ADELE.

Un altro dispaccio? Non seppi resistere alla curiosità di leggerlo e

presi un _fiacre_ che mi conducesse al _Nord_. Avevo tempo d'avanzo

d'andare e tornare. Ecco il dispaccio che s'era incrociato col mio

e che quindi era stato spedito prima che l'Adele sapesse della mia

partenza per Roma:

_Il dottore Allinori, il quale anticipò la sua venuta, dice che

non c'è più tempo da perdere. Torna subito, subito, subito._

Queste parole mi misero la morte nell'anima. Cos'era successo di nuovo?

È vero che il dispaccio posteriore era molto più tranquillante, ma in

ogni modo, senza una grave ragione, Adele non mi avrebbe scritto così.

Non c'era tempo da perdere! Ciò significava che era necessario di far

tosto l'amputazione, quell'orribile, quell'abbominevole amputazione!

E mi si chiamava ad assistere a tanto strazio, si voleva ch'io fossi

presente mentre si storpiava mio figlio!

Non c'era tempo da perdere! E intanto io avevo fatto perdere due giorni

con la mia gita a Roma, e ne facevo perdere un terzo colla mancata

coincidenza di Firenze! Mi pareva di vederlo il dottor Allinori,

in camera del malato, coi suoi strumenti di tortura in mano, non

aspettando altro che la mia venuta per tagliare senza misericordia.

E se non ci fosse più tempo davvero? Se i miei indugi fossero stati

fatali? Se ormai io non avessi che da veder morire Giovannino? Volli

persuadermi di nuovo che era meglio vederlo morto che storpio, ma non

ci riuscii. Anzi mi adirai meco stesso per le mie esitanze passate e

dicevo:

— Sì, sì, lascerò che gli facciano l'amputazione, lascerò che gli

facciano tutto quello che vogliono pur che me lo salvino.

Viaggiai in uno stato d'inquietudine, d'ansietà ch'è facile immaginare.

Alla stazione non c'era nessuno; infatti non si sapeva con che corsa

sarei arrivato.

Giunto a casa, salii le scale in un lampo. Adele m'aveva sentito e

m'era venuta incontro sul pianerottolo. Il suo aspetto mi fece paura,

ella era bianca come un cencio lavato.

— Ebbene? — chiesi con voce soffocata.

— Ora dorme. Speriamo.... Entra.... Dio, povero Roberto, come hai la

cera scomposta!

— E tu Adele, se ti guardassi nello specchio.... Ma cos'è nato? Dimmi

tutto.

— Adesso; vieni dentro.

Mi lasciai condurre macchinalmente in salotto da pranzo.

— Avrai fame, — osservò l'Adele andando verso la credenza.

— No, non ho fame, non ho nulla. Voglio saper la verità vera su

Giovannino. Dov'è il dottore Allinori?

— È partito.

— Come partito? Bisogna richiamarlo subito. Non c'è tempo da perdere,

me l'hai telegrafato tu stessa.... Non mi oppongo più, sai, non mi

oppongo più all'amputazione....

— Ah no! — ella esclamò con un accento di gioia che mi parve molto

singolare, in quell'istante, alla vigilia d'una prova così terribile.

— Ma facciamo presto, — soggiunsi. — Voglia il cielo che non si sia

aspettato anche troppo.

— Roberto, — ripigliò l'Adele afferrandomi tutte due le mani, — tu mi

perdonerai dunque?

— Perdonarti? Perdonarti che? Parla per amor del cielo.... C'è qualche

disgrazia che non osi parteciparmi?

— No, te lo giuro, disgrazie no.... Anzi....

— Sei così imbarazzata.... Oh insomma voglio veder Giovannino.

E mi svincolai a forza da lei.

— Un momento, — ella gridò. — Ascolta.

Mi trattenni sulla soglia.

— Ti telegrafai a Firenze che il dottor Allinori diceva non esserci

tempo da perdere, e, aggiungevo: _torna subito, subito, subito_.

— Sì.

— Quel telegramma non l'hai ricevuto allora?

— No. Ero partito per Roma, e lo trovai al mio ritorno, di passaggio

per Firenze.

— Esso s'è incrociato con un dispaccio tuo che mi annunziava appunto

questa partenza per Roma senz'indicarmi dove potessi farti avere mie

notizie.

— È vero; l'avevo dimenticato.

— Pensa com'io rimanessi apprendendo che, invece di tornare

immediatamente, ti allontanavi.

— È stata una fatalità.

— Il dottor Allinori aveva consentito a rimanere un giorno, ma non

più d'un giorno, perchè serii impegni lo chiamavano altrove. Poi c'era

urgenza.... le cose s'erano aggravate nella settimana.... d'ora in ora

poteva formarsi la cancrena.

Io cominciavo a presentire il vero, ma non avevo forza di articolare

una parola. Ero tutt'orecchi, respiravo appena.

Mia moglie continuò:

— Mi si disse: signora Adele, si sente in grado di prender sopra di sè

una grande responsabilità?

— Dio! Credo d'aver capito.

— Ma me lo salveranno? — io gridai. — E i medici tutti e tre d'accordo:

Sì, glielo salveremo, vedrà. Abbia fede in noi, abbia fede nella

Provvidenza.... Se non ci lascia fare, quello è un bambino morto.

Morto! Intendi, Roberto? Morto!

— E tu?

— Io risposi: la grande responsabilità me l'assumo. Facciano.... Ti

vien male, Roberto?

— No. Continua.... L'amputazione?

— Fu eseguita or sono due giorni.

L'Adele era ritta davanti una seggiola tenendosi forte alla spalliera.

Io mi copersi il viso con le mani ed esclamai:

— Povero il mio Giovannino! Povera creatura! E ha potuto resistere?

— Gli si fece respirare il cloroformio. Egli mi guardò co' suoi begli

occhi pieni d'affetto e di sgomento, e mi disse: «Mamma, cos'è questo?

No, mamma, no.» Scosse il capo due volte, alzò la mano come chi vuol

scacciar via un insetto molesto, e poi cadde in un letargo. Allora....

— Oh taci. Eri presente?

— Volevano mandarmi in un'altra camera. Figurati se ci sono andata.

Rimasi là sino alla fine, pochi minuti, un secolo, non so.... Vidi

tutto, sentii tutto.... oh il suono stridulo di quella sega l'ho

qui nell'anima.... quel sangue lo vedrò scorrer sempre, sempre.... E

quando l'operazione fu terminata, e quella povera gamba che aveva tanto

patito fu gettata in un angolo come un inutile arnese, oh te lo giuro,

credetti che la mia forza d'animo m'abbandonasse e fui lì lì per cadere

come corpo morto. Ma mi sostenne un pensiero. Giovannino era assopito;

bisognava farlo rinvenire. Non dovevo esserci io, la sua mamma? Ce

ne volle a svegliarlo, sai. Due volte i medici si guardarono muti;

io guardavo loro; che momenti! che spasimo! Alla fine il bimbo mosse

un poco le braccia, aperse a fatica gli occhi e mi cercò, oh mi cercò

subito. «Mamma, non voglio più quel cattivo odore.»

— Ma alla gamba non si sentiva uno strazio?

— No.... allora no.... Più tardi....

— Oh basta, basta....

E mi misi a piangere come un fanciullo.

— Adesso, — ella soggiunse per consolarmi, — egli non sente quasi più

dolore; s'è rassegnato alla perdita della sua gamba; dice: «Brutta

gamba, han fatto bene a buttarti via.»

Io seguitavo a piangere.

— Proprio non mi perdoni? — ella riprese timidamente.

— Perdonarti? — io proruppi. — Perdonare io a te?... Sei tu che devi

perdonarmi, Adele....

E avrei continuato. Ma ella m'impose silenzio.

— Non una parola di più, Roberto, non una parola, per carità.... almeno

finchè Giovannino non sia fuori di pericolo.... Sei convinto che ho

agito pel meglio e mi basta. Qualunque cosa tu soggiungessi, mi sarebbe

oggi di cattivo augurio.

— E questo pericolo fino a quando durerà?

— Altri otto, altri dieci giorni, non si può dire con precisione. S'è

avuta tanta pazienza, abbiamone ancora.

. . . . . . .

Gli otto, i dieci giorni passarono, non senza che di tratto in tratto

Giovannino ci desse qualche ragione d'inquietudine e mettesse in

pensiero i medici. Ma, in capo a due settimane, ogni traccia di febbre

svanì, e il sedicesimo giorno, un mercoledì, oh me lo ricorderò sempre,

il dottor Allinori, che era venuto a visitare il suo piccolo malato,

strinse la mano a mia moglie in aria di trionfo, esclamando:

— Non glielo avevo detto, signora Adele, che lo avremmo salvato? Metta

dunque il suo cuore in pace dopo tante burrasche; il suo Giovannino

è salvo. Pur troppo egli crescerà senza una gamba, ma crescerà sano

e diverrà un bel ragazzo ugualmente. — Quindi, indirizzandosi a me,

soggiunse, da quell'uomo franco ch'egli era: — E lei, ringrazi sua

moglie; senza la signora Adele, il fanciullo sarebbe morto da un pezzo.

Io n'ero tanto convinto che mi voltai verso l'Adele dispostissimo a

gettarmele ai piedi. Dovetti invece correre a sostenerla. Le sue forze

che avevano così mirabilmente resistito al dolore, sembravano non saper

resistere alla gioia. Alle parole del medico, ella era divenuta prima

rossa, poi bianca come la cera: s'era sforzata di sorridere, di dir

qualche cosa, ma invano. Fu allora che, sentendosi mancare il terreno,

ella cercò un appoggio, e sarebbe caduta s'io non fossi stato pronto a

sorreggerla.

— Non sarà nulla, sarà la commozione, — disse il dottore, facendole,

fiutare una boccetta d'ammoniaca.

Ella si risentì, si passò la mano sulla fronte e susurrò con un filo di

voce. — È una cosa del momento.... Ma son così debole, così stanca....

Andrei a letto.... Non c'è Norina?

— La chiameremo, ma intanto son qua io.

E la condussi quasi di peso nella sua camera, ove non c'era che un

letto, ove da quattro anni ella dormiva sola come una fanciulla, come

una vedova, peggio ancora, come una ripudiata. La spogliai con l'aiuto

della Norina, e coricata che fu, le rassettai io stesso le coltri

intorno alla persona, e sedetti accanto al suo capezzale.

— Veglierò io, — dissi alla cameriera, — andatevene pure.

Vegliai tutta la notte, pensando a Giovannino ch'era guarito,

ahimè, a qual prezzo! all'Adele che stava forse per ammalarsi, ma

sopratutto pensando alle colpe enormi che avevo sulla coscienza, e

all'impossibilità di espiarle.

Io aveva potuto disprezzar l'Adele, aveva potuto preferirle delle donne

da trivio, avevo potuto proporle una separazione!

Ella aveva finito col prender sonno; il suo respiro, affannoso sul

principio, s'era fatto a poco a poco calmo e regolare: l'espressione

della sua fisonomia era tranquilla; eppure io ero tanto inquieto!

Ogni dieci minuti m'alzavo dalla sedia e andavo e guardar l'orologio

dell'Adele ch'era posato sul cassettone vicino al lume da notte, e il

suo uniforme _tic tac_, non so perchè, mi riempiva di tristezza. _Tic

tac_, _tic tac_. I secondi succedevano ai secondi, ma le pulsazioni nel

mio cuore eran molto più rapide!

Era strano. Non mi pareva d'esser degno di trovarmi a quell'ora nella

camera di mia moglie, che era pur stata la mia camera nuziale, ma

ch'io avevo stolidamente abbandonata. Quel profumo di donna onesta che

spirava intorno m'involgeva tutto, mi penetrava per tutti i pori. Io

carezzavo con la mano il semplice vestito dell'Adele gettato attraverso

la spalliera d'una poltrona, toccavo la sua biancheria raggomitolata

a' piedi del letto e involontariamente il mio pensiero correva ad

altre alcove men pure, piene di una luce insidiosa, piene d'odori

acuti, inebbrianti, sotto i quali s'indovinava però l'aria putrida

e malsana. Vedevo agitarmisi davanti agli occhi le turpi visioni di

nudità procaci, di veli ingialliti dai vapori della bettola, d'abiti

dissimulanti le rattoppature sotto i lustrini, e mi vergognavo all'idea

d'essermi ravvoltato in quella sozzura, io, marito, io, padre! La mia

donna, la madre del mio bambino era lì, ma non avrei osato d'alzare

un lembo delle sue coperte, non avrei osato deporre un bacio sulle

sue labbra, più caste di quelle d'una vergine. Le ero vicino perchè la

credevo malata; ma ella avrebbe potuto, svegliandosi, cacciarmi via e

dirmi: Che libertà ti prendi? che fai, di notte, accanto al mio letto?

L'alba cominciava a penetrar nella camera attraverso le imposte

socchiuse, e affacciandosi alla finestra si vedeva l'orizzonte listarsi

di rosa. Un po' prima delle sei, l'Adele si mosse, aperse gli occhi e

scorgendomi ritto al suo capezzale, diede un sobbalzo. — Tu, Roberto.

Che ora è?

— Son quasi le sei.

— Ti sei alzato così presto?... Giovannino forse non istà bene?

— Giovannino ha sempre dormito, Giovannino dorme sempre come un angelo,

— io risposi accostando l'orecchio all'uscio della camera attigua ove

c'era il fanciullo con la bambinaja.

— E allora, — ella soggiunse cercando di raccapezzarsi, — non

capisco.... Perchè sei qui?

— Ma tu come stai? — io chiesi.

— Oh.... Adesso mi ricordo.... Jersera debbo aver avuto un capogiro....

Ormai è passato.... Era una cosa da nulla.... Non c'era ragione che tu

ti alzassi prima di giorno.

— Non mi sono alzato, — dissi timidamente,

— Com'è? dov'eri? Eri uscito di casa?

— Ero.... qui.

— Sei rimasto qui tutta la notte?

Non risposi nulla, ma il mio silenzio valeva quanto una risposta

affermativa.

— Oh.... Roberto! — ella esclamò. — E mi fissò in viso i suoi belli

occhi inteneriti.

Non ne potei più e mi gettai in ginocchioni appiedi del letto e,

rompendo in singhiozzi, dissi tutto quello che mi stava sull'anima da

tanto tempo. Le parole non me le rammento; so che non mi risparmiai

nessun'accusa, che non tacqui nessuna bruttura della mia vita. E davo

all'Adele i titoli più dolci: la chiamavo angelica, santa, divina, la

dicevo salvatrice di nostro figlio, degna d'un uomo che avesse saputo

comprenderla mentre io....

Ella faceva di tutto per calmarmi.

— No, Roberto, non è vero, ho avute le mie colpe anch'io; ero fredda,

ero sprezzante, mi pareva di abbassarmi a confessarti il bene che ti

volevo.... la disgrazia del nostro Giovannino ci avrà corretti tutti e

due.... Ci ameremo di più e in questo amore intenso cercheremo tutti e

due l'espiazione dei nostri peccati....

L'Adele parlava de' suoi peccati!

— Non mi respingi dunque? — io insistevo. — Non la esigi tu stessa la

separazione...?

Ella non mi lasciò finire la frase. Chinandosi con mezza la persona

dalla sponda del letto, mi cinse il collo con le sue morbide braccia;

i suoi lunghi e folti capelli, sprigionatisi dalla cuffia che li teneva

stretti, scesero a lambirmi le spalle, le sue lagrime si confusero con

le mie, mentr'ella ripeteva con voce commossa:

— Povero Roberto, hai patito tanto anche tu in questi mesi!

I primi raggi del sole tremolavano sulla parete, una luce allegra

innondava la stanza; di fuori gli uccelletti salutavano la primavera.

E la primavera esultava nel mio cuore.

*

* *

Son passati da quella mattina degli anni parecchi. Giovannino porta

con disinvoltura la sua gamba di legno; è di statura piuttosto alta,

di viso bellissimo, di umore uguale e sereno, è buono, è intelligente,

è studioso. Alla scuola lo proclamano sempre il primo della classe; i

suoi condiscepoli lo adorano, i suoi professori lo amano e lo stimano

ed egli dice con un po' di baldanza: — Posso far quel che voglio,

fuorchè il militare. — È l'unica allusione ch'egli faccia alla sua

disgrazia.

Giovannino ha dei fratelli minori, vispi, sani, con tutte le loro

membra intatte, e si può credere se l'Adele e io abbiamo cara

quest'allegra nidiata di bimbi ch'è la miglior prova della nostra

riconciliazione. Eppure, quando sentiamo batter sul pavimento la

gamba di Giovannino, c'invade una tenerezza più profonda, una corrente

elettrica passa attraverso di noi e ci ravvicina. Noi ci sforziamo di

non mostrar nessuna preferenza, ma Arturo, ch'è il più malizioso dei

nostri figliuoli, dice qualche volta: — Oh se parla Giovannino, gli si

dà sempre ragione.

Il nostro primogenito ricambia liberalmente l'immenso affetto de' suoi

genitori. Forse egli predilige un poco sua madre. E come potrebb'essere

altrimenti? Le impressioni della prima infanzia non si scancellano;

sua madre lo adorava quand'io affettavo verso di lui una indifferenza

superba; e nella sua lunga infermità, chi lo assistette, chi vegliò al

suo letto, chi seppe sorridergli, pur avendo la morte nell'anima?

Cinta da un ambiente di simpatia, l'Adele ha smesso l'eccessivo

riserbo che la faceva apparir fredda e insignificante. Non v'ha nessuno

ormai che non pregi la rettitudine e la sicurezza del suo criterio,

e quando in casa mia si raccolgono alcuni amici fidati, è invalsa

la consuetudine di lasciare a lei l'ultima parola in quasi tutte le

discussioni. E la sua parola è sempre così temperata, così giusta!

Io ho trentacinque anni; ella ne ha trentadue, e ci amiamo come due

sposi novelli, anzi nel caso nostro, ben più che quando eravamo sposi

novelli. E dire che fummo in procinto di separarci! Ah! Giovannino non

saprà mai che miracoli la sua gamba abbia fatto.

Alla finestra: Novelle · 第 23 / 42 题