IL FRATELLO DEL GRAND'UOMO

Il signor Isidoro non è un grand'uomo, proprio no. Nessuno tra' suoi

intimi amici ha mai arrischiato una proposizione così temeraria,

nessuno tra' suoi conoscenti ha mai avuto il più lontano sospetto

d'una cosa simile. Ma se il signor Isidoro non è un grand'uomo, egli è

fratello di un grande uomo, e questa fortunata combinazione lo toglie

alla sua oscurità. Il commendatore senatore Filiberto, fratello del

signor Isidoro, è uno tra i personaggi più imbottiti di titoli che

vi siano in Italia, e bisogna confessare che questi titoli egli non

li deve alla fortuna, ma al merito. S'egli è oggi un pezzo grosso,

è divenuto tale a forza d'ingegno, di studio e di perseveranza, e

anche riconoscendogli i suoi difettucci conviene fargli di cappello

e dire che egli è figlio delle sue opere. I suoi lavori scientifici

gli apersero le porte delle principali accademie, la sua eloquenza gli

aperse la carriera politica ov'era destinato a salire ai primi posti,

gli eccelsi servigi resi al paese fregiarono il suo petto di croci.

Se il signor Isidoro non fosse stato fratello di un commendatore e

senatore, egli sarebbe cresciuto tranquillamente in mezzo alle cassette

di petrolio, ai barili di acciughe e alle botti di zucchero della sua

casa Claudio Ferrarecci e figli, negozianti in più rami, casa fondata

dal nonno suo, il signor Claudio, e continuata sotto la medesima

ragione dai discendenti di costui. Tutt'al più il signor Isidoro

avrebbe obbedito alla sua naturale inclinazione pavoneggiandosi dinanzi

ai suoi avventori e trinciando giudizi sulle cose del giorno nella

cameretta blù del caffè al _Mercurio Risorto_, ordinario convegno dei

più cospicui rappresentanti del commercio locale.

Ma il signor Isidoro è fratello di un grande uomo, e ciò gli impone

obblighi speciali e lo sforza a sollevarsi sopra le cassette di

petrolio, i barili di acciughe e le botti di zucchero, e a tener

d'occhio la situazione.

Sarebbe errore gravissimo il credere che il periodo più brillante

dell'anno sia pel signor Isidoro quello in cui suo fratello viene a

riposarsi in grembo della famiglia. Certo, in siffatte occasioni,

il signor Isidoro si tiene stretto quanto più può ai panni del

commendatore e senatore, e allorchè gli è a fianco saluta gli amici con

un benevolo cenno della mano e con un sorrisetto di superiorità. Certo,

in quell'epoca meglio che mai, egli può allargare la cerchia delle sue

conoscenze, perchè il commendatore Filiberto incontra naturalmente per

via molte persone autorevoli; e l'altro, se non è ancora in relazione

con esse, tanto si agita, si dimena, si raschia, si soffia il naso, da

attrarre la loro attenzione e da costringere il commendatore ad aprire

una proposizione incidente e a dire a bocca stretta: _Mio fratello_. Il

signor Isidoro s'inchina, ammiccando con l'occhio, come a significare:

Egli è celebre, io no, perchè non ho voluto.

Soddisfazioni magre. In complesso, quando c'è il commendatore senatore,

il nostro signor Isidoro è sacrificato, è schiacciato. Tutta la luce

si concentra sul grand'uomo e a lui ne resta pochina davvero. Poi gli

tocca tacere, e che supplizio è per lui! Poi gli tocca assentire ogni

volta che il fratello parla, e anche questo gli pesa, perchè nel resto

dell'anno egli dice sempre: Io sono indipendente.

Senza contare un'umiliazione più grossa. Talora, anche in mezzo della

strada, il commendatore Filiberto, volendo conferire con qualcheduno,

lo manda via senza tanti preamboli, e il signor Isidoro dopo uno

di questi brutti congedi si trova assai sbilanciato. Qualcheduno,

vedendolo, gli chiede maliziosamente: — E vostro fratello? — Avevo un

affare e ho dovuto lasciarlo — egli risponde scambiando le parti. Ma la

bugia gli lega la lingua, ed egli incespica, diventa rosso e coglie il

primo pretesto per svignarsela.

È ben altra cosa quando il commendatore Filiberto è alla capitale.

Allora il signor Isidoro diventa il legittimo rappresentante del

grand'uomo, allora porta le ambasciate di lui a Caio ed a Tizio, ha

ingresso libero dal prefetto, dal sindaco, dai giornalisti. E coi

cittadini autorevoli per posizione o per influenza ama mostrarsi in

pubblico, e li visita in teatro, e delizia della sua conversazione le

loro consorti, nè abbandona il palco finchè non ha potuto in un modo o

nell'altro affacciarsi al parapetto ed esser ben sicuro che trenta o

quaranta individui almeno l'han visto. Le signore arricciano il naso

e non nascondono la loro noia ai rispettivi mariti, ma i rispettivi

mariti sono uomini pubblici, e il signor Isidoro è fratello di un

uomo pubblico, di un uomo grande, influente, che ha lo zampino nei

ministeri, ch'è un po' ombroso e con cui non bisogna guastarsi.

— Bella seccatura questi uomini grandi! — dice la consorte del sindaco,

che ha la lingua lunga.

La _prefettessa_, più prudente, si guarda attorno e soggiunge a bassa

voce. — Io li venero e li rispetto, ma vorrei che fossero figli unici.

Del resto, il commendator Filiberto non tien mica in gran conto il

fratello e non gli affida mai uffizi i quali richiedano un singolare

acume d'ingegno. L'indole degli incarichi è, su per giù, la seguente:

consegnare in proprie mani una lettera chiusa, annunziare che il

commendatore arriverà in tal giorno alla tale ora, e fissare un

abboccamento, portare qualche rettifica alla redazione di un giornale.

Ma il signor Isidoro attraversa la città come una nube grave di fulmini

e sa dare a ogni inezia le apparenze di affari di stato.

— Novità? — gli si chiede per via vedendolo così misterioso e impettito.

— Ma!... Io non so nulla.

— Queste elezioni, eh?

— Chi può farsi un criterio?... C'è una confusione....

— Confusione grande, non è vero?

— Altro!... Vengo via adesso dal Prefetto dopo una conferenza di un'ora.

— Nespole! Di un'ora?

— Sì... Oh!... Chiacchiere!... Quel benedetto uomo non mi lascerebbe

mai andarmene pei fatti miei.... Io gli dico sempre: _Tu_ sei un

individuo meraviglioso, lavori tanto e trovi anche tempo da far queste

lunghe cicalate.

Scopo del signor Isidoro, come si capisce, è quello d'incastonare

nel discorso il pronome personale _tu_, a testimonianza della sua

dimestichezza col Prefetto.

Pur si vorrebbe ricondurre la conversazione sul primo terreno. —

Dunque, di queste elezioni, che dice il signor Prefetto?

— Uhm!... Sa... dice e non dice....

— Capisco.... Lei non vuol parlare....

— Oh non creda! — interpone il signor Isidoro facendo il bocchino da

ridere. E si accommiata lietissimo di lasciare nel suo interlocutore la

convinzione ch'egli sappia molte cose, ma _non voglia parlare_.

Talvolta lo si ferma per domandargli notizie del grand'uomo.

— E il commendatore sta bene?

— Bene, grazie.

— E non lo si vedrà per ora da queste parti?

Il signor Isidoro piega la testa da un lato, la sprofonda nella spalla,

alza le due mani fino all'altezza delle orecchie, e tenendole aperte

con le palme in fuori dice: — Mah!

— Potrebbe farmi il piacere, — prosegue timidamente l'altro

guardandosi le punte delle dita — di fargli pervenire una lettera?...

A mandargliela sciolta.... m'intende già.... uomini come il suo

signor fratello ne ricevono ogni giorno a dozzine, e molte vanno a

finire nella paniera.... Invece per mezzo d'un fratello che gode....

meritamente.... di tanta influenza.... è un'altra cosa.

Il signor Isidoro fa il prezioso, solleva dubbi, scrupoli, obbiezioni,

ma finisce col lasciarsi persuadere, e conclude: — Insomma, mi mandi la

lettera.... Vede, se ho fatto difficoltà non è per la cosa in sè.... ma

pare che si voglia esercitare pressione....

— Dio guardi....

— E io invece non ho mai voluto ingerirmi in nulla.... Non ho voluto

favori, nè onorificenze....

— Se avesse voluto....

— Non dico questo.... ma infine.... Gli è che io preferisco

l'oscurità.... Basta, siamo intesi....

Detto ciò, il signor Isidoro si allontana pomposamente, superbo di

vedere sollecitata la sua protezione.

Il signor Isidoro legge dalla prima all'ultima riga i discorsi che suo

fratello pronuncia in Senato, legge i fogli politici tanto ministeriali

che di opposizione, e se in questi ultimi vede qualche volta tartassato

il grand'uomo, spiega una temperanza, un'equanimità da lasciare

edificato l'uditorio.

— Io non appartengo a nessun partito.... io sono indipendente.... non

guardo in viso a nessuno, io.... Mio fratello è una bravissima persona,

ma anch'egli i suoi errori li avrà commessi.... Io non ho certo tutte

le sue opinioni, nemmen per idea, e posso dire che nelle occasioni

gli ho detto l'animo mio, e in qualche caso egli non ebbe a dolersi di

avermi abbadato.... Non lo dico già per vantarmi.... Tutto dipende dal

non essere uomo di partito....

— Sicuro; il partito rovina tutto, — osservano, sorseggiando il caffè

i sapientoni del _Mercurio Risorto_.

Durante un cosidetto rimpasto ministeriale si diffuse la voce che

il commendatore Filiberto potesse esser chiamato a formar parte del

Gabinetto. Bisognava vedere il signor Isidoro in quei giorni. Che

maestà olimpica nella sua persona, che gravità piena di significato

nelle sue frasi, che eloquenza nei suoi saluti e nelle sue strette di

mano!

Gli adoratori del sole che sorge gli si affollavano intorno più

ossequiosi che mai, serii s'egli era serio, faceti s'egli era faceto,

sollecitanti il suo patrocinio con lo sguardo e con le parole.

— Chiacchiere dei giornali, — diceva l'egregio uomo, — tutte

chiacchiere.... Non c'è nulla di positivo.... Mio fratello non si è

ancora deciso.... Ha scritto anche a me per domandare il mio parere....

Io sono franco.... l'ho sconsigliato....

— Oh.... questo poi....

— Ma, caro signor Isidoro....

— Sì, sì.... Il potere?.. Brighe, fastidi.... niente altro.... Esser

servi di tutti, avere una folla di nemici, vedersi messi in berlina

per le gazzette, ecco ciò che significa stare in certi posti.... Meglio

l'essere oscuri, mille volte meglio.... Almeno io la ho sempre pensata

così.

Ma mentre parlava in pubblico su questo tuono, il signor Isidoro

scriveva due volte al giorno al senatore commendatore per eccitarlo

a romper gli indugi, ad accettare il portafoglio, a dar questo nuovo

lustro al nome dei Ferrarecci.

La combinazione ministeriale in cui doveva entrare il commendatore

Filiberto andò fallita, e svanirono con essa le splendide prospettive

del signor Isidoro. Egli cercava di fare il disinvolto e diceva: —

Meglio così.... L'avevo sconsigliato anch'io....

Quindi riscaldandosi da sè, come avviene sovente, egli si scagliava

contro la politica. — Io predico sempre a mio fratello che si

ritiri, che di gloria ne ha ormai abbastanza, che avrebbe diritto

di riposarsi.... Tanto e tanto nessuno gli è grato perchè si ammazza

lavorando da mattina a sera.

Però quando un giorno un suo conoscente gli fece la burletta di dirgli

a bruciapelo: — Mi assicurano di aver letto in un giornale che tuo

fratello rinuncia a tutti i suoi uffici e rientra nella vita privata,

— il signor Isidoro divenne bianco come un cencio lavato, corse prima

a casa a veder se ci fossero lettere del commendatore, poi al caffè a

leggere i fogli e non ebbe pace finchè non acquistò la certezza che in

quella notizia non c'era ombra di vero.

Eppure, alla stretta dei conti, che cosa ci guadagna il signor Isidoro

dalla posizione di suo fratello, se in tanti anni non è stato fatto

nemmeno cavaliere della Corona d'Italia? Non inarchi le ciglia, gentile

lettrice; pare impossibile, ma è così. Il commendatore Filiberto,

scrupoloso com'è, vedrebbe malvolentieri accordato a un membro della

sua famiglia uno speciale favore che si potesse ritenere attribuibile

all'influenza di lui. Meglio quindi non recargli questo dispiacere,

perchè se il dare una croce costa poco, il non darla costa ancora meno.

Infine, siam giusti, il signor Isidoro è persona discreta. Gli

basta farsi credere depositario di segreti che non ha, stromento di

concessioni che non può ottenere, gli basta sopratutto poter seccare il

prossimo all'ombra della riputazione fraterna. E in quest'ultimo punto

egli riesce a maraviglia, ve lo assicuro. Ci riesce quando vi trova

per la strada e quando viene a visitarvi a casa, ci riesce quando vi

dice le sue opinioni e quando vi domanda le vostre, ci riesce quando è

loquace e quando è taciturno, quando parla grave e quando vuol essere

arguto, quando è lusinghiero e quando è accigliato. Dio buono! Ho paura

che ci riesca anche quando inspira le pagine d'uno scrittore. Signora

lettrice, se si è annoiata davvero, non se la pigli meco, ma ne dia

la colpa a _lui_, al fratello del grand'uomo. Egli ha tanti di questi

peccatacci sulla coscienza che si può affibbiargliene un altro senza

rimorso.

Alla finestra: Novelle · 第 24 / 42 题