— Diavolo! diavolo! — disse il signor Smerigli. — A quest'ora! come si
fa? Senza aver pranzato?...
— Non puoi ricusarti, — osservò la signora Valentina.
— È presto detto, ma io non so nemmeno l'indirizzo preciso di Mario.
— Non c'è il portatore della lettera che deve accompagnarti?
— Sì, sta a vedere se non se n'è già andato...
La signora Valentina scosse il campanello. — La persona che ha portato
questa lettera? — ella chiese al servo che si presentò.
— È giù che attende.
— Vedi bene, — riprese la signora Valentina indirizzandosi al consorte.
Il signor Smerigli capì che non c'era rimedio, bevette in piedi una
tazza di brodo e uscì brontolando.
Quand'egli fu introdotto nella cameruccia del suo amico, lo trovò
disteso sopra un letto senza lenzuola, mezzo vestito, e aggravato
per modo che non poteva ormai pronunziar più una parola. Lo assisteva
pietosamente una donna attempata, quella stessa che si prendeva cura
delle poche sue robe e della sua miserabile stanza.
— Questa mattina, — ella disse, — il conte si era alzato come il solito
e m'aveva chiamato a fargli la camera. Poi si pentì e mi ordinò che lo
lasciassi solo. A mezzogiorno, non vedendolo uscire, gli chiesi se si
sentisse male e se volesse nulla. Mi rispose che stava bene, che non
abbisognava di niente e che non lo seccassi... Finalmente un'ora fa,
contro l'usanza, suonò il campanello. Lo trovai ansante e che stentava
a parlare. Mi diede un biglietto per lei incaricandomi di farglielo
aver subito. Io nello stesso tempo feci chiamare un medico che fu qui
pochi minuti or sono, tentennò il capo, fece un salasso e disse che
tornerà entro mezz'ora.... Santo Iddio!... Chi si sarebbe figurato una
cosa simile?... Ancora un uomo fresco....
E la buona vecchia si rasciugò gli occhi col dorso della mano.
Il conte Mario, sebbene non potesse parlare, riconobbe lo Smerigli e
gli fece cenno d'avvicinarsi. Indi con grande sforzo tolse di sotto il
capezzale una specie di lettera suggellata e gliela consegnò.
— Devo aprire? — chiese il signor Smerigli.
Il moribondo fece un gesto con la mano, come a dire: aspettate.
Tornò il medico e dichiarò che non c'era più speranza. Infatti il
pover'uomo morì di lì a poco.
Il mattino successivo, alla presenza di testimoni e nella camera stessa
del defunto, il signor Smerigli aperse il piego che aveva ricevuto.
In cima alla pagina era scritto in bel carattere rotondo la parola
_testamento_.
Che razza di testamento poteva mai fare uno spiantato come il conte
Rinalducci?
Il signor Smerigli lesse ad alta voce:
_Lascio al mio amico Giovanni Battista Smerigli l'incarico di
farmi seppellire. Desidero funerali decorosi ma senza pompa. Lo
stesso amico Smerigli è pure incaricato di far mettere sulla mia
tomba una lapide colla seguente semplicissima iscrizione:_
MARIO CONTE RINALDUCCI
D'ANNI..... MESI.....
VISSE E MORÌ INDIPENDENTE.
— Accetta l'eredità? — chiese il giudice con una certa aria da
canzonatura.
— Sì, sì, che vuol farci? — rispose il signor Smerigli, scrollando le
spalle. — Ma, Dio l'abbia in gloria, un gran bel seccatore!