LA GAMBA DI GIOVANNINO

Io non avevo nulla di serio da rimproverare all'Adele....

(Prego il lettore di credere che non sono io, autore, che parlo; in

quanto a me, quest'Adele non la ho conosciuta nemmeno di vista. Parla

il signor Roberto Cefali, ingegnere e possidente, marito della signora

Adele).

Io non avevo nulla di serio da rimproverare all'Adele; l'Adele non

aveva nulla di serio da rimproverare a me, ma non potevamo soffrirci.

Ossia, bisogna esser giusti, ero io che non potevo soffrir lei;

l'Adele era così flemmatica da non esser nemmeno capace di una vigorosa

antipatia. Discorrendone co' miei amici, io la chiamavo _poggiapiano_,

non già perchè la credessi fragile. Dio guardi, ma perchè nel muoversi,

nell'aprir la bocca, la mi aveva sempre l'aria d'una persona che ha

paura di romper qualche cosa.

Confesso ch'ero un giovine alquanto leggero; m'ero ammogliato

spensieratamente e adesso mi atteggiavo a vittima del matrimonio.

Alla mia età, col mio ingegno (scusate la modestia), col mio titolo di

dottore in matematica, con una discreta sostanza, con un'indipendenza

assoluta (chè pur troppo i miei genitori eran morti da un pezzo) avrei

potuto far la prima figura nel mondo, senza quella benedetta consorte

che non aveva un filo d'ideale. Basti dire che durante la luna di

miele, quando avevo l'ingenuità di leggerle i miei versi, non ci fu mai

caso di strapparle un grido d'ammirazione. Non vorrei che questa fosse

stata la prima origine della mia antipatia. Si dice sempre: _Cherchez

la femme_. Io direi: cercar la donna va benissimo, ma non è male cercar

la ragione delle cose anche nella vanità umana. Vanità ferita, vanità

soddisfatta, ecco la sorgente di tanti amori e di tanti odi. Come

vedete, diventando vecchio, son diventato filosofo.

Insomma era difficile trovare un connubio più annoiato del nostro.

Quando eravamo insieme, l'Adele ed io, ci si sbadigliava in faccia

ch'era un piacere a vederci. L'arrivo di Giovannino non cambiò questa

situazione interessante; tutt'altro. L'Adele volle esser la balia del

suo bambino; si fece camera a parte durante il tempo dell'allattazione,

e poi non si provò nessun bisogno di tornar alle prime abitudini. Tocca

a lei a parlare, — dicevo io nella mia sapienza, mentre cercavo fra

le quinte del teatro numerose distrazioni al mio talamo solitario. Ma

l'Adele non parlava; oh sì era dura più d'un macigno. Come la maggior

parte delle mogli virtuose, le bastava d'aver un figliuolo.

Bisogna confessare che Adele amava il suo Giovannino e ne aveva

grandissima cura; gli era sempre intorno a lisciarlo, a mutarlo di

biancheria, a farlo saltare sulle ginocchia. A me pareva ch'ella

giocasse alla bambola. Io nutrivo per mio figlio un affetto pieno di

dignità; ero un uomo troppo superiore alle svenevolezze. I grandi

sacrifizi, le grandi virtù, quelle le capivo benissimo e mi ci

sentivo adattato... ma il secolo è tanto prosaico! E sì che Giovannino

cresceva bene; a tre anni e mezzo era bello, vispo, un vero bocciuolo

di rosa che avrebbe fatto la delizia d'un uomo più serio di me. Ma

io gli badavo poco; anche quel bimbo, poveretto, mi pareva complice

dell'esaurimento della mia fantasia. Nè egli mi faceva troppo feste;

non aveva in bocca che la sua mamma. Con l'Adele ci bisticciammo

appunto a proposito di Giovannino, nè ricordo nemmeno perchè, tanto

la ragione era futile. Una parola tira dietro l'altra. — La bella vita

che si fa insieme! — disse l'Adele. — E allora ognuno se ne vada dalla

sua parte, — risposi. — Oh quanto a me, — ella soggiunse. Io colsi la

palla al balzo e spiattellai la mia idea di separazione; ella divenne

un po' pallida, ma quando seppe che tutto si compirebbe in silenzio e

che le avrei lasciato Giovannino fino a dodici anni, senz'altro obbligo

che di mandarlo da me quindici giorni ogni sei mesi, concluse che,

forse, per me, era meglio così. Io compii il suo pensiero. — Meglio per

tutti e due. — Poi continuai: — Bisognerà scrivere a tuo padre che ti

venga a prendere. — Gli scriverò io stessa domani. — Non occorre dirgli

tutto. — No, certo; gli dispiacerebbe. — Si trova un pretesto. La tua

salute... il bisogno d'un po' d'aria nativa... anche a Giovannino il

cambiamento farà bene... — Oh, Giovannino non può star meglio di così.

— Non importa, son cose che si dicono... Una volta arrivati, a grado a

grado, si mettono le faccende in chiaro.

Ella non rispose, ma parve persuasa delle mie osservazioni. Io uscii

leggero come una piuma. Ero sul punto di riacquistar la mia libertà, e

pensavo al miglior modo di usarne. Ormai m'era concesso tutto fuorchè

prender moglie. E questa impossibilità non m'era affatto sgradevole.

Del resto, io non intendevo certo di nasconder il mio stato coniugale;

non ero poi un furfante a questo segno. Ma lo ripeto; l'essenziale era

l'esser libero. La presenza di Adele, che, a parlar sinceramente, era

tutt'altro che brutta, mi tagliava i nervi e le ali. Fatalità!

I miei amici, tutti scapoli, si congratularono meco della mia

risoluzione. A questa bisognava venirci; quando non si sta bene insieme

il meglio è dividersi — fu la profonda sentenza d'un dottorino in

filosofia ch'era il Solone della brigata. Poi ognuno disse la sua.

Il più vecchio tra noi aveva trentadue anni; io, ammogliato con un

figlio, non ne avevo che ventisette. M'ero sposato a ventidue anni e

mezzo, prima ancora d'aver compiuto gli studi universitari. Si può dar

di peggio? — A quell'età non si è responsabili delle proprie azioni, —

disse il nostro sapiente. — Verissimo, non si è responsabili.

La mia coscienza era tranquilla, il mio spirito era elastico come non

era stato da un pezzo. Voglio esser sincero; quella sera si sturò una

bottiglia di sciampagna in onore della mia emancipazione, si bevette a'

miei futuri trionfi letterari. Chi poteva dubitare di questi trionfi?

Gli altri, forse; io no sicuramente.

Ero uscito di casa subito dopo desinare; rientrai a notte avanzata. Con

mio grande stupore mia moglie mi venne incontro.

— Giovannino è caduto, — diss'ella, — e ha riportato una terribile

contusione a un ginocchio.

— Caduto? Come? Dio buono!... I bimbi... si sa... bisogna avere un po'

d'attenzione.

— Non ne ha colpa nessuno, — ella rispose calma ma seria. — Chiamai

subito il medico.

— Soliti casi. Bastava un bagno d'arnica.

— Non è vero... Il medico dice che bisogna star a vedere...

— Oh!... I medici...

— Ha fatto una fasciatura e tornerà domattina.

— Roba da nulla... Perchè stai alzata?

— Perchè quel benedetto bimbo non s'è quietato un momento.... Sentilo

come strilla.... Vado di là.... Vuoi vederlo?

— Adesso mi pare inutile... Lo vedrò domani.

E mi ritirai nella mia camera ch'era all'angolo opposto

dell'appartamento. Ne chiusi bene i due usci in modo da non sentir

rumore di sorta, e dopo essermi spogliato, mi cacciai sotto le coperte.

— Le donne! — riflettei tra me, — fanno un chiasso d'inferno per ogni

bazzecola. E i medici gettan olio sul fuoco... Tutto per darsi aria

d'importanza, tutto per tirar acqua al proprio mulino... Il mondo è

pieno d'egoisti.

Stirai le braccia voluttuosamente, mi acconciai meglio il guanciale

sotto la testa, e non istetti molto ad addormentarmi, persuasissimo

di tre cose: _primo_, che Giovannino non s'era fatto quasi niente;

_secondo_, che l'Adele aveva esagerato il male apposta per darmi noia;

_terzo_, che io ero la sola persona savia ed equanime della famiglia.

La mattina, alzatomi abbastanza tardi, mi recai nella camera di

Giovannino, dove mia moglie aveva vegliato tutta la notte. Giovannino

si lamentava sommessamente, ma era rosso in viso, e aveva un po' di

febbre.

Il medico esaminò la gamba, ch'era tutta gonfia intorno al ginocchio,

e ordinò l'applicazione delle sanguisughe.

— C'è frattura? — io chiesi.

— Frattura, no...

— Quando non c'è frattura.... — diss'io gravemente.

— Oh! — rispose il dottore. — Ci son contusioni peggiori delle fratture.

— Che strambo gusto hanno i medici di metter le pulci nell'orecchio! —

io pensai.

Ad ogni modo, finchè non ci si vedeva chiaro, non era possibile

scrivere a mio suocero che venisse a prendersi l'Adele.

E Giovannino non migliorava punto. Era sempre gonfio, non poteva

appoggiare la gamba in terra, non poteva muoversi senza provare uno

spasimo. Avvezzo com'era a correre e a saltar tutto il giorno, doveva

essere una gran pena pel povero piccino quello starsene duro stecchito

nel letto o sul canapè. Pochi giorni avevano bastato a fargli perdere

i suoi rosei colori, a infossargli le guancie, a illanguidire i suoi

occhi vivi e lucenti. L'Adele non si moveva più dal suo fianco, faceva

di tutto per tenerlo allegro, e ogni volta ch'io uscivo mi diceva: —

Porta dei balocchi nuovi a Giovannino. — E lo diceva come la cosa più

naturale del mondo, come se fosse proprio un obbligo per me di andar in

persona nei negozi dei giuocatoli, e come se tra me e lei non si fosse

ormai d'accordo di separarci. Dal canto mio che dovevo fare? Comperavo

i balocchi a dispetto delle grasse risate de' miei amici. Altro che

l'emancipazione! Questa malattia di Giovannino era pure un brutto

contrattempo.

La cosa andava in lungo. Il medico curante desiderò un consulto, e

chiamammo uno tra più distinti chirurghi del paese, il quale, dopo

molti preamboli, concluse che s'era formato un tumore, che il bambino

doveva aver tendenze linfatiche, che occorreva per lo meno una cura

lunga, e altre allegrezze consimili.

Da quel momento la gamba del povero Giovannino fu martoriata in tutte

le maniere. Empiastri, vescicanti, tagli, iniezioni caustiche, ogni

mattina c'era una nuova tortura.

Era uno strazio superiore alle mie forze, tantochè quando veniva

il dottore, io sentivo un bisogno prepotente di prender aria. Mia

moglie, beata lei, col suo carattere flemmatico poteva assistere

alla medicatura, tener ferma la gamba del povero malato, e meritarsi

il titolo d'infermiera modello. Quand'io, addolorato davvero dalle

sofferenze del bambino, lasciavo scapparmi dal labbro due o tre

imprecazioni, ella trovava ancora il modo di sorridere, e di dire: Che

ci si guadagna a prendersela con la Provvidenza?

Del resto io non mi meravigliavo della sua calma ma della sua

robustezza fisica. A primo aspetto, la si sarebbe giudicata piuttosto

una donna gracile, ma conveniva pur ch'ella avesse una fibra d'acciaio

per non ammalarsi vegliando quasi tutte le notti, standosene sempre

chiusa fra quattro muri. Ero molto più patito io che pure mi coricavo

regolarmente ogni sera e passavo fuori di casa la maggior parte della

giornata. Questione di temperamento, di nervi: mia moglie non aveva

nervi.

Erano passate quattro settimane dacchè Giovannino s'era fatto male

alla gamba, e il nefasto tumore che gli si era formato non accennava

menomamente a guarire. I due medici alla cura si mostravano un po'

imbarazzati a rispondere alle nostre interrogazioni; _speravano_ che

tutto sarebbe finito bene, ma dovevano convenire che la cosa tirava

assai in lungo, e che s'erano manifestate delle complicazioni inattese.

Su un milione di cadute che fanno i bimbi, appena una porta simili

conseguenze. Questo colpo di fortuna era toccato a noi.

L'Adele, seria ma tranquilla, espresse il desiderio di sentire un terzo

parere. Questa volta si ricorse a un chirurgo celeberrimo d'un'altra

città, uno di quegli omenoni le cui parole valgon tant'oro. E lo dico

senza metafora.

Egli esaminò per un'ora buona la gamba di Giovannino, toccando,

premendo, introducendo la sonda senza misericordia. Giovannino avrebbe

fatto pietà ai sassi. Io sudavo freddo e dovetti uscir di camera a tre

riprese. Mia moglie, tenendo strette le mani del povero martire, non

faceva un movimento, non diceva una parola. Aveva gli occhi asciutti,

le labbra inchiodate.

Dopo l'esame locale vi fu l'esame generale che parve dar risultati

soddisfacenti. Malgrado delle sue tendenze linfatiche, Giovannino era

robustissimo. I tre medici si ritirarono in un angolo della camera a

conferir tra loro; poi suggerirono d'accordo una nuova cura. Se non

riuscirà nemmen questa.... — disse il dottor Allinori, ch'era l'ultimo

chiamato.

— Allora? — chiese mia moglie con un filo di voce.

— Allora sarà necessario pensare a qualcos'altro — soggiunse il

chirurgo senza spiegarsi di più.

Quand'egli s'accomiatò, io lo seguii nell'andito, gli misi in mano un

biglietto di banca di grosso taglio, e susurrai: — Ebbene?

— Eh, si fa un altro esperimento...

— Ma non crede che se ne verrà a capo?

— Speriamo di sì... Se no bisognerà prendere un partito estremo...

— Quale?

— Oh!... Adesso è inutile... Se ne riparlerebbe...

— No, dica dica... Quale partito?

Il dottor Allinori abbassò la voce.

— L'amputazione.

S'intese un grido represso. Era mia moglie. Ella ci era venuta dietro

in punta di piedi, e perchè l'andito era buio, aveva potuto avvicinarsi

inavvertita e sentir la terribile parola pronunziata dal dottore.

— Signora, signora, — disse costui dolente dell'accaduto. — Non si

sgomenti... Sono eventualità remote... Noi medici dobbiamo preveder

tutti i casi.

L'Adele si era già ricomposta.

— Lo so, — ella rispose. — Ma tornerà, non è vero?

Si stabilì che il dottor Allinori sarebbe tornato di lì a quindici

giorni. E intanto si sperò nella nuova cura.

L'idea dell'amputazione era orribile. Io non riuscivo nemmeno a

concepire quel demonietto di Giovannino senza una gamba. E dire che

quelle sue belle coscie di rosa e di latte, que' suoi polpacci sodi

erano il grande orgoglio di sua madre, la quale, appena capitava

un conoscente, non sapeva far di meglio che alzare il gonnellino

del bimbo e magnificarne le forme piene e rotonde. Tutte cose ch'io

avevo apprezzate poco finchè Giovannino era sano, ma che apprezzavo

moltissimo oggi che la fatalità veniva a colpir così crudelmente

la povera creaturina. Sì, lo confesso, ora soltanto cominciavo a

provar davvero il sentimento della paternità; la gamba di Giovannino

m'apparteneva; io non dovevo permetter che il ferro d'un chirurgo la

tagliasse. E cercavo di tirar dalla mia parte mia moglie, di strapparle

una feroce, una decisiva protesta contro la barbarie che si tramava a

nostro danno. Ella si contentava di rispondere: — Speriamo che non ce

ne sia bisogno.

Giovannino non soffriva sempre. Egli aveva i suoi lucidi intervalli,

in cui rideva, scherzava come una volta. Avevamo fatto fare apposta per

lui una carrozzetta a molle, da tirarsi a mano, ch'era una maraviglia.

E quando il tempo era bello, lo si conduceva in giardino e anche

fuori di casa, ed egli beveva avidamente l'aria libera e il sole, e si

deliziava nel profumo dei fiori e nel volo capriccioso delle farfalle,

egli che, fino a poco tempo addietro, era una farfalla ed un fiore.

Bisognava tenerlo fermo sul sedile, perch'egli, dimenticando il suo

male, avrebbe voluto ogni momento saltar giù e mettersi a correre

come facevano gli altri fanciulli. O perchè doveva egli esser diverso

dagli altri fanciulli? Del resto, egli non aveva alcuna coscienza

della gravità del suo stato. Calcolava sempre di alzarsi _domani_,

di tornar _domani_ quello ch'era una volta. La sua mamma secondava

queste fantasie; io, quand'ero presente a tali discorsi, duravo fatica

a frenar le lagrime. Allorchè la bambinaia era stanca di tirar la

carrozza, Adele, ch'era la sola ad aver autorità sul piccolo malato

e che doveva quindi stargli sempre a fianco per impedir ch'egli si

movesse, mi diceva: — Roberto, mettiti un po' tu al posto della Lisa.

— Io obbedivo, e principiavo a far confidenza con mio figlio. Era pur

bello Giovannino! Il vento scompigliava sulla sua candida fronte i

suoi ricciolini biondi e tingeva in rosa le sue guancie pallide. Gli

occhi perdevano per un istante la loro espressione di sofferenza e

riacquistavano un raggio dell'antica luce. I suoi braccetti sottili si

agitavano con voluttà e le sue manine battevano una contro l'altra.

— Com'è bello! — esclamai un giorno davanti all'Adele.

— Oh! — ella rispose. — Adesso?

E le sue pupille s'inumidirono e parvero guardar nel passato.

Ella intendeva dire: — Una volta era bello!

E io una volta ci badavo appena!

Ogni mattina, anche quando non veniva alcuno dei dottori, l'Adele

medicava la gamba del bimbo, ed ella si disimpegnava dell'ufficio

delicato con una sicurezza, con una calma, con una sollecitudine

ammirabili. Si sarebbe detto ch'ella fosse vissuta dieci anni in

un ospitale come assistente chirurgica. Era innegabile; mia moglie

aveva le sue buone qualità, ed era per lo meno strano ch'io volessi

separarmi da una donna simile, mentre tanti mariti... basta.... Ma

d'altra parte, c'era quella benedetta incompatibilità di carattere. E

poi la separazione era desiderata dall'Adele quanto da me!... Beninteso

che non si poteva pensarci finchè durava la malattia di Giovannino.

Quand'egli fosse guarito, sarebbe stata altra cosa.... Ma se non

fosse guarito?... Era una idea ch'io respingevo da me, ma che tornava

inesorabilmente ad angosciarmi.... Se non fosse guarito?... Certo

allora la separazione sarebbe stata ancora più facile; che vincolo

avrebbe tenuti stretti l'Adele e me?... Se non fosse guarito?... Oh!

Era orribile!

Io che non mi sentivo in grado di star presente alla medicatura,

domandavo sempre all'Adele: — Dunque? — Ma pur troppo nè da lei, nè dai

medici mi riusciva ottenere una risposta favorevole.

La nuova visita del dottor Allinori ebbe un risultato sconfortantissimo.

— Pur troppo non c'è nessun miglioramento, — egli disse, rispondendo

agli sguardi ansiosi dell'Adele e di me.

E tentennò il capo e discorse sottovoce co' suoi colleghi.

— Si può aspettare ancora un poco, — egli concluse prendendomi da

parte. — Chi sa?... La natura fa miracoli.... Ma se il miracolo non

viene, è inutile, bisogna ricorrere all'ultimo mezzo che suggerisce la

scienza.

Gli altri assentirono.

— L'amputazione! — esclamai.

La tremenda parola m'abbruciava la lingua e io attorcigliavo

rabbiosamente il fazzoletto intorno alle dita.

Mia moglie non tardò a raggiungerci. Ella aveva indovinato tutto. Mi

pose la mano sulla spalla, e bisbigliò:

— Coraggio!

Era lei che faceva coraggio a me!

— Urgenza vera non ce n'è, — riprese il dottor Allinori. — Ma non

bisogna attender che il male sia eccessivamente progredito, se non si

vuol trovare il corpo esausto di forze.... Io devo esser qui di nuovo

verso la fine della ventura settimana, e allora....

— Sono poi sicuri di salvarlo con l'amputazione? — interruppe mia

moglie con voce più ferma di quella che avrei avuto io.

— La sicurezza assoluta non si ha mai, ma si può avere una sicurezza

relativa.... Se il bambino non fosse robusto, se tutti i suoi visceri

non fossero sani, se il male che gli si è manifestato non avesse

avuto una causa traumatica, confesso che non oserei consigliar questa

prova.... che è grave.... Ma insomma, nel caso nostro, un sessanta per

cento di probabilità favorevoli ci deve pur essere.

— Un sessanta per cento! — diss'io cupamente. — E gli altri quaranta?

— Caro ingegnere, — ripigliò il dottore, — siamo in burrasca e non

dobbiamo farci illusione.... Un sessanta per cento di probabilità

favorevoli val meglio che un novantanove per cento di probabilità

sfavorevoli.

— Dunque non c'è altra uscita? — chiesi di nuovo con l'angoscia

nell'anima.

— Se in otto o dieci giorni non nasce una crisi benefica, non ne vedo

altre, — replicò il dottore. — Almeno questo è il mio parere. Che ne

dicono i miei colleghi?

Alla finestra: Novelle · 第 21 / 42 题