaio che ci avesse rasi come una damigiana.
Eravamo bianchi come i cadaveri. Il più allegro era sempre il
precettato. Egli era rimasto in manica di camicia e con la sua giacca
aveva coperto le gambe di uno sconosciuto che tremava dalla febbre e
dalla paura. Gli ho dato la pipa da spazzare una seconda volta.
All'odore del luogo ci eravamo abituati. Non c'era che l'impazienza di
uscire. Chi doveva correre al lavoro, chi aveva degli affari
importanti e chi si sentiva voglia di sgarbugliarsi gli occhi con del
caffè caldo. Prima delle otto eravamo ricaduti nella disperazione.
Perchè non ci si lasciava andare? C'erano gli scalmanati per l'uscita
che non si lasciavano acquietare se non dicendo loro di rammentarsi
che non avevano da pensare a noi soli. Alle otto venne il carceriere a
domandarci se volevamo qualche cosa. Quasi tutti gli domandarono se
non era tempo di liberarci. Ci disse di fare presto, che lui aveva tre
camerotti zeppi di gente che aveva fame. Allora fu una gara, e il
carceriere dovette pregarli di andare adagio. Chi comandava del caffè
e dei sigari, chi del pane e salame e chi una frittura di fegato col
limone. C'erano signori che si ricordavano del limone in un momento da
strapparsi tutti i capelli dalla testa! Non ci furono che due che non
gli diedero seccature: io e il precettato. Eravamo tutti e due senza
il becco di un centesimo. Venuta la distribuzione, si sono ristorati
come hanno potuto. Mangiavano con le mani e stracciavano il pollastro
coi denti. C'erano di quelli che avrebbero voluto il tovagliolo.
Ringraziate Dio, o brontoloni, si diceva, che avete il fazzoletto.
Le persone di cuore non possono mangiare senza dividere con coloro che
non mangiano. Io e il precettato abbiamo finito per menare i denti più
degli altri. Della gente buona ce n'è dappertutto. Ci fu quel signore
col cappellaccio, che dicevano avesse fatto la barricata con le
statue, che mi diede il suo vino. Egli non aveva voglia di bere.
Grazie.
Non so come si faceva a non crepare. Ci mettevamo i gomiti sullo
stomaco per mancanza di posto e tenevamo la mano sulla schiena di
quelli davanti per non buttarci addosso le cose brodose.
I vestiti più bene offrivano i sigari a quelli che non avevano da
fumare. In pochi minuti eravamo tutti in una nube, l'uno non vedeva il
naso dell'altro. Il fumo purgava il camerotto che alle volte puzzava
come una latrina. Verso le dieci o le undici ore eravamo stufi, stufi,
più che stufi. Non si sapeva niente, nè se ci si lasciava andare, nè
se ci si mandava in qualche luogo.
Il caldo era diventato eccessivo. Si sgocciolava. Finalmente si aperse
un'altra volta l'uscione e ci si fece uscire a due a due. Fuori
dell'uscita c'erano dei signori in borghese che a certi individui
lasciavano andare degli scapaccioni. Probabilmente li conoscevano. A
me non si è fatto nulla. Chi male non fa, paura non ha. Mi si fece
salire in un carrozzone e mi si condusse qui al Cellulare. Nel
carrozzone credevo proprio di lasciarvi la pelle. Nella mia celletta
eravamo in tre. Ci mancava il respiro. Provai una grande contentezza
quando mi trovai nel cortile del Cellulare.
Me l'ho scampata bella. Dio non c'è per niente.
__Il soccorso.__
È una scena piangevole che potete vedere ogni mercoledì e ogni
domenica, tra le dieci e la una, sulla piazzetta Filangeri, dinanzi
l'edificio della sventura sociale. Ma in un giorno o nell'altro non
troverete mai la folla delle giornate di Bava Beccaris, quando ciascun
cittadino aveva paura di non essere più cittadino e ogni donna poteva
essere disgiunta dall'uomo da un ordine imperativo o da una mano
brutale.
La mia pagina è una fotografia senza ritocchi di una di queste
domeniche.
L'orologio di un campanile suonava le otto e il sole bruciava le
cervella. Sul piazzale si vedevano alcune carriole cariche di frutta
acerbe o sfatte, di dolci perseguitati dalle mosche e di cose
mangerecce coperte di polvere. Il portone traduceva un corpo di
guardia improvvisato in una città insorta. Un portone coll'andirivieni
della gente che fa paura. C'erano soldati in piedi, soldati che
riposavano sulla paglia sternita nei fianchi, soldati che entravano e
uscivano, soldati che si asciugavano la fronte e si aggiustavano la
giberna sul ventre. Si vedevano andare e venire secondini, guardie di
finanza, delegati, questurini, carabinieri, ufficiali, autorità
carcerarie, autorità militari--tutte persone che ricordavano il
momento, persone dalla faccia feroce, persone che passavano come
ventate di collera, persone pronte a venire alle mani col primo che
avesse detto una corbelleria.
L'ufficiale di guardia pareva, col pensiero, a spasso. Con la ciarpa
azzurra a tracolla, seduto sulla sedia addossata al pilastro con una
gamba sopra l'altra, si ninnolava buttando in alto il fumo diafano
della sigaretta.
Le donne giungevano sole e a gruppi con i fagotti, i canestri e le
corbe piene di roba e si appoggiavano al muro della carcere o andavano
ad occupare i sedili di granito della piazzetta o si aggruppavano alle
altre aggruppate nel largo in faccia al bastione. Tra le popolane dal
faccione prosperoso e dalle maniche rimboccate sull'avambraccio
bronzato, c'erano vecchie che si reggevano a mala pena in piedi, teste
che riassumevano la primavera nella chiarezza mattinale e figure dalla
faccia bianca o scolorata che uscivano dalla moltitudine con le loro
vesti e i loro cappelli neri come tante ditte di un ufficio mortuario.
Imperava il dolore. Ah, se si potesse uscire dal dolore come si esce
dalle porte cittadine! Il dolore distruggeva la ripugnanza delle
vestite bene per le vestite male e assorellava le donne colpite da una
sventura comune. Tutte queste mamme, tutte queste spose, tutte queste
amanti, tutte queste sorelle vedute assieme storcevano il cuore e
facevano venir sulle labbra una parola tragica, una bestemmia brunita
dal rancore, una maledizione che si rompeva nella testa col suono
della lastra di metallo che la martellata manda in frantumi.
Riproducevano l'afflizione, l'ambascia, il dietroscena domestico, il
naufragio femminile, la devozione sublime delle donne affezionate agli
uomini chiusi laggiù, oltre il portone, al di là dei cancelli, negli
sgabuzzini del lugubre edificio imbevuto delle lagrime dell'esercito
della sventura, che ha patito più del Cristo in croce. Nei loro occhi
non era l'ardimento. Nei loro occhi era la stupefazione, lo
sbalordimento, l'umiliazione. Povere donne! Erano donne abbattute,
costernate, vinte dal supremo cordoglio che non le lasciava disfogare
la piena del loro martirio.
I carrettoni chiusi scompigliavano e buttavano manate di nero sulla tela
lugubre che s'allargava a ogni minuto. I traballamenti delle ruote
andavano sul cuore della moltitudine come fitte che si sprofondavano nelle
ferite palpitanti e sollevavano in tutti il vespaio delle supposizioni. A
ogni sussulto si correva involontariamente col pensiero nelle cellette del
veicolo che accarezzavano l'arrestato come la guaina accarezza la lama, a
palpeggiare gli incassati come se si avesse avuto paura che si fossero
rotta la testa o stessero in lotta coll'ultimo alito di vita. Chi saranno?
E l'interrogazione faceva rabbrividire. Forse saranno dei ladruncoli o dei
rivoluzionari o degli innocenti usciti dalle braccia della famiglia,
rimasta in casa a piangere la loro sciagura! E i veicoli della tortura
scomparivano e lasciavano le donne più avvilite di prima.
Questa campana! Si aspettava la campana del soccorso, la campana che
doveva far dimenticare ai cellularizzati la smisurata intelligenza
malvagia degli uomini, degli uomini che hanno per idealità il male, la
campana che consolava lo stomaco di chi mangiava poco e male. Fate
presto, in nome del Signore. Spalancate il cancello, prendetevi la
corba delle vivande divenute fredde lungo la strada, divenute
immangiabili aspettando qui sul selciato due ore, tutto un secolo.
Siate buoni, siate caritatevoli con le povere donne trambasciate!
Il convoglio degli arrestati che veniva verso il Cellulare a piedi
suscitava in ogni seno un orrore indicibile. Non poche donne erano
state obbligate a chiudere gli occhi come quando si riceve un'ondata
di luce in pieno viso. Era una banda che falciava gli ideali di
redenzione più modesti. Sfilavano appaiati ai polsi come individui
usciti da un porcaio o da un sotterraneo, con le ragnatele sulle
spalle, con l'umidore nella gonfiezza sotto gli occhi, con i capelli
irrigiditi in una zuffa spaventosa. Erano laidi, stracciati, dilaniati
dai patimenti. Circondati dai questurini, dai carabinieri e dai
soldati, il loro volto assumeva il colore acceso degli aggressori di
strada che stramazzano i viandanti a coltellate. Alcuni, con gli abiti
che non avevano perduta tutta l'eleganza e con la faccia cadaverica
fino alla fronte, davano l'idea degli insorti còlti sulle barricate
colle mani odoranti la polvere.
Altri, a piedi nudi, coi gomiti all'aria come le ginocchia,
traducevano la loro vita grama di poveracci che basivano sul
marciapiede e stendevano la mano ai passanti.
Le donne si lasciavano commuovere. Alcune singhiozzavano e dicevano
che era meglio morire che vedersi trattati come birbaccioni che
avevano fatto del male. Altre si mordevano le labbra e si
scricchiolavano le dita per reprimere la sensazione che dava loro
stille di sudore e faceva loro pulsare le tempie dal disgusto e dalla
furia.
Non mancavano più che cinque minuti. La calca piegava verso l'entrata.
La prima fila, spinta dai nuovi venuti che si cercavano un posto al
centro tra le proteste generali, andava più di una volta sul cordone
militare che non si rompeva.
La ragazzaglia aveva dimenticato la tensione dell'angoscia generale e
si era abbandonata al chiasso, e le donne, le più attempate, che si
straccavano a stare in piedi, mormoravano con la voce piagnolosa.
Proprio, non si aveva pietà per le donne dei poveri prigionieri. Con tanta
gente che soffre e con tanti soccorsi, la direzione non s'era commossa.
Continuava a ricevere alla stessa ora, nelle stesse ore, come se nulla
fosse avvenuto di straordinario. Inzuccherate il veleno, o signori! Ci
farete penare meno, ci farete! Non ci voleva un gran giudizio per capire
che bisognava far porta un po' prima. Pazienza! pazienza! pazienza! Sì,
pazienza se si avesse avuto il buon senso di mettere alla porta un
cristiano che non strapazzasse tutti come tanti servitori! Ma no! Ci
avevano lasciato quell'anticristo di vecchio sciancato che aveva l'anima
nera con le povere donne.
Tutte le volte che si doveva passare sotto un volpone di quella fatta
ingrossava il cuore davvero. Era un secondino ripugnante, col collo
che si gonfiava come quello del serpente quando va in collera, con la
faccia ridotta a una grossa cipolla ammaccata. Bastava spremerla per
vederla colare di marcia. Dio non poteva dare del bene a questi mostri
verdi come la bile. Respingeva la gente dilatando la gola e dicendo
parole che facevano andare il sangue in acqua. Pazienza. Si era nelle
sue mani e non c'era che dire.
Anche quegli altri del soccorso erano buone lane. Non sapevano dove
stava di casa la buona maniera. Bastava non aprir bene il canestro o
avere dimenticato di fare la lista come volevano loro per vederli dar
fuori come vipere.
--L'ultima volta m'hanno mandata a casa la figlia tutta piangente. Era
uscita dalla coda per isbaglio. Si sa, una povera tosa non può sapere
i regolamenti. L'hanno mandata in fila con un codazzo di rimproveri
come se fosse stata la loro figliuola! Porconi! Non hanno creanza, non
hanno. Ci vorrebbe.... Lo so ben io cosa ci vorrebbe. Acqua in bocca,
che i tempi sono tristi.
--A me mi è toccato di peggio. Mi hanno lasciato il mio Alberto per
ultimo perchè non aveva la lista scritta. Noi, povera gente, non si ha
tempo di scrivere. Loro hanno un bel dire. Vorrei vederli al nostro
posto. La ragione volete che ve la dica io? Hanno la bocca larga come
quella dei coccodrilli e i denti in gola. Quella è la ragione. Ma i
miei denari li mangio io. Sissignori, li mangio io. C'è già troppo da
fare colle disgrazie che ci manda il Signore, per avere da pensare a
queste sanguisughe che ci beverebbero tutto il sangue in una volta!
--Se ci fossero delle persone con due dita di testa ci lascierebbero
entrare senza farci fare anticamera e senza buttar all'aria i cesti
come se fosse roba rubata. Tirano fuori tutto, mettono le mani in
tutto, cacciano il risotto nel salame, la torta nello stufato, le
ciliege nell'insalata e l'arrosto nella minestra. Ci vuole dello
stomaco a mangiare il soccorso.
--Non ditelo a me, per amor del cielo, che ho veduto quello che
voialtri forse non avete veduto. Ho veduto al di là del terzo cancello
come si trattano i cesti. Non ne avete idea. Non ci sarebbe che la
morte che potrebbe farmi dimenticare il disgusto che ho provato in
quella mattina che ho assistito a tanto scempio. Credetelo, in certi
luoghi si ha più considerazione per i torsoli che si gettano ai
maiali. Vuotavano i canestri come se fossero stati sacchi di patate.
Rovesciavano sul tavolo tazzine, piatti, scodelle, tegami, stoviglie,
senza badare se il condimento dell'insalata andava sul minestrone o se
la marmellata si versava sull'arrosto. Erano sgarbati che facevano
venire la rabbia. Ma quando si ha bisogno di loro, bisogna tacere. È
una grande punizione questa che Dio ci ha mandata. Con lo stesso
coltellaccio facevano tutto. Assaggiavano, tagliavano, mettevano
sottosopra. Con lo stesso coltello infarinato e impiastricciato di
intingoli affettavano le pera, rivoltavano la minestra e il risotto,
dimezzavano il pane, facevano in due i limoni, sparavano i polli,
dividevano lo stracotto, mettendosi in bocca ora una fetta di
coratella, ora una striscia di anitra, tra le risate che facevano
male. Riducevano le torte e i pasticci, fatti in casa chissà con
quanti sacrifici, in una condizione compassionevole. Siate poveri
diavoli e vedrete come è dura la vita. Voi state a casa a darvi del
male per mettere assieme un pranzetto come si deve, per il povero
diavolo che avete in prigione, correte come una disperata o prendete
l'omnibus per farglielo mangiare caldo, e poi vedete che tutto va alla
malora, che tutto diventa freddo, che tutto si mescola, le cose
giulebbate con la carne arrostita nel brodo succoso e la cipollata col
fegato nel piatto delle fragole o dei lamponi grossi come le more.
Portate le uova fresche per tirar su lo stomaco a chi ne ha tanto
bisogno e poi venite a sapere che gli sono arrivate in cella
sfracellate, coi tuorli dispersi per le vivande. È una grande
punizione questa che Dio ci ha mandata! Ah sì, non credevo che si
potesse penare tanto a questo mondo! Si fa di tutto per risparmiare i
soldi per un cartoccio di tabacco e al colloquio vi si dice che non
avete cuore di lasciare il vostro uomo senza una pipata per passare il
tempo che non passa mai!
--I sigari o il tabacco, pazienza. Se non si fuma, non si crepa. A me
è andato perduto il cesto, una volta dopo l'altra, per due o tre
giorni. Se non ci fosse stata una buona guardia, mio marito sarebbe
morto consunto di fame. Con una pagnotta di regalo ha potuto tirar
innanzi e scrivermi per domandarmi se ero morta, se l'avevo
dimenticato. È stato un vero crepacuore. Gli avevo mandato un pranzo
da far risuscitare i morti, un cesto pieno di grazia di Dio, e lui,
povero diavolo, era rimasto in cella a straziare il mio nome onorato
con delle ingiurie che non meritavo. Avete ragione voi, Antonia. È una
grande punizione questa che Dio ci ha mandato!
Finalmente! I primi rintocchi rovesciarono la folla verso il banco
delle guardie. La gente sgomitava, si sbuttonava, si riversava tenendo
in alto i canestri, protendendo le borse e i fagotti, pregando di
accettare la corba e supplicando gli agenti a essere buoni, che erano
lì da un pezzo con la roba gelata.
Le guardie non avevano tempo da ascoltare storie. Prima della una
dovevano verificare circa mille soccorsi. Prendevano quelli che
capitavano loro alle mani, senza guardare e senza commuoversi. Chi non
rispondeva sollecitamente alle domande, veniva lasciato col pranzo in
mano. Ogni donna era obbligata a dire, in fretta e in furia, nome e
cognome del detenuto, il numero della cella, se il padre e la madre
erano morti o vivi.
--Cella 89, Giuseppe Agesilao, del fu Pietro e della vivente Teresa
Baragni.
--Avete fatta la lista?
E il braccio di chi non poteva farla vedere, veniva scansato e buttato
dall'altra parte.
Alla una pomeridiana, le donne giunte tardi o rimaste tra quelle che
non avevano potuto consegnare i fagotti, piangevano dirottamente.
La campana aveva chiusa la consegna e la campana non aveva budella.
Era un grande dolore rifare la strada con il mangiare, dopo aver fatto
tanta fatica e avere speso tutto quello che c'era in casa per
consolare i poveri cristi in prigione.
--Aveva ragione Antonia di dire che era una grande punizione questa
che Dio ci aveva mandato!
__Il diario di un mese di Cellulare.__
La mia cella è una fornace. Ho il sole sulla muraglia esterna dal
sorgere al tramonto del sole. Subisco una trasudazione che mi snerva.
Preferisco però l'isolamento alla compagnia della stanza intermedia.
Coi miei compagni sarei divenuto uno scemoide. A poco a poco il loro
linguaggio antintellettuale e trivialmente sbracato sarebbe divenuto
il mio. In otto giorni mi ero già abituato a passeggiare
sull'ammattonato fracido dei loro sputacchiamenti.
Gli _habitués_ del carcere manifestano ogni giorno, alle finestre, i
loro rancori contro i cosidetti rivoluzionari. La polizia ne ha fatte
delle retate e l'autorità carceraria ha dovuto affollarli nelle celle.
Ci accusano di essere gli autori delle loro disgrazie. Dicono che i
giudici, in conseguenza dei tumulti, sono diventati eccessivamente
severi. Coloro che in tempi ordinarii se la sarebbero cavata con delle
settimane o dei mesi, ritornano al Cellulare con degli anni di lavori
forzati e di sorveglianza.
--La sorveglianza--disse uno di loro--conduce al _domino_ (domicilio
coatto).
Il capoguardia è uno sbilucione con tanto di pancia. In questo momento
è impossibile dire se egli sia un burbero con del cuore o se sia in
lui l'anima dell'aguzzino. Perchè il personale di custodia è come
invaso dalla paura di riuscire mite. Parla a monosillabi, ha una voce
che sente del carceriere e preferisce dire di no ai detenuti che gli
domandano qualche cosa. Ieri, dopo tanta insistenza, ho ottenuto il
permesso di tagliarmi le unghie vellutate e lunghe. Ma ho dovuto
tagliarmele alla presenza di questo omaccione che rintuzza ogni
desiderio col regolamento. Il suo ufficio è un bugigattolo in faccia
all'ufficio di matricola. È in esso che ho avuto il primo colloquio.
Il capo metteva la sua faccia tra la mia e quella del mio amico. Ci
teneva addosso gli occhi semichiusi e ci interrompeva tutte le volte
che tentavamo di parlare degli avvenimenti e di scambiarci notizie che
sapevano tutti.
Gli ho ridomandato una cella a pagamento per avere il chiaro alla
sera, la materassa sulla branda e un tavolino con la scranna.
--Ce ne sarebbero così delle persone che vorrebbero questi comodi!
Abbiamo faticato a trasformare una cella a pagamento per don Davide
Albertario, venuto qui il 24. Con un prete non potevamo fare
diversamente. Con le guardie occupatissime siamo anzi obbligati a
mandarlo al passeggio solo per impedire che qualche mascalzone lo
insulti. Si sa, il Cellulare non è un collegio.
È suonata la campana che annuncia la distribuzione del pane. I
prigionieri la chiamano la «voce di Dio». È un minuto di
raccoglimento. Le finestre diventano quelle di un edificio disabitato.
Non si sente più un'anima. I detenuti sono all'uscio ad aspettare che
si apra l'usciuolo con la parola che li invade di piacere: «Pane»! Il
distributore che è uno scopino la ripete a ogni pagnotta che passa per
il buco. Lo ricevo anch'io, ma lo passo, _colombando_, al delinquente
vicino alla mia cella che ha sempre fame. È un ragazzo di diciassette
anni, scolorato come un onanista, e già recidivo. L'ultimo furto lo ha
consumato nello studio del capomastro suo padrone. Egli si aspetta il
dibattimento di giorno in giorno.
La vita carceraria è fatta per imbestiare le persone più buone e più
altamente educate. Dall'oggi all'indomani si passa dal finimento da
tavola alla scodella di terraglia del cane dell'accattone orbo. Non
c'è più biancheria, non ci sono più posate, non ci sono più cristalli,
non ci sono più tondi, più tondini, più fruttiere, più portampolle,
più insalatiere, più portastecchi. Non c'è più che il maiale con un
pezzaccio di legno scavato malamente in fondo.
Come, o signori, ma io sono un inquisito, sono una persona che deve
essere creduta innocente fino all'ultima parola della Cassazione, e
voi mi punite mettendomi in mano uno scopino disfatto e laido perchè
mi scopi la cella, e voi mi obbligate, con le mie mani abituate ai
guanti, a portare fuori e dentro la mia tana il vasone da notte come
un latrinaio qualunque! No, accidenti, no, mi ribello! capite, mi
ribello! Voi non siete autorizzati a punirmi. Voi dovete rispettare in
me il cittadino anche se fossi uno squartadonne.
Ho perduto. Mi è toccato proprio scopare e mettere fuori le porcherie
con le mie mani. La guardia al mio no! di stamane se n'è andata
chiudendomi l'uscio sui piedi. Ella mi avrebbe fatto marcire nella
puzza e nel sudiciume. Potevo ringraziare Dio--diceva--che non mi
aveva fatto rapporto. I superiori mi avrebbero convinto che avevo
torto, con dei giorni di pane e acqua.
Sia fatta la volontà degli altri. Ma se divento io direttore generale
delle carceri!...
Noiosi! gente noiosa! Sono entrati per la seconda volta i battitori e
mi hanno stordito. Battono i ferri delle finestre con un gusto e con
dei finali che spaccano la testa. Tirlic-tirlac, tirlic-tirlac,
tirlac, tirlac! Tirlic, tirlac, tirlic-tirlac, tirlac, tirlac, tirlac,
tirlac, tirlac, lac, lac, lac, lac, lac!
Di che cosa avete paura? Come è possibile che io possa segare o
schiantare i bastoni di ferro se mi avete fatto svestire e se vi siete
assicurati che non è a mia disposizione neppure un chiodo? Se le
vostre guardie non sono corrotte, voi potete smettere di sciupare il
tempo e il personale per rintronarmi le orecchie!
Mi è rimasto in mano il manico del chiccherotto e la terraglia è
andata in frantumi. È come se avessi rotto un caraffa di cristallo
finissimo. C'è tutto il Cellulare sottosopra.
Il secondino di servizio guardò i cocci con aria di sospetto, fece
un'annotazione e richiuse l'uscio. Rividi lo stesso agente con un
sottocapo, il quale entrò a dare un'occhiatina ai frantumi.
--Come avete fatto a romperla?
--Cadde. Me ne faccia dare un'altra a mie spese.
--Uhm!
Stamattina sono stato chiamato ad «udienza». Tra le sette e le otto il
direttore viene al centro della carcere, va in una stanza che
partecipa della rotonda lambita dagli esagoni e dà «udienza».
Coloro che si sono fatti iscrivere e coloro che sono stati iscritti a
loro insaputa, escono dalla cella al suono della campana che chiama a
«udienza», discendono e si fermano sulla punta del raggio, dove
aspettano che Minosse vada in sedia.
È una mezz'ora che l'ho veduto.
Il direttore era seduto a un tavolo di cucina, con la faccia sullo
sfogliazzo e le braccia sul tavolo come pesi in riposo. Con una mano
faceva dei segni rossi in margine al nome e con l'altra andava alla
ricerca della pagina.
--Come avete fatto a romperla?
--Mi restò il manico in mano.
Mi entrò negli occhi come per precipitarsi negli abissi della mia
coscienza e risalirne con la bugia in mano.
--Andate! mi disse.
Ho saputo dopo che ero stato condannato a pagarla. Non sono i venti o
i trenta centesimi che mi fanno sprecare l'inchiostro. Ma io domando
se è giustizia di farmi pagare un chiccherotto che mi si è dato
slabbrato e pieno di crepe e che aveva servito a chi sa quanti
detenuti. Vi pare, o signor direttore, è giusto che un poveraccio
sconti col digiuno un avvenimento che può avvenire a voi, alle vostre
figlie, alla vostra signora, alla vostra serva, a tutti coloro che
bevono?
Mi tocca proprio dare dell'animale all'avvocato Guglielmo Gambarotta.
È qui nel mio raggio, sullo stesso piano, ha la cella piena di volumi,
mi ha lasciato supporre che mi avrebbe fatto fare un'indigestione di
libri e poi mi tiene qui a penare e ad aspettarli ad ogni piede che
passa! Che la guardia non abbia voluto prenderli? Ma e la «colomba»,
non ha ancora imparato a «colombare»?
Non ho ancora finito di scrivere l'interrogazione che sono stato
chiamato alla spia da una voce sconosciuta.
--L'avvocato Gambarotta è uscito. Lo saluta.
--Chi siete?
Nessuna risposta. La sua uscita mi lasciò fantasticare. Che si sia
incominciata la scarcerazione degli innocenti?
Il passeggio è monotono. È come un'altra cella scoperchiata. Il gruppo
dei passeggi è di venti raggi che fanno capo a una rotonda di mattoni,
circondata di pietre, sull'alto della quale è la guardia seduta che
sorveglia i detenuti. In direzione opposta i raggi si slargano fino a
far posto a una filata di otto uomini, l'uno al gomito dell'altro. Il
cancello dalla parte più larga del passeggio ha un lastrone di ferro
che impedisce di vedere il viso di chi passa. I muri divisori sono
alti quattro metri, così che i passeggiatori di un passeggio non
possono vedere, nè capire quello che dicono, i passeggiatori di un
altro.
In venti raggi passeggiano dagli ottanta ai cento individui. Una volta
che i raggi sono popolati, la guardia discende la scaletta che conduce
alla sua altura con una manata di fidibus, li accende e li
distribuisce, di raggio in raggio, ai fumatori.
--Fuoco!
Chiusi tra queste pareti vi accorgete subito che il detenuto che
possegga un pezzo di matita lascia traccia della sua passeggiata,
quantunque sia proibitissimo insudiciare o scrivere sui muri. In
questi segni grafici io non vedo nè il grafomane, nè il delinquente.
Vedo semplicemente l'individuo che dice sul muro quello che non può
dire su un pezzetto di carta. Supponete che un condannato di ieri
possa credere che i suoi amici, oggi o domani, passeranno per lo
stesso passeggio. Non esiterà un minuto a scrivere: «Amici, salute.
Condannato a 14 anni e otto mesi. Uscirò il 1913. Coraggio! Salutatemi
la Nina. Addio.»
Si è detto che la muraglia è il libro della canaglia, perchè vi si
leggono ideacce che non possono nascere nel cervello dei galantuomini.
È dubbio. Io vorrei vedere costoro per qualche mese o qualche anno
nello stesso ambiente. A nessuno di noi, liberi, viene in mente di
scarabocchiare sui muri i «morte ai _boia_!» State in prigione e vi
vedrete un giorno o l'altro trascinati a manifestare il vostro odio
contro la spia che vi avrà denunciato, o al giudice per salvarsi, o
alla guardia per ingraziarsela, o al direttore per ottenere qualche
favore. Le stesse guardie carcerarie, le quali sovente sono vittime
dello spionaggio, partecipano di questo sentimento che erompe e trova
il suo sfogo sulle muraglie delle casematte, degli ergastoli, dei
bagni di tutto il mondo. In Francia i delatori sono perseguitati sulle
muraglie come in Italia.
--«Mort aux _vaches_!»
Ci è toccata la prima ora di passeggio. Si esce volentieri alla
mattina, specialmente quando si ha avuto una notte fosforescente come
quella passata. Non sarebbe mancata che l'imprudenza di un solfanello
per metterci in mezzo alle fiamme. I miei compagni sono quelli di
ieri.
Passeggiavano col piacere delle persone che godono mezzo mondo a
sentirsi in mezzo all'aria fresca. Il detenuto che ha i capelli ritti
come setole piantate nella testa, spingeva innanzi la faccia per
sentirsela alitare sugli occhi. Andavamo in su e in giù fumacchiando e
sparlando della direzione.
Un compagno ci raccontava che in un libro, che gli aveva prestato il
cappellano, era detto che al bagno di Tolone i forzati avevano due
arie di un'ora ciascuna. Qui invece ci si lesina anche quella poca ora
regolamentare.
Col sistema della direzione che ci conta l'ora dal primo tocco della
campana d'uscita al primo tocco della campana d'entrata, il
prigioniero del Cellulare non sta mai a passeggio più di cinquanta
minuti. Non c'è errore e ve lo dimostro. Siamo in un raggio di cento
persone. Ci sono due o tre guardie di servizio. Le celle non si
possono spalancare che tirando indietro il catenaccio. Mettete quattro
o sei mani ad aprirle tutte, e poi ditemi se gli ultimi non devono
uscire otto o dieci minuti dopo. La rientrata ha gli stessi
inconvenienti. Perchè i primi a uscire sono anche i primi a rientrare.
Il regolamento non è oscuro. Dice chiaro e tondo che ci si deve, nei
giorni feriali, «almeno un'ora» e maggior tempo «alla domenica».
Invece alla domenica ci si rubano degli altri minuti. Nei giorni
domenicali non si sta mai a passeggio più di tre quarti d'ora. La
ragione è che si aumentano i servizi con lo stesso personale di
sorveglianza. È facile capire perchè non si protesta. Prima di tutto
non è possibile trovarsi d'accordo in un carcere che ha tanti detenuti
che vanno e vengono in un giorno. Poi si farebbe del male alle guardie
che stanno più male di noi che abbiamo svaligiato o assassinato
qualcuno. Hanno un servizio di diciassette o diciotto ore sulle
ventiquattro e pagano, con le trattenute sullo stipendio ridevole, i
pisolini notturni, e le mancanze che fuori di questo luogo farebbero
storcere le budella dalle risa.
La barba lunga mi ha sempre fatto schifo. Al largo me la faccio radere
una volta al giorno. In questo periodo di Bava Beccaris ho dovuto
lasciarmela crescere quattordici giorni. I peli mi pungevano come
tante pagliuzze.
Adesso sono sbarbato e non mi pento. Ma vi so dire che ho passato un
brutto momento. È entrato nella mia cella un uomo che mi pareva avesse
gli occhi lucidi del bevitore. Il suo alito puzzava di grappa e le
maniche della sua giacca sucida erano lastricate del pattume del
mestiere. A ogni movimento sputava in terra la saliva negra della
cicca che egli rivolgeva come un boccone sotto i denti. Mi ha messo al
collo uno straccio sporco come un cencio di cucina. Gli aveva servito
per sbarbare un raggio intiero. A ogni rasoiata sudavo come sotto
un'operazione chirurgica. Avevo sempre paura di vedermi cadere una
sleppa di carne insanguinata. Sbatteva sul pavimento, che avevo reso
lucido con le mie braccia, le ditate della spuma coi peli che si era
accumulata sul suo rasoio. Il suo modo era spiccio. Dalla eminenza
dello zigomo passava per la guancia come una strisciata di rasoio.
Lascia peli dappertutto, specialmente dove il rasoio non può scorrere
liberamente, come nella pozzetta del mento.
Mi brucia la pelle della faccia come se fosse stata scorticata e ho
ancora per il naso l'odore putrilaginoso del suo sapone orribile.
Stamattina riandavo la canzone: