IL PARASSITA INDIPENDENTE

Avete conosciuto il conte Mario Rinalducci?

No! Peccato. Era un carattere originale.

Adesso non lo conoscerete più perchè è morto.

Il conte Mario apparteneva a una famiglia nobile decaduta. Fino a

vent'anni crebbe in mezzo agli agi ed alle mollezze, cullato nella

falsa opinione d'essere un gran signore, nudrito di una educazione

tutta d'apparato, la quale servì piuttosto ad assopire che a svolgere

le attitudini naturali del suo spirito. Infatti egli non era uno

sciocco; aveva anzi quella versatilità d'ingegno, quella facilità

d'imparare, che quando non sono ben dirette, corrono il pericolo di

convertirsi in vere disgrazie per chi le possede. Il fanciullo vedendo

di poter afferrare con poca fatica quanto gli s'insegna, non istudia;

la madre grida al miracolo e porta in processione di casa in casa il

suo illustre rampollo, affine di far dispetto alle altre madri sue

amiche, le quali non sono beatificate di prole sì cospicua e magnanima.

Il nostro contino imparò superficialmente una gran quantità di cose;

a tredici anni faceva versi, nientemeno che versi, strimpellava il

pianoforte, biascicava il francese, disegnava un po' di figura, tirava

di scherma, ballava, e cominciava persino a corteggiar le signore.

Sedicenne, con la prima lanugine sulle guancia, bello della persona,

era il beniamino delle società eleganti; non c'era festa a cui non

lo si invitasse, non allegra brigata di giovani onde egli non facesse

parte.

Quanto al progresso negli studi, c'era forse un po' di sosta; a tredici

anni Mario prometteva di più; nondimeno egli continuava a mandar di

pari passo la poesia, la musica, il disegno e gli esercizi ginnastici.

In poesia mostrava soverchia indipendenza dalle regole grammaticali,

in musica dicevano che qualche volta stuonasse, in disegno offendeva

frequentemente la prospettiva, nella scherma era mediocre; perfetto era

soltanto nel ballo.

Del resto sua madre ripeteva sempre: — Importa molto che Mario studi!

Pur che ci si metta, in un giorno egli fa più strada che gli altri non

facciano in un mese.

E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria,

soggiungeva con una logica tutta sua: — Gli studi regolari convengono

a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al

cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno.

Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo

di pochi mesi, e il giovinetto venne a scoprire che la sua fortuna, la

quale non era stata mai colossale, era sfumata quasi per intero.

Ma non c'era punto da sgomentarsi, pur di avere un po' di criterio e un

po' d'energia. Bisognava uscire da una società frivola e spensierata,

mettersi a studiare sul serio una cosa o l'altra e poi cercarsi una

professione. A venti anni un uomo senza obblighi di famiglia e non

privo di abilità non ha bisogno di quattrini per farsi strada nel

mondo.

Però il Rinalducci tenne un diverso cammino. E la colpa ne fu in

parte sua, in parte degli amici. Egli aveva una ripulsione istintiva

ad accettare una posizione dipendente, a seppellirsi in un ufficio

pubblico o privato, a disciplinare la propria attività. A ogni modo, se

avesse sentito suonarsi all'orecchio un suggerimento virile, forse si

sarebbe risolto a lottare con sè stesso, e quando v'è lotta v'è almeno

la speranza della vittoria.... Ma fra coloro che lo circondavano non ve

n'era nessuno capace di questo suggerimento virile.

Era tutta gente imbevuta di pregiudizi e la cui affezione per esso

era d'indole soltanto egoistica. Un giovine che aveva un bel nome

non poteva mettersi a livello d'un impiegatuccio qualunque, figlio

del primo mascalzone venuto. E poi, e poi lasciar che Mario uscisse

da una società di cui egli era uno fra i principali ornamenti! Chi

poteva stargli a petto nel dirigere una quadriglia? Chi sapeva come lui

suonare una polka in una di quelle festine improvvisate che divertono

tanto? Chi lo uguagliava nel dare le disposizioni per una cena, per

una partita di piacere? No, non conveniva assolutamente perderlo. E

tutti a fargli ressa d'intorno e a rispondere alle sue lamentazioni,

alle sue proteste di voler mutare ambiente, mutar città forse: — Ma

via, ti pare?.... Nemmen per idea... in primo luogo povero affatto non

sei (gli era rimasto qualche migliaio di lire) non sei in condizioni

da doverti cercare un pane da oggi a dimani.... Puoi aspettare, puoi

vedere.... Aggiungi che hai anima di gentiluomo e d'artista, vorresti

spendere il tuo tempo a registrare atti a protocollo o a scrivere

lettere commerciali?... Con tanti amici che hai, col tuo ingegno!...

Vergognati! Invece senza fretta tu farai un quadro, scriverai un opera

e allora avrai le ricchezze e la gloria....

Nessun consiglio ci viene tanto accetto quanto quello che risponda alle

nostre idee, e perciò il contino Rinalducci accolse le espressioni

dei suoi amici con trasporti di vero entusiasmo. Egli era commosso

fino alle lagrime della bontà che gli mostravano le prime famiglie

del paese, della cura con cui esse volevano tutelare il suo decoro.

Era impossibile ch'egli agisse contro la loro opinione, ch'egli si

mostrasse meno tenero del proprio nome di quel che se ne mostrassero

personaggi così illustri quali erano la marchesa C..., la contessa

M..., la principessa L..., i conti R..., il contino A..., per non

parlare di uno sciame di ragazze tutte deliberate a trattarlo come

disertore s'egli abbandonava la _buona_ società.

A ricambiare tanta benevolenza, egli, passati i primi tre mesi di

lutto, continuò a dirigere le quadriglie, a dar le disposizioni per

le gite di piacere, ad accompagnare alla passeggiata le signore di

sua confidenza.... Diede fondo in brevissimo tempo al poco che gli

rimaneva, senza che i suoi studi avessero fatto un passo decisivo.

Egli cominciò a scoprire che aveva il genio, ma che il suo spirito si

ribellava alla tecnica dell'arte, si ribellava al giogo delle regole.

Se si fosse potuto fare un quadro senza disegno nè colore, egli avrebbe

fatto la _Trasfigurazione_ di Raffaello, se si fosse potuto scrivere

un'opera senza le pedanterie del contrappunto, egli avrebbe scritto

gli _Ugonotti_. Malgrado di ciò egli continuava ad esser favorito,

festeggiato, carezzato. E quando fu proprio al verde di quattrini,

si accorse che non era difficile il far debiti, nè impossibile il

trovare nei momenti supremi chi li pagasse. Più di qualche volta l'uno

o l'altro de' suoi intimi aveva consentito ad anticipargli alcune

migliaia di lire, tanto ch'egli potesse mantenersi in quella posizione

indipendente di cui aveva bisogno.... Se Mario non era ben vestito, non

lo si poteva ricevere in società, e come fare a meno di lui in società,

se nessuno possedeva le sue svariate attitudini?...

Il Rinalducci era in relazione troppo stretta con quelli che lo

sovvenivano per sentirsi umiliato dalla loro condiscendenza. — Son cose

che si fanno tra amici — egli diceva, e dispostissimo a fare anch'egli

altrettanto, si sentiva esonerato dagli obblighi della gratitudine e da

quelli del rimborso.

Certo qualche volta gl'imbarazzi eran seri, ma il contino non si

perdeva d'animo. A un vilissimo padrone di casa che si era permesso

di dargli lo sfratto perchè egli non aveva pagato per tutto un

anno la pigione, il nostro eroe rispose per le rime meravigliandosi

della sua petulanza e dichiarando ch'egli non era solito a ricevere

intimazioni. L'altro non si diede per vinto e replicò con frasi di

non dubbio significato. Punto nel vivo, il pigionale ricalcitrante

mandò dal proprietario tiranno due giovanotti, intimi suoi, il conte

C... e il barone V..., coll'incarico di ottenere una ritrattazione

o di fissare le condizioni di una partita d'onore. Ma lo sfidato,

quantunque fosse uomo di fresca età e di membra vigorose, ricusò di

accomodar la faccenda in questa maniera e rise in faccia ai padrini,

i quali, con molta solennità, stesero immediatamente un processo

verbale, che diedero alla luce, lasciando giudice dell'accaduto il

solito pubblico. E il pubblico, della buona società, sentenziò che il

conte Rinalducci e i suoi padrini si erano condotti cavallerescamente,

e che il proprietario era un bifolco senza principii di educazione. Ciò

non tolse che il nostro zerbinotto dovesse cercarsi un'altro alloggio.

E lo trovò per qualche tempo in due stanze d'un palazzo disabitato

appartenente a un amico, al quale egli si guardò bene dal pagare

alcun fitto, dolendosi soltanto della nessuna comodità del quartiere

assegnatogli, quartiere, com'egli diceva, più da servitori che da

gentiluomini. — Come pretendere, egli soggiungeva, che io dipinga o

scriva musica se ho uno studio privo d'aria e di luce? Vergogna! Che

cosa sarebbe costato all'amico X il darmi una stanza migliore?

Nondimeno il Rinalducci volle rispondere con magnanimità a tanta

grettezza, e dipinse a memoria il ritratto del suo ospite, per

fargliene una sorpresa nel suo dì natalizio. Il ritratto somigliava

all'amico X quanto può somigliare la signora... (quasi mi scappava

il nome) alla più bella delle mie lettrici, ma esso parve all'autore

un'opera d'arte così perfetta da non potersi pagare nè con l'abbuono

di cento pigioni, nè con l'invito a diecimila pranzi. Volle sceglierne

egli medesimo la cornice e collocarlo di sua mano nel posto d'onore

sulla parete del salotto dai ricevimento. Più di qualcheduno, non

iniziato nei misteri del pittore, domandò chi fosse quel brutto

ceffo che aveva la bocca storta e guardava losco. E allora il felice

proprietario rispondeva in fretta con qualche impiccio: — Una testa di

fantasia! Una testa di fantasia!

Col passar degli anni le strettezze del conte Mario aumentavano

anzichè diminuire. I suoi creditori, nefanda genia, diventavano più

fastidiosi e i sovventori si mostravano invece meno liberali. E poi,

a poco a poco, l'ambiente in mezzo al quale egli era cresciuto, si

andava spostando e trasformando. I vecchi protettori, amici del babbo

e della mamma, morivano, i compagni della sua gioventù prendevano

moglie, le ragazze che egli aveva trattate confidenzialmente si

maritavano, e non sempre le nuove famiglie erano così benevole a suo

riguardo come le antiche. Egli sorprendeva di tratto in tratto qualche

gesto impaziente, egli udiva qualche parola amara. egli, il favorito

di pochi anni addietro, sentiva, in più d'una occasione, d'esser di

troppo. Ma egli aveva acquistato ormai una faccia tosta invidiabile.

Anche non invitato si cacciava dappertutto, era riuscito a desinare

alla mensa altrui cinque volte per settimana, era riuscito a passare in

varie villeggiature due mesi di primavera e due mesi d'autunno. Sempre

indipendente, non isdegnava di ricambiare i favori dei suoi ospiti

col corteggiarne le mogli, e metteva dalla sua parte le cameriere

corteggiando anche loro. Era un bell'uomo, era elegante, e le donne

chiudevano volentieri un occhio alle sue debolezze. Suoi implacabili

nemici erano i camerieri maschi, perchè non aveva la bassa e servile

abitudine di dar mancie e aveva esigenze da principe. Narra la cronaca

ch'egli fosse una volta gravemente compromesso dalle rivelazioni di

uno staffiere, il quale l'aveva sorpreso nell'atto di consegnare un

bigliettino alla sua padrona.

Il conte Mario fu licenziato su due piedi dalla villa ond'egli godeva

le delizie, ed ebbe l'intimazione di non presentarsi mai più. Egli si

fece un grande onore in questa faccenda sfidando a duello e storpiando

lo screanzato ed insofferente marito, ma dovette stringere una nuova

relazione per supplire al vuoto prodotto dal disgustoso incidente nel

numero de' suoi inviti a pranzo e in quello dei giorni ch'egli passava

in villeggiatura.

Si domanderà perchè il conte Mario non ricorresse ad un sistema molto

in voga fra i pari suoi: vale a dire ad un ricco matrimonio con una

ragazza _avariata_ del suo ceto, o con qualche gobba o sbilenca della

borghesia che fosse disposta a scambiare un mezzo milioncino con un po'

di blasone.

Quelli che seguirono con una certa attenzione le vicende dell'esimio

Rinalducci serbano memoria di quattro proposte di matrimonio che gli

furono fatte, cioè:

La contessina A..., 200 mila lire di dote, trentacinque anni, aspetto

mediocre. Fuggita a venti anni con un ufficiale di cavalleria,

trattenutasi con lui soli otto giorni;

La marchesina B..., 150 mila lire, ventotto anni, non brutta, rea d'un

unico atto di distrazione che sventuratamente produsse una piccola

conseguenza;

La signorina L..., figlia di un negoziante di chiodi, 300 mila lire.

Naso da pappagallo, e un'escrescenza assai pronunziata sulla schiena;

La signorina N..., figlia d'un pizzicagnolo ritirato dagli affari, 350

mila lire, ventisette anni, fianchi posticci, statura eccezionalmente

bassa, un neo a forma di cespuglio sulla guancia, eruzioni cutanee

assai abbondanti ogni primavera.

Come si vede, l'uno o l'altro di questi partiti avrebbe offerto

al conte Mario l'occasione di rimpannucciarsi. I biografi non sono

d'accordo sulle ragioni che fecero andare a vuoto i vari progetti;

i più benevoli affermano che nel momento di stringere i conti egli

cedesse ad una invincibile ripugnanza pell'ignobile contratto; altri

citano cause diverse. In un caso, essi dicono, furono i genitori della

sposa che ruppero i negoziati, appena il conte Mario domandò un acconto

di 10 mila lire sulla dote; in un altro caso una vedova alla quale

egli andava debitore di molto, venuta a cognizione di ciò che stava

macchinandosi dal suo protetto, riuscì a comperare alcune cambiali

sottoscritte dal Rinalducci, e più sollecita della vendetta che del

proprio decoro, lo minacciò d'una procedura sommaria ov'egli non si

sciogliesse senza indugio da qualunque impegno matrimoniale.

Il conte Mario sentì sbollirsi i suoi ardori per la sposina e tornò a

sacrificare all'ara della vedova, ottenendo da lei l'annullamento delle

tratte fatali.

Il conte Mario giunse adunque alla matura virilità senza prender moglie

e senza diventare nè uno scrittore, nè un pittore, nè un maestro di

musica. Era un dilettante mediocre, buono da far madrigali, da disegnar

macchiette, da sonare un walzer o una polka in caso di bisogno. Ma

tutte queste cose non fruttano quattrini, e alla lunga, seppure egli

avesse voluto, gli sarebbe stato ben difficile mettersi al sodo. A

quarant'anni tutti ci chiedono: — O che avete fatto fino al presente?

Come avviene che vi poniate in cammino nel momento, in cui gli altri

arrivano? — E poi — faceva osservare il conte Mario quando sollecitava

uno dei soliti _prestiti_ da uno dei soliti amici — e poi, capisci

bene, col mio nome, nella mia posizione, non posso accettare il primo

impiego che capita. Non dico, se si trattasse di esser direttore

d'una banca, d'una compagnia d'assicurazioni, potrei anche pensarci,

ma è tutta una _camorra_, è una indegnità. Gli uffici sono riserbati

a Caio perchè è parente d'uno dei consiglieri, a Tizio perchè ha le

raccomandazioni di un ricco azionista, del quale sposerà la sorella, a

Sempronio perchè ha l'amicizia della moglie del Presidente. Camorra!

Camorra! Oh un giorno o l'altro li concierò io per le feste questi

aristocratici della Borsa con una satira alfieriana!

Ma la satira alfieriana rimase nella penna al nostro Mario, il quale

volse le forze dell'intelletto a trovar mille ingegnose applicazioni

alla sua teoria che un amico fosse una mucca da mungere a proprio

piacere. Lo svolgimento pratico di questa profonda dottrina gli arrecò

per altro non pochi disinganni, che lo convinsero della tristizia degli

uomini. — Quale egoismo! — egli sclamava dopo aver subito un rifiuto.

— Quale mancanza di cuore! Dirmi di no!...

Poichè alcune delle vecchie relazioni gli andavano via via mancando,

egli cominciò ad esser meno esclusivo nella scelta de' suoi conoscenti

e ad introdursi anche in alcune famiglie borghesi. Però, nemmeno

le nuove conoscenze duravano tutte a lungo, ed egli se ne vendicava

diventando più esigente verso quelle che gli rimanevano fedeli o per

sincera affezione, o per consuetudine, o per timidezza. Giacchè col

crescer degli anni gli era cresciuta in singolar guisa la maldicenza,

e molti temevano d'esser fatti segno a suoi strali.

Lo stanzino del caffè ov'egli teneva cattedra aveva acquistato ormai

un certo grado di celebrità, e non mancavano gli sciocchi e gli

sfaccendati che dicevano — Andiamo un po' a sentire il conte Mario. Ha

la lingua un po' lunga, ma le dice con garbo, e non risparmia nè grandi

nè piccini. Dopo tutto egli non è uomo di partito, è un carattere

indipendente.

Un carattere indipendente! Ecco quello che il conte Rinalducci voleva

che gli altri lo giudicassero, ecco quello ch'egli credeva sul serio

di essere. Povera indipendenza! Che ludibrio hanno fatto del tuo nome!

Tu e la tua sorella libertà siete certo fra le parole più martoriate

del dizionario. E tu per lo appunto, o indipendenza, quante volte

non mascheri a tua insaputa l'abbietto cinismo, l'egoismo gelato e

impudente! Quanti non sono che si vantano indipendenti, perchè non

si lasciano vincere da nessun entusiasmo e da nessuno sdegno, perchè

in mezzo al turbine delle ambizioni e degli affetti ond'è travolta

l'umanità, possono non ambir nulla, e si contentano di appiattarsi

in un angolo per iscagliare il dardo avvelenato dei loro sarcasmi su

tutti quelli che operano, e pensano, e credono, e amano! Non curare

il proprio paese? È indipendenza dalle grettezze della nazionalità.

Non tenersi legati dai benefizi? È indipendenza dalla gratitudine. Non

rispettare la virtù? È indipendenza dalle pedanterie della morale.

Chiedo perdono della digressione. Il conte Rinalducci, io dicevo,

conservava alcuni amici, e questi dovevano supplire anche a quelli

che gli erano andati mancando. Non solo egli era il loro assiduo

commensale, ma voleva altresì esercitare una influenza sui loro sistemi

culinari. Come avviene frequentemente degli oziosi, egli era diventato

gastronomo, ed era delicatissimo nei cibi e nei vini. Rivedeva le

buccie ai cuochi e ai cantinieri, e toglieva la sua stima ad un padrone

di casa che lasciasse portare in tavola un manicaretto non accomodato

a dovere o un vino di qualità inferiore. Chi non capiva la virtù del

_gorgonzola_ grasso era uno zotico, chi non pregiava la polenta coi

beccafichi era un barbaro. Tenne il broncio per due settimane ad una

famiglia, che, dopo averlo invitato una mattina a mangiare le beccacce,

sciupò questa vivanda prelibata con una salsa sgradevole, salsa da

Ostrogoti, com'egli diceva, salsa che era per sè stessa una rivelazione

di gusti grossolani e plebei.

Se un buon pranzo era la cosa principale che il conte Mario domandava

a' suoi amici, egli non intendeva con ciò esonerarli dall'obbligo di

farlo partecipare anche ai loro divertimenti. E non solo egli reputava

essere ormai convenuto che ove andavano i suoi conoscenti dovesse, a

spese loro, andarsene anch'egli, ma suggeriva egli stesso le gite da

farsi, gli spettacoli a cui assistere, e non lasciava pace agli amici

finchè non li aveva indotti ad accogliere i suoi progetti.

E in questi suoi suggerimenti non era già ossequioso, mellifluo, ma

usava modi conformi a quella _indipendenza di carattere_ ch'era il

maggiore suo vanto.

Egli s'era, per esempio, fitto in capo di andare a teatro col signor X.

Ebbene, senza tanti preamboli, egli chiedeva: — _Si è_ preso palco per

stasera?

E se il signor X rispondeva, o che non ci aveva pensato, o che aveva

voglia di restarsene a casa, egli replicava infastidito: — Come! Non

si va a teatro? C'è uno spettacolo di cartello, e si ha il coraggio

di non andare a teatro! Vergognatevi di farvi sentire a dire un'eresia

simile....

Ma qualche volta il signor X non si vergognava e teneva fermo

al suo punto; allora il conte Mario prima di seccare una terza

persona scaraventava addosso all'amico ricalcitrante una serie di

contumelie accusandolo di mancare di gusto e di gentilezza, e d'essere

immeritevole dei favori della fortuna.

Pur non era implacabile e il di appresso si ripresentava, perdonando,

alla tavola di chi aveva vituperato la sera.

Del resto, il conte Mario aveva un modo di ricambiare i favori

ricevuti. Non era egli un grande artista _in potenza_? Ebbene egli

faceva il ritratto dei figli de' suoi anfitrioni. I fanciulli erano

stati sempre il suo forte in pittura, ed egli rammentava con orgoglio

le lodi che avevano accolto una testa d'angelo, lavoro della sua

adolescenza. Adesso i bambini evocati dal suo pennello somigliavano più

ai feti conservati nell'acquavite che agli angioletti dell'_Assunta_;

nondimeno quand'egli aveva condotto a termine una di queste tele

preziose, egli si fregava le mani con compiacenza e diceva fra sè: —

Adesso il creditore son io.

Se questo convincimento di non dover mai nulla a nessuno fosse sincero

o affettato; se quest'aberrazione del suo spirito fosse rotta da

qualche lucido intervallo in cui egli si rendesse conto esatto della

sua posizione, è difficile a dirsi. Forse nella desolate solitudine

della sua casa egli avrà avvertito l'abisso in cui era caduto, ma era

troppo tardi. Ormai, la coscienza del vero non poteva infiammarlo a

virili propositi, l'energia che gli era mancata nella giovinezza non

poteva venirgli nel tramonto della vita. Nè egli si apriva con nessuno.

Mormorava degli uomini e delle cose, si lagnava dell'ingiustizia del

mondo, inveiva, egli rimasto fra gli ultimi, contro tutti quelli che

erano arrivati a una meta, ma confidar le segrete battaglie dell'animo,

ma versare i proprii dolori nel cuor d'un amico non era affar suo. Alla

società nella quale egli era vissuto egli aveva chiesto il piacere, non

lo scambio soave degli affetti e dei pensieri, ed essa non gli aveva

dato più di quanto egli s'era atteso da lei.

Ora ella gli forniva i mezzi di sussistenza come si assegna una

pensione ad un povero invalido; quanto ai conforti dello spirito, nè

ella gliela offriva, nè egli sarebbe stato più capace d'intenderli.

Il tugurio che lo albergava la notte era inaccessibile a tutti

fuorchè a una donnicciuola, al servizio d'altri inquilini della stessa

abitazione, la quale per pochi soldi al mese consentiva a fargli la

stanza. Ma quella donna doveva accudire a' suoi uffici mentre egli

era in casa; per tutto l'oro del mondo egli non le avrebbe lasciato la

chiave della sua camera, temendo ch'ella potesse, lui assente, condurre

qualcheduno fra quelle pareti, testimonio della sua miseria.

Usciva per tempissimo, dopo essersi fatta la barba dinanzi a un

frammento di specchio, dopo aver spolverato in tutti i sensi l'unico

vestito decente che gli restava; usciva senza uno scopo, senza una meta

fissa, cacciato più ch'altro dall'insonnia e dal bisogno di quelle

illusioni che gli erano negate dal triste spettacolo del suo covile.

Percorreva lento, distratto le vie della città, sostando dinanzi alle

mostre delle botteghe, soffermandosi al passar delle belle donnine e

seguendole con un lungo sguardo di desiderio forzatamente platonico.

Com'erano lontani i tempi in cui le belle donnine, accortesi ch'egli

le guardava, si voltavano furtive e sorridevano dietro il ventaglio

od il velo! Le belle donnine di quei tempi erano ormai venerande

matrone, avevano perduto le rose del volto e la svelta leggiadria delle

membra, ma avevano una casa, una famiglia, ma nel sorriso dei loro

figliuoli rivivevano ai lieti di della giovinezza; egli invece aveva

finto di credere la giovinezza eterna, aveva sperato che i piaceri

dei venti anni potessero scaldare un cuor di sessanta, e si trascinava

solo, povero, infermiccio... Misero chi non prepara gli alloggi alla

vecchiezza che giunge! Esso è simile a chi s'affida di mantener perenne

l'estate non vestendo i panni invernali.

Dopo aver passato alcune ore alla bottega di caffè in mezzo agli

eleganti ed ai ricchi tanto per credersi ricco ed elegante al pari di

loro, il conte Mario andava a pranzo da questo o da quello, saziandosi

con un pane e un pezzo di formaggio nei giorni _vuoti_. La sera

rincasava assai tardi, ma non voleva che si discorresse mai del suo

domicilio, del quale egli amava dimenticarsi sotto ogni riguardo,

compreso quello della pigione.

Il conte Rinalducci, come dissi fin da principio, è morto, e l'onore di

ricevere le sue ultime disposizioni toccò al signor Giovanni Battista

Smerigli, ricco possidente, ex-consigliere comunale, che conosceva già

da vent'anni il nostro eroe e che aveva la soddisfazione di dargli da

desinare la domenica, il mercoledì e il venerdì.

Ora, un mercoledì, alle sei in punto, il signor Giovanni Battista

Smerigli, trovandosi nel gabinetto da lavoro di sua moglie, guardò

prima l'orologio, poi la signora Valentina (era il nome della consorte)

e disse: — Per solito Rinalducci a quest'ora è venuto.

— Sicuro, — rispose la signora Valentina senz'alzar gli occhi dal suo

telaio da ricamo.

— È stranissimo, — soggiunse il signor Giovanni Battista.

Indi marito e moglie tacquero e lasciarono scorrere in silenzio altri

cinque minuti.

— Non capisco, — riprese la signora Valentina dopo questo intervallo.

— Se facessimo intanto portare in tavola? — insinuò timidamente il

marito.

— Ti pare? — replicò _madama_. — Rinalducci andrebbe su tutte le furie.

Egli ha dichiarato tante volte che non vuole la minestra fredda...

— E a lasciarla al fuoco la troverà lunga.

— È vero, ma egli ha pur detto che preferisce la minestra lunga alla

fredda.

— Gli è che invece io preferisco la minestra fredda...

— Zitto, vergognati. Un commensale di tanti anni!

— Già... anche troppo commensale, — sospirò il signor Giovanni

Battista, e avrebbe continuato se in quel momento non avesse sentito

bussare all'uscio.

Entrò un servo portando un biglietto. Il signor Smerigli lo prese e

disse subito: — È la scrittura del conte Mario. Ma è singolare... In

lapis, e tutta di traverso... Pare che gli tremasse la mano... Ah!

aspettate, soggiunse il signor Battista rivolgendosi al servo, c'è

scritto anche: _condannata 50 centesimi_. Eccoli...

Il cameriere uscì.

Il signor Smerigli aperse con curiosità il biglietto. La signora

Valentina s'era alzata ella pure dalla sedia e leggeva dietro le spalle

del marito. Tutto il messaggio consisteva in due righe:

_Sto male, fatevi subito accompagnare a casa mia dal latore._

Alla finestra: Novelle · 第 32 / 42 题