Alla finestra ci si sta negli altri paesi per veder la gente che passa;
in molte parti di Venezia ci si sta sopratutto per discorrere. E chi
conosce questa città singolare non deve farne le meraviglie; parecchie
delle nostre _calli_ sono così anguste che la camera dell'inquilino
dirimpetto è assai spesso la cosa che si vede meglio affacciandosi
al verone; le finestre si aprono le une nelle altre e paiono strette
in sodalizio di mutuo soccorso; tu guarda qui, io guarderò costà.
In queste viuzze, d'inverno, le donne si ammiccano dietro i vetri,
si salutano con la mano; nella buona stagione, appena possono, si
appoggiano al davanzale e mandano innanzi quei dialoghi che non hanno
nè principio nè fine, e che il nostro Goldoni coglieva sul vero. Si
ciancia di tutto: del tempo e dell'economia domestica, delle funzioni
della chiesa e delle tresche della vicina, del grasso e del magro,
delle bizzarrie dei bimbi e dei numeri del lotto, del cappello che
la tale aveva domenica a messa e del rincaro del pollame, del puzzo
dei _rii_ e del travaglio che danno le zanzare. In mezzo a queste
chiacchiere innocenti si formano adagio adagio i pettegolezzi, le
permalosità; indi mille soggetti di commedia che aspettano l'autore
comico. Talora fra le due finestre, se da una parte vi è un uomo,
s'inizia un intrigo galante che andrà a terminare nel matrimonio,
oppure si risolverà in nulla come una bolla di sapone. Ma in tal caso,
disgraziate quelle due finestre! Esse si terranno il broncio fin che
non muti l'uno o l'altro degli inquilini.
Fra le tante _calli_ che vi sono in Venezia ce n'è una chiamata
_Calle lombarda_. Il perchè di questo nome domandatelo agli eruditi;
noi profani non sappiamo assolutamente che cosa ci abbia da fare la
Lombardia. Da un lato, e precisamente a destra di chi ci entra, nè
ci si entra che da una parte sola, sorgono alcune casupole disuguali,
povere e affumicate; di fronte c'è il muro posteriore di un palazzone
del seicento, la cui facciata guarda sul Canal grande, e un braccio
di questo muro facendo angolo retto col lato principale viene ad
occupare i due metri che fronteggiano l'imboccatura della _calle_, e
le dà appunto in tal modo il carattere di via cieca. Il palazzo, dalla
famiglia che l'ha edificato, è conosciuto sotto il nome di Cà Dareni
e sul Canale fa abbastanza bella mostra di sè. Verso la _calle_ invece
esso non presenta che una muraglia sgretolata, nelle cui fessure cresce
il musco, e che finisce in un cornicione sotto il quale han posto il
nido i colombi. La porta, un po' piccina per quella mole ciclopica,
ha un pregevole martello di bronzo raffigurante un Prometeo legato
alla rupe. Sopra la porta, a tre piani diversi, ci sono tre finestroni
difesi da grosse inferriate. Sono i finestroni delle scale. Del resto,
lungo tutto il muro, per quanto è alto e largo, non ci si vede che una
finestra, precisamente all'estremità interna del vicolo. Essa dà luce
ad un gabinetto, che viene a terminare una fila di stanze, l'ultima
delle quali guarda il Canalazzo e le altre guardano un _rio_. Il muro
di Cà Dareni è alto e le catapecchie di rimpetto son basse, ragione
per cui il sole conforta le lucertole che sbucano dalle screpolature
del palazzo e non manda mai un raggio benefico alle creature umane le
quali abitano nelle catapecchie. Quanto alla _calle_, essa nuota nelle
tenebre tutto il giorno, ma è rischiarata la notte da un fanale a gaz
posto sull'angolo. Nondimeno la mancanza assoluta di sole mantiene il
selciato in una condizione semipaludosa che fa acquistare ai passanti
la buona abitudine dei piediluvi. Dico passanti così per dire, perchè
in verità non vi passano che gl'inquilini delle case e del palazzo,
quando se ne eccettui forse qualche coppia sentimentale che trova il
luogo propizio alle sue espansioni. Si sbaglierebbe però a credere che
la _calle_ fosse sacra al silenzio. Prima di tutto vi sono i rumori
esterni, perchè la _calle_ sbocca in una stradicciuola non larga ma
brulicante sempre di gente. Poi c'è il fruttaiuolo sulla cantonata che
vale per dieci. Dal giorno in cui la prima castagna raccolta sui monti
arriva a Venezia fino al giorno in cui è lecito arrostire castagne,
egli vende i suoi marroni caldi, e richiama i compratori gridando
a squarciagola — _Di bollio! Ma di bollio!_ Egli intende così di
esprimere in pretto toscano che i suoi marroni bruciano anzi _bollono_,
secondo la sua elegante dicitura. D'autunno egli lascia l'ufficio
di urlare alla moglie, la quale magnifica in note di soprano sfogato
la zucca santa e baruca, e non si stanca mai di ripetere _Cò negra!
Ma cò negra!_ Finalmente nelle sere d'estate i due coniugi a vicenda
proclamano ai quattro venti i meriti delle loro _angurie_ (cocomeri).
A ogni modo, nella _Calle lombarda_ la conversazione è languida. Ciò
dipende dall'esser tutte le finestre, meno una, da una parte sola,
dimodochè per vedersi bisogna sporger la testa fuori del davanzale
e rischiare di prendere un torcicollo. Aggiungasi poi che in questa
infelice condizione di cose _siora_ Annetta può discorrere con _siora_
Gertrude che le sta _muro con muro_, ma stenta a scambiare i suoi
pensieri con _siora_ Veronica che abita quattro finestre più in là.
Una conversazione generale è difficilissima e non si tiene regolarmente
che il sabato dopo l'estrazione del lotto. Quando uno dei monelli che
assistettero all'estrazione in piazzetta, passa davanti all'imboccatura
della _calle_ con le sue polizzine di numeri in mano e gridando _Cò
bei! siora_ Annetta, _siora_ Gertrude, e siora Veronica balzano tutte
alla finestra e una di esse chiama il ragazzo, cala il panierino col
suo centesimetto e ritira la lista di cui legge poi ad alta voce il
contenuto. Allora si discute sui numeri che naturalmente si trovano
assurdi perchè non si è guadagnato, e si conclude che oramai non _c'è
più regola_, e che anche la cabala è diventata vecchia e bisognerebbe
cambiarla.
Abbiamo già detto che sul muro del palazzo, oltre ai finestroni
delle scale a cui non s'affaccia mai nessuno, si apre una finestra.
Precisamente di fronte ad essa, sulla linea delle casupole, c'è una
finestretta molto invidiata dai vicini perchè è la sola che possa
vedere dentro Cà Dareni. Non s'invidia però la persona che da tanti e
tanti anni siede a quel posto e non se ne muove che per coricarsi sopra
un letticciuolo lì presso. Povera Gegia!