Il panierino tragittò più d'una volta fra le finestre lungo la
cordicella. I bimbi della _calle_, ne ridevano e salutavano questi
passaggi aerei coi loro frizzi; le donnicciuole facevano i loro
comenti, tanto più ch'esse avevano visto una femmina ignota salire
replicatamente della Gegia. Nondimeno le cose sarebbero andate
liscie se un bel giorno il paniere non si fosse piegato troppo da
una parte e non avesse lasciato cadere il suo prezioso carico nella
via sottoposta. Il carico, che consisteva in una semplice letterina
scritta in carta sottile, fece parecchie leggiadre giravolte prima
d'arrivare in istrada, ma alla fine andò a terminare in grembo ad un
monello che giuocava sullo scalino di una porta. Si può immaginare
l'agitazione delle due ragazze. L'una, la Lotte, spintasi fuori con
mezza la persona dalla finestra, seguiva collo sguardo il volo del suo
biglietto; l'altra, la Gegia, che non poteva muoversi dalla sedia, lo
seguiva col pensiero e non era la meno inquieta. — Ps! Ps! — fece la
Lotte al ragazzo, vedendo che in quel momento non c'erano altri nella
_calle_. E avvicinate le mani alla bocca in modo da raccogliere il
suono, gli disse: Vieni subito al portone che scendo io. — Lasciò la
finestra e fu presto sulle scale. Il fanciullo, cui non pareva vero
di prendersi una mancia dalla signorina, aveva prontamente obbedito
e, tenendo delicatamente fra le dita il biglietto, aspettava che il
portone si aprisse. Volle sfortuna che in quel momento arrivasse dalla
strada nientemeno che _Herr Graf_ von Rheinstadt, il padre della Lotte.
Come costui vide il garzoncello all'uscio di casa sua, gli domandò
brusco che cosa volesse. L'interrogato, tra pella confusione, tra pel
dubbio di non farsi intendere in veneziano, si spiegò a gesti segnando
prima la finestra della Gegia, poi quella del palazzo e sforzandosi
a descrivere con la mano la caduta della lettera. Ma prima che la
spiegazione fosse compiuta, la porta si aprì, comparve la Lotte, la
quale rimase pietrificata alla vista del suo maestoso genitore. _Herr
Graf_ credette d'aver capito abbastanza, strappò il biglietto dalle
dita del ragazzo e a titolo di mancia gli amministrò uno scappellotto.
Indi, spingendo avanti di sè la figliuola, entrò in casa e si tirò
dietro il portone con gran fracasso. Di lì a poco la cameriera tedesca,
che, mesi addietro, aveva accompagnata la Lotte in casa della Gegia,
venne alla finestra del gabinetto della sua padroncina, rivolse alla
povera inferma uno sguardo velenoso e le gridò due volte _Unverschämte!
Unverschämte!_ (svergognata). Indi chiuse le imposte. Nello stesso
tempo il ragazzo ch'era stato così mal ricompensato dei suoi servigi
pensò di sfogar la sua stizza andando sotto al balcone della Gegia e
urlando: — Tutto per colpa tua, brutta storpia! brutta....! E qui c'era
una parola brutta davvero che il lettore mi dispenserà dal ripetere.
Quando la cosa si divulgò nel vicinato, le femminuccie della _calle_
si mostrarono tutte piene di scrupoli virtuosi. Il giudizio meno
ostile alla Gegia fu quello di _siora_ Veronica. _Poverazza! Bisogna
compatirla. Non la pol far ela e la tien terzo ai altri._ E il
barcaiuolo Filippo, informato della faccenda, s'infiammò di un sdegno
veramente magnanimo. — Quella lì, vedete — egli disse, parlando della
Gegia — dopo una roba simile, io non la conosco quasi più per mia
figlia. — Onde gli spiriti timorati convennero che Filippo era un
_uomo giusto_ un uomo il quale, _in materia d'onore_, non guardava in
faccia nemmeno alle sue creature. In quanto alla zia Marianna, ella
aveva subodorato qualche novità. Ma siccome nessuno voleva perdere il
fiato con lei, così alle sue interrogazioni si rispondeva gridandole
nell'orecchio: — _Domandate a vostra nipote_. Era un altro martirio per
la Gegia che diceva con voce supplichevole: — _Mi lasci stare. Ma mi
lasci stare._ E la sorda si ritirava in cucina sbuffando e ripetendo su
tutti i tuoni: — _Mi par d'essere in una gabbia di matti_.
In quale stato d'animo fosse la Gegia è facile immaginare. Il
rimprovero che la sua coscienza le aveva già diretto faceva sentir più
acerba la sua puntura dopo che la disgraziata ragazza trovava intorno
a sè la riprovazione degli altri. Perchè così nel biasimo come nella
lode che l'uomo dà a sè medesimo accade ben di rado che si astragga
affatto dal giudizio altrui, e la coscienza dell'individuo, per altera,
per illibata che sia, muta i suoi responsi col mutar dell'ambiente
in cui vive. Ma la Gegia, in mezzo alla sua mortificazione, aveva
un altro pensiero che la crucciava. Era il pensiero della sua amica
alla quale ella non sapeva che punizioni si fossero inflitte. A veder
sempre chiusa la finestra, ove la bella giovinetta soleva venir così
spesso a conversare con lei, ella sentiva stringersi il cuore. Certo
la Lotte era stata mandata via di casa, forse la si era cacciata in
un ritiro, povera creatura! La Gegia se la figurava già vestita di
saio, coi capelli corti, come, da bambina, aveva visto le monache nel
convento delle _Terese_. E anche lei, anche la Lotte, doveva dunque
rinunziare al mondo, doveva rinunziare all'amore! _Anche lei!_ Chi
può assicurarci che nel pronunziar questa frase le Gegia non provasse
in cuor suo quell'amaro conforto che è pur nella certezza del dolore
diviso? Chi può assicurarci che ella non fosse in preda a quella
strana contraddizione, che, mentre sveglia in noi tutto lo spirito di
sacrifizio necessario a toglier di pena un amico, di farebbe accogliere
come un disinganno la notizia che l'amico non ha nulla sofferto?
Questo disinganno, se era tale, la Gegia non tardò a subirlo. Pochi
giorni dopo l'avvenimento della lettera, ella sentì salir dalla strada
la voce della Lotte, il fruscio della sua vesta, lo scoppiettar del
suo riso. _Cò presto la ghe xè passada!_ dissero le comari della calle
vedendola vispa, ilare, elegante. Il romanzo della Gegia era andato
in fumo, la sua amica era sempre felice, ed ella piangeva a lagrime
dirotte.
Col chiudersi della finestra di facciata s'era chiusa per la Gegia una
gran parte del suo piccolo mondo. Ella passava intere giornate senza
scambiare una parola, chè con la zia Marianna era inutile discorrere
e le sue vicine non capitavano che di rado a visitarla. E poi queste
visite erano quasi sempre una fonte di mortificazioni per lei. Ogni
momento le si diceva: — Sai, la tale si marita a Pasqua e la tal'altra
fa l'amore con questo o con quello. — E qualche volta era la fidanzata
stessa che veniva a darle la buona nuova. Veniva tutta in fronzoli,
fresca, rosea, ridente, mostrando le _buccole_ che le aveva regalato
_el novizzo_, vantando, col freddo egoismo dei felici, la buona ventura
che l'era toccata e descrivendo in lungo e largo i suoi piani per
l'avvenire.
Povera Gegia! E pensare che queste ragazze erano, da bimbe, men
belle di lei. Pensare che suo padre, il quale allora l'amava, non si
stancava di ripetere: — Come la mia figliuola non ce n'è una in tutta
la parrocchia! — Adesso ella conservava ancora un pallido ricordo di
quel suo profilo di vergine, conservava i suoi bei capelli biondi,
i suoi grandi occhi bruni. Ma quegli occhi erano scemi dell'usato
splendore, e giravano intorno null'altro esprimendo che una mestizia
quasi rassegnata; ma le guancie avvizzite avevano ormai la tinta
giallastra della cera. Nel suo complesso aveva il curioso aspetto di
una bambina vecchia. La statura, la sottigliezza delle braccia, la
curva appena visibile del seno, le avrebbero fatto dare tredici anni
al più, ma guardandola in viso, specialmente se vinta dalla stanchezza
ella chiudeva un istante gli occhi, si sarebbe detto: È una donna di
trenta. Nel fatto, al momento di cui parliamo, non ne aveva che sedici.