VI.

Era il principio del 1866. L'aria era piena d'elettricità. Si sentiva

vicina una nuova guerra, l'ultima forse, quella che dopo tanti amari

disinganni avrebbe finalmente riunito Venezia alla patria comune.

Non si discorreva d'altro; due nomi che da sì lungo tempo erano nel

cuore di tutti, tornavano sulle labbra e si ripetevano dagli adulti,

dalle donne, dai fanciulli con una baldanza che nulla valeva a

temperare: _Vittorio_ e _Garibaldi_. I muri erano coperti ogni notte

di questa iscrizione bizzarra: _Viva VERDI_. Era un anagramma a cui

il celebre maestro di musica prestava ben volentieri il suo nome, e

significava _Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia_. La polizia aveva un

bel dar di bianco al voto sacrilego; era lavoro di Sisifo. I monelli

canticchiavano sommessamente per le strade l'inno di Garibaldi; gli

adolescenti aspettavano con impazienza che venisse il giorno opportuno

di passare il confine; dietro le vetriate dei merciai facevano capolino

le stoffe verdi, rosse, bianche, mal dissimulate dalle lane e dalle

sete d'altri colori.

Di tutto questo rimescolìo la Gegia capiva qualche cosa delle

chiacchiere delle vicine, ma le informazioni più esatte le riceveva dal

signor Menico, quand'egli veniva il sabato a pagarle la sua settimana.

Il signor Menico era stato guardia civica nel 1848-49, e se lo tiravano

in lingua raccontava come uno degli ultimi giorni dell'assedio, essendo

in fazione davanti una caserma in Cannaregio, da cui si vedevano i

forti, una palla di cannone era piombata sul tetto d'una casa vicina,

e dopo molti giri e rigiri era caduta a due passi da lui portandosi

dietro la grondaia. — Capite? a due passi! egli diceva. E ingrossava

la voce e tentennava il capo con aria d'importanza come a significare:

Una cosa simile è toccata a pochi! Malgrado di ciò il signor Menico

non era un leone, e con la teoria che _i muri parlano_, egli lasciava

volentieri da parte la politica. Ma adesso, con la Gegia, egli si

faceva coraggio e dopo averle chiesto regolarmente se la zia Marianna

continuava ad esser sorda, le raccontava le novità del giorno, e le

assicurava sulla sua parola d'onore che questa volta i Tedeschi se

ne sarebbero andati davvero. Glielo aveva detto persona che non era

solita ad ingannarsi. E la Gegia a poco a poco andava infiammandosi

per questa idea della patria che non le riusciva ben chiara, ma che

pur doveva essere assai bella, e che forse l'era tanto più accetta

quanto più le dava da pensare e la distraeva dalla muta contemplazione

delle sue miserie. Del resto, gl'infelici sono rivoluzionari per

loro natura. Chissà che il mondo cambiando non diventi migliore

per essi, chi sa che le loro pene non si alleviino, che l'egoismo

altrui non si corregga! Se avessero domandato alla Gegia: credi tu

che _gli Italiani_ restituiranno il vigore alle tue membra, faranno

giungere alla tua finestra il sole alla tua anima sitibonda l'amore?

ella avrebbe, sospirando, risposto di no; ma poichè nessuno glielo

chiedeva, ella si nutriva, inconsapevole, di dolci illusioni. Pur

la martellava un pensiero, il pensiero della Lotte che, quantunque

dimentica di lei, ella non aveva cessato di amare. Che sarebbe avvenuto

della giovinetta col mutar delle cose? Avrebbe ella dovuto soffrire?

S'era pur scritto anche sul muro di Cà Dareni — _Morte ai tedeschi_

— e quando nella _calle_ giungevano gli accordi del pianoforte

della Lotte e il suono del suo canto, i monelli, ormai imbaldanziti,

urlavano _Canta, canta, che presto te tocarà pianzer_. Oh se la Gegia

avesse potuto consigliarla a fuggire! Ma non ci fu bisogno del suo

consiglio, perchè una settimana prima della dichiarazione di guerra

il conte di Rheinstadt risolse improvvisamente di andarsene con la

famiglia. La Gegia non ne sapeva nulla quando una mattina vide aprirsi

improvvisamente la finestra del palazzo e comparire la Lotte in abito

e cappellino da viaggio.

— Addio, Gegia.

— Oh, va via? — rispose questa, che avrebbe voluto dirle tante cose.

— Sì, addio di nuovo, chè se i miei genitori sanno che sono venuta di

qua, mi fulminano.

— E — balbettò l'altra — non ci vedremo,... più?

— Sì, di qui a un mese.... Questa volta metteremo presto giudizio ai

matti....

— E se si vince noi, invece?

— Chi? noi...? Oh, anche tu, Gegia, — esclamò la Lotte col tuono del

_tu quoque, Brute_. Poi soggiunse ridendo: — Va là, che non c'è questo

pericolo. — E volò via. Pochi minuti dopo un servitore che rimaneva a

custodia del palazzo venne a richiudere le imposte.

Nel 1866 Venezia attraversò un periodo di alcune settimane che fu tra i

più curiosi ed originali che si riscontrino nella storia. Abbiamo mille

esempi dell'ansietà di un popolo che attende da una guerra il proprio

riscatto e di questa guerra segue con animo intento le varie vicende,

ma non son molti i casi nei quali una intera città per venti e più

giorni esulta della indipendenza conquistata sotto gli occhi dei nemici

che si trovano ancora entro le sue mura, e che di feroci e spietati

ch'erano prima diventano indifferenti e quasi benevoli e assistono, con

l'arma al braccio alle dimostrazioni fatte contro il loro governo. Uno

spettacolo simile l'offerse Venezia dalla metà di agosto al 19 ottobre

di quell'anno 1866. Sottoscritto l'armistizio, si trasse come un gran

sospiro dai petti. Finalmente! Finalmente se ne vanno! Dopo tante

disillusioni, dopo tante lagrime, dopo tanto sangue è giunto il gran

giorno! e la vita del paese era tutta in questo pensiero, e ciascuno

aveva bisogno di espandere la sua gioia, di narrare agli altri ciò

che gli altri sapevano, e di farsi narrare ciò che un momento prima

egli stesso aveva narrato. Le cose ripetute cento volte non perdevano

mai della loro novità, erano come una musica divina che l'orecchio

non si stanca di intendere. Nè si parlava più a bassa voce come per

lo addietro, nè si cercavano i crocchi fidati degli amici; era amico

chiunque favellasse italiano. Si consumava la giornata nelle vie, in

piazza, ai caffè. Di tratto in tratto circolava per le bocche una voce.

Son passati pel Canalazzo, son scesi al Municipio o al Comando militare

due, tre ufficiali del nostro esercito venuti a trattare degli alloggi,

delle formalità della consegna, ecc., ecc. Talvolta era vero, talvolta

no; nondimeno bastava il dubbio perchè nessuno rimanesse fermo, ed

era un correre, un urtarsi, un farsi strada a furia di gomiti per

giungere sino al luogo indicato, ove molto spesso si restava con un

palmo di naso, perchè gli ufficiali o erano già partiti, o non erano

neppure arrivati. Ma se spuntava un kepy, le grida, gli applausi non

terminavano più, e lungo il passaggio della gondola che accompagnava i

parlamentari alla stazione la gente si accalcava ai traghetti, sulle

_fondamente_, alle finestre, sventolando i fazzoletti e salutando di

giocondi _viva_ i fratelli che entro pochi giorni sarebbero venuti a

fermar stabile dimora in Venezia. E le bandiere tricolori, preparate a

migliaia nel segreto delle pareti domestiche, cominciavano a mostrarsi

qua e là come se non potessero tollerare più a lungo l'ipocrisia di

quel nascondiglio e anelassero all'aure aperte e serene. In qualche

luogo solitario e remoto della città si addestrava intanto con serietà

eroicomica una larva di guardia nazionale, vestita d'uniformi di

fantasia, armata di fucili di legno, che i fucili buoni non erano

ancora permessi e forse avrebbero fatto paura ai guerrieri, e già si

disegnavano in lontananza le ambizioncelle del pizzicagnolo aspirante a

caporale, e del chincagliere che si sentiva chiamato agli alti destini

di luogotenente.

Alla finestra: Novelle · 第 11 / 42 题