Fino a dodici anni ella era stata un amore di bimba. Aveva lunghi
capelli biondi, occhi grandi e bruni e una personcina svelta, elegante,
su cui i cenci facevano l'effetto di sete e di trine. Mòrtale la mamma
mentr'essa era ancora in cuna, ella fu l'orgoglio del padre, gondoliere
presso una famiglia signorile, il quale, rimasto vedovo, aveva preso in
casa una sorella nubile per attendere alla fanciulla. Filippo (egli si
chiamava così) godeva di una singolare reputazione presso i barcaiuoli
come quegli che aveva vinto il primo premio in due _regate_, e che
conosceva tutte le regole dell'arte sua. Lo nominavano padrino nelle
sfide, lo invocavano a giudice nelle contese e quando una parola era
stata detta da Filippo, nessuno rifiatava più. Egli era inoltre un
avvenentissimo uomo e si pavoneggiava nella sua livrea blù coi galloni
d'oro. I bimbi lo guardavano con ammirazione e le donne più ancora dei
bimbi. Egli faceva buon viso alle donne ed al vino, ma mostrava d'amar
sopratutto la sua Gegia, che a nove anni sapeva leggere correntemente,
conosceva la _dottrina_ come un canonico, e dava scacco matto per
bellezza a quant'erano le fanciulle della parrocchia. L'accompagnava
ogni domenica a spasso e di tratto in tratto la conduceva a visitare
i suoi padroni che le regalavano o una chicca, o una moneta, o una
vesticciuola. Di questi doni la moneta era il meno gradito per lei,
giacchè suo padre la metteva in tasca ed ella non ne sapeva più
notizia.
Anche i Dareni, patrizi molto boriosi e molto bene incamminati verso
il fallimento, si degnavano di sorriderle e di carezzarla e avevano
perfino consentito alle loro bambine d'invitarla a casa. La Gegia ci
era entrata come in un castello di fate, era corsa per la lunghissima
sala, aveva visto gli specchi e i lampadari di Murano su cui si
frangevano i raggi del sole, aveva visto i quadri coi parrucconi e le
poltrone dai grandi schienali dorati, aveva visto infine il conte Luca
alzar dalle pieghe della _Gazzetta di Venezia_ il suo naso monumentale,
tirar fuori di tasca un fazzoletto di colore e soffiarsi con uno
strepito da svegliare i morti. Ma il suo maggior gusto era stato quello
di chiamare a nome dalla finestra del palazzo che dava sulla _calle_
tutti i bambini di sua conoscenza e di salutarli con un _bondì_ pieno
di degnazione. Le aveva fatto poi un effetto singolare lo spinger gli
occhi da colà entro la stanzuccia della sua casa.
Quest'amicizia della Gegia coi _zentilomini_ suscitava certo qualche
malumore, qualche invidiuzza, ma in complesso ella era benvoluta
da tutti. Era buona, servizievole, facile ad affezionarsi, e la sua
_aria di contessina_ non le faceva sdegnare la compagnia di quelli
ch'erano da meno di lei. L'avevano carissima anche nella fabbrica di
_conterie_ ove ella era entrata a undici anni e ove si distingueva
per la sua assiduità al lavoro e per la sua intelligenza. Il signor
Menico, il vecchio commesso che distribuiva le paghe il sabato, le
pizzicava volentieri la guancia e ogni tanto le donava un cartoccio di
perle colorate ch'ella portava a casa come un trofeo e con le quali
si conquistava il cuore di tutti i bimbi del vicinato, comprese le
contessine Dareni.
Quest'ultime però dovevano sparir presto dalla scena. Un bel giorno si
seppe che il palazzo andava all'asta e che i Dareni si stabilivano in
campagna. Infatti essi si dileguarono in silenzio lasciando dietro a
sè un lungo strascico di debiti. Le contessine non si curarono punto di
salutare la Gegia e la finestra sulla _Calle lombarda_ si chiuse.
La Gegia ne provò un vivo dolore, ma in quell'età le afflizioni non
durano a lungo e l'ingresso del nuovo parroco avvenuto dopo alcune
settimane la compensò ad usura della conversazione che le era mancata.
Che spettacolo quell'ingresso! Tappeti a tutte le finestre, iscrizioni
per tutti i muri, festoni lungo le strade, e baracche sui _campi_
ove si friggevano i _galani_, e si vendevano giocatoli. Il babbo, che
nella pompa della sua livrea la teneva per la mano, aveva speso dieci
centesimi per comperarle una specie di girandola, e l'aveva poi presa
in collo in mezzo alla folla affinchè ella potesse veder meglio ogni
cosa. In questa posizione eminente ella aveva letto quattro versi
scritti in color verde sul muro della canonica nei quali si faceva
giocare con molto spirito il nome e cognome del nuovo pastore:
_Dei parrocchiani il core_
_Conforti Don Vittore,_
_Il cor dei parrocchiani_
_Conforti Don Milani._
Le donnicciuole gridavano in estasi: _Siesta benedeta! Co'ben che la
leze! Co'bela che la xè!_ Alla funzione in chiesa ella aveva poi saputo
attirare perfino l'attenzione del parroco, che s'era informato con
molta premura di lei.
A rendere ancora più memorabile quella giornata, la Gegia seppe che
il palazzo Dareni era stato appigionato ad una famiglia forestiera,
dimodochè fra poco si sarebbe riaperta la finestra prospettante quella
della sua casa.
Ma, prima che ciò avvenisse, la fanciulla infermò di un male strano.
Il medico della parrocchia non ci capiva nulla, un altro dottore
che Filippo fece venire a veder la figliuola, disse che c'era un
rammollimento della midolla spinale, che sarebbe occorsa una cura
lunga, una di quelle cure che la povera gente non può fare a casa sua,
e per le quali ci sono gli ospedali apposta. Ma alla parola ospedale
la Gegia gridò come un'ossessa, Filippo dichiarò che sua figlia non
andrebbe _in quei luoghi_, e le comari della _calle_ dissero a una
voce e con molta solennità che i medici non ne indovinano una. Si
ricorse quindi ai sapienti consigli di una empirica, la quale si rese
mallevadrice della guarigione in quindici giorni. E siccome le febbri
che avevano prima travagliato la fanciulla andarono via via rimettendo
della loro intensità fino a sparire del tutto, così si cantò vittoria.
_Siora_ Veronica, la moglie del falegname, giocò al lotto i numeri
della guarigione, e guadagnò un ambo.
Fatto si è che la Gegia non tardò a poter essere levata dal letto e
messa sopra una sedia, ma non c'era caso di farle fare un passo. Sarà
debolezza — dicevano il padre e la zia e le vicine; ed aspettarono.
Ma il tempo, il gran medico, non seppe giovare in nulla alla
povera creatura. Le sue gambette che parevano fatte al torno si
assottigliarono, s'incurvarono; pareva che un soffio maligno avesse
arrestato lo sviluppo della leggiadra pianticella.
Con la beata spensieratezza della sua età, ella non dubitò un momento
che sarebbe guarita; si metteva piena di fede certi empiastri che
le erano suggeriti dalla ciarlatana, e faceva assegnamento sulla
buona stagione. Il male l'aveva colta d'autunno, poi era sopraggiunto
l'inverno, ma dopo l'inverno veniva la primavera, e con la primavera,
chi non lo sa? rinasce tutto a questo mondo.
Intanto s'era fatta trasportare nella cameretta, la cui finestra
guardava nella _calle_, e prospettava quella del palazzo Dareni. Questa
cameretta si apriva sulla scala, e aveva servito fino allora come
luogo di passaggio, ma la Gegia la preferiva alla stanza ove aveva
dormito per lo addietro, appunto per poter vedere i nuovi inquilini del
palazzo e sentire nella _calle_ le voci dei suoi compagni di giuoco.
Ed ogni mattina, o si strascinava ella stessa carponi, o si faceva
collocar dalla zia sopra una sedia vicino alla finestra. Teneva uno
sgabello piuttosto alto sotto i piedi, e con una ciotola di conterie
sui ginocchi e un mazzetto d'aghi in mano passava tutta la giornata
a infilar perle. Dietro i vetri foschi e giallastri si vedeva così da
mane a sera la sua testina di Madonna, più spesso curvata sull'opera
sua, talora volta all'insù a cercar l'azzurro del cielo, e talora
intenta a guardar dentro il palazzo che s'era riaperto.