Non ne potevo più e uscii dalla camera, mentre mia moglie ripeteva al
dottore Allinori:
— Dunque lei tornerà nella settimana ventura?
Nella giornata colsi un momento in cui Giovannino dormiva per parlare
a quattr'occhi con l'Adele.
— No, no, — dissi, — i medici possono predicar finchè vogliono, noi
non dobbiamo lasciar tagliare la gamba a Giovannino. Farne uno storpio,
farne un infelice... no, no, non lo dobbiamo assolutamente.
— Ma se ci muore?
— Sarà una disgrazia, sarà una disgrazia immensa, ma non avremo
commesso una barbarie.... Non lo avremo sacrificato al nostro
egoismo....
— Roberto! Roberto! E si può lasciarlo morire? — ella proruppe con un
grido straziante.
Io volevo risponder di sì, ma invece mi presi la testa fra le mani e la
scossi con violenza.
— Maledetta la medicina, maledetti i medici. Tutti ignoranti, tutti
impostori, tutti ciarlatani!... Uno non ce n'ha da essere a modo?
A un tratto scattai dalla sedia esclamando con logica ammirabile:
— Voglio consultarne un altro ancora.... sarà il quarto.... Tanto
fa.... Andrò a cercarlo in capo al mondo, se occorre.
L'Adele non mi contraddisse, ma evidentemente ella non isperava nulla
da questo nuovo consulto ch'io ero deciso a fare, non sapevo ancora con
chi.
Passò qualche giorno prima ch'io fissassi le mia scelta fra le tre
o quattro celebrità che m'erano state additate. Diedi finalmente la
preferenza a uno ch'era allora in gran voga e che abitava in Firenze, e
risolsi di fare una corsa io stesso in quella città affine di condurlo
meco.
— Portami un gingillo nuovo da Firenze, — disse Giovannino.
Egli aveva intorno a sè una collezione di giocatoli, parte interi,
parte sciupati. C'era una dozzina di soldatini di piombo, c'eran
fantocci che a dar loro una spinta facevan prodigi acrobatici, e
agnelli belanti, e sorci che si caricavano e correvano per la camera,
c'era un convoglio di strada ferrata, un paio di cavalli zoppi, un
pesce dalle squame d'argento, un teatrino cogli scenari a colori, una
cucina di stagno, alcune scatole di cubi da costruzione, una lanterna
magica coi vetri rotti, tutta roba accumulata giorno per giorno
in questi mesi di malattia. Ma qualunque cosa Giovannino ci avesse
chiesto, l'Adele ed io ci saremmo gettati nel fuoco per contentarlo. Io
gli promisi il gingillo nuovo, ed egli mi baciò sorridente. Era magro,
era pallido. Povero Giovannino! Quel sorriso su quel volto bianco e
sparuto mi fece un senso!...
— Torna presto, — mi raccomandò l'Adele accompagnandomi fino alla scala.
— Posdomani son qui.... E tu, se c'è qualche cosa di nuovo, telegrafa
all'_Albergo del Nord_.
— S'intende.
Ci stringemmo la mano senz'aggiunger parola. In verità nessuno avrebbe
creduto che noi fossimo due coniugi risoluti a dividersi.
Il diavolo ci aveva messo la coda. Io avevo fatto i conti senza la
politica; il mio Ippocrate era senatore, e come tale si trovava a Roma.
In quel momento devono essermi scappate fuori delle grandi eresie. Devo
essermela presa coi medici senatori, e fin qui manco male, ma poi devo
aver imprecato anche al trasporto della sede del governo a Roma, e, Dio
non voglia, persino al regime parlamentare.
Stetti un po' perplesso sul da farsi, ma m'ero tanto incaponito
nell'idea di questo consulto che finii per prendere il treno diretto
per Roma. Naturalmente, prima di partire, telegrafai all'Adele affinchè
non si mettesse in pena pel mio ritardo.
A Roma, un nuovo contrattempo. Era domenica e il mio grand'uomo
era andato a pigliar aria a Frascati. Lo si aspettava di ritorno
la sera a mezzanotte. E io fin dalle undici ero nel suo salottino a
contare i minuti. A mezzanotte e un quarto il luminare della scienza
medico-chirurgica italiana arrivò e parve bastantemente annoiato di
trovar gente in casa sua. Quando gli ebbi esposto il motivo della mia
venuta e la mia intenzione di condurlo meco:
— Impossibile, — egli disse, — assolutamente impossibile. Domani va
in discussione al Senato il codice sanitario, e io devo sostenere il
lavoro della Commissione di cui faccio parte.
— Ma posdomani?
— Oh non son cose che si spicciano in un giorno, — egli rispose con una
cert'aria, come se volesse dire: «da che mondo viene?» Poi soggiunse,
guardando verso un uscio che doveva esser quello della sua camera da
letto: — Mi dispiace....
Io non sapevo risolvermi ad andar via, e volli almeno riferire
succintamente il caso, e sentire un parere.
— Quando non si vede il malato, — egli disse, — è molto difficile
pronunciarsi. Ma la cura seguìta mi par la migliore. Lei è benissimo
appoggiato.... il dottor Allinori sopratutto è un uomo di polso....
Dissentiamo su alcuni principii fondamentali della scienza, ma nel
resto siamo d'accordo.... In questo caso poi avrei fatto anch'io come
lui.
— Ma adesso? Che farebbe adesso?
— Eh, ritengo che farei l'amputazione.
— Si alzò dalla sedia, mi accompagnò cortesemente fino all'uscio,
rifiutò qualunque compenso per le sue chiacchiere e mi diede la buona
notte.
Di lì a un paio di settimane, forse, se avessi ancora avuto bisogno di
lui, avrebbe potuto venire... Grazie tante.
— Bel costrutto ch'io avevo cavato dal mio viaggio a Roma! Ero assente
di casa da quattro giorni e non sapevo nulla di Giovannino. L'Adele,
anche volendo telegrafarmi a Roma, non avrebbe saputo dove dirigermi
il dispaccio, perch'io m'ero dimenticato di dirle ove andavo ad
alloggiare. Le inviai un altro telegramma annunziandole che rinunciavo
per forza al nuovo consulto e che mi rimettevo tosto in cammino per
ripatriare. Mi facesse trovar notizie alla stazione di Firenze.
Alla mattina presi la prima corsa per l'Alta Italia. Fatalità su
fatalità! Un disgraziato ritardo a Orte ci fecer perder la coincidenza
a Firenze. Bisognava aspettare cinqu'ore.
Trovai alla stazione un telegramma così concepito:
_Non ci sono guai. Ti attendo. Hai ricevuto un altro dispaccio
che ti spedii due giorni fa all'Albergo del Nord?_