Era venuta ad abitar Cà Dareni una ricca famiglia tedesca e il
gabinetto di fronte alla cameruccia della Gegia serviva di abbigliatoio
ad una ragazza di tredici anni, già alta di statura e in via di
acquistare proporzioni matronali. La chiamavano Lotte (Carlotta), aveva
occhi azzurri, capelli castani, di cui le scendevano due lunghe treccie
giù per le spalle; le rosee guancie davano l'immagine della salute.
Con un po' di tempo sarebbe certo divenuta una bella ragazza. Quando
vedeva la Gegia le sorrideva. Ma la vedeva poco, perchè era d'inverno,
ed essa sollevava di rado le cortine, e più raramente ancora apriva la
finestra.
La buona stagione non portò alla Gegia alcun miglioramento. I fanciulli
del vicinato ripigliarono i loro giuochi nella _calle_, le rondini
tornarono a far sentire i loro trilli armoniosi, ma ella era inchiodata
nella sua sedia a infilar perle. Un dolore inatteso le aveva poi recato
lo strano contegno di suo padre verso di lei. Nei primi tempi della
sua malattia egli le aveva prodigato ogni sorta di cure; adesso, non
isperando più ch'ella guarisse, era freddo, ingrugnato, le teneva il
broncio. Gli è che Filippo, nel fondo, era un grande egoista. Aveva
amato sua figlia finchè la bellezza di lei, gli elogi che le venivano
diretti, lusingavano il suo orgoglio; adesso la commiserazione ch'ella
destava negli antichi conoscenti muoveva la sua stizza, gli pareva
un'offesa; adesso sarebbe stato lieto di poter dimenticare che aveva
una figlia. Aveva amato il suo sorriso, non amava la sua mestizia e le
sue lagrime; l'aveva amata ritta, svelta della persona, vispa delle
movenze; non sapeva più amarla così rattratta, così pallida, così
diversa insomma da quella ch'ella era. E cercava ogni pretesto per
venire a casa meno che fosse possibile. Finalmente disse un giorno
che d'ora in poi doveva passar la notte nel palazzo dei padroni, ed
era vero, ma era vero altresì che aveva sollecitato egli stesso questo
favore e che per ottenerlo s'era offerto di far la guardia al _padrone
vecchio_, il quale contava più di settant'anni, e aveva bisogno che
qualcheduno gli dormisse nell'anticamera. Presa questa risoluzione,
Filippo lasciava trascorrere anche una settimana senza veder la sua
figliola e credeva di adempir largamente a' suoi doveri di padre
pagando la pigione di casa, e dando a sua sorella un piccolo peculio
per mantenere sè e la Gegia. Ma queste poche lire non avrebbero bastato
nemmeno a toccar la metà del mese, se non vi si fossero aggiunti i
quattrini che la fanciulla continuava a guadagnarsi anche dopo la
malattia col suo mestiere di infilatrice di perle. E l'ottimo signor
Menico le portava in persona ogni sabato il suo salario, e non poteva
capacitarsi che la più vispa delle sue operaie fosse ridotta così.
Ma in cospetto di lei si mostrava pieno di fiducia, le discorreva dei
miglioramenti introdotti nella fabbrica, dei nuovi locali che si erano
aperti, e del posto ove la si sarebbe messa, quando fosse guarita.
Ella stava intenta ad ascoltarlo, e sperava, e rinfrancata dalle sue
visite, subiva con animo paziente l'abbandono del padre e gli umori
bisbetici della zia Marianna. Costei non era cattiva ma brontolona,
ed era affetta da una sordità che cresceva ogni giorno. Diceva che la
Gegia non aveva voce affatto, ma s'arrabbiava poi s'ella gridava un po'
forte, come se avesse da discorrere con una sorda. E nella sua stizza
si chiudeva in cucina e faceva al gatto lunghe e feroci requisitorie
contro la nipote, che sentiva benissimo le impertinenze a lei dirette,
e sospirava.
Nell'aprile di quel primo anno di malattia, una bella mattina, la Lotte
spalancando le imposte si affacciò al davanzale della sua finestra.
Aveva un bianco accappatoio sulle spalle e doveva ancora pettinarsi.
Ella vide la Gegia nel solito posto.
La Lotte aveva imparato un po' d'italiano, e raccogliendo tutte le sue
cognizioni, chiese:
— Come ti chiami?
— Gegia, signora.
— E stai sempre a quella finestra?
— Sempre.
— O perchè non ti muovi?
La poveretta arrossì, e sentì venirsi le lagrime agli occhi.
— Sono malata — rispose.
— È vero. Sei un po' pallida. O che cosa hai?
— Ho male alle gambe.
— Da un pezzo?
— Da sei mesi.
— Oh, ma guarirai certo.
— Sì, spero, quest'estate.
Da quel giorno le conversazioni fra le due finestre si rinnovarono
spesso. La Lotte era riconoscente alla fanciulla della buona cera
ch'essa le faceva. In quel tempo (era nel 1862) i Tedeschi non erano
avvezzi in Venezia ad esser trattati con cordialità.
— Che cosa fai? — domandò un dì la forestiera alla Gegia, vedendola
occupata in un lavoro diverso dall'ordinario.
— Faccio un sottolume di perle a colori.... tanto per distrarmi.
— Dovresti vendermelo.
— Oh! Venderglielo, no.
— Perchè?
— Perchè vorrei regalarglielo.... se non si offende....
— Poverina! No, che non m'offendo.... Ma tu non sei ricca.
— Oh questa roba qui non val nulla.
— Senti, Gegia, accetto il tuo regalo ad un patto.
— Quale?
— Che tu mi permetta ch'io t'insegni un lavoro che ti distrarrà ancora
di più.
— Oh magari? E sarebbe?
— Vedrai.
Così dicendo la Lotte si ritirò dalla finestra e scomparve.
Di lì a pochi minuti la Gegia sentì bussare all'uscio della scala, chè
quanto alla porta di strada essa soleva rimaner socchiusa gran parte
del giorno.
Tirò il cordone ch'era a portata della sua mano ed aperse.
Quale fu la sua maraviglia allorchè si vide dinanzi la Lotte in persona
accompagnata dalla cameriera, che per dir la verità aveva un'aria scura
ed uggita!
— Non c'è in casa nè il babbo nè la mamma — disse la ragazza — e ho
voluto prendermi un po' di vacanza. — Poi rivoltasi alla cameriera,
soggiunse in tedesco. — Dà qui. — La donna tolse, brontolando, un
involto enorme di sotto il braccio, e lo consegnò alla sua padroncina
che lo posò sopra il tavolino, e lo aperse. C'erano fogli di carta di
tutti i colori, forbici, fili di ferro, ecc., ecc. La Gegia guardava
esterrefatta.
— Non capisci? Voglio insegnarti a fare i fiori di carta?
— Oh! — esclamò la Gegia, battendo le mani per la contentezza.
— Non c'è da sedersi in questa camera? — ripigliò la tedesca. E in pari
tempo andò in cucina, ove la zia Marianna stava attizzando il fuoco,
prese due seggiole di paglia, una per sè, l'altra per la sua cameriera,
e senz'aggiunger parola tornò dalla Gegia.
La sorda, sbalordita da quell'apparizione, le corse dietro col ventolo
gridando: — Ehi chi è là? Chi è là?
La Lotte diede in una risata sonora.
Quando la donna riconobbe la signorina dirimpetto cominciò una filza
di scuse e di complimenti. La ragazza le rispose qualche cosa, ma
visto che l'altra intendeva a rovescio non si occupò più di lei, e si
consacrò tutta alla sua lezione.
— To' — diss'ella ad un tratto picchiandosi il fronte. — Ci manca
il meglio. — E con un ordine breve e con un gesto imperioso mandò la
cameriera a prendere quello che le mancava. Costei uscì borbottando e
in un paio di minuti fu di ritorno con un mazzolino di fiori. C'era una
camelia bianca cinta di violette.
— Ecco — osservò la Lotte pigliando il mazzolino — gli esemplari
dipinti e gli stampi sono belli e buoni, ma quando non s'abbiano i
fiori vivi davanti non se ne fa nulla.
La Gegia mostrava una singolare attitudine ad imparare, e la sua
maestra la lasciò dopo un paio d'ore assai soddisfatta.
— E questa roba? — chiese timidamente la Gegia.
— Che roba?
— Questa carta, questi modelli?
— Ti regalo tutto, diamine.
— Oh, ma è troppo....
— Ti ripeto che ti regalo tutto, e basta. Non sono avvezza a sentirmi
contraddire. Del resto anche tu mi regali il sottolume.... Via, non vo'
sentir altro, — e le pose la mano alla bocca, — ripiglieremo la nostra
lezione domani, posdomani, quando vuoi. — Le carezzò i capelli e senza
lasciarle tempo a rispondere fu fuori della porta.
La Gegia era tra commossa e confusa. Pur pensava che non poteva
trascurare troppo il suo mestiere, e che avrebbe quindi dovuto
rallentare un po' la foga della sua amica. Ma non ce ne fu punto
bisogno; la Lotte era stranamente volubile, e corsero parecchi giorni
prima ch'ella riparlasse dei fiori di carta. Intanto la Gegia faceva
singolari progressi da sè, e non ci volle molto prima ch'ella ne
sapesse quanto la maestra.
Una volta la Lotte comparve con un signore vestito di nero.
— Ho condotto qui il nostro medico, — ella disse, — voglio ch'egli ti
veda.
La Gegia arrossì.
— C'è quella noiosa di tua zia?
— No, è fuori.
— Tanto meglio.
Il medico non sapeva una parola d'italiano, onde la Lotte doveva
servirgli d'interprete. Fu un interrogatorio in tutte le regole
sulle origini del male, sui sintomi, sulle sofferenze, ecc., ecc.
All'interrogatorio succedette un esame. Il dottore fece uno sproloquio
alla Lotte in tedesco, indi si ritirò con lei.
Per quel giorno la Lotte non si lasciò vedere alla finestra del
gabinetto. Il dì appresso ella ritardò a sollevar la cortina.
E la Gegia aveva tanta impazienza di saper da lei che cosa aveva detto
il dottore!
Finalmente, quando le due fanciulle si videro, la Lotte pareva
imbarazzata.
— Dunque? — chiese la Gegia, — il medico?....
— Ah! Il medico disse che.... guarirai... con un po' di tempo.
E la Lotte finse che qualcheduno la chiamasse per poter allontanarsi
subito dalla finestra.
Fatto si è che il medico aveva giudicato la malattia della fanciulla
non esser guaribile. Se fosse stata ricca, se avesse avuto i mezzi da
fare una cura lunga e regolare, ci sarebbe stato da tentar qualche
cosa, ma nelle condizioni in cui ell'era bisognava rinunciarvi. La
Lotte se ne dolse vivamente, ma ella non poteva pretender che la sua
famiglia sostenesse per un'estranea le spese d'una cura come quella che
il dottore reputava necessaria; così era forza ch'ella si rassegnasse.
Del resto si finisce sempre col rassegnarsi ai mali degli altri.
Quanto alla Gegia, ella non poteva a meno di dare un triste significato
alle parole mozze della sua protettrice. Si disperò e pianse. Ma ella
era in una età nella quale le illusioni ripullulano facilmente; aveva
sperato nella primavera e poi nell'estate, e adesso andava via via
persuadendosi che la primavera era stata troppo rigida e che l'estate
era troppo soffocante.... Forse in autunno, chi sa? o, in ogni caso, a
un'altra primavera.