Non sarian stati placidi così
Con quel mio Creditor di Giulj tre.
SONETTO
Ho inteso dir di Ciceron, che fu
Così eloquente, e così ben parlò,
Che li debiti suoi mai non pagò,
Mercè dell'oratoria sua virtù:
Poichè salìa ne' Rostri, e di lassù
Le cose in guisa tal sempre impicciò,
Che se alcun mai per debiti il citò,
Tanto dicea, che non pagava più.
O caro Ciceron, beato te,
Che corbellavi i Creditor così!
O bella abilità, che il Ciel ti diè!
Non fosti un Uom da nulla, come me,
Che ciarlo, ciarlo, e non potei fin quì
Il debito imbrogliar de' Giulj tre.
SONETTO
Stansi i bitumi oziosi, e i solfi giù
Dentro le cupe cavernosità
Della Montagna Sicula, che fu
Di Encelado la tomba un tempo fa:
Ma se gli accende incognita virtù,
Che ognun cerca qual sia, e niun lo sa,
Vomita fiamme, e massi lancia in su
Di portentosa mole, e quantità.
Di materie Poetiche così
Gran tempo informe massa in capo a me
Stava oziosa, e non uscìa di lì:
Ma d'allor che ivi nacque, e si formò
La fermentazion de' Giulj tre,
Eruzzion Poetica scoppiò.
SONETTO
Forse viver non puoi senza di me?
Forse ho qualche magnetica virtù?
Che là, dove vad'io, vieni anche tu,
Nè poi mi posso allontanar da te.
Vò nascondermi in parte, ove non è
Possibil mai, che mi ritrovi più,
Parte, che ascosa agli altrui sguardi fu,
Ove nessun giammai rivolse il piè.
E vò veder, se tu verrai fin là,
E deluder così neppur potrò
L'insoffribile tua importunità:
E allor simile al Can ti crederò,
Che di lepre fugace in traccia va,
E che sente l'odor dove passò.
SONETTO
Felice il Mercatante, che non sta
Sempre in quel luogo, in cui debiti fe,
Ma carica la nave, e se ne va,
La sua merce a spacciar, ove non è.
Quindi del creditor sempre non ha
La faccia disgustosa avanti a se,
Nè sempre il creditor noja gli dà,
Come la dà continuamente a me.
Che non sol nè alla China, nè al Perù,
Come fa il Mercatante, io me ne vo,
Ma entrambi dimoriam sempre quassù;
Talmente che da lui, dovunque vo,
Lungi son dieci canne, o poco più;
Or come Diavol mai schivar si può?
SONETTO
Un certo Ammirator d'antichità
Un giorno al Campidoglio mi portò:
Ivi Statue vid'io di quà, e di là,
Intorno a cui dotto scalpel sudò.
Vidi le mostruose Deità,
Che il folle Egizzio popolo adorò:
Vidi il ferito Gladiator, che sta
Quasi mezzo cadendo, e mezzo no.
Vidi una Statua poi, simile a chi
Pel suo credito odioso ognor mi fu,
Che d'interna paura il cor mi empì:
Onde fuggendo me ne venni giù,
Come talor da' Birri il Reo fuggì,
E fin ch'io vivo, non vi torno più.
SONETTO
Opra da discret'Uom giammai non fu,
Voler trarre il danar, da chi non l'ha,
Ed è contro la vera carità,
E contro ogni Cristiana altra virtù.
Ma discorriamo un po' dal tetto in giù:
Questa tua importuna assiduità,
Che mi tormenta ognor, forse farà,
Ch'io mi risolva a non pagarti più.
Giacchè per vero dir fra pochi dì
Ebbi pensier di soddisfarti, acciò
Niun sapesse i miei debiti così.
Ora è diverso; o ch'io ti paghi, o no,
Tutti sanno il mio debito oggidì,
Onde a pagar più stimolo non ho.
SONETTO
Mentre il mio Creditor dei Giulj tre,
Con tai colori dipingendo vo,
Dirà talun, che un miser'Uomo egli è,
Se senza Giulj tre campar non può.
Pur va coi manichini, e il carilè,
E col mantello di color ponsò;
E nella sua magione i canapè
Tien disposti per ordine, e i burò.
Ma se da me i tre Giulj Egli non ha,
Pace non trova mai notte, nè dì,
Nè cura la paterna eredità.
D'ingiustizia tacciarmi or chi potrà,
Se alle sue istanze m'oppongo così?
Poich'ella è coccia, e non necessità.
SONETTO
S'armi fortuna pur contro di me,
S'adiri pur quanto più puote, e fa,
Per me spaventi il suo furor non ha,
Per me più formidabile non è.
Che sì crudel vessazion mi diè,
Che a soffrire ogni fiera avversità
Con indolenza, e con tranquillità,
M'avvezzò il Creditor de' Giulj tre.
E il mal, che tanti guai mi cagionò,
Pur finalmente un ben mi partorì,
Che un ben spesso da un mal cavar si può.
Nè mai timor dell'empia sorte avrò,
Se lieto in mezzo ai guai canto, e così
Colle sventure mie scherzando vo.
SONETTO
Vieni: mi disse il mio Destino un dì
Col ciglio pien di tetra austerità:
Nè pel no più lasciommi, o ver pel sì
Libera elezzion di volontà.
Io tosto lo seguìa qual cieco, o chi
Al carnefice suo dietro sen va,
Che a lui le man legò, gli occhi coprì,
Onde ei la meta del cammin non sa.
Fra turbini, e fra venti ei mi guidò.
Quanti assalti ebbe il cuore, inciampi il piè,
Vertigini il cervel, ridir chi può?
Ma da mille pericoli poichè
Mi trasse illeso, alfin mi abbandonò
In man d'un Creditor di Giulj tre.
SONETTO
Se là, dove il Pastor recinto fe
Di pali, e reti al gregge suo, men vo,
E il Can quanto feroce esser mai può,
Correr veggio ringhiando in verso me;
Guardo se presso o legno, o sasso v'è,
E con tal'arma in man timor non ho,
O ver mi cerco in tasca, e il pan gli do,
Onde ei si placa, e mi lambisce il piè.
Con te però non si può far così,
Che da te priego udito mai non fu,
Nè faccia brusca mai t'impaurì.
Cor più ostinato, e inesorabil più
Del tuo mai non si vide, e non si udì,
Se più docile è un Can, che non sei tu.
SONETTO
Ascolta i bei ricordi, che ti dò:
Il bene, fratel mio, quando si fa,
Dir non bisogna: me ne rifarò,
Che pregio allora, e merito non ha.
Dice il proverbio, ed a memoria io l'ho:
Far pur del bene, e poi mettilo là,
Che al fine un giorno, benchè tardi un po',
Quando ci pensi men, ti gioverà.
Così va fatto, e tu non fai così,
Che avendomi prestato Giulj tre,
Or mi rechi il malanno e notte, e dì
Breve sollievo il tuo favor mi diè,
Ma la noja, e il rancor mai non finì;
Onde un tal ben miglior del mal non è.
SONETTO
Un Bando rigoroso affisso fu,
In cui espressa proibizion si fe
Degli Aquilini, e de' Sesini, e de'
Quattrin' Fransesi, e omai non corron più.
Siam proprio disgraziati ed io, e tu;
Poichè già pronti, e in ordine per te
Cencinquanta quattrini avea: ma che?
Tutti Aquilini son, tutti Monsù.
Or che s'ha a fare? altro danar non ho,
E il Bando trasgredir non voglio già,
E il vietato danar spacciar non vò.
Questa provvision si prenderà:
Tal moneta in deposito terrò,
Finchè di nuovo in uso tornerà.
SONETTO
Crisofilo fra le altre sue virtù
Ha un natural flemmatico così,
Ch'Uom più lento di lui giammai non fu,
E al no giammai non si risolve, o al sì.
E non occorre dir: sbrigati su,
Falla finita, e non piantarti lì,
Che ciò, ch'altri in mezz'ora, o in poco più
Farebbe, Egli non sbriga in mezzo dì;
E sol, per non so qual fatalità,
In gran sollecitudine con me
Quella lentezza sua cangiando va:
Poichè se ha a domandarmi i Giulj tre,
Scossa la natural stupidità,
Uom di lui più sollecito non v'è.
SONETTO
Il numero ternario un non so che
Di simbolico ognor significò.
Se tre volte alcun rito, o azzion si fe
Per compiuta, e solenne allor passò.
Tre Parche fur, tre Arpie, tre Furie, e tre
Grazie, e tre bocche il Cerbero allargò,
Famoso era d'Apolline il Treppiè,
Di Tridente Nettun la destra armò.
Questo mistico tre fin da quel dì,
Che de' tre Giulj il debito mi fa
In mezzo a mille guai penar così,
Una certa malefica virtù
Per me ritenne, e d'ogni avversità
Funesto geroglifico mi fu.
SONETTO
Valoroso guerrier colui non è,
Che primo l'oste ad assalir non va:
Bene il dover di buon guerrier compiè,
Chi agli altri di bravura esempj dà.
Sacro Orator, che della nostra Fe,
Le leggi spiega, e esorta alla pietà,
Se quel, che ad altri inculca, e' mai non fe
Predichi pur poco profitto fa.
Or se i debiti tuoi non paghi tu,
Perchè sarai tanto importun con chi
T'è debitor, che non ti cheti più?
Dunque l'esempio tuo seguiterò,
Nè mi puoi biasimar se fo così,
Pria paga gli altri, e poi ti pagherò.
SONETTO
Meco t'adiri, e vuoi saper perchè
I tre Giulj una volta non ti dò:
Ascolta bene, o Creditor, qual'è
La mia ragion fortissima: non gli ho:
A tal ragion, che milita per me,
Alcuna eccezzion dar non si può,
Sebben venisse, chi la Legge fe,
Chi il Codice, e i Digesti compilò;
Ed io per tua cagion far non vò già,
Cosa, che al galantuom si proibì,
Ed offende il decoro, e l'onestà:
Che ogni legge, ogni dritto, ogni equità
Protegge il debitor, contro di chi
Vuol spremerne il danar, quando non l'ha.
SONETTO
Se pur così non m'interpelli, acciò
Prescrivere io non possa i Giulj tre
O per costituirmi in mala Fè,
O per altro motivo, ch'io non so.
Ma pensier di prescriverli io non ho,
Ed il credito tuo oltre di che,
Se così tenue credituzzo egli è,
Farmi doloso debitor non può.
In oltre il punto principal, non sta
Nella mia confession, nè mai fin quì
Del debito negai la verità;
Nè mai la negherò: nego bensì
Danari aver: la gran difficoltà,
O Crisofilo mio, consiste quì.
SONETTO
Uom che sempre tranquillo il tutto, udì
Spesso l'altrui loquacità stancò,
Ma o Crisofilo mio, dir non si può,
Che la cosa fra noi passi così
Non si stancò l'orecchio mio fin quì,
Perchè finor pagato mai non ho,
Ma di chieder danar mai non cessò
La lingua tua, e il suo tenor seguì.
Resta indeciso il dubbio ancor: che se
Dar giudizio talun giammai dovrà,
Di noi finora il vincitor qual'è;
Decidere cred'io, mai non saprà,
Chi di vantaggio ottenga men, chi più,
E in dubbio la question lasciar dovrà.
SONETTO
Ma per ragion di fatto io sosterrò,
Che ho più vantaggio, o Creditor di te.
Che solamente hai tu contro di me
Jus petitorio, e in possessorio io sto.
Or se del Possessor si reputò
Sempre miglior condizion, finchè
Io non t'abbia renduti i Giulj tre,
Sempre in miglior condizion sarò.
Se il meglio della lite ebbi fin quì,
Vo' mantener la superiorità,
Nè vò soffrir, che s'abbia a dire un dì,
Ch'io finalmente non potendo più
Resistere alla tua importunità,
Cedetti il campo, e la vincesti tu.
SONETTO
Ascolta, o Creditor de' Giulj tre,
Quanto ingiusta è la tua importunità,
Non sol le umane leggi, e l'equità:
Ma le divine ancor parlan per me:
Poichè nell'Esodo una Legge v'è,
Che vieta si usi troppa assiduità,
Contro chi modo da pagar non ha,
Scritta di proprio pugno da Mosè.
Il capo ventidue ricerca lì,
E al verso venticinque osserva un po',
Se quel Legislator parla così.
Chi danari al mio Popolo prestò,
Importuno esattor e notte, e dì
Non lo tormenti, se pagar non può.
SONETTO
Dal frigido Lappon vanne fin là
Tra quei, cui 'l Sol la cute abbrustolì,
E d'onde a coricar Febo sen va,
Scorri fin dove in sul mattino uscì
Nel bujo seno dell'antichità
Spingi l'avido sguardo, e poi di lì
Per gli ampi spazj di ciascuna età
Scendi gradatamente ai nostri dì:
E passa poscia a rintracciar ciò, che
E la storia, e la favola narrò,
L'opre de' Duci, Imperadori, e Re;
Son certo, o Creditor de' Giulj tre,
Che in verun luogo, o tempo unqua si può
Trovare un seccator simile a te.
SONETTO
Di che stupirsi il Creditor non ha
Se alla richiesta delli Giulj tre
Una risposta sempre ode da me
Dell'istessa natura, e qualità.
Che come chi toccando sempre va
O sull'organo, o ver coll'oboè
La sola per esempio alamirè,
Sempre l'istessa voce uscir ne fa;
Ogniqualvolta il Creditor così
L'istessissimo tasto mi toccò,
L'istessissima voce anch'egli udì.
E i Giulj tre, non pago ancor di ciò,
Se mi chiedesse cento volte il dì,
Cento volte udirìa l'istesso no.
SONETTO
Importuno il tafan così non è
Nella stagion, che son più caldi i dì,
Importuno il moscon non è così,
Come importuno è il Creditor con me.
Che se fresca dal Ciel piova cadè,
Ogni moscone, ogni tafan sparì:
Ma non giammai varia stagion fin quì
Tormi d'intorno il Creditor potè.
E forse come o per la gravità,
O vero per centripeta virtù,
O per attrazzione, o per chi sà,
Tendon di sua natura i corpi in giù;
Così per natural tua proprietà
A me tendi, o Crisofilo, anche tu.
SONETTO
Se il Ciel tutte versasse addosso a me
Le più fiere crudeli avversità,
E senza giubba, e senza scarpe in piè
Dovessi mendicar per la Città,
Ti giuro, o Creditor de' Giulj tre,
Che vorrei con invitta ilarità,
Pria, che danaro domandare a te,
Le più dure soffrir necessità.
Poichè pur troppo conobbi fin quì,
Quanto indiscreto Creditor sei tu,
Quanti il debito guai mi partorì.
E de' suoi guai l'origine qual fu,
Ciascun tien fisso in mente, e dove un dì
L'Asino cadde, non ci cade più.
SONETTO
Ben cento volte ho replicato a te
Questa istessa infallibil verità,
Che a conto mio da certo tempo in quà
La razza de' quattrini si perdè.
Tu non ostante vieni intorno a me
Con insoffribile importunità,
E per quei maledetti Giulj tre
Mi perseguiti senza carità.
Forse in disperazion ridur mi vuo',
Ond'io mi appicchi, e vuoi vedermi in giù
Pender col laccio al collo? o questo no.
Risolverommi a non pagarti più,
E in guisa tal te disperar farò,
E vò piuttosto, che ti appicchi tu.
SONETTO
Se in compagnìa di vaghe Ninfe io sto,
Che liete stanno a ragionar con me,
Se in parte ascosa a passeggiar men vo,
Ove tumulto, ove romor non è.
E quando d'Oriente il Sol spuntò,
E quando nell'Oceano cadè,
Giammai lieto, e tranquillo il cor non ho,
Tornanmi sempre in mente i Giulj tre.
Sugli occhi l'odiosa ognor mi sta
Sembianza di colui; che sempre fu
Il turbator di mia tranquillità:
Sembianza, che a me par brutta assai più,
E più paura, e più terror mi fa,
Che se fosse Asmodeo, o Belzebù.
SONETTO
Dica pur, chi dir vuole: eccolo quì
Il mio caro Crisofilo, che sta
Vegeto, e fresco, e in buona sanità,
E dell'istesso umor, ch'ebbe fin quì.
Chi lui brama trovar, sia notte, o dì,
Venga dove son io, che il troverà;
Ch'altro pensier, ed altro affar non ha,
Che de' tre Giulj, e sempre batte lì.
Ma per pietà taci una volta: ah tu
Seccheresti importuno per mia fè,
Il mar delle Zabacche, e di Bacù.
Vanne una volta pur lungi da me,
E non tornarmi a molestar mai più,
Con quei tuoi maledetti Giulj tre.
SONETTO
Io mi protesto, che non so ciocchè
Un palmo avvien dal nostro Mondo in là:
Io non affermo, e mio parer non è,
Che di Mondi si dia pluralità;
E che abitata sia la Luna, e che
Una specie vi sia d'Umanità,
A cui principio il Padre Adam non diè,
E le istesse, che noi, leggi non ha.
Ma se fosse ciò ver, solo lassù
Bramerei di alloggiar, perchè così
Potrei sperar di non vederti più.
Pur temerei, che colla scorta un dì
Del Padre Daniele, ancora tu[14]
Venir potessi a ritrovarmi lì.
SONETTO
Giacchè quest'aere, che spirando vo,
M'influisce tristezza, e avversità,
E giacchè 'l Creditor, ovunque io sto,
Sempre crudele affanno al cor mi dà;
Sicuramente abbandonare io vò
Il patrio suolo, e la natìa Città,
E a ricercar sotto altro Cielo andrò
Quella pace, che il cor quivi non ha.
Ma partir deggio in guisa tal, che più
Non sappia il Creditor de' Giulj tre,
Ov'io mi sia, e cosa mai ne fu:
Che se lo giunge a discoprir, benchè
Ito fossi nell'Indie, o in Calecù,
Prende le poste, e se ne vien da me.
SONETTO
Ma come un tempo Oreste, il qual poichè
La Madre coll'Adultero ammazzò,
E tanto atrocemente vendicò
Il Padre ucciso, e la tradita fè,
Ramingo esule afflitto ognor con se
Trasse le Furie ultrici, ovunque andò;
Anch'io nel core impressa porterò
La mia pena amarissima con me.
Che dopo lunghi, e travagliosi dì,
Se a quel misero alfin pietosa fu
La Dea, cui sangue uman lo Scita offrì;
Perchè rimedio tal, forza, o virtù
Trovar non posso altrove anch'io così,
Onde i tre Giulj non m'affligan più?
SONETTO
Allorchè questi il padre Tebro udì
Striduli carmi, che tessendo vo,
Dal fondo limaccioso il capo alzò,
Scosse lo scettro, e disse poi così:
Su queste rive Ennio, e Lucilio un dì,
E il Venusino, e il Mantovan cantò,
Quando la Poesia Roma prezzò,
Ed al valore le bell'arti unì:
Poscia Cigni canori in ogni età
Misti con Rane, Gufi, Upupe, e Gru
Le mie sponde assordiro, e la Città.
Si cantaron le Donne, i Duci, i Re,
Armi, amori, follìe: ora di più
Vi mancava il Cantor de' Giulj tre.
SONETTO
Or dunque, amici, un caro addio vi do,
Mentre da voi lungi rivolgo il piè:
Addìo, Ninfe leggiadre, io me ne vo,
Nè più fra voi si parlerà di me.
A questo amaro passo mi portò
Il debito fatal de' Giulj tre:
Ma nè il primo, nè l'ultimo sarò,
Che ramingo per debito si fe.
Me n'esco in questo dir dalla Città:
Ma tosto il Creditor dietro mi fu,
E disse, venir teco ho volontà.
Afflitto allor me ne ritorno su,
Sclamando: e dunque in Ciel fisso sarà,
Che fuggir da costui non possa più?
SONETTO
O Felice avventura, o novità,
Che l'anima di giubilo m'empì!
O per me lieto, e fortunato dì,
Che tutti i guai dimenticar mi fa!
Partir vuole Crisofilo di quà,
E il tutto già sollecito allestì:
Di già il farzetto solito vestì,
E l'abito depose da Città.
Posti ha gli sproni, e gli stivali a' piè,
E già d'un salto sul destrier montò,
E già al fianco lo spron sentir gli fe.
Partissi, e tanta gioja in me lasciò,
Quanta ne prova il marinar, poichè
Sparir le nubi, e il turbine cessò.
SONETTO
Cessate, o fieri venti, or che di quà
Il Creditor mio se ne partì:
Spiri un zeffiro placido così,
Come nel fresco April spirando va.
Splenda ridente il Ciel serenità,
Sia mite l'aria, e sia tranquillo il dì,
E finch'Egli non sia lungi di quì,
Non gli succeda alcuna avversità.
Goda viaggio felice: ma poichè
Lungi da me sarà, fracassi giù
Acqua, e neve dal Ciel, quanta ve n'è;
Acciò non possa ritornar quassù:
E faccia, come il Corvo di Noè,
Che andò a mal'ora, e non si vide più.
SONETTO
Dacchè partì Crisofilo di quà,
Dacchè più non lo veggio attorno a me,
Nè più chieder mi sento i Giulj tre,
Mentre scorro le vie della Città;
Pieno di sicurezza, e libertà
Lieto rivolgo, ove m'aggrada, il piè,
Siccome il Sorce, se il Gatto non c'è,
Arditamente passeggiando va.
E oh voglia il Ciel, che non ritorni su,
E se verso maremma egli partì,
Se lo portino i Turchi in schiavitù:
Nè mal gli bramo: io gli auguro, che lì,
Purchè fra noi tornar nol lascin più,
Lo faccino Visirre, o ver Muftì.
SONETTO
Qual geme afflitta, e misera Città,
Se d'assedio la strinse, e circondò
Nemica schiera, e contro quella usò
Le più fiere crudeli ostilità;
E qual poscia riprende ilarità,
Se poich'in van l'assalitor tentò
E forza ed arte, il campo indi levò,
E guerra ed armi altrove a portar và.
O Crisofilo mio, allorchè tu
M'assediavi a cagion de' Giulj tre,
Il mio rancor, la tema mia tal fu;
Ed or ch'ito ne sei lungi da me,
Nè più mi angusti, e non ti veggio più,
Il mio piacer, la gioja mia tal'è.
SONETTO
Postier vi sono lettere per me?
Evvene una: un bajocco: eccolo quì
Vediam, chi scrive mai: che veggio, oimè!
È il Creditor, che scrivemi così:
Fa, che sian preparati i Giulj tre
Quanto prima, poichè sarò costì
O vivo, o morto, o a cavallo, o a piè
Domenica al più lungo, o Lunedì.
Poffareddio! se ognor mi tormentò
Già da vicino, ora che lungi sta,
Di tormentarmi ancor la via trovò.
E il malan per la Posta Egli mi dà,
E mentre li tre Giulj io non gli do,
Pagarne i frutti in guisa tal mi fa.
SONETTO
Dicesi, che taluno adoperò
Certo licor venefico così,
Che se un foglio talor se ne bagnò,
Fe morir chi lo lesse, o chi l'aprì.
Scarse le vie son dunque, onde si può
Di questa vita terminare i dì,
Che nuove di morir guise inventò
La crudeltà, ch'in se l'Uomo nudrì;
Starei per dir, che men fiera non è,
Non tormentosa men la crudeltà,
Ch'usa il mio Creditor verso di me;
Poichè, mentre scrivendomi mi fa
Frequenti istanze per li Giulj tre,
Il veleno per Lettera mi dà.
SONETTO
Vedesti mai, se il Genitor partì,
Saltellando scherzar con libertà
Il Fanciullin con quei, che pari età
Di genio, e di costumi insieme unì:
Se intanto il Genitor gli comparì,
E rimirollo con severità,
In parte ascosa a rifugiar sen va,
E pieno di timor stassene lì.
Libero, e lieto anch'io vivea, finchè
Alcun la gioja mia non disturbò,
E lungi stette il Creditor da me;
Ed or che finalmente ritornò,
Di nuovo a domandarmi i Giulj tre,
Timido ascoso e cheto me ne stò.
SONETTO
Non di tanto piacer Priamo esultò,
Allorchè il Greco esercito partì,
E insidioso fra scogli s'appiattò,
Finchè Sinone il tradimento ordì;
Nè tanto poscia alto terror provò,
Quando dal sen del rio cavallo uscì
Nembo d'armati, e 'l Greco stuol tornò,
Che di stragi, e d'incendj il tutto empì;
Quanta provai letizia, allorchè tu
Da me partisti, o Creditor, poichè
Mi lusingai di non vederti più:
E quanto provo smarrimento in me,
Or che ti veggio ritornar quassù,
A chiedermi di nuovo i Giulj tre.
SONETTO
Certa antica moneta in un burò,
Io conservava o Creditor per te:
Sotterra la trovai: moneta ella è,
Che de' Consoli al tempo in Roma usò.
Son sesterzj minor: valean perciò
Due assi, ed un semisse: in guisa che
A due bajocchi e mezzo, o forse a tre
La lor valuta ragguagliar si può.[15]
Ed in tanti sesterzj io volea già
Pagarti: udendo poi più d'un, che fu
Il costo loro disputando va,
Con tal moneta ebbi io difficoltà
Pagar tre Giulj; che nè men, nè più
Vò dar di quel, che di ragion ti va.
SONETTO
Io t'assicuro, o Creditor, che se
Avuti gli avess'io, da un tempo fa
Già renduti t'avrei li Giulj tre.
Ma che? chi mai può dar quel, che non ha?
Ben quel che posso darti avrai da me,
E al tuo crin la mia Musa intesserà
Serto immortal di lodi; onde di te
Ragioneranno le venture età.
La buona intenzion scorgi di quì,
Se tutto quel, che posso dar, ti do:
Posso darti Sonetti, eccoli quì.
Ma tu non appagandoti di ciò,
Non vuoi, ch'io sconti il debito così.
Straluni gli occhi, e par che dichi: oibò.
SONETTO
Di sbrigarmi oramai speme non v'è
Dal tormento crudel, che mi recò
Continuamente il Creditor, benchè
Andasse dove il suo bisavo andò.
Che giorni sono il testamento fe,
E l'erede d'un vincolo gravò,
Che se ognor non mi chieda i Giulj tre,
Del dritto ereditario lo privò.
E dove egual malignità si udì,
Se da Lui negli eredi passerà
L'azzion, che mi tormenta e notte e dì?
E neppur morte terminar potrà
Le pene mie, se il Creditor così
E vivo, e morto mi tormenterà.
SONETTO
Non isdegnarti, se la tua beltà,
Che dolcemente, o Nisa, mi ferì,
Non vengo a vagheggiar spesso così,
Come solea già far tre mesi fa:
Che tante brighe un Creditor mi dà,
Che ogni altra cura dal mio cor partì,
Dacchè 'l debito feci, da quel dì
Amore nel mio cor loco non ha:
Credilo pur, credilo, Nisa, a me:
Amore star col debito non può,
Onde io più penso al Creditor, che a te.
Dacchè il debito feci, amor passò:
Amor dimenticai per Giulj tre,
E un Diavolo così l'altro cacciò.
SONETTO
O Nisa mia, non ti piccar però,
Nè volermi tacciar d'infedeltà:
Da quel dì pria diverso cor non ho,
Nè diversa è da pria la tua beltà:
Ma se fossi Colei, che cagionò
La ruina di Troja un tempo fa,
Con frequenza maggior di quel, che fo,
Volger a te il pensier non potrei già:
Ma pur, Nisa, se vuoi, che verso te
Torni il mio core, ed il pensier qual fu,
Dammi (non è gran cosa) Giulj tre.
Nè ciò strano ti sembri: a nostri dì
La prima Donna non saresti tu,
Che l'amante conservasi così.
SONETTO
Nisa, quell'orsacchin, che l'altro dì
Tisbino mio dentro il covil trovò,
Ardito, e franco omai si fe così:
Che più volte col can si cimentò.
L'innamorato Alcon se n'invaghì,
E per Nerina sua mel domandò;
Che se dar gliel volea egli m'offrì
Il più bel nappo, che veder si può:
Ma abbiasi il Nappo Alcon, che sol per te
Io lo conservo, o Nisa, e sol puoi tu,
Se un Regno avessi, un Regno aver da me
So, che il dono al tuo merto egual non è
Più ti darei, ma che può dar di più
Un, che pagar non puote Giulj tre?
SONETTO
Omai sei volte il Sol dal Gange uscì,
E altrettante nell'onde i rai tuffò,
E invan di Nisa ricercando vo,
O che tramonti, o che rinasca il dì.
Non più alla selva, e al prato comparì,
Nè più al fonte limpido tornò,
Ove spesso i bei labbri Ella bagnò
Nell'estivo calor del mezzodì.
Se dunque, o Nisa, in traccia io vo di te,
Tu qual Cerva, che il Can fuggendo va,
Rapida ognor t'involerai da me?
E per strana crudel fatalità,
S'io fuggo ii Creditor de' Giulj tre,
Ei per l'opposto ognor mi seguirà?
SONETTO
Se mai d'un rio sul verde margo, o appiè
Della fronzuta quercia assiso sto,
Dello strale, che il cor mi penetrò,
O Nisa bella, a ragionar con te;
E al mio lungo penar grata mercè
Fra la speme, e il timor chiedendo vo,
Tu il mio querulo amore udir non vuo',
E vuoi, che io canti pur de' Giulj tre.
Che mi lusingo? o chi veder non sa,
Che sempre odioso l'amor mio ti fu,
E il mio cordoglio sol piacer ti dà?
Donna crudele, io non so dir, se più
Penar l'amore, o il debito mi fa,
Se più mi affligga il Creditore, o Tu.
SONETTO
Ve' quel gruppo di fior, che comparì
In sul mattin? tosto languir dovrà.
Tal, Nisa orgogliosetta, è tua beltà,
Che or vaga appar, ma cangerassi un dì.
Ve' come l'aura, che dal mare uscì,
Scuote que' fiori, e or quà li piega, or là?
D'uno in un altro amor cangiando va,
Nisa incostante, il core tuo così.
Or va coglili, e il crin... ma no, che appiè
Di quei schifosa Botta si appiattò.
Scagliale un sasso, ed indi un altro: or ve'
Come in se si restrinse, e rannicchiò!
E sembra il Creditor de' Giulj tre,
Che mille onte sostiene, e mille no.
SONETTO
L'Imagine di Nisa un tempo fa
Fissa così nel mio pensier si ste,
Che espressa io vi vedea l'alma beltà,
L'aureo crine, il bel volto, e il vago piè;