Libero, e franco il natural così,
Invan cangiar natura io tenterò.
Piuttosto dunque infra di voi sia, chi
I miei debiti paghi, e allor dirò:
Lo specchio degli amici, eccolo quì.
SONETTO
Il bel costume di operar così,
Nuovo costume non sarebbe già,
Che nella più remota antichità
Colà in Atene pratticossi un dì.
Se alcun contrasse debiti, s'unì[7]
Degli amici la fida Società,
E dell'amico alle necessità
Con magnanimo esempio ella supplì.
Ma al tempo de' Decemviri, poichè[8]
La gran Legazione in Grecia andò
Undici lustri dopo espulsi i Re,
Usi, leggi, e costumi indi portò,
Onde il Jus delle Tavole si fe,
E sol fra Greci uso sì bel restò.
SONETTO
Spesso al mio Creditor vien volontà
Trattar di cose Fisiche con me.
Vuol saper com'il folgore si fa,
E delli venti la cagion qual'è.
Chi forma de' color la varietà,
E se il Sistema di Ticon Brahè
Abbia appoggio miglior di verità
Dell'altro, che alla terra il moto diè.
Io dico allor: Chi di natura può
Spiegar gli arcani, o chi salì lassù
A rimirar, se il Sole gira, o nò?
Sol questo io so di certo, e 'l sai pur tu,
Che tu vuoi li tre Giulj, ed io non gli ho:
Del rimanente poi non ne so più.
SONETTO
Inusitata generosità
Usar mi vide il Creditor, talchè
Coglier credendo l'opportunità,
A chiedermi ostinossi i Giulj tre.
Quasi scoprendo allor la verità,
Ciò fei gli dissi, acciò talun fra se
Dica questi ha danar, mentre ne dà,
E faccia in guisa tal stima di me.
Così, poichè al presidio il pan mancò,[9]
Il Difensor del Campidoglio un dì
Il resto a' Galli Senoni gettò.
E con astuzia tal Brenno avvilì
E Roma, e il Campidoglio conservò,
E si mantenne in credito così.
SONETTO
Non poche volte ho inteso dir, da chi
E Galeno, ed Ippocrate studiò,
Che vi sono fra l'anno alcuni dì,
Ne' quali cavar sangue non si può.
Se ragione vi sia di far così,
Sel vedino i Dottori, io non lo so,
E luogo non mi par questo, ch'è quì,
Di dire il mio parer sopra di ciò.
So ben, che il Creditor de' Giulj tre
Tanti riguardi, e scrupoli non ha,
Nè osserva queste regole con me.
Ch'anzi ogni giorno procurando va,
Da me trarre il danar, ch'è un non so che,
Ch'ha col sangue una qualche affinità.
SONETTO
Se un risalto febbril si desta in me,
Lo Specifico prendo del Perù,
Se un Reuma in petto soffro, io bevo il Te,
Nè tosse, o raffreddor mi affanna più
Se provo interna languidezza, o se
Cruda indigestione, ingojo giù
Le pillole di mirra, e d'aloè,
Che di purgar lo stomaco han virtù.
Io non soffro durezze, o crudità
Stomachico languor, febbre non ho:
Ma peggior mal fisso nel cor mi sta.
Chi avanza vuol danari, ed io non gli ho,
E guarirmi da questa infermità,
Un Collegio di Medici non può.
SONETTO
Qual Uom, che lunga prigionia soffrì
E alfin per racquistar la libertà,
I lacci ruppe, e di prigion fuggì:
Onde solo fra boschi errando va;
Se il mormorìo di leggier vento udì
Fra quelle taciturne ombrosità,
Timido il passo arresta, e timor ha,
Che quegli sia, cui dalle mani uscì;
Tal'io, che come scampo aver si può,
Lungi da lui, che affanni ognor mi diè,
Qual fugitivo prigionier, men vo,
Se voce ascolto, o calpestìo di piè,
Pallido mi rivolgo, e timor ho,
D'appresso aver Colui de' Giulj tre.
SONETTO
Là presso il Polo, nei più corti dì,
Allorchè il verno imperversando va,
Dicon, che in aria stringa il gel così,
La parola talor, che suon non fa:
E quando poi la ria stagion finì,
E più d'appresso il Sol scioglie, e disfà,
L'aere addensato, che già il ghiaccio unì,
S'odon suonar parole or quà, or là.
Or se ivi o Creditor per alcun po'
Nella fredda stagion stess'io con te,
Credo, che quando il crudo gel cessò,
Ben stupirìa talun, che intorno a sè
Udrìa senza veder, chi la formò,
Voce, che chiederebbe i Giulj tre.
SONETTO
Chiunque a' rai del giorno i lumi aprì,
E quest'aura vital spirando va,
Tutti non vide andar sereni i dì,
Non mai intera godè felicità:
Altri i colpi fierissimi soffrì
Di nemica crudele avversità,
Altri nel petto un folle amor nudrì,
Altri l'empia dell'oro avidità.
Chi per livor, chi per rancor penò,
E ciascun in se stesso, o attorno a se
Continuamente il proprio mal portò;
Ma il Ciel viepiù, che altrui, nemico a me,
Per mia pena maggior, mi consegnò
A un crudele esattor di Giulj tre.
SONETTO
Prima i rapidi fiumi andranno in su,
E l'arenoso lido fiorirà,
Prima cadran l'agili fiamme in giù,
E il pesce per lo Ciel volando andrà.
Pria l'Asino, il Caval, la Vacca, e il Bu
Sovra l'onde del mar passeggerà,
Pria savio diverrà colui, che fu
Pazzo fin dalla sua natività.
In somma ogni impossibile vedrò,
Pria che tu possa, o Creditor, da me
Ricavare il danaro, che non ho.
Ma pertinace in guisa tal tu se'
Che a fronte pur dell'impossibil vuo'
Dal nulla ricavare i Giulj tre.
SONETTO
Se Dedalo ingegnoso ai fianchi unì
Le agili penne, onde pel Ciel volò,
E col figliuol, che poi nel mar cascò,
Come un augel dalla prigion fuggì;
E se sull'Ippogrifo in Ciel salì,
E al Concavo Lunare Astolfo andò,
D'onde il cervello al Paladìn portò,
Che a cagion d'una femina impazzì;
Perchè aver non poss'io modo, o virtù
Da volar lungi, o Creditor da te
Per strade, ove venir non possi tu?
Poichè vorrei veder, se dietro a me
Il Diavol ti portasse anche lassù,
A chiedermi per aria i Giulj tre.
SONETTO
Passeggier, che soletto inerme e a piè
Siegue il camin, quando danar non ha,
Sicuro, e tranquillissimo, benchè,
S'incontri col Ladron, cantando va:
Che rispetta il Ladron, chi ognor con se
Ha la scorta fedel di povertà,
E soggetto ai pericoli non è,
Di rapace insidiosa avidità.
Ma men discreto o Creditor sei tu,
Benchè il voto borsel veder ti fo,
Mi slacci, e infin le brache io cali giù;
Non sol restar non vuoi pago di ciò:
Ma allor m'annoj, e mi tormenti più,
Quando ti giuro, che danar non ho.
SONETTO
Come il dono di Paride, che un dì,
Posciachè nude le tre Dee mirò,
A Vener bella il pomo d'oro offrì,
Con che Palla, e Giunon tanto irritò;
Ei fu un dono fatal, che l'Asia empì
Di stragi, e Troja in cenere mandò,
E tanta moltitudine perì,
Che il Xanto al mar gonfio di sangue andò.
Tal forse fu il servizio, che mi fe
Il Creditor, sebben la parità
Non và, come suol dirsi, a quattro piè:
Ma in questo almen, cred'io, male non va,
Ch'Egli avendomi dati Giulj tre,
Ora per quei guerra crudel mi fa.
SONETTO
Sempre per infallibile terrò,
E niun forse negarmelo potrà,
Che la natura con parzialità
Di duro cuojo il petto, e il volto armò
A quei, che sostener l'aspetto può
Di chi danar chiedendo ognor gli sta,
E alcun ribrezzo, e scrupolo non ha,
Dir sul mostaccio al Creditor di no.
O faccia tosta, all'occasion sei tu,
Per chi esente dai debiti non è,
Utile al par d'un buon discorso, e più:
Cogl'importuni poi, fra quali fù
Celebre ognor Colui de' Giulj tre,
O faccia tosta, allor vali un Perù.
SONETTO
Lo stupido Barbier, che a Mida un dì
Le lunghe orecchia d'Asino osservò,
Se altrui svelar l'arcano ei non ardì,
Pur nasconderlo al Mondo in van tentò.
Che sol discese entro uno scavo, e lì
Disse più volte, e più ciò, che mirò.
La fossa poi di molle terra empì,
E ivi i suoi detti seppellir pensò.
Ma dal vento agitate ognor da se,
Dicean le canne, che vi crebber su:
Dell'Asino l'orecchia ha il nostro Re.
Or così sassi, e tronchi udendo te,
Non vorrei, che apprendessero di più
Anch'essi a domandarmi i Giulj tre.
SONETTO
Alza la greve mazza il Fabro, e dà
Colpi sovra l'acciar spessi così,
Che il Ciel rimbomba; indi cimier ne fa,
O arma, che regga a' colpi ostili un dì;
Che se ivi l'opra accalorando sta,
E il petto poi di quell'acciar coprì,
Intrepido alla pugna il Guerrier va,
Perchè sa di qual tempra armi vestì.
Imperturbabilmente sosterrò
Anch'io gli avversi colpi, e contro me
S'armi fortuna rea, quanto più può;
Che il duro Creditor de' Giulj tre
Ogni male a soffrir già m'avvezzò,
Colle molestie, che tutt'or mi diè.
SONETTO
Cometa, che pel Ciel cinta sen va
Di sanguigno splendor, non mai così
La sbigottita Plebe impaurì,
Che morbi teme, e guerre, e aridità:
Come sovente palpitar mi fa,
Se improviso Colui mi comparì,
La cui presenza ognor mi presagì
L'ostinazion di mie calamità.
Pur le Comete, o sian Pianeti, o no
Hanno il lor corso regolar, tal che
La lor comparsa preveder si può;
Ma quella di Colui de' i Giulj tre
Disporre in Efemeridi non so,
Che spesso avviene, e regolar non è.
SONETTO
Spesso in mezzo alle mie calamità[10]
Per consolazion pensando vo,
Che il debito all'umana società
Dir, se non necessario, util si può.
E fo le mie riflession, che la
Providenza così subordinò
L'un Uomo all'altro saviamente, e fa,
Che abbian tutti i suoi debiti però.
La differenza sol consiste quì,
Che chi men gli dissimula, chi più
Questo non gli dimostra, e quello sì.
Al par di chi che sia giuro in mia fe,
Ch'io li vorrei dissimular, se tu
Mi tormentassi men per Giulj tre.
SONETTO
Ronzin, che i sproni al fianco ognor soffrì
E a sentirne le punte avvezzo è già;
Gli stimoli non prezza alfin di chi
Con armato tallon sopra gli sta.
Tardo Bue, cui il Bifolco tutto dì
Con acuto spunton pungendo va,
Qualor sul dorso pungersi sentì,
Non muove con maggior celerità.
Fanciullo, che la sferza ognor provò,
Il timor della sferza alfin perdè,
Nè il Precettor più regolar lo può;
Quel Ronzin, quel Fanciullo io son, quel Bu,
Sprone, sferza, spuntone a usar con me
Siegua il mio Creditor, nol prezzo più.
SONETTO
Si mostra il Creditor spesso con me
Piacevole, ed affabile così,
Come fra amici suol farsi ogni dì,
E par, che più non pensi a' Giulj tre.
E solo vuol saper, se il Prusso Re
Liberò Praga, e di Boemia uscì,
Se l'armata naval da Brest partì,
Se Annover prese il Marescial d'Etrè.
E poichè da lontano la pigliò,
A poco a poco al quia calando va,
E dice: e ben quando i tre Giulj avrò?
Così talor col Sorce il Gatto fa:
Ci ruzza, e scherza, e l'intrattiene un po',
E la fatal graffiata alfin gli dà.
SONETTO
Nocchier, che 'l vasto mar solcando va
Per ricco divenir, più che non è,
Va a prendere a Bretonne il baccalà,
E porta da Macao la seta, e 'l tè,
Se urta ne' scogli, o nelle secche dà,
Si raccomanda al Ciel con calda Fe,
Che se giunge alla Patria appenderà
Il Voto, pel favor, che ricevè.
Odi pur me, benigno Ciel: se un dì
Anch'io d'intorno togliermi potrò
Colui, che mi perseguita così;
Solennissimo Voto appenderò,
Qual Uom, che gran pericoli fuggì,
E da crudeli traversìe campò.
SONETTO
Antichissimamente costumò
Legge nemica inver d'umanità
Che poi come contraria all'equità,
Andò affatto in disuso, o s'annullò.
Se in sodisfare ai debiti mancò
Il debitor caduto in povertà,
Con quanto egli volea di crudeltà,
Nel corpo il creditor lo tormentò.
Forse tal Legge anch'è in vigor per me,
Che, o Creditor, mi affliggi e notte, e dì,
Perchè pagar non posso i Giulj tre?
Ma forse allor scontato avrei fin quì,
Ed or pena crudel soffro da te,
E non sodisfo al debito così.
SONETTO
Qual'armonia dal Ciel fra noi calò,[11]
Che l'aere intorno di dolcezza empì?
Non mai sì dolce l'Usignol cantò,
Cigno non cantò mai dolce così;
Nè si soavemente risuonò
Fra gli Elisi d'Orfeo la lira un dì,
Quando il Mastin Trifauce addormentò,
E al fiero Dite Euridice rapì.
Forse fra' Cieli armonici sarà
Concerto tal, se pur è ver, ciò che
Dicea quel Savio dell'Antichità:[12]
Ma sia pur quel, che vuol, cagiona in me
Tal meraviglia, incanto tal, che fa
Per fin dimenticarmi i Giulj tre.
SONETTO
Pellegrin, che smarrissi, e s'internò
Fra' boschi, onde ritrarre il piè non sa,
Se uscì da quelle folte oscurità
Ladrone insidioso, e l'assaltò;
Agnel, che dal Pastor s'allontanò,
Onde fuor della greggia errando va,
Se mosso dalla ingorda avidità,
Lupo fiero, e crudel se gli avventò;
Colombo, che il romor del Falco udì,
E già il vede piombar dall'alto in giù,
E già stese l'artiglio, e l'investì;
Non tanto mai l'assalto fier temè,
Quanto tem'io, qualor veggio, che tu
Vieni per domandarmi i Giulj tre.
SONETTO
Crisofilo, che sempre amor provò
Per la sua Fille, e attorno ognor le sta,
L'amor suo ricoprir sempre tentò,
Con aria di Platonica onestà;
Ed osa dir, che in lei mai non amò
Il gentil volto, e la mortal beltà,
Ma l'Alma bella, che mancar non può,
E le altre belle occulte qualità.
Or io questa sua stoica virtù
Non glie la vò passar netta così,
Io, che d'ogni altro lo conosco più;
E so, ch'Egli non viene intorno a me
Per stima, che di me mai non nudrì,
Ma pel secondo fin de' Giulj tre.
SONETTO
Crisofilo mio caro, io so, che tu
Vuoi sostener la gran bestialità,
Che l'amore Platonico si dà,
Cosa, che sempre contrastata fu:
E vuoi, che se con questa alta virtù,
Ama talun la feminil beltà,
In bel volto fissar gli occhi potrà,
E insiem tener l'Alma rivolta in sù.
Or Crisofilo mio sopra di ciò
Se vuoi sapere, il mio parer qual'è,
Sincerissimamente io ti dirò.
Che è difficil così secondo me
Il Platonico amor, com'esser può
Difficil, ch'io ti renda i Giulj tre.
SONETTO
Soffrir d'aspro Padron la senettù,
E cronica autunnale infermità,
Insegnare ai Fanciulli il b, a, ba,
E prestar mal gradita servitù,
Udir d'un cane il querulo bu bu,
Ed il romor di chi caldaje fa,
E lungo dir, che metodo non ha,
O chi loda se stesso, e sue virtù,
Chieder, nè mai sentirsi dir di sì,
Far lungo viaggio in sull'arena a piè,
Udir le stesse repliche ogni dì,
Son tutte noje inver, ma pur non v'è,
Aspra noja e insoffribile così,
Come d'un Creditor simile a te.
SONETTO
Io non bramo il Tesor d'Attalo Re,
Che il Popolo Romano ereditò,
Nè gli onori di Cesare, allorchè
Trionfator del gran Pompeo tornò;
Nè chiedo o Ciel, che tu conceda a me
Felicità, quanta bramar si può:
Ch'esser l'Uom felicissimo non de,
Nè senza amaro il dolce mai gustò.
Ricchezze non mi dar, nè povertà;
Dammi un mediocre stato: ho anch'io virtù
Da soffrir le mediocri avversità.
Ma dal mio Creditor scampami tu,
Che questo è un mal, che paragon non ha,
Io ne son stanco, e non ne posso più.
SONETTO
Oh quanto scioccamente vaneggiò,
Chi Arnaldo, e Lullo ed il Gebèr seguì,
E lavorò nascosto, e notte, e dì,
Ed i Metalli trasformar pensò:
E intorno ad un crocciuol folle sudò,
In cui mercurj, e solfi, e sali unì,
Nè finalmente mai gli riuscì
Coll'arte oprar ciò, che natura oprò.
Ma oh perchè sì bell'arte in noi non è,
Perch'all'Uom d'imitar vietato fu
I bei lavori, che natura fe!
Studiar vorrei la chimica virtù,
E fatto il capital di Giulj tre,
Rompere il vaso, e non pensarvi più.
SONETTO
Come caldaja, o pentola, che sta
In mezzo a vive fiamme, o sul treppiè,
S'entro l'umor bolle e spumeggia, in se
Più nol ritiene, e traboccar lo fa;
Non altrimenti d'alcun tempo in quà
Mi rigogliono in testa i Giulj tre
Con tal bollor, che Poesìa si fe,
E per la lingua esuberando va.
E l'importuna istanza, onde fin quì
L'avaro Creditor mi tormentò,
Senza lasciarmi respirare un dì,
Chiamar l'assiduo mantice si può,
Che accesa tien la fantasia così,
E la Poetica effusion causò.
SONETTO
Forse al tempo, che Davide regnò,
Non v'eran Creditor fieri così,
Come pur troppo sonovi oggidì,
Fra' quali uno fierissimo io n'ho.
Che fra le imprecazion, che accumulò
Nel Salmo centottesimo, altresì
Un Creditor, che chieda e notte e dì
Danaro a chi non l'ha, non mentovò.
Ora se alcun tutto quel mal mi fa,
Che ad un nemico altro nemico fe,
Usando la più rea malignità.
Dir gli vorrei così; quegli, ch'or è
Mio Creditore, e attorno ognor mi stà,
Che Creditor divenir possa a te.
SONETTO
Guardami il Ciel! che brutto sogno oimè
Feci jernotte, e di terror m'empì.
Sognai, ch'er'io già morto, e avanti a me
Il Giudice severo comparì:
E con sdegno guatandomi, poichè
Il gran Processo de' miei falli udì,
(Ah che tremo ancor) l'ultima diè
Sentenza irrevocabile così:
Olà, costui che sia condotto giù
Per le sue tante enormi iniquità,
Ove chi c'entra, non ne scappa più:
E il suo più fier tormentator sarà
Colui, che in vita Creditor gli fu,
E le veci del Diavolo farà.
SONETTO
Di tanto orrore un sogno tal mi fu,
Che mi destai tutto tremando, e acciò
Non sia mai ver, farmi Eremita io vò,
Nè vò nel Mondo trattenermi più;
E solo alla più rigida virtù
Tutti li giorni miei consacrerò,
Ed ivi amaramente piangerò
Le passate follìe di gioventù.
Spirando penitenza, e santità,
Andrò rasa la testa, e scalzo il piè,
Nè mi farò veder per la Città;
E se venisse a ricercar di me
Il mio importuno Creditor fin là,
Gli farò dir dal Portinar: non v'è.
SONETTO
Non già per impugnar la verità,
Ma meco sol per questionare un po'
Un dì dell'Alma l'Immortalità
Disputando Crisofilo negò.
E formò la sua gran difficoltà,
Con dir, che chi ha principio ha fin: ma no,
Diss'io, che cosa v'è, che fin non ha,
Quantunque alcuna volta incominciò;
E al certo repugnanza in ciò non è,
E oh Crisofilo mio scommetto su,
Ch'io ne ritrovo anch'un esempio in te.
Forse non cominciasti ancora tu
A chiedermi una volta i Giulj tre,
E duri ancor, nè la finisci più?
SONETTO
La Lingua d'_oc_, dett'anch'oggi così,
E la Lingua d'_ouì_, quella già fu,
Con cui feron Galvan famoso, e Artù
Poeti d'_oc_, e Prosator d'_ouì_:
L'Illiria Lingua dello _jò_ si udì
Dall'Adria, e l'Alpi, e le Zabacche in su:
Si stende in Mar dal Varò e i Monti in giù
Il bel Paese, dove suona il _sì_.[13]
Che ad ogni volgar lingua il nome diè
L'affermante particola, perciò
L'Itàla dir Lingua del _sì_ si de:
Ma tanto la mia lingua s'avvezzò
A dir _no_ al Creditor de' Giulj tre,
Che per me si può dir Lingua del _no_.
SONETTO
Saggio Guerrier, che forza ed arte usò,
Per espugnar Castel, Piazza, o Città,
Posciachè tutto inutilmente oprò,
Altrove l'armi ad impiegar sen va;
E colui, che forare in van tentò
L'istmo Corintio in più remota età,
La temeraria impresa abbandonò,
Conoscendone pur la vanità.
Tu o Creditor solo ostinar così
Ti vuoi nell'impossibile, benchè
Vano ogni sforzo tuo finor riuscì:
E quantunque ottener non puoi da me
Danar giammai, pur cento volte il dì
Pertinace mi chiedi i Giulj tre.
SONETTO
Dicon, ch'era una volta in Frigia un Re
(Ve lo racconto com'udita l'ho)
Che un dì cortese ospizio a Bacco diè,
Quando per avventura indi passò.
Questi dal grato Nume ebbe in mercè,
Col tatto in Or tutto cangiar, perciò
Maravigliosamente oro si fe
Ogni qualunque cosa egli toccò.
Or questa in quanto a me non vorrei già
Trasformatrice aurifica virtù:
Lungi tanta dell'oro avidità.
Vorrei che tutto in or cangiassi tu,
Acciò ne avessi tanta sazietà,
Che i Giulj tre non mi chiedessi più.
SONETTO
Tu dici, che niun mai trovar potrà,
E niun l'area del circolo trovò,
E o Crisofilo mio, per verità
Confesso anch'io, che niun la dimostrò;
E sebben riducendo altri lo va
In quadrati, in triangoli, e che so,
Pur le residue curve estremità
Esattamente misurar non può.
Ma se una tal dimostrazion fin quì,
Che tal'area trovasse, alcun non fe,
Forse talun dimostreralla un dì;
Che trovar vi si può, perch'ella v'è,
Ma per l'opposto non potrai così,
Se i tre Giulj non ho, trovarli in me.
SONETTO
Avanti il Creditor viemmi ogni dì,
E mi chiede, e richiede i Giulj tre,
E come un sasso mi si pianta lì,
Inseparabilissimo da me.
E se mi scosto un po', dietro così,
Come l'ombra, mi seguita: ah dov'è,
Dov'è un Corno, qual'ebbe Astolfo un dì,
Che fuggir lungi Uomini, e Donne fe?
Se strumento avess'io di tal virtù,
Suonar vorrei, quanto suonar si può,
Finchè andasse in malora, e un po' più giù:
Ma il destin, che a mio danno ognor si armò,
Forse faria, che non udissi più
Lo spaventoso suon, ch'altri fugò.
SONETTO
O inutile travaglio, o vanità
Sciocca dell'Uom! dunque che giova a me
Scorrer tutti gli Autor dell'aurea età,
E l'opre, che Maron, che Tullio fe?
E specolar le occulte qualità,
Del moto la cagion cercar qual'è,
Come il flusso, e riflusso in mar si fa,
E trae la calamita il ferro a se?
Folle, chi al gelo, al caldo, e notte, e dì
Per acquistar le scienze, e le virtù,
Sulle sterili carte impallidì;
Se o Creditor, possibil mai non fu,
Buscar tre Giulj miseri, e così
Darteli alfine; e non sentirti più.
SONETTO
Crisofilo impegnossi in pochi dì
Franco parlar lingua Francese, e già
Intende ben, cosa vuol dire ouì,
E all'occasione vi sa dir non pà.
Or perch'Ei pensi di operar così,
Non è palese, e non ognun lo sa,
E solo il mio pensier forse colpì
Nella ragion di questa novità.
Vedendo ch'Egli in verun conto può
I tre Giulj riscuotere da me,
Per quanto fin ad or li domandò,
Ei crede, ch'abbia più efficacia in se
La Franca espression, vuole però
Domandarmi in Francese i Giulj tre.
SONETTO
Tu crederai, che irato io sia con te,
E io t'amo, o Creditor, e ben ti vò,
E vorrei, che tu fossi o Duce, o Re,
Ed oro avessi, quanto aver si può;
Che generoso allor diresti a me:
Bisogno omai del tuo danar non ho;
Però goditi pure i Giulj tre,
Perchè donazione io te ne fo.
Ma pur ragione ho di temer, che tu
Mi seguiresti a tormentar così,
Sebbene avessi l'oro del Perù;
Che un gravissimo detto c'istruì,
Che chi ha danar, sempre danar vuol più,
Ed un'avaro cor mai non s'empì.
SONETTO
Pallon, che la parete a colpir va,
Ed ivi urtando si comprime un po',
Nel violento rimaner non può
Stato, che tal compression gli dà:
Onde in vigor di sua elasticità
La figura, che a forza abbandonò,
Riprende, e contro quei, che lo lanciò,
Cangiata direzzion, ritorno fa.
Non altrimenti quel rancor, che tu
Mi scagli contro per li Giulj tre
Durezza in me trovando ognor vie più,
Ribattuto da un No, riflette, e a te
Quasi per una elastica virtù
Riporta il colpo, che portava a me.
SONETTO
Tra l'affanno, e il calor smaniando sta
L'afflitto infermo, e or colla pancia in su
Giace rivolto, or colla bocca in giù,
E mai riposo, e quiete mai non ha:
Ma se frattanto a visitarlo va,
Sano lo torna il Medico, qual fu,
Che un recipe gli scrive, ch'ha virtù
Di guarirlo da quella infermità:
Ma quella malattia, che provo in me,
Nell'ossa in guisa tal mi penetrò,
Che scacciarla possibile non è:
Anzi se il Creditor mi visitò,
Quanto più spesse visite mi fe,
Tanto il mal più s'accrebbe, e peggiorò.
SONETTO
Secondo la diversa qualità
Del sangue, e degli umor, che collocò
Natura in noi, nascer dell'opre può,
E de' costumi la diversità.
Degli spirti il vigor, l'attività
Complession collerica temprò,
E natural flemmatico formò
Torpidezza di umori, e gravità.
Rancor nasce, e avarizia, e amor così,
E ogni azzion, per cui natura fe
Quegli organi, de' quai ciascun fornì.
E perciò penso, o Creditor, che in te
Quell'importunità nasca di quì,
Onde chiedi sì spesso i Giulj tre.
SONETTO
Pera colui, che primo a noi portò
La barbara crudel necessità:
Per lei intero piacer non si gustò,
Per lei intera non v'è felicità.
Questa a scrivere insegna i Pagherò
Al pover'Uom, quando denar non ha,
Che se a suo tempo poi pagar non può,
Perde in tetra prigion la libertà.
Questa peste crudel gran campo aprì
Di rancori, e di affanni ancora a me,
Quando debiti far mi suggerì.
E mi conforto sol pensando, che
Potrà seccarmi il Creditor così,
Ma prigion non si va per Giulj tre.
SONETTO
Che pensi o Creditor, che stai così
Tacito mesto e pien di serietà,
Qual'Uom, che in mente rivolgendo va
Cosa, che spesso mal gli riuscì?
Tanto il pensier te fuor di te rapì,
Che i torbidi occhi or quà rivolgi, or là,
Spiegando in fronte il duol, che in sen ti sta
E quasi tutta in se l'alma assorbì.
Pensi forse, che in darno i Giulj tre
Finor chiedesti, e or mediti di più
Armi nuove drizzar contro di me?
Ma invan pensoso stai sopra di ciò:
Finor se ogni tuo sforzo inutil fu,
Esser felice in avvenir non può.
SONETTO
Armato tutto il Creditor non già
Di quell'armi, che Acchille, o Enea vestì,
Onde di tanta poi mortalità
La Frigia l'un, l'altro l'Italia empì;
Nè di quelle, onde poscia in altra età
D'estinti corpi Orlando il suol coprì:
Ma di durezza, e d'importunità,
E d'aspri modi armato Ei mi assalì;
Ed improviso incontro mi lanciò
La richiesta mortal de' Giulj tre,
Io mi schermisco, indi gli scaglio un No.
Segua la pugna ad infierir: ma il piè
Da Lui volgendo alfin, ratto men vo,
E vincitor la fuga sol mi fe.
SONETTO
La prima volta, che il Nocchiero udì
L'alto fragor, che la burrasca fa,
E vide il Mar, che fiero incrudelì,
Impallidisce, e voce, e ardir non ha;
Ma se poscia fra l'onde incanutì,
Della procella al suon cantando va
Assiso in poppa, e intrepido di lì
Mira la tempestosa oscurità.
Non altrimenti sbigottir mi fe,
Quando il mio Creditore incominciò
La perpetua canzon de' Giulj tre:
Ma or che l'orecchio mio ci si avvezzò,
Spasso mi da, se pria rancor mi diè,
E di quel fiotto al suon cantando vo.
SONETTO
Tra i Filosofi dell'Antichità
Di Savj un certo numero vi fu,
Che spacciavan costante egual virtù
Nelle fortune, e nelle avversità:
Ed armati di tal stoicità,
Se il Mondo inter fosse caduto giù,
Vantavansi, che nulla avrian di più
Dimostrato spiacer, tema, o viltà:
Or per veder, s'ella era vera, o no
L'indifferenza lor per quattro dì
A modo mio l'avrei provati un po':