II.

Fino a dodici anni ella era stata un amore di bimba. Aveva lunghi

capelli biondi, occhi grandi e bruni e una personcina svelta, elegante,

su cui i cenci facevano l'effetto di sete e di trine. Mòrtale la mamma

mentr'essa era ancora in cuna, ella fu l'orgoglio del padre, gondoliere

presso una famiglia signorile, il quale, rimasto vedovo, aveva preso in

casa una sorella nubile per attendere alla fanciulla. Filippo (egli si

chiamava così) godeva di una singolare reputazione presso i barcaiuoli

come quegli che aveva vinto il primo premio in due _regate_, e che

conosceva tutte le regole dell'arte sua. Lo nominavano padrino nelle

sfide, lo invocavano a giudice nelle contese e quando una parola era

stata detta da Filippo, nessuno rifiatava più. Egli era inoltre un

avvenentissimo uomo e si pavoneggiava nella sua livrea blù coi galloni

d'oro. I bimbi lo guardavano con ammirazione e le donne più ancora dei

bimbi. Egli faceva buon viso alle donne ed al vino, ma mostrava d'amar

sopratutto la sua Gegia, che a nove anni sapeva leggere correntemente,

conosceva la _dottrina_ come un canonico, e dava scacco matto per

bellezza a quant'erano le fanciulle della parrocchia. L'accompagnava

ogni domenica a spasso e di tratto in tratto la conduceva a visitare

i suoi padroni che le regalavano o una chicca, o una moneta, o una

vesticciuola. Di questi doni la moneta era il meno gradito per lei,

giacchè suo padre la metteva in tasca ed ella non ne sapeva più

notizia.

Anche i Dareni, patrizi molto boriosi e molto bene incamminati verso

il fallimento, si degnavano di sorriderle e di carezzarla e avevano

perfino consentito alle loro bambine d'invitarla a casa. La Gegia ci

era entrata come in un castello di fate, era corsa per la lunghissima

sala, aveva visto gli specchi e i lampadari di Murano su cui si

frangevano i raggi del sole, aveva visto i quadri coi parrucconi e le

poltrone dai grandi schienali dorati, aveva visto infine il conte Luca

alzar dalle pieghe della _Gazzetta di Venezia_ il suo naso monumentale,

tirar fuori di tasca un fazzoletto di colore e soffiarsi con uno

strepito da svegliare i morti. Ma il suo maggior gusto era stato quello

di chiamare a nome dalla finestra del palazzo che dava sulla _calle_

tutti i bambini di sua conoscenza e di salutarli con un _bondì_ pieno

di degnazione. Le aveva fatto poi un effetto singolare lo spinger gli

occhi da colà entro la stanzuccia della sua casa.

Quest'amicizia della Gegia coi _zentilomini_ suscitava certo qualche

malumore, qualche invidiuzza, ma in complesso ella era benvoluta

da tutti. Era buona, servizievole, facile ad affezionarsi, e la sua

_aria di contessina_ non le faceva sdegnare la compagnia di quelli

ch'erano da meno di lei. L'avevano carissima anche nella fabbrica di

_conterie_ ove ella era entrata a undici anni e ove si distingueva

per la sua assiduità al lavoro e per la sua intelligenza. Il signor

Menico, il vecchio commesso che distribuiva le paghe il sabato, le

pizzicava volentieri la guancia e ogni tanto le donava un cartoccio di

perle colorate ch'ella portava a casa come un trofeo e con le quali

si conquistava il cuore di tutti i bimbi del vicinato, comprese le

contessine Dareni.

Quest'ultime però dovevano sparir presto dalla scena. Un bel giorno si

seppe che il palazzo andava all'asta e che i Dareni si stabilivano in

campagna. Infatti essi si dileguarono in silenzio lasciando dietro a

sè un lungo strascico di debiti. Le contessine non si curarono punto di

salutare la Gegia e la finestra sulla _Calle lombarda_ si chiuse.

La Gegia ne provò un vivo dolore, ma in quell'età le afflizioni non

durano a lungo e l'ingresso del nuovo parroco avvenuto dopo alcune

settimane la compensò ad usura della conversazione che le era mancata.

Che spettacolo quell'ingresso! Tappeti a tutte le finestre, iscrizioni

per tutti i muri, festoni lungo le strade, e baracche sui _campi_

ove si friggevano i _galani_, e si vendevano giocatoli. Il babbo, che

nella pompa della sua livrea la teneva per la mano, aveva speso dieci

centesimi per comperarle una specie di girandola, e l'aveva poi presa

in collo in mezzo alla folla affinchè ella potesse veder meglio ogni

cosa. In questa posizione eminente ella aveva letto quattro versi

scritti in color verde sul muro della canonica nei quali si faceva

giocare con molto spirito il nome e cognome del nuovo pastore:

_Dei parrocchiani il core_

_Conforti Don Vittore,_

_Il cor dei parrocchiani_

_Conforti Don Milani._

Le donnicciuole gridavano in estasi: _Siesta benedeta! Co'ben che la

leze! Co'bela che la xè!_ Alla funzione in chiesa ella aveva poi saputo

attirare perfino l'attenzione del parroco, che s'era informato con

molta premura di lei.

A rendere ancora più memorabile quella giornata, la Gegia seppe che

il palazzo Dareni era stato appigionato ad una famiglia forestiera,

dimodochè fra poco si sarebbe riaperta la finestra prospettante quella

della sua casa.

Ma, prima che ciò avvenisse, la fanciulla infermò di un male strano.

Il medico della parrocchia non ci capiva nulla, un altro dottore

che Filippo fece venire a veder la figliuola, disse che c'era un

rammollimento della midolla spinale, che sarebbe occorsa una cura

lunga, una di quelle cure che la povera gente non può fare a casa sua,

e per le quali ci sono gli ospedali apposta. Ma alla parola ospedale

la Gegia gridò come un'ossessa, Filippo dichiarò che sua figlia non

andrebbe _in quei luoghi_, e le comari della _calle_ dissero a una

voce e con molta solennità che i medici non ne indovinano una. Si

ricorse quindi ai sapienti consigli di una empirica, la quale si rese

mallevadrice della guarigione in quindici giorni. E siccome le febbri

che avevano prima travagliato la fanciulla andarono via via rimettendo

della loro intensità fino a sparire del tutto, così si cantò vittoria.

_Siora_ Veronica, la moglie del falegname, giocò al lotto i numeri

della guarigione, e guadagnò un ambo.

Fatto si è che la Gegia non tardò a poter essere levata dal letto e

messa sopra una sedia, ma non c'era caso di farle fare un passo. Sarà

debolezza — dicevano il padre e la zia e le vicine; ed aspettarono.

Ma il tempo, il gran medico, non seppe giovare in nulla alla

povera creatura. Le sue gambette che parevano fatte al torno si

assottigliarono, s'incurvarono; pareva che un soffio maligno avesse

arrestato lo sviluppo della leggiadra pianticella.

Con la beata spensieratezza della sua età, ella non dubitò un momento

che sarebbe guarita; si metteva piena di fede certi empiastri che

le erano suggeriti dalla ciarlatana, e faceva assegnamento sulla

buona stagione. Il male l'aveva colta d'autunno, poi era sopraggiunto

l'inverno, ma dopo l'inverno veniva la primavera, e con la primavera,

chi non lo sa? rinasce tutto a questo mondo.

Intanto s'era fatta trasportare nella cameretta, la cui finestra

guardava nella _calle_, e prospettava quella del palazzo Dareni. Questa

cameretta si apriva sulla scala, e aveva servito fino allora come

luogo di passaggio, ma la Gegia la preferiva alla stanza ove aveva

dormito per lo addietro, appunto per poter vedere i nuovi inquilini del

palazzo e sentire nella _calle_ le voci dei suoi compagni di giuoco.

Ed ogni mattina, o si strascinava ella stessa carponi, o si faceva

collocar dalla zia sopra una sedia vicino alla finestra. Teneva uno

sgabello piuttosto alto sotto i piedi, e con una ciotola di conterie

sui ginocchi e un mazzetto d'aghi in mano passava tutta la giornata

a infilar perle. Dietro i vetri foschi e giallastri si vedeva così da

mane a sera la sua testina di Madonna, più spesso curvata sull'opera

sua, talora volta all'insù a cercar l'azzurro del cielo, e talora

intenta a guardar dentro il palazzo che s'era riaperto.

Alla finestra: Novelle · 第 7 / 42 题