Patatrac.
Patatin.
Questi due suoni si fecero sentire quasi contemporaneamente una
mezz'ora prima del tempo di desinare in casa del signor Pacifico
Rosettini, dottore in legge e possidente, e loro tenne dietro un
rumoroso pianto infantile. La signora Virginia, seconda moglie
del signor Pacifico, la quale sedeva nel salotto da lavoro curva
sopra un ricamo; il signor Pacifico stesso che stava preparando una
_conclusionale_; la cameriera Adelaide che apparecchiava la tavola, e
due ragazzini fra gli otto e i dieci anni tornati in quel momento dalla
scuola e ronzanti intorno alle casseruole della cucina, convennero
da vari punti sul luogo dond'era venuto il rumore, e accolsero con
differenti esclamazioni e domande un fanciullo che poteva avere poco
più di un lustro d'età e che scendeva una breve e agevole scaletta con
una guancia più rossa dell'altra, un gran furore negli occhi lacrimosi
e i due piccoli pugni stretti in atto di collera e di minaccia.
— Che c'è, Gino?
— Che cosa è stato?
— Hai fatto una delle tue solite?
— Ti sei fatto male?
— Che bambino senza giudizio!
— Via, strapazzatelo per soprammercato.
— Ih! Che strepito!....
In mezzo a questo fuoco incrociato di punti interrogativi ed
ammirativi, la signora Virginia s'era chinata sul bimbo, e presolo per
disotto le ascelle lo esaminava e palpava da tutte le parti.
— Via, via, non ha nulla, — disse il signor Pacifico.
Intanto il fanciullo singhiozzava — Cattiva nonna.... cattiva....
— Ah! È stata la nonna. Che cosa ti ha fatto?
Gino segnò la guancia sinistra e piangendo con assai più rabbia che
dolore, disse: — Mi ha picchiato qui....
— Ti ha dato uno schiaffo?... Ma sarai stato cattivo.... Le avrai messo
sossopra la camera.
— Niente.... niente.... È caduto.... solo.... lo.... specchio.
La cameriera, nell'intento lodevolissimo d'esaminare _de visu_ la
posizione, aveva salito i pochi gradini della scala che metteva
all'appartamento della _padrona vecchia_ e stava già per entrar nella
camera ov'era successo il contrasto fra nonna e nipote, quando sentì
chiuder l'uscio con molta violenza e dare il chiavistello per di
dentro.
— Che basilisco! — ella mormorò fra i denti battendo la ritirata.
— Benedetta donna! — soggiunse la signora Virginia.
— Già, già, bisogna lasciarla sbollire da sè, — disse il signor
Pacifico. — Ma badiamo bene che anche Gino va castigato.
— Lo castigo io, — rispose con una certa ansietà la signora Virginia
mentre faceva riparo al colpevole con la sua persona.
— Siamo intesi, — replicò gravemente il marito. — Ehi, signorini, che
c'è da ridere? Subito in camera fin che suoni il campanello del pranzo.
Hanno capito? Ha capito, Giorgio? Ha capito, Roberto?
Queste parole erano indirizzate ai due ragazzi poc'anzi accennati,
figli del primo letto del signor Pacifico. Essi si avviarono lentamente
alla loro stanza canterellando: — Torototela torototà.
— Mal educati! — brontolò, il signor Pacifico, senza badare che questo
rimprovero veniva a ricadere sopra di lui. — Mal educati! — E rientrò
nel suo studio.
Gino fu condotto via da sua madre che gli asciugò le lacrime. —
Cattivello che sei, perchè sei andato a disturbare la nonna?... Adesso
venga qui ad aspettare il castigo.
Il bimbo guardò la genitrice con aria d'incredulità, e in prova del suo
ravvedimento, appena giunto nel salotto da lavoro, rovesciò il paniere
ove la signora Virginia teneva le sue lane da ricamo.
— Gino, Gino, — gridò la mamma, — vuoi proprio un altro schiaffetto? —
E lo minacciò con la mano.
Ma Gino aveva cacciato le gambe entro il paniere e si rotolava sul
pavimento con tanta grazia e rideva con sì schietta allegria, che la
signora Virginia ebbe una voglia matta di dargli un bacio anzichè uno
schiaffo.
Il furbacchiotto capi benissimo le disposizioni materne; quindi non si
spaventò punto nel veder la signora genitrice alzarsi dalla seggiola,
ma anzi con raddoppiata ilarità levò in aria le gambe con suvvi il
paniere tanto da farlo parere una cornucopia rovesciata.
— Domando io, — disse la signora Virginia raccogliendo da terra il suo
Gino e pigliandoselo in collo, — domando io come si fa a schiaffeggiare
un visino simile.
E continuava, rivolgendosi a un interlocutore immaginario. — Guardate
mo; non vi pare che si vedano ancora i segni di quelle cinque brutte
dita lunghe ed ossute?... Che orrore!... Picchiarmi il mio Gino....
Nè paga di guardarselo e di baciarlo da tutte le parti, lo portò
davanti allo specchio, e contemplandone con infinita compiacenza
l'immagine, tornò a dire: — Un bambino simile!
Gino, incoraggiato così, ripetè la frase, — Brutta nonna.
La madre gli mise una mano sulla bocca. — Non si dicono queste
parole.... Mi racconti piuttosto che cos'ha fatto.... Ha rotto lo
specchio grande della nonna?
— No.... il piccolo.
— Quello fatto come un _o_?
— Sì, sì, — rispose Gino, — come un _o_ grande.
— Ma che bravo bambino! — esclamò la signora Virginia. — Conosce già
le vocali. — Indi ripigliando un tuono che voleva esser serio: — Ah
lei ha rotto lo specchio che somiglia ad un _o_; così ha fatto gridare
la nonna.... la nonna è stata troppo buona, non le ha dato che uno
schiaffo solo, io gliene darò due.
Dette queste parole, amministrò al delinquente due schiaffetti piccoli
e gentili che arrivando su quelle guancie pienotte diedero un suono
grasso e simpatico; indi lo depose in terra e continuò: — Adesso poi
bisogna prepararsi a domandar perdono alla nonna. Stia attento e ripeta
quello ch'io dico: _Signora nonna_.... Andiamo, via, Gino.... _Signora
nonna_.
— _Signora nonna_....
— Bravo. Così va bene. Avanti: _Le domando scusa_....
— _Le domando scusa_....
— _Di quello che ho fatto_....
— _Di quello che ho fatto_....
— _E le prometto_.... Serio, Gino, non bisogna ridere. _E le
prometto_....
— _E le prometto_....
— _Che non lo farò mai più_. Ha capito?... _Che non lo farò mai più_.
— _Che non lo farò mai più_.
— Bravissimo. Faccia conto ch'io sia la nonna, si metta lì in fondo,
venga verso di me e torni a dir tutto quello che ha detto.
Il bambino con aria grave e marziale si condusse fino alla parte
opposta, là si girò tutto di un pezzo e fissò i suoi occhi biricchini
in viso alla signora madre. La signora madre guardò lui nella stessa
maniera, e ambedue scoppiarono in una sonora risata. La quale risata
nel piccolo Gino si prolungava in maniera da impedirgli di fare un
passo e da incutere un legittimo timore di serie conseguenze; onde
la signora Virginia si alzò e corse alla riscossa del suo rampollo,
prendendoselo nuovamente in grembo e dichiarando ad alta voce che un
demonietto uguale non vi era stato e non vi sarebbe mai e poi mai.
Questa eccellente lezione di belle creanze fu interrotta dall'annunzio
che la minestra era in tavola.
— Dunque, Gino, siamo intesi, — disse la signora Virginia dando la mano
al bimbo e avviandosi con esso verso il salotto da pranzo.
Ivi si trovavano Giorgio e Roberto, il primo dei quali aveva
già versato un poco di vino sulla tovaglia, e ivi giungeva,
contemporaneamente alla moglie e all'indomabile Gino, il signor
Pacifico asciugandosi col fazzoletto i sudori e dichiarando che non era
possibile immaginarsi la quantità di persone venute al suo studio nel
corso della giornata.
— Come se non bastassero i clienti, — osservava l'egregio signor
Pacifico, — ci sono le faccende pubbliche. E non c'è mica caso di
lavarsene le mani.... Oh sì!... Vi dicono che bisogna prestarsi
pel paese, che bisogna fare, lavorare, ecc. E ora c'è Consiglio
provinciale, e ora Consiglio comunale, e poi la relazione sul gaz....
Giorgio, sta quieto.... e poi le ferrovie, e il bilancio.... Roberto,
va a vedere che cosa fa la nonna che non viene a pranzo. Insomma, basta
avere un grano di cervello in zucca che in questo benedetto paese tocca
far tutti i mestieri....
E il signor Pacifico spiegò il tovagliuolo, tornò a passarsi il
fazzoletto sulla fronte e si atteggiò a vittima dell'amor di patria.
Poscia il suo occhio olimpico degnò abbassarsi al piccolo Gino.
— Lo hai castigato? — egli chiese alla moglie corrugando la fronte.
— Sicuro.
— Così va bene. — E soggiunse: — Si fa pel tuo meglio, caro. Se
diventerai un uomo pubblico....
— Scotta, — gridò Gino con voce piagnucolosa, occupandosi più della
minestra che degli augurii paterni.
— Soffia, bambino, soffia — suggerì la signora Virginia — Così.... O
vuoi che passiamo nell'altro piatto?
— La nonna non vuol venire a pranzo — disse Roberto che rientrava in
quel momento in salotto.
— Non vuol venire? Te lo ha detto lei?
— Sicuro. È chiusa in camera. Ho picchiato. Prima non ho inteso che un
brontolio.... Poi ho picchiato di nuovo; e lei s'è alzata di dov'era
a sedere, perchè ho sentito mover la scranna, e gridò brusca: _Chi è
la'?_ Le dissi che ero io e che venivo a ricordarle che il pranzo era
in tavola e che l'aspettavamo. — O credete forse ch'io sia sorda e che
non abbia inteso il campanello? — ella rispose. — A pranzo non vengo
perchè non mi accomoda di venire, e non mi seccate.
Dopo questo sproloquio, Roberto sedette al suo posto e immerse con
grande enfasi il cucchiaio nella zuppiera di riso.
Il signor Pacifico fece un viso disgustato, e si rivolse alla moglie:
— Prova tu.
La signora Virginia, che in mezzo a' suoi difettucci non aveva fiele
di sorta, rinnovò infruttuosamente il tentativo di Roberto; il signor
Pacifico ottenne lo stesso risultato, cosa che offese il suo amor
proprio, e convenne quindi rassegnarsi a desinare quel giorno senza la
nonna.