IV.

Succedette un inverno freddissimo. Nevicava ogni secondo giorno, e la

Gegia stava rannicchiata sulla sua sedia collo scaldino allato tanto da

poter posarvi di quando in quando le mani che intirizzivano. La neve,

cacciata dal vento, si era rappresa sugli sporti, sulle inferriate,

nelle screpolature del muro di faccia, e spenzolava dal cornicione del

palazzo come il drappo d'un baldacchino, e orlava le imposte della

finestra della Lotte che appena ogni due o tre giorni sollevava un

momento le cortine e salutava con un cenno l'amica. Giù nella _calle_

c'era un gran baccano. I monelli si rincorrevano gettandosi addosso

la neve a manate, e la Gegia sentiva quel chiasso, sentiva le palle

di quel bombardamento da burla frangersi sulle porte e sui muri, e il

gridio dei fanciulli, e le voci corrucciate dei babbi e delle mamme, e

pensava con che voluttà si sarebbe ella pur commista all'ilare schiera.

Ma a dover stare così immobile, infilando perle alla luce colata che

scendeva dall'alto, quei fiocchi bianchi che venivano a posarsi in

silenzio sul suo davanzale le mettevano una malinconia da non dirsi.

E salutò con entusiasmo i venti di marzo che portavano via le ultime

traccie di neve, e salutò i colombi, che rinfrancati, non uscivano più

dal loro nido soltanto una volta al giorno per andare al tocco delle

due in piazza San Marco, ma passeggiavano sul cornicione, traversavano

la _calle_ e si posavano sulla sua finestra a beccolarvi le briciole di

polenta ch'ella spargeva colà apposta per loro.

— Come sono interessanti quelle bestiuole! — esclamò una mattina la

Lotte affacciandosi al balcone dopo tanti mesi, e come se ripigliasse

un discorso interrotto pochi minuti prima. — E che bene si vogliono!

E che baci si danno!... Che cos'hai, Gegia? Perchè mi guardi come una

bestia rara?

Ciò che la Gegia guardava era il gran mutamento operatosi nella sua

amica durante quell'inverno. I suoi occhi azzurri avevano acquistato

un'espressione nuova; parevano divenuti più grandi, più profondi;

le lunghe treccie non le scendevano più infantilmente giù per la

schiena, ma le erano raccolte intorno al capo; il vivo rossore delle

sue guancie aveva ceduto il posto ad un leggero incarnato, la faccia

già un po' troppo piena e paffuta s'era affilata alquanto e ridotta

di un bell'ovale; il collo lungo, ben tornito, sottile, si posava

superbamente sopra un magnifico giro di spalle degne d'esser modellate

da uno scultore. Dall'autunno non era forse cresciuta in altezza,

ma sembrava che fosse, tanto aveva acquistato ormai l'aspetto d'una

ragazza fatta.

La Gegia le esternò la sua ammirazione; ella fece spallucce e sorrise.

Era avvezza ormai a ben altri omaggi!

— Ho continuato a intagliar fiori di carta, — osservò la povera

inferma, credendo di dir cosa grata alla Lotte. — Oh come debbo esserle

riconoscente per le lezioni che mi diede!...

— Bah! — rispose la tedesca con indifferenza. E mutò argomento. — E

io ho ballato, cara mia ho ballato tutto questo inverno, ciocchè è

meglio che far fiori di carta. Avevo ballato anche negli anni scorsi,

ma non tanto, e non col gusto di quest'anno.... Che effetto singolare

quell'esser portate in aria.... Tutto si confonde insieme, il suono, la

luce, l'alito....

Ma si fermò a questo punto, chè le parve di veder una nube sulla fronte

della sua disgraziata interlocutrice. Tolse da un vaso un mazzolino

di fiori, e presa la mira lo gettò in camera della Gegia. — Ti servirà

pei tuoi lavori, — le disse. Poi, dimentica del riserbo delicato che le

aveva fatto poc'anzi interrompere il suo discorso, soggiunse: — Ma non

ti darei per tutto l'oro del mondo quella viola lì. — E additò un fiore

che era in un bicchiere, posato sul marmo del suo lavamano. — Oh quella

viola non la darei a nessuno, a nessuno.

E si allontanò canticchiando la ballata di Goethe:

_Es war ein König in Thule_

_Gar treu bis an das Grab...._

La Gegia non era in grado di fare uno studio psicologico nè sugli

altri, nè su sè stessa; ella capiva soltanto che in quei pochi mesi un

mondo di pensieri nuovi, di nuove impressioni, di nuovi affetti s'era

spalancato dinanzi alla Lotte, e che in quel mondo ella ci era entrata

come una regina. Ormai a parlare con lei le sembrava di discorrere con

una persona che fosse sulla punta di un campanile; tanto ci correva

tra loro! La fortunata fanciulla (chè, grande e grossa com'era, non

toccava ancora i quindici anni) aveva la coscienza della sua bellezza,

della sua forza, e la lasciava trasparire con la baldanza dell'età

sua. Bisognava veder la mattina, quando faceva la sua _toilette_, come

si compiaceva a guardarsi nello specchio! Certa di non aver di fronte

altri che la Gegia, ella spesso non si curava nemmeno di abbassar le

tendine e terminava di vestirsi a finestre aperte. Eppur la Gegia la

divorava cogli occhi come se fosse stata un giovinotto, ed ammirava

quelle spalle che parevan tagliate nel marmo, e le curve del seno mal

dissimulate dal candido lino, le braccia ignude fin sotto le ascelle e

arrovesciate dietro la nuca ad annodare le diffuse treccie dei lunghi

capelli. E sentiva in cuor suo come un misto d'invidia, di desideri

ancora mal noti, di sfiducia desolata e profonda. Era ella pur nell'età

in cui nella fanciulla si sveglia la donna, e acquistavano un senso per

lei tante frasi udite, tante cose vedute, e il sangue le correva nelle

vene più infiammato, più rapido. Adesso capiva davvero il cinguettìo

delle coppie innamorate che ad ora tarda venivano a dirsi qualche

paroletta furtiva sotto la sua finestra, e adesso intendeva ciò che

significava l'esser _novizze_, come le si narrava or dell'una, or

dell'altra delle ragazze, che, un po' più grandicelle, avevano, anni

addietro, giuocato con lei. E, coricatasi, vegliava a lungo pensando,

e si voltava e rivoltava nel suo letticciuolo; poi quando cedeva alla

stanchezza e chiudeva gli occhi, i sogni si calavano in frotta sul

suo capezzale. Era, in sogno, bella anche lei, bella come la Lotte,

aveva anche lei il suo _moroso_, era fidanzata.... Poi si destava in

sussulto, la fredda realtà le si parava dinanzi, e piangeva.

Una notte, nella quale non le riusciva di quietarsi, intese aprire

adagio adagio le imposte della finestra dirimpetto. Tese l'orecchio

e distinse la voce della Lotte, a cui una voce d'uomo rispondeva

dal basso. Stettero forse cinque minuti a scambiarsi delle parole in

tedesco; poi si udì lo scoccare di due baci, di due baci innocenti,

intendiamoci, perchè l'uno scendeva da un primo piano alla strada,

l'altro saliva dalla strada a un primo piano. Ma i baci _mandati_ fanno

più strepito dei baci _dati_ e quel suono impedì alla Gegia di dormire

anche il resto della notte. La mattina poi, quando la Lotte si affacciò

alla finestra, ella le mise addosso certi occhi, che quella, contro il

suo solito, divenne rossa, parve confusa, ed abbassò il viso.

La Gegia non potè a meno di lasciarsi scappar dal labbro. — Oh sia

sicura che non dirò niente.

— Di che cosa? — rispose la Lotte facendosi di tutti i colori.

— Oh bella.... di questa notte.

— Che intendereste dire? — replicò la tedesca rizzando il capo in aria

corrucciata ed altiera.

Alla Gegia vennero le lagrime agli occhi. — Scusi, — balbettò, — io non

ci ho colpa.... non dormivo....

— Passate la notte alla finestra?

— No, no.... ma sentivo ugualmente... Del resto non potevo capir

nulla.... Non capisco mica il tedesco, io.

— Ebbene! che male c'è? Era il cameriere di una mia amica che veniva a

domandarmi se la sua padroncina aveva lasciato da me il suo ventaglio.

Non ci voleva un grande acume a capire che questa era una bugia, ma la

Gegia non aggiunse parola. La Lotte chiuse la finestra dispettosamente,

e non si fece più vedere per alcune ore. Ma sulle due ricomparve con

cera rabbonita, si guardò intorno e chiese alla Gegia — C'è nessuno da

te?

— Sì, c'è la zia — rispose l'altra cui non pareva vero d'essere

interrogata amichevolmente.

— Che seccatura!

— Oh, la sta sempre in cucina e sente appena le cannonate.

— Ebbene, vengo, dopo tanto tempo, a darti una nuova lezione di fiori.

E queste ultime parole le pronunciò ad alta voce, come se desiderasse

che fossero intese.

La Gegia aveva lasciato dormire da alcune settimane quei suoi lavorucci

di carta, e teneva tutto chiuso in un cassetto del suo tavolino. Aveva

bisogno di guadagnar quattrini e perciò doveva attendere a infilar

perle e preparar qualche ninnolo di conterie, che il buon Menico

vendeva per lei. Adesso tirò fuori dal tavolino la carta a colori, i

modelli e gli arnesi che le erano stati regalati dalla Lotte, e stette

in aspettazione della bella vicina.

— Buondì, Gegia — disse la Lotte entrando senza preamboli, e voltandosi

con una certa compiacenza a raccoglier la coda della sua lunga vesta di

percallo, che s'era impigliata nell'uscio. — Stamattina fui cattiva, ma

che diamine? Se ti sentivano.... Basta.... _À quelque chose malheur est

bon_.

— Le domando scusa di nuovo...

— Ci hai creduto alla storiella del cameriere?

— Ma.... sì.

— Baie! Hai una testolina troppa svelta.

La Gegia non rispose. Dopo una pausa di qualche secondo, ella disse: —

Non siede?

— Chè! Bisogna ch'io me ne vada subito.... I miei genitori sono andati

a fare una visita. Se tornano e non mi trovano in casa, sto fresca.

— Ah! Credevo fosse venuta per i fiori — osservò la Gegia guardando un

po' mortificata tutta la roba ch'ella aveva messo sul tavolino apposta.

— No, no, i fiori non c'entrano — replicò la Lotte. E si diresse verso

un cassettone sul quale erano collocati alcuni gingilli in conterie. —

Oh! il bel panierino! Oh il bel monile! Come mi piacerebbe averli!

— Li prenda.

— Purchè non sia come l'altra volta, sai. Voglio pagarli.

— Valgono così poco...

— Alle corte. Se non lasci ch'io me li pigli e li paghi, vado in

collera.

— Che debbo dirle? Faccia lei.

— Così mi piace. — Involse i due oggetti nel fazzoletto bianco, poi

si avvicinò alla Gegia e le diede una moneta chiusa diligentemente

entro un pezzo di carta. Infine, chinandosele all'orecchio, le disse:

— Se domani viene qui una donna portando _qualche cosa_ per me, mi

prometti di passarmi quella cosa dalla finestra? — E per prevenire ogni

obbiezione, soggiunse: — Ho un panierino di paglia che farò scorrere

lungo una cordicella di cui ti getterò uno dei capi. Mi prometti?

La Gegia non s'era ancor formata un'idea chiara di ciò che le si

domandava. Aveva un confuso barlume che ci fosse qualche cosa di male,

ma come risponder di no alla Lotte, che, bella e gran signora com'era,

aveva tanta degnazione per lei? Così, divenendo rossa, articolò un sì

appena percettibile.

— Grazie! — disse la Lotte. Le passò la mano sui capelli e soggiunse: —

I bei capelli che hai! E anche il viso è bellino... Sembri una Madonna.

Indi, senz'altri indugi, sgusciò via rapida e leggera com'era venuta,

e la lasciò mezzo sbalordita.

Ma lo sbalordimento della Gegia s'accrebbe, quando, rimasta sola, ella

spiegò la cartolina che aveva ricevuta e vi trovò un napoleone d'oro.

Senza saper precisamente il perchè, ella si sentì montar le fiamme al

viso; credette per un istante a uno sbaglio, ma poi si ricordò che

quella cartolina era preparata, e che doveva essere stata preparata

appunto per evitare le obbiezioni ch'ella avrebbe mosso senza dubbio

nel ricevere un compenso tanto maggiore del prezzo di ciò ch'ella

dava. Non erano, no, i suoi gingilli che le venivano pagati con quel

napoleone d'oro; era il servigio che si era chiesto da lei e ch'ella

aveva promesso di rendere. Oh se avesse potuto ritirar la sua parola!

Se avesse potuto consigliarsi con qualcheduno! Ma con chi? Suo padre

non capitava quasi mai a casa, ed era diventato poco men d'un estranio

per lei; colla zia Marianna bisognava rinunziare a discorrere, tanto

era sorda; il signor Menico ella non lo vedeva che di lì a cinque

giorni. E poi poteva tradire il segreto della Lotte? E se, dopo tutto,

la Lotte non le avesse chiesto che la cosa più naturale del mondo? E se

avesse voluto beneficarla? Aveva ella il diritto di essere orgogliosa?

Di rifiutare un piacere a chi glielo domandava con tanta grazia? Ma

se non fosse un piacere onesto? Onesto! E sapeva ella veramente ciò

ch'era onesto e ciò che non era? Chi glielo aveva insegnato? Torturata

da questi dubbi, la Gegia passava quel napoleone d'oro da una mano

all'altra quasi fosse rovente, e si guardava intorno come a cercare

un'ispirazione che non veniva, un buon suggerimento che nessuno le

dava. Ma quando vide entrare la zia Marianna, la fanciulla ripose

istintivamente la moneta nel cassetto del suo tavolino; non era a lei

ch'ella avrebbe potuto confidarsi. La zia Marianna era brontolona

per indole; quel giorno poi ella accusava cento malanni, prevedeva

che sarebbe caduta inferma e che l'avrebbero spedita all'ospedale. E

si lamentava in anticipazione della sua cattiva stella e del pessimo

cuore degli altri. La Gegia era avvezza a questi pronostici e a questi

lamenti; pur quel giorno ne fu colpita più del consueto; pensò che

una volta tanto la zia poteva dire la verità e che s'ella infermava

sul serio sarebbe convenuto fare ogni sacrifizio per salvarla dallo

spauracchio dell'ospedale. In questo caso i quattrini non sarebbero

stati mai troppi e quel famoso _marengo_ avrebbe servito a fare una

buona azione. Così si decise a tenerlo, lieta forse in cuor suo d'aver

trovato un motivo che giustificasse a' suoi occhi un tale proposito.

Alla finestra: Novelle · 第 9 / 42 题