La signora Paola, che così si chiamava la nonna, aveva settant'anni
sonati; ma era ancora assai vigorosa. Il suo passo era franco e sicuro,
l'occhio vivo, il volto solcato da pochissime rughe. I suoi capelli
erano quasi tutti bianchi, non radi però, chè anzi di poco ne era
scemato cogli anni il volume. E docili ancora si bipartivano con bella
regolarità sulle tempie dando una maestà severa alla sua fisonomia.
Ella era anche buona e caritatevole, la signora Paola, nè in famiglia
si mostrava punto esigente come usano talvolta le persone dell'età sua.
Anzi se qualcheduno aveva davvero bisogno di lei, se v'erano malati in
casa, ella diveniva un miracolo di attività e di abnegazione. Fuori
che in queste occasioni si notava in tutto il suo contegno un certo
riserbo, un desiderio frequente di solitudine e di silenzio. Non era
espansiva nè con la nuora, nè col figlio, nè coi nipoti. Verso questi
ultimi era affettuosa, ma senza gli spasimi che le nonne sogliono
avere. Il solo Gino, che cacciava il naso dappertutto e non aveva
soggezione d'anima viva, penetrava volentieri nel santuario della sua
camera e forzava le carezze della rigida matrona. Appunto una di queste
visite era finita colla catastrofe dello schiaffo. Che cosa facesse
Gino lo sappiamo; non ci siamo però ancora resi ragione dell'impeto
subitaneo della signora Paola.
A capacitarcene è forza conoscere qualche fatterello assai semplice.
Alla signora Paola era accaduto ciò che accade a moltissime donne.
Come suo figlio aveva avuto successivamente due mogli, così ella aveva
avuto due mariti. Era stata fedele all'uno ed all'altro, ma l'amor
suo, l'amore della sua anima ardente ella non lo aveva dato che al
primo.... O perchè adunque s'era rimaritata? chiederanno i pedanti.
Bella domanda. Si fa presto a dire: la vedova che amava sul serio lo
sposo non deve rimaritarsi, non deve profanare il santuario delle sue
memorie, ecc. ecc. Son frasi. Figuratevi una povera giovinetta che a
poco più di vent'anni resta priva del compagno ch'ella si era scelto
per tutta la vita. È bella; viver sola non può senza esporsi a cento
insidie, a cento pericoli; tornare nella famiglia, s'ella ha ancora
famiglia, lo può certamente, ci torna anzi; ma ci starà sempre, ma la
sua casa sarà quella ch'era prima? La cameretta ov'ella dormì i suoi
sonni di vergine avrà mutato aspetto; nei volti dei suoi genitori
non sarà certo scolpito un amore men vivo, sarà forse una tenerezza
maggiore, e tuttavia anche l'espressione di quei volti sarà cambiata.
Pei fratelli, pelle sorelle ella sarà sempre carissima, ma cara in
un altro modo; non glielo si dirà certamente, ma si sentirà che ella
porta nella sua vecchia dimora un fardello di tristi memorie.... Non è
più la spensierata fanciulla di qualche anno addietro; bisogna usarle
speciali riguardi; ella ha ormai un passato di cui non conviene evocare
fuor di luogo le ricordanze; in faccia a lei certe allegrezze troppo
rumorose non istanno bene.... E poi mettiamo che un'altra sorella abbia
un giovine che la corteggi; la vedova non è più la natural confidente
di questi amori come quand'era ragazza; adesso ella è una seconda
edizione della mamma, severa come lei senz'averne l'autorità. E mamma
e babbo e fratelli d'ambo i sessi sono d'accordo a dire ch'è stata
una grande disgrazia _per tutti_ che la povera Elisa, o Matilde, o
Lucia, comunque si chiami, abbia dovuto rimanere così a quell'età!...
E la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, che indovina i loro pensieri e
non può asfissiarsi col carbone, o perchè i suoi sentimenti religiosi
glielo proibiscono o perchè ha paura della morte, dopo aver detto
di no tre o quattro volte, si decide finalmente ad accogliere una
nuova proposizione di matrimonio, e domandando perdono all'ombra del
suo indimenticabile Arturo, o Luigi, o Aristodemo, passa a tentar la
fortuna del secondo talamo.
La signora Paola era vissuta da due anni col suo primo marito, due anni
di cielo, come si dice in linguaggio poetico. No, non è possibile esser
tanto felici. Quando s'era sposata ella aveva sedici anni ed egli ne
aveva ventuno, e agli occhi di lei era bello come un Adone, buono come
un angelo, e pieno d'ingegno, di brio, di coraggio. Si chiamava Ettore.
Non è ben certo ch'egli avesse tutte le qualità attribuitegli da sua
moglie; spaventato forse dell'idea di dover col tempo scendere dal
piedestallo di gloria su cui ella lo aveva collocato, egli pensò bene
di pigliarsi una perniciosa e di morire. Morì lasciandole un bambino
di 13 mesi di nome Paride. Benedetta guerra di Troia! Non ce la siamo
ancora dimenticata.
Vedova nell'età in cui le altre donne sogliono essere ancora
ragazze, la signora Paolina, immersa nella più vera e profonda
desolazione, giurò di consacrarsi intera alla memoria del suo Ettore
e all'educazione di quel pegno diletto che gliene era rimasto.... Era
tutto lui. Negli occhi, nel naso, nei capelli ricciuti!... Guai a chi
le parlasse di matrimonio, guai!...
Ma la sventurata Paolina non era per anco rinvenuta dallo sbalordimento
di quel primo colpo, quando gliene toccò un altro non meno terribile.
Il suo Paride, il suo bimbo, il suo tesoro, la sola sua ambizione,
il solo scopo della sua vita, morì anch'egli che non aveva due anni.
La morte falcia volentieri le testine bionde. È inutile descrivere lo
spasimo della madre. Si temette ch'ella ne perdesse la vita o almeno
la ragione. Risentitasi dopo alcuni mesi, si trovò come smarrita nel
mondo. Sarebbe andata monaca se il suo Ettore non le avesse lasciato
in retaggio un orrore invincibile pei chiostri. Fece adunque quello
che fanno le altre donne nella sua condizione; si ridusse presso
la sua famiglia, traendovi una vita vegetativa. Ma era di mezzi di
fortuna molto ristretti. Il suo Ettore sarebbe diventato sicuramente
un grand'uomo, ma gliene era mancato il tempo, e intanto, appunto
per estendere la sua conoscenza degli uomini e delle cose, aveva
assottigliato la non cospicua dote della moglie.
— Che non mi si venga a discorrere d'interesse — aveva detto la vedova
— perchè non voglio saperne. Vergogna!
Così la signora Paola, senz'accorgersene, finì coll'essere a carico
della famiglia. Ma queste cose non possono rimaner sempre occulte,
e anche la poveretta, per quanto i suoi glielo dissimulassero, alla
lunga venne a saperlo. Allora pianti, e sospiri, e disperazioni, e fra
lei e suo padre uno di que' dialoghi che sogliono tenersi in simili
circostanze.
— Bisogna ch'io veda di rendermi utile, che io faccia qualche cosa.
— Nemmen per sogno, io non te lo permetterò mai.
— In fin dei conti son libera.
— Finchè son vivo io, mia figlia non si abbasserà a lavorar per
guadagno.
— Pregiudizii. È necessario che le donne comincino a procurarsi da sè
i mezzi della loro esistenza.
— Idee nuove che io non accetto.
— Idee vecchie sono piuttosto le vostre....
— Oh bravissima. Si metta a censurar suo padre. È di moda....
— No, babbo.... io non volevo.... Ah me infelice! Il mio Ettore! Il mio
Ettore!
E giù in un pianto dirotto.
Questa scena rinnovata più volte con piccole variazioni finì col
produrre singolari cambiamenti nel modo di vedere della signora
Paolina, e in capo a quattr'anni di vedovanza, ella, senza nemmeno
saper rendersi conto del come, si trovò fidanzata una seconda volta.
Il suo nuovo marito si chiamava Mansueto e l'unico figlio ch'ella
n'ebbe, si volle a tutti i costi battezzar per Pacifico. Dal nome
in giù era una completa antitesi fra il suo primo e il suo secondo
consorte, il suo primo e il suo secondo figliuolo. Il suo Ettore
era bello, vivace, aitante della persona, il signor Mansueto era di
fisonomia insulsa, piccolo, goffo. Paride prometteva di far onore
al suo nome, era nelle fasce un vero angioletto; a due anni, quando
soccombette a una malattia di poche ore, camminava già solo, parlava,
aveva messo più denti; questo Pacifico invece non cresceva mai,
non riusciva mai a reggersi sulle gambe, non imparava nemmeno a dir
_mamma_ e _babbo_, e benchè in complesso fosse sano, era sempre triste
e piagnucoloso. Quindi la signora Paola era tratta irresistibilmente
ai confronti, e quantunque facesse il possibile per amare il suo
rispettabile consorte, e amasse con sincero affetto l'unico frutto di
questo suo connubio, il suo pensiero correva al passato. E il passato
diventava tanto più bello agli occhi di lei, quanto più larga tratta di
tempo ne la divideva, e a poco a poco con le virtù della immaginazione
ella se ne era fatta una specie di paradiso terrestre. Ma di questo
paradiso, di questa età dell'oro della sua vita non le restavano altre
reliquie che due ciocche di capelli ed un piccolo specchio. Due ciocche
di capelli recise dalla testa del suo Ettore e di Paride suo nel
giorno in cui erano morti, e lo specchio medesimo rotto tanti anni dopo
dall'insolentissimo Gino.
La storia di quello specchio si chiude in poche parole.
Esso era una suppellettile di casa della Paolina e stava nella sua
camera da letto. Se ne era fatta una festa quando glielo avevano
regalato, ed era veramente, nella sua piccolezza, leggiadro e
nitidissimo. Ma i pregi esteriori svaniti col tempo non eran quelli
che glielo rendessero caro. Era piuttosto l'averlo avuto compagno
per tanta parte della vita, l'esservisi vista riflessa in sì diverse
condizioni ed età; era poi qualche episodio insignificante in sè, ma
prezioso per lei. No certo, ella non dimenticherà mai quel giorno, il
giorno delle prime sue nozze, in cui, seduta davanti al suo specchio
favorito, ancora in vesta da mattina e mezzo discinta, coll'accappatoio
sulle spalle, ella si lasciava acconciare i capelli dalla cameriera,
mentre la madre e una vecchia zia la contemplavano estatiche da
tutte le parti. Pallida, tremante, ma piena in cuore di una ebbrezza
ineffabile e nuova, ella guardava nel suo cristallo come attraverso le
lenti di un panorama. E vi vedeva prima di tutto sè stessa, in verità
un bel visino, proprio una rosa bianca sbocciata appena e stillante
rugiada dai petali; poi, curve sopra di lei in vari atteggiamenti e
la cameriera, e la mamma, e la zia; quindi, in un piano posteriore, le
suppellettili della sua camera in un certo disordine, il letto sfatto,
il suo letto di fanciulla ove ella credeva di aver dormito per l'ultima
volta, e le sedie, e l'armadio, e il sofà sul quale era distesa la
sua candida vesta di sposa e la sua ghirlanda di fiori di cedro:
finalmente, nel fondo, l'altro specchio men limpido ma assai più grande
ch'era infisso alla parete e nella cui luce ella si sarebbe di lì a
poco mirata tutta intera e in tutto lo splendore del suo abbigliamento
nuziale. Ed ecco l'uscio dietro di lei socchiudersi pian piano, e dallo
spiraglio far capolino prima un riccio di capelli, poi un naso, un
occhio e la punta d'un baffo.
— Che cos'hai? — chiese la madre, la quale non aveva avvertito altro
che il rossore improvviso diffusosi sul volto alla Paolina.
Ma la cameriera aveva visto ogni cosa nello specchio e sorrideva senza
scomporsi.
La vecchia zia allora si voltò bruscamente e si accorse che qualcheduno
aveva cacciato la testa attraverso l'uscio e che _quel qualcheduno_ era
nientemeno che il signor Ettore, il promesso sposo.
— Ah signor impertinente! — disse la venerabile matrona con una voce
che somigliava al suono di una pentola fessa. — Non sa che non si può
entrare?
Troppo tardi! Il nemico aveva sorpreso la posizione. Messosi al posto
della cameriera, il signor Ettore s'era curvato sulla sua Paolina, e
a lei che, stringendosi quanto più poteva l'accappatoio alle spalle
seminude e mettendo un piccolo grido, s'era arrovesciata sulla
spalliera della seggiola, aveva stampato un sonoro bacio sulla bocca.
Scossa allo spettacolo e forse rammentando chi sa che cosa, la vecchia
zia aveva fiutato in gran furia due prese di tabacco, la cameriera
sorrideva in un angolo, e la buona madre, mentre tentava di allontanare
lo sposo e di raccomandargli la calma, non poteva trattenere le
lagrime. Era un bel quadretto che lo specchio riproduceva con la sua
scrupolosa fedeltà e di cui la Paolina non aveva certo agio, in quella
voluttà e concitazione dell'animo, di coglier tutti i particolari,
ma del quale ella aveva visto, come attraverso una nuvola d'oro,
l'insieme.
E così quello specchio le divenne tanto caro che ella volle portarselo
seco nella sua nuova dimora. E lo collocò come un fedele e discreto
amico nel suo abbigliatoio in mezzo ad altri mobili più belli ed
eleganti ma meno simpatici al suo cuore. Dinanzi ad esso ella continuò
a pettinarsi, in esso vide riflessa la gioia serena de' suoi tempi
felici, in esso vide la ingenua sorpresa del suo bambino quando gli
si affacciava di là un'altra immagine infantile, ed egli sporgeva le
labbra a baciarla. Mutati i tempi, vide nello specchio le nubi che
oscurarono la sua fronte, e le lagrime che colarono dalle sue ciglia,
e le rughe che solcarono le sue gote. Tutta la sua vita era passata,
ombra fuggitiva, di là. Dalla casa maritale tornò alla casa paterna,
da questa entrò sotto il tetto di un nuovo marito, e lo specchio la
seguitò sempre come un quadro di famiglia. Ed era un quadro veramente,
era tutta la sua galleria domestica, senonchè le figure v'erano evocate
da uno sforzo d'immaginazione. Vive sempre nella sua fantasia, esse
non pigliavano mai così esatti contorni come nella luce di quel breve
e fragil cristallo.
Non maravigliamoci adunque se la signora Paola sta in atteggiamento
di profondo dolore dinanzi ai frantumi di quella sua cara reliquia;
pensiamo piuttosto quante volte al giorno, più colpevoli assai
dell'imprudente bambino, o con una parola acerba, o con un gesto
villano, o con un ghigno beffardo, noi turbiamo caste e sante memorie,
noi interrompiamo l'opera laboriosa con la quale altri ritesse la tela
del suo passato.