Succedette un inverno freddissimo. Nevicava ogni secondo giorno, e la
Gegia stava rannicchiata sulla sua sedia collo scaldino allato tanto da
poter posarvi di quando in quando le mani che intirizzivano. La neve,
cacciata dal vento, si era rappresa sugli sporti, sulle inferriate,
nelle screpolature del muro di faccia, e spenzolava dal cornicione del
palazzo come il drappo d'un baldacchino, e orlava le imposte della
finestra della Lotte che appena ogni due o tre giorni sollevava un
momento le cortine e salutava con un cenno l'amica. Giù nella _calle_
c'era un gran baccano. I monelli si rincorrevano gettandosi addosso
la neve a manate, e la Gegia sentiva quel chiasso, sentiva le palle
di quel bombardamento da burla frangersi sulle porte e sui muri, e il
gridio dei fanciulli, e le voci corrucciate dei babbi e delle mamme, e
pensava con che voluttà si sarebbe ella pur commista all'ilare schiera.
Ma a dover stare così immobile, infilando perle alla luce colata che
scendeva dall'alto, quei fiocchi bianchi che venivano a posarsi in
silenzio sul suo davanzale le mettevano una malinconia da non dirsi.
E salutò con entusiasmo i venti di marzo che portavano via le ultime
traccie di neve, e salutò i colombi, che rinfrancati, non uscivano più
dal loro nido soltanto una volta al giorno per andare al tocco delle
due in piazza San Marco, ma passeggiavano sul cornicione, traversavano
la _calle_ e si posavano sulla sua finestra a beccolarvi le briciole di
polenta ch'ella spargeva colà apposta per loro.
— Come sono interessanti quelle bestiuole! — esclamò una mattina la
Lotte affacciandosi al balcone dopo tanti mesi, e come se ripigliasse
un discorso interrotto pochi minuti prima. — E che bene si vogliono!
E che baci si danno!... Che cos'hai, Gegia? Perchè mi guardi come una
bestia rara?
Ciò che la Gegia guardava era il gran mutamento operatosi nella sua
amica durante quell'inverno. I suoi occhi azzurri avevano acquistato
un'espressione nuova; parevano divenuti più grandi, più profondi;
le lunghe treccie non le scendevano più infantilmente giù per la
schiena, ma le erano raccolte intorno al capo; il vivo rossore delle
sue guancie aveva ceduto il posto ad un leggero incarnato, la faccia
già un po' troppo piena e paffuta s'era affilata alquanto e ridotta
di un bell'ovale; il collo lungo, ben tornito, sottile, si posava
superbamente sopra un magnifico giro di spalle degne d'esser modellate
da uno scultore. Dall'autunno non era forse cresciuta in altezza,
ma sembrava che fosse, tanto aveva acquistato ormai l'aspetto d'una
ragazza fatta.
La Gegia le esternò la sua ammirazione; ella fece spallucce e sorrise.
Era avvezza ormai a ben altri omaggi!
— Ho continuato a intagliar fiori di carta, — osservò la povera
inferma, credendo di dir cosa grata alla Lotte. — Oh come debbo esserle
riconoscente per le lezioni che mi diede!...
— Bah! — rispose la tedesca con indifferenza. E mutò argomento. — E
io ho ballato, cara mia ho ballato tutto questo inverno, ciocchè è
meglio che far fiori di carta. Avevo ballato anche negli anni scorsi,
ma non tanto, e non col gusto di quest'anno.... Che effetto singolare
quell'esser portate in aria.... Tutto si confonde insieme, il suono, la
luce, l'alito....
Ma si fermò a questo punto, chè le parve di veder una nube sulla fronte
della sua disgraziata interlocutrice. Tolse da un vaso un mazzolino
di fiori, e presa la mira lo gettò in camera della Gegia. — Ti servirà
pei tuoi lavori, — le disse. Poi, dimentica del riserbo delicato che le
aveva fatto poc'anzi interrompere il suo discorso, soggiunse: — Ma non
ti darei per tutto l'oro del mondo quella viola lì. — E additò un fiore
che era in un bicchiere, posato sul marmo del suo lavamano. — Oh quella
viola non la darei a nessuno, a nessuno.
E si allontanò canticchiando la ballata di Goethe:
_Es war ein König in Thule_
_Gar treu bis an das Grab...._
La Gegia non era in grado di fare uno studio psicologico nè sugli
altri, nè su sè stessa; ella capiva soltanto che in quei pochi mesi un
mondo di pensieri nuovi, di nuove impressioni, di nuovi affetti s'era
spalancato dinanzi alla Lotte, e che in quel mondo ella ci era entrata
come una regina. Ormai a parlare con lei le sembrava di discorrere con
una persona che fosse sulla punta di un campanile; tanto ci correva
tra loro! La fortunata fanciulla (chè, grande e grossa com'era, non
toccava ancora i quindici anni) aveva la coscienza della sua bellezza,
della sua forza, e la lasciava trasparire con la baldanza dell'età
sua. Bisognava veder la mattina, quando faceva la sua _toilette_, come
si compiaceva a guardarsi nello specchio! Certa di non aver di fronte
altri che la Gegia, ella spesso non si curava nemmeno di abbassar le
tendine e terminava di vestirsi a finestre aperte. Eppur la Gegia la
divorava cogli occhi come se fosse stata un giovinotto, ed ammirava
quelle spalle che parevan tagliate nel marmo, e le curve del seno mal
dissimulate dal candido lino, le braccia ignude fin sotto le ascelle e
arrovesciate dietro la nuca ad annodare le diffuse treccie dei lunghi
capelli. E sentiva in cuor suo come un misto d'invidia, di desideri
ancora mal noti, di sfiducia desolata e profonda. Era ella pur nell'età
in cui nella fanciulla si sveglia la donna, e acquistavano un senso per
lei tante frasi udite, tante cose vedute, e il sangue le correva nelle
vene più infiammato, più rapido. Adesso capiva davvero il cinguettìo
delle coppie innamorate che ad ora tarda venivano a dirsi qualche
paroletta furtiva sotto la sua finestra, e adesso intendeva ciò che
significava l'esser _novizze_, come le si narrava or dell'una, or
dell'altra delle ragazze, che, un po' più grandicelle, avevano, anni
addietro, giuocato con lei. E, coricatasi, vegliava a lungo pensando,
e si voltava e rivoltava nel suo letticciuolo; poi quando cedeva alla
stanchezza e chiudeva gli occhi, i sogni si calavano in frotta sul
suo capezzale. Era, in sogno, bella anche lei, bella come la Lotte,
aveva anche lei il suo _moroso_, era fidanzata.... Poi si destava in
sussulto, la fredda realtà le si parava dinanzi, e piangeva.
Una notte, nella quale non le riusciva di quietarsi, intese aprire
adagio adagio le imposte della finestra dirimpetto. Tese l'orecchio
e distinse la voce della Lotte, a cui una voce d'uomo rispondeva
dal basso. Stettero forse cinque minuti a scambiarsi delle parole in
tedesco; poi si udì lo scoccare di due baci, di due baci innocenti,
intendiamoci, perchè l'uno scendeva da un primo piano alla strada,
l'altro saliva dalla strada a un primo piano. Ma i baci _mandati_ fanno
più strepito dei baci _dati_ e quel suono impedì alla Gegia di dormire
anche il resto della notte. La mattina poi, quando la Lotte si affacciò
alla finestra, ella le mise addosso certi occhi, che quella, contro il
suo solito, divenne rossa, parve confusa, ed abbassò il viso.
La Gegia non potè a meno di lasciarsi scappar dal labbro. — Oh sia
sicura che non dirò niente.
— Di che cosa? — rispose la Lotte facendosi di tutti i colori.
— Oh bella.... di questa notte.
— Che intendereste dire? — replicò la tedesca rizzando il capo in aria
corrucciata ed altiera.
Alla Gegia vennero le lagrime agli occhi. — Scusi, — balbettò, — io non
ci ho colpa.... non dormivo....
— Passate la notte alla finestra?
— No, no.... ma sentivo ugualmente... Del resto non potevo capir
nulla.... Non capisco mica il tedesco, io.
— Ebbene! che male c'è? Era il cameriere di una mia amica che veniva a
domandarmi se la sua padroncina aveva lasciato da me il suo ventaglio.
Non ci voleva un grande acume a capire che questa era una bugia, ma la
Gegia non aggiunse parola. La Lotte chiuse la finestra dispettosamente,
e non si fece più vedere per alcune ore. Ma sulle due ricomparve con
cera rabbonita, si guardò intorno e chiese alla Gegia — C'è nessuno da
te?
— Sì, c'è la zia — rispose l'altra cui non pareva vero d'essere
interrogata amichevolmente.
— Che seccatura!
— Oh, la sta sempre in cucina e sente appena le cannonate.
— Ebbene, vengo, dopo tanto tempo, a darti una nuova lezione di fiori.
E queste ultime parole le pronunciò ad alta voce, come se desiderasse
che fossero intese.
La Gegia aveva lasciato dormire da alcune settimane quei suoi lavorucci
di carta, e teneva tutto chiuso in un cassetto del suo tavolino. Aveva
bisogno di guadagnar quattrini e perciò doveva attendere a infilar
perle e preparar qualche ninnolo di conterie, che il buon Menico
vendeva per lei. Adesso tirò fuori dal tavolino la carta a colori, i
modelli e gli arnesi che le erano stati regalati dalla Lotte, e stette
in aspettazione della bella vicina.
— Buondì, Gegia — disse la Lotte entrando senza preamboli, e voltandosi
con una certa compiacenza a raccoglier la coda della sua lunga vesta di
percallo, che s'era impigliata nell'uscio. — Stamattina fui cattiva, ma
che diamine? Se ti sentivano.... Basta.... _À quelque chose malheur est
bon_.
— Le domando scusa di nuovo...
— Ci hai creduto alla storiella del cameriere?
— Ma.... sì.
— Baie! Hai una testolina troppa svelta.
La Gegia non rispose. Dopo una pausa di qualche secondo, ella disse: —
Non siede?
— Chè! Bisogna ch'io me ne vada subito.... I miei genitori sono andati
a fare una visita. Se tornano e non mi trovano in casa, sto fresca.
— Ah! Credevo fosse venuta per i fiori — osservò la Gegia guardando un
po' mortificata tutta la roba ch'ella aveva messo sul tavolino apposta.
— No, no, i fiori non c'entrano — replicò la Lotte. E si diresse verso
un cassettone sul quale erano collocati alcuni gingilli in conterie. —
Oh! il bel panierino! Oh il bel monile! Come mi piacerebbe averli!
— Li prenda.
— Purchè non sia come l'altra volta, sai. Voglio pagarli.
— Valgono così poco...
— Alle corte. Se non lasci ch'io me li pigli e li paghi, vado in
collera.
— Che debbo dirle? Faccia lei.
— Così mi piace. — Involse i due oggetti nel fazzoletto bianco, poi
si avvicinò alla Gegia e le diede una moneta chiusa diligentemente
entro un pezzo di carta. Infine, chinandosele all'orecchio, le disse:
— Se domani viene qui una donna portando _qualche cosa_ per me, mi
prometti di passarmi quella cosa dalla finestra? — E per prevenire ogni
obbiezione, soggiunse: — Ho un panierino di paglia che farò scorrere
lungo una cordicella di cui ti getterò uno dei capi. Mi prometti?
La Gegia non s'era ancor formata un'idea chiara di ciò che le si
domandava. Aveva un confuso barlume che ci fosse qualche cosa di male,
ma come risponder di no alla Lotte, che, bella e gran signora com'era,
aveva tanta degnazione per lei? Così, divenendo rossa, articolò un sì
appena percettibile.
— Grazie! — disse la Lotte. Le passò la mano sui capelli e soggiunse: —
I bei capelli che hai! E anche il viso è bellino... Sembri una Madonna.
Indi, senz'altri indugi, sgusciò via rapida e leggera com'era venuta,
e la lasciò mezzo sbalordita.
Ma lo sbalordimento della Gegia s'accrebbe, quando, rimasta sola, ella
spiegò la cartolina che aveva ricevuta e vi trovò un napoleone d'oro.
Senza saper precisamente il perchè, ella si sentì montar le fiamme al
viso; credette per un istante a uno sbaglio, ma poi si ricordò che
quella cartolina era preparata, e che doveva essere stata preparata
appunto per evitare le obbiezioni ch'ella avrebbe mosso senza dubbio
nel ricevere un compenso tanto maggiore del prezzo di ciò ch'ella
dava. Non erano, no, i suoi gingilli che le venivano pagati con quel
napoleone d'oro; era il servigio che si era chiesto da lei e ch'ella
aveva promesso di rendere. Oh se avesse potuto ritirar la sua parola!
Se avesse potuto consigliarsi con qualcheduno! Ma con chi? Suo padre
non capitava quasi mai a casa, ed era diventato poco men d'un estranio
per lei; colla zia Marianna bisognava rinunziare a discorrere, tanto
era sorda; il signor Menico ella non lo vedeva che di lì a cinque
giorni. E poi poteva tradire il segreto della Lotte? E se, dopo tutto,
la Lotte non le avesse chiesto che la cosa più naturale del mondo? E se
avesse voluto beneficarla? Aveva ella il diritto di essere orgogliosa?
Di rifiutare un piacere a chi glielo domandava con tanta grazia? Ma
se non fosse un piacere onesto? Onesto! E sapeva ella veramente ciò
ch'era onesto e ciò che non era? Chi glielo aveva insegnato? Torturata
da questi dubbi, la Gegia passava quel napoleone d'oro da una mano
all'altra quasi fosse rovente, e si guardava intorno come a cercare
un'ispirazione che non veniva, un buon suggerimento che nessuno le
dava. Ma quando vide entrare la zia Marianna, la fanciulla ripose
istintivamente la moneta nel cassetto del suo tavolino; non era a lei
ch'ella avrebbe potuto confidarsi. La zia Marianna era brontolona
per indole; quel giorno poi ella accusava cento malanni, prevedeva
che sarebbe caduta inferma e che l'avrebbero spedita all'ospedale. E
si lamentava in anticipazione della sua cattiva stella e del pessimo
cuore degli altri. La Gegia era avvezza a questi pronostici e a questi
lamenti; pur quel giorno ne fu colpita più del consueto; pensò che
una volta tanto la zia poteva dire la verità e che s'ella infermava
sul serio sarebbe convenuto fare ogni sacrifizio per salvarla dallo
spauracchio dell'ospedale. In questo caso i quattrini non sarebbero
stati mai troppi e quel famoso _marengo_ avrebbe servito a fare una
buona azione. Così si decise a tenerlo, lieta forse in cuor suo d'aver
trovato un motivo che giustificasse a' suoi occhi un tale proposito.