II.

La signora Paola, che così si chiamava la nonna, aveva settant'anni

sonati; ma era ancora assai vigorosa. Il suo passo era franco e sicuro,

l'occhio vivo, il volto solcato da pochissime rughe. I suoi capelli

erano quasi tutti bianchi, non radi però, chè anzi di poco ne era

scemato cogli anni il volume. E docili ancora si bipartivano con bella

regolarità sulle tempie dando una maestà severa alla sua fisonomia.

Ella era anche buona e caritatevole, la signora Paola, nè in famiglia

si mostrava punto esigente come usano talvolta le persone dell'età sua.

Anzi se qualcheduno aveva davvero bisogno di lei, se v'erano malati in

casa, ella diveniva un miracolo di attività e di abnegazione. Fuori

che in queste occasioni si notava in tutto il suo contegno un certo

riserbo, un desiderio frequente di solitudine e di silenzio. Non era

espansiva nè con la nuora, nè col figlio, nè coi nipoti. Verso questi

ultimi era affettuosa, ma senza gli spasimi che le nonne sogliono

avere. Il solo Gino, che cacciava il naso dappertutto e non aveva

soggezione d'anima viva, penetrava volentieri nel santuario della sua

camera e forzava le carezze della rigida matrona. Appunto una di queste

visite era finita colla catastrofe dello schiaffo. Che cosa facesse

Gino lo sappiamo; non ci siamo però ancora resi ragione dell'impeto

subitaneo della signora Paola.

A capacitarcene è forza conoscere qualche fatterello assai semplice.

Alla signora Paola era accaduto ciò che accade a moltissime donne.

Come suo figlio aveva avuto successivamente due mogli, così ella aveva

avuto due mariti. Era stata fedele all'uno ed all'altro, ma l'amor

suo, l'amore della sua anima ardente ella non lo aveva dato che al

primo.... O perchè adunque s'era rimaritata? chiederanno i pedanti.

Bella domanda. Si fa presto a dire: la vedova che amava sul serio lo

sposo non deve rimaritarsi, non deve profanare il santuario delle sue

memorie, ecc. ecc. Son frasi. Figuratevi una povera giovinetta che a

poco più di vent'anni resta priva del compagno ch'ella si era scelto

per tutta la vita. È bella; viver sola non può senza esporsi a cento

insidie, a cento pericoli; tornare nella famiglia, s'ella ha ancora

famiglia, lo può certamente, ci torna anzi; ma ci starà sempre, ma la

sua casa sarà quella ch'era prima? La cameretta ov'ella dormì i suoi

sonni di vergine avrà mutato aspetto; nei volti dei suoi genitori

non sarà certo scolpito un amore men vivo, sarà forse una tenerezza

maggiore, e tuttavia anche l'espressione di quei volti sarà cambiata.

Pei fratelli, pelle sorelle ella sarà sempre carissima, ma cara in

un altro modo; non glielo si dirà certamente, ma si sentirà che ella

porta nella sua vecchia dimora un fardello di tristi memorie.... Non è

più la spensierata fanciulla di qualche anno addietro; bisogna usarle

speciali riguardi; ella ha ormai un passato di cui non conviene evocare

fuor di luogo le ricordanze; in faccia a lei certe allegrezze troppo

rumorose non istanno bene.... E poi mettiamo che un'altra sorella abbia

un giovine che la corteggi; la vedova non è più la natural confidente

di questi amori come quand'era ragazza; adesso ella è una seconda

edizione della mamma, severa come lei senz'averne l'autorità. E mamma

e babbo e fratelli d'ambo i sessi sono d'accordo a dire ch'è stata

una grande disgrazia _per tutti_ che la povera Elisa, o Matilde, o

Lucia, comunque si chiami, abbia dovuto rimanere così a quell'età!...

E la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, che indovina i loro pensieri e

non può asfissiarsi col carbone, o perchè i suoi sentimenti religiosi

glielo proibiscono o perchè ha paura della morte, dopo aver detto

di no tre o quattro volte, si decide finalmente ad accogliere una

nuova proposizione di matrimonio, e domandando perdono all'ombra del

suo indimenticabile Arturo, o Luigi, o Aristodemo, passa a tentar la

fortuna del secondo talamo.

La signora Paola era vissuta da due anni col suo primo marito, due anni

di cielo, come si dice in linguaggio poetico. No, non è possibile esser

tanto felici. Quando s'era sposata ella aveva sedici anni ed egli ne

aveva ventuno, e agli occhi di lei era bello come un Adone, buono come

un angelo, e pieno d'ingegno, di brio, di coraggio. Si chiamava Ettore.

Non è ben certo ch'egli avesse tutte le qualità attribuitegli da sua

moglie; spaventato forse dell'idea di dover col tempo scendere dal

piedestallo di gloria su cui ella lo aveva collocato, egli pensò bene

di pigliarsi una perniciosa e di morire. Morì lasciandole un bambino

di 13 mesi di nome Paride. Benedetta guerra di Troia! Non ce la siamo

ancora dimenticata.

Vedova nell'età in cui le altre donne sogliono essere ancora

ragazze, la signora Paolina, immersa nella più vera e profonda

desolazione, giurò di consacrarsi intera alla memoria del suo Ettore

e all'educazione di quel pegno diletto che gliene era rimasto.... Era

tutto lui. Negli occhi, nel naso, nei capelli ricciuti!... Guai a chi

le parlasse di matrimonio, guai!...

Ma la sventurata Paolina non era per anco rinvenuta dallo sbalordimento

di quel primo colpo, quando gliene toccò un altro non meno terribile.

Il suo Paride, il suo bimbo, il suo tesoro, la sola sua ambizione,

il solo scopo della sua vita, morì anch'egli che non aveva due anni.

La morte falcia volentieri le testine bionde. È inutile descrivere lo

spasimo della madre. Si temette ch'ella ne perdesse la vita o almeno

la ragione. Risentitasi dopo alcuni mesi, si trovò come smarrita nel

mondo. Sarebbe andata monaca se il suo Ettore non le avesse lasciato

in retaggio un orrore invincibile pei chiostri. Fece adunque quello

che fanno le altre donne nella sua condizione; si ridusse presso

la sua famiglia, traendovi una vita vegetativa. Ma era di mezzi di

fortuna molto ristretti. Il suo Ettore sarebbe diventato sicuramente

un grand'uomo, ma gliene era mancato il tempo, e intanto, appunto

per estendere la sua conoscenza degli uomini e delle cose, aveva

assottigliato la non cospicua dote della moglie.

— Che non mi si venga a discorrere d'interesse — aveva detto la vedova

— perchè non voglio saperne. Vergogna!

Così la signora Paola, senz'accorgersene, finì coll'essere a carico

della famiglia. Ma queste cose non possono rimaner sempre occulte,

e anche la poveretta, per quanto i suoi glielo dissimulassero, alla

lunga venne a saperlo. Allora pianti, e sospiri, e disperazioni, e fra

lei e suo padre uno di que' dialoghi che sogliono tenersi in simili

circostanze.

— Bisogna ch'io veda di rendermi utile, che io faccia qualche cosa.

— Nemmen per sogno, io non te lo permetterò mai.

— In fin dei conti son libera.

— Finchè son vivo io, mia figlia non si abbasserà a lavorar per

guadagno.

— Pregiudizii. È necessario che le donne comincino a procurarsi da sè

i mezzi della loro esistenza.

— Idee nuove che io non accetto.

— Idee vecchie sono piuttosto le vostre....

— Oh bravissima. Si metta a censurar suo padre. È di moda....

— No, babbo.... io non volevo.... Ah me infelice! Il mio Ettore! Il mio

Ettore!

E giù in un pianto dirotto.

Questa scena rinnovata più volte con piccole variazioni finì col

produrre singolari cambiamenti nel modo di vedere della signora

Paolina, e in capo a quattr'anni di vedovanza, ella, senza nemmeno

saper rendersi conto del come, si trovò fidanzata una seconda volta.

Il suo nuovo marito si chiamava Mansueto e l'unico figlio ch'ella

n'ebbe, si volle a tutti i costi battezzar per Pacifico. Dal nome

in giù era una completa antitesi fra il suo primo e il suo secondo

consorte, il suo primo e il suo secondo figliuolo. Il suo Ettore

era bello, vivace, aitante della persona, il signor Mansueto era di

fisonomia insulsa, piccolo, goffo. Paride prometteva di far onore

al suo nome, era nelle fasce un vero angioletto; a due anni, quando

soccombette a una malattia di poche ore, camminava già solo, parlava,

aveva messo più denti; questo Pacifico invece non cresceva mai,

non riusciva mai a reggersi sulle gambe, non imparava nemmeno a dir

_mamma_ e _babbo_, e benchè in complesso fosse sano, era sempre triste

e piagnucoloso. Quindi la signora Paola era tratta irresistibilmente

ai confronti, e quantunque facesse il possibile per amare il suo

rispettabile consorte, e amasse con sincero affetto l'unico frutto di

questo suo connubio, il suo pensiero correva al passato. E il passato

diventava tanto più bello agli occhi di lei, quanto più larga tratta di

tempo ne la divideva, e a poco a poco con le virtù della immaginazione

ella se ne era fatta una specie di paradiso terrestre. Ma di questo

paradiso, di questa età dell'oro della sua vita non le restavano altre

reliquie che due ciocche di capelli ed un piccolo specchio. Due ciocche

di capelli recise dalla testa del suo Ettore e di Paride suo nel

giorno in cui erano morti, e lo specchio medesimo rotto tanti anni dopo

dall'insolentissimo Gino.

La storia di quello specchio si chiude in poche parole.

Esso era una suppellettile di casa della Paolina e stava nella sua

camera da letto. Se ne era fatta una festa quando glielo avevano

regalato, ed era veramente, nella sua piccolezza, leggiadro e

nitidissimo. Ma i pregi esteriori svaniti col tempo non eran quelli

che glielo rendessero caro. Era piuttosto l'averlo avuto compagno

per tanta parte della vita, l'esservisi vista riflessa in sì diverse

condizioni ed età; era poi qualche episodio insignificante in sè, ma

prezioso per lei. No certo, ella non dimenticherà mai quel giorno, il

giorno delle prime sue nozze, in cui, seduta davanti al suo specchio

favorito, ancora in vesta da mattina e mezzo discinta, coll'accappatoio

sulle spalle, ella si lasciava acconciare i capelli dalla cameriera,

mentre la madre e una vecchia zia la contemplavano estatiche da

tutte le parti. Pallida, tremante, ma piena in cuore di una ebbrezza

ineffabile e nuova, ella guardava nel suo cristallo come attraverso le

lenti di un panorama. E vi vedeva prima di tutto sè stessa, in verità

un bel visino, proprio una rosa bianca sbocciata appena e stillante

rugiada dai petali; poi, curve sopra di lei in vari atteggiamenti e

la cameriera, e la mamma, e la zia; quindi, in un piano posteriore, le

suppellettili della sua camera in un certo disordine, il letto sfatto,

il suo letto di fanciulla ove ella credeva di aver dormito per l'ultima

volta, e le sedie, e l'armadio, e il sofà sul quale era distesa la

sua candida vesta di sposa e la sua ghirlanda di fiori di cedro:

finalmente, nel fondo, l'altro specchio men limpido ma assai più grande

ch'era infisso alla parete e nella cui luce ella si sarebbe di lì a

poco mirata tutta intera e in tutto lo splendore del suo abbigliamento

nuziale. Ed ecco l'uscio dietro di lei socchiudersi pian piano, e dallo

spiraglio far capolino prima un riccio di capelli, poi un naso, un

occhio e la punta d'un baffo.

— Che cos'hai? — chiese la madre, la quale non aveva avvertito altro

che il rossore improvviso diffusosi sul volto alla Paolina.

Ma la cameriera aveva visto ogni cosa nello specchio e sorrideva senza

scomporsi.

La vecchia zia allora si voltò bruscamente e si accorse che qualcheduno

aveva cacciato la testa attraverso l'uscio e che _quel qualcheduno_ era

nientemeno che il signor Ettore, il promesso sposo.

— Ah signor impertinente! — disse la venerabile matrona con una voce

che somigliava al suono di una pentola fessa. — Non sa che non si può

entrare?

Troppo tardi! Il nemico aveva sorpreso la posizione. Messosi al posto

della cameriera, il signor Ettore s'era curvato sulla sua Paolina, e

a lei che, stringendosi quanto più poteva l'accappatoio alle spalle

seminude e mettendo un piccolo grido, s'era arrovesciata sulla

spalliera della seggiola, aveva stampato un sonoro bacio sulla bocca.

Scossa allo spettacolo e forse rammentando chi sa che cosa, la vecchia

zia aveva fiutato in gran furia due prese di tabacco, la cameriera

sorrideva in un angolo, e la buona madre, mentre tentava di allontanare

lo sposo e di raccomandargli la calma, non poteva trattenere le

lagrime. Era un bel quadretto che lo specchio riproduceva con la sua

scrupolosa fedeltà e di cui la Paolina non aveva certo agio, in quella

voluttà e concitazione dell'animo, di coglier tutti i particolari,

ma del quale ella aveva visto, come attraverso una nuvola d'oro,

l'insieme.

E così quello specchio le divenne tanto caro che ella volle portarselo

seco nella sua nuova dimora. E lo collocò come un fedele e discreto

amico nel suo abbigliatoio in mezzo ad altri mobili più belli ed

eleganti ma meno simpatici al suo cuore. Dinanzi ad esso ella continuò

a pettinarsi, in esso vide riflessa la gioia serena de' suoi tempi

felici, in esso vide la ingenua sorpresa del suo bambino quando gli

si affacciava di là un'altra immagine infantile, ed egli sporgeva le

labbra a baciarla. Mutati i tempi, vide nello specchio le nubi che

oscurarono la sua fronte, e le lagrime che colarono dalle sue ciglia,

e le rughe che solcarono le sue gote. Tutta la sua vita era passata,

ombra fuggitiva, di là. Dalla casa maritale tornò alla casa paterna,

da questa entrò sotto il tetto di un nuovo marito, e lo specchio la

seguitò sempre come un quadro di famiglia. Ed era un quadro veramente,

era tutta la sua galleria domestica, senonchè le figure v'erano evocate

da uno sforzo d'immaginazione. Vive sempre nella sua fantasia, esse

non pigliavano mai così esatti contorni come nella luce di quel breve

e fragil cristallo.

Non maravigliamoci adunque se la signora Paola sta in atteggiamento

di profondo dolore dinanzi ai frantumi di quella sua cara reliquia;

pensiamo piuttosto quante volte al giorno, più colpevoli assai

dell'imprudente bambino, o con una parola acerba, o con un gesto

villano, o con un ghigno beffardo, noi turbiamo caste e sante memorie,

noi interrompiamo l'opera laboriosa con la quale altri ritesse la tela

del suo passato.

Alla finestra: Novelle · 第 31 / 42 题