La strana metamorfosi si fe
E per fiera crudel fatalità
A un tratto Nisa convertissi in te;
E dove fissa lungamente fu
L'imago di Colei, che m'invaghì,
Ve' che bel figurin! c'entrasti tu.
Sulle campagne argive ancor così
All'improvviso comparir d'un Bu,
La bella figlia d'Inaco sparì.
SONETTO
Amor nascosto entro il mio cor così
Meco sovente ragionando va:
Deh canta di Colei, che t'invaghì,
Le soavi maniere, e la beltà;
Canta i begli occhi, onde quel dardo uscì,
Che fisso in mezzo al petto ancor ti sta,
E il favellar, che il fuoco accese un dì,
Che dolce ardore in sen provar ti fa.
Ond'io, che oppormi al suo voler non so,
M'accingo all'alta impresa, indi fra me
Ancor dubioso ragionando vo:
Se da quella crudel grata mercè
Del mio dolor, del pianto mio non ho,
Ah si torni a cantar de' Giulj tre.
SONETTO
Dacchè l'imagin della tua beltà
Scolpita in sen per man di amor mi fu,
O dolcissima Nisa, il Ciel lo sa,
Se ognora esser vorrei, ove sei tu.
Ma il tuo German, che in guardia tua si sta,
Qual Argo in guardia d'Io cangiata in Bu,
Se vede alcun che cortesia ti fa,
Storce le ciglia stranamente in su;
E geloso, quant'Uomo esser mai può,
Non vuol, ch'io venga a ragionar con te:
E io cimentarmi secolui non vò.
Nisa, quel tuo German, risveglia in me
Tal rancor, ch'altri in me non risvegliò,
Toltone il Creditor de' Giulj tre.
SONETTO
Se d'altre Ninfe in compagnia sen va
Nisa, quando di fiori il crin s'ornò,
E della rosea gonna s'ammantò,
Che sì vezzosa comparir la fa;
Mentre conquiso da sì gran beltà,
Pien di diletto a riguardarla io sto,
Contro i colpi d'amor schermo non ho,
D'amor, che dolce pena al cor mi dà:
Ma poichè Nisa agli occhi miei sparì,
Come di cosa, che già un tempo fu,
Di lei 'l pensiero anche dal cor svanì;
Ma se veggio colui de' Giulj tre,
Il cor mi trema, e se nol veggio più,
Mi lascia in cor l'imagine di se.
SONETTO
Nisa, se mai ricuperar potrò
La primiera del cuor tranquillità,
Se mai sciolto dal debito sarò,
Che noje penosissime or mi dà;
Del tuo bel nome risuonar farò
Pindo e Parnasso, ed alla tua beltà
Serto di eterna lode intesserò,
Ed ancor Nisa il suo Poeta avrà:
Ma troppo è grave il duol, che notte, e dì
L'alma mi punge acerbamente, e che
D'affannosa mestizia il cor m'empì,
Nè degno stil formar potrò, finchè
A tormentar mi seguirà così
La persecuzion de' Giulj tre.
SONETTO
Balenar veggio spesso a mezzodì,
Ed un torbido vento si levò,
Che porta pioggia, e il Ciel già s'oscurò,
Già in aria il tuon romoreggiar si udì.
Se m'ami, o Nisa, al tramontar del dì
Tu chiama Eurilla, io con Elpin verrò,
Poich'all'ovil ridotto il gregge avrò,
E insiem la notte passerem così:
Eurilla con Elpin ragionerà,
Io, Nisa mia, ragionerò con te,
E piova, e tuoni pur, quanto saprà;
Ch'io spererei, che a ricercar di me
In sì piovosa notte non verrà
L'importuno Esattor de' Giulj tre.
SONETTO
Sorgi omai dalle piume, Elpin, che già
Lucido appare in Oriente il dì,
Già della chiusa mandra il gregge uscì,
E la fresch'erba a pascolar sen va;
Gran festa al vicin bosco oggi sarà;
Ivi già di Pastor folla s'unì:
Chi canterà lodi a Dio Pane, e chi
Gli amorosi suoi guai racconterà.
Via, sorgi, Elpin, prendi la cetra, io so,
Che a te del canto il primo onor si de,
Che contrastarti altro cantor non può.
Là, se t'aggrada, anch'io verrò con te,
E sulla mia zampogna anch'io dirò
Qualche cosetta sopra i Giulj tre.
SONETTO
Dunque pieni di dolce ilarità
Sempre ogni Ninfa, ogni Pastor vedrò,
Ed io fra meste imagini dovrò
Passar la giovanil florida età?
E coll'idea di mie calamità
Di funesti pensier mi pascerò?
Sempre nemica la fortuna avrò,
Sempre torbido il Ciel per me sarà?
E la noja crudel, che ognor fin quì
Acerbissimo affanno al cor mi diè,
Sempre dovrà perseverar così?
Placati omai, fiero destin, con me,
E respirar lasciami in pace un dì,
Rimembranza crudel de' Giulj tre.
SONETTO
O Nisa bella, or che vicin ti sto,
Il volto a rimirar, che m'invaghì,
Interamente dal mio cor partì
La noja, che finor mi tormentò.
D'ogni pensiero io vò spogliarmi, e vò
Or or cantarti la canzon, che un dì
Già piacque ad Amarillide così,
Ch'ella stessa di un serto il crin m'ornò.
E tu, Lesbìn, dammi quel nappo, e giù
Versavi quel liquor, che infonde in me
Contro il fiero destin forza, e virtù.
O dolce vin, mi scenda in sen da te
Piena letizia, arma fatal sii tu
Contro il mio Creditor de' Giulj tre.
SONETTO
Possente Bacco, almo piacer sei tu,
Tu la vera dell'Uom felicità,
Sol per te le passate avversità
Lo sventurato non rammenta più:
Tu il sangue empi d'insolita virtù,
Tu il peso allevj alla canuta età,
E sciolta la natìa frigidità,
Le ritorni il calor di gioventù.
Or se del Nume tuo ricolmerò
Le vene mie, possente Bacco, in te
Ogni tetro pensier sommergerò;
Se il tuo furor trasfonderassi in me,
Pien di letizia il cor, tripudierò
In faccia al Creditor de' Giulj tre.
SONETTO
Or qual m'ingombra insolita virtù,
Che dolcemente mi rapisce a me?
Qual fuoco entro mi scorre in su, e in giù?
Evoè, viva Bacco, evoè, evoè,
Ma chi è Colui, che viemmi incontro? orsù
Lungi da me, chiunque sei: ma, oimè!
Or ti ravviso, il Creditor sei tu,
Tu sei il Creditor de' Giulj tre.
Dammi quei Tirso, o gran Lièo, che un dì
Il Derisor di tua divinità
Sulle balze di Rodope punì.
Il Creditor vittima tua cadrà,
Esempio memorabile per chi
Tormenta i debitor, com'Egli fa.
SONETTO
Odimi Osmino: Come pria tu puo',
Foglie di amaro assenzio a coglier va,
l'ispido rusco, il cardo acuto, e lo
Spino pungente, ed un fastel ne fa.
Aggiungervi la bieta ancor se vuo',
E la lubrica malva si potrà:
Mel reca poi, che farne un serto io vò,
Che un capo degno inghirlandar dovrà;
Ma pria di Pane al Tempio i Fauni, ed i
Satiri invita dal caprigno piè,
Che vengan tutti allo spuntar del dì;
Ch'io poscia il Creditor de' Giulj tre
Vò meco alla funzion condurre, e lì
De' Seccatori incoronarlo Re.
SONETTO
Questo è il luogo fatal, Tirsi, ove un dì
Crisofilo tre Giulj mi prestò:
Quì di tasca il borsel trasse, e l'aprì,
Quì con stento i tre Giulj mi contò.
Non era un passo ancor lungi di quì,
Che a chiedermi i tre Giulj incominciò,
E da quel punto a tormentar così
L'avaro Creditor mi seguitò.
Funesto è il luogo, ed espiar si dè.
Di legna tronche ai rai di Luna or fa
Magico fuoco, e scinto e scalzo il piè
Giragli intorno, ed aspergendo il va
D'acqua lustrale; indi due volte, e tre
Grida: Genio maligno, esci di quà.
SONETTO
Ve', che alla riva il marinar di già
Lo snello burchielletto avvicinò?
Per l'onde placidissime colà
Andianne, o Nisa, a passeggiar un po'.
Cimodocea, che per lo mar sen va
Con i coralli al crin ti mostrerò;
E per invidia in mar si tufferà
La bella Dea, che tanto Acide amò.
Se Glauco, e Proteo, e Palemone in te
Fisserà i sguardi, io proverò bensì
Rancori, e gelosie dentro di me:
Ma se animale amfibio egli non è,
Almen d'intorno non avrò così
Il gran Persecutor de' Giulj tre.
SONETTO
Soffia aquilon, e il Ciel s'irrigidì,
E il Sol da noi più lungi i rai portò;
Nudo di foglie il bosco omai restò,
E già la neve i monti ricoprì.
Vieni amica stagion, che se fin quì
Noja amara, e crudel mi tormentò,
Forse da te qualche riposo avrò,
Quando rigido è il Ciel, piovoso il dì.
Cada dirotta pioggia in quantità,
Quanta ne venne al tempo di Noè;
Che almeno in casa il Creditor starà:
E se pur Uom salvatico non è,
Così frequentemente non potrà
Venirmi a domandare i Giulj tre.
SONETTO
La rigida stagione omai partì,
Il crudo gelo, e l'aquilon cessò,
E a respirar fra noi più freschi dì,
Dall'Egitto la rondine tornò.
Le verdi foglie il bosco rivestì,
D'erbe, e di fiori il praticel s'ornò,
La voce della tortora si udì,
E il canto Filomela incominciò,
Or che dell'anno è la più bella età,
Muovere in liete danze agile il piè
La Pastorella, ed il Pastor godrà.
Io sol mesto dorrommi, e solo a me
Ogni dolce piacer funesterà
L'ostinato Esattor de' Giulj tre.
SONETTO
Quando del Mondo nella prima età
L'Uom coi dettami di natura oprò,
La comunanza d'ogni bene usò
Ciascun con egual dritto, e libertà.
Poscia di posseder l'avidità
Del mio, e del tuo la distinzion trovò,
E con permute allor l'Uom riparò
Le reciproche sue necessità.
Ma perchè sempre in permutar così
Mantener l'uguaglianza ei non potè,
Al baratto il danar sustituì.
E questo poscia immenso stuol con se
Trasse d'amari guai, di cui fin quì
Parte soffersi anch'io per Giulj tre.
SONETTO
La soverchia in parlar prolissità,
O Crisofilo mio, seguir non so;
Amo la sostanziosa brevità,
Stile, che Sparta anticamente usò.
Così la Bizantina autorità
Al Macedone il transito negò
Per le sue terre, e per le sue Città
Con un sol, ma sonoro e tondo No.[16]
Quel risoluto No, quel pretto Sì
Son d'un sincero cuor pregj, e virtù,
Che i veri sensi suoi scopre così:
Quindi, allorchè mi chiedi i Giulj tre,
Se con un No rispondo, e nulla più,
Scorgi da questo un cuor sincero in me.
SONETTO
Tigre, a cui i figli il cacciator rapì,
Poichè trovati entro il covil non gli ha,
Dietro colui, che già ratto fuggì,
Corre fremendo, e presso omai gli sta;
Ma quei getta un cristal: stupida lì
Si ferma ella a mirarsi; indi oltre va:
Ma sovr'altro cristal s'arresta, e dà
Tempo di fuga al predator così.
Tal'io se viene il Creditor da me,
Tosto alcun mio Sonetto udir gli fo:
Ei l'ode: indi pur chiede i Giulj tre:
Altro, ed altro Sonetto allor gli do,
E l'intrattengo in guisa tal, finchè
Sottraendo pian pian da Lui mi vo.
SONETTO
Che mai l'ambizioso Uom non tentò,
Acciò di se si ragionasse un dì?
Sotto il peso dell'armi altri sudò,
Ed ai colpi nemici il petto offrì.
Riposo ai stanchi lumi altri negò,
E sulle dotte carte impallidì,
E Quei, che il Tempio in Efeso incendiò,
Volle il suo nome immortalar così.
Quanto felice, o Creditor, sei tu,
Perchè il tuo nome cognito si fe
Senza alcun tuo periglio, arte, e virtù;
E forse alcun ragionerà di te
Negli anni appresso, e pur non sai di più,
Che sempre domandarmi i Giulj tre.
SONETTO
Se facessi più prove, che non fe
Orlando, Rodomonte, e Ferraù,
O Carlo Imperador, Re de' Monsù,
O chi tolse l'Impero a Dario Re;
Se niuno al Mondo avesse più di te
Forza, senno, valor, scienza, e virtù,
Se ne sapessi un tantinello più,
Di chi inventò la regola del tre:
Il nome tuo ne' più remoti dì,
O Creditor, non diverrebbe già
Così famoso, e celebre così,
Come famosa l'importunità,
Con cui mi tormentasti ognor fin quì,
Nei secoli de' secoli sarà.
SONETTO
Forse talun si sdegnerà con me,
Forse troppo importuno altrui sarò,
Perchè non altro replicando vo,
Che il Creditor nojoso, e i Giulj tre;
E giacchè vena facile mi diè
Apollo, e 'l suo favor mi dimostrò,
Vorria, che in alto stil cantassi ciò,
Che fecero i gran Duci, ed i gran Re.
Ma siccome i disagj, che soffrì
Sempre il Guerriero divisando va,
E le battaglie, in cui trovossi un dì;
Del Creditor, che sì penar mi fa,
E del debito anch'io parlo così,
Che dove il dente duol, la lingua dà.
SONETTO
Poichè la pioggia Autunnal cadè,
E il Sol dall'Oriente s'affacciò,
Sul molle suol breve comparsa fe
Il fungo periglioso, e poi mancò;
Così saria per avvenire a te;
Che nessun pregio immortalar ti può,
Se non fosse l'affar de' Giulj tre,
Onde celebre al Mondo io ti farò.
E il Vecchio avaro ne' futuri dì
Al prodigo Figliuol ti preporrà
Per raro esempio, e gli dirà così:
Se ricco divenir brami anche tu,
Figlio, imita Costui, che un tempo fa
Il gran martel de' debitori fu.
SONETTO
Questi, che al vento in van spargendo vo,
Canori miei lamenti io lessi un dì
A Crisofilo, il qual, poichè gli udì,
Ostinato in tal guisa mi parlò:
Non Poesie da te, quattrini vò,
Che non mai Poesia la borsa empì:
Invece il tempo di sprecar così,
Una volta a pagar deh pensa un po'.
Io gli risposi: assai pensier mi diè,
E sempre acuta spina al cor mi fu
Il debito finor de' Giulj tre.
Son stanco omai, non vò pensarvi più,
S'esser pagato vuoi, or tocca a te:
Io ci pensai finor, pensaci or tu.
SONETTO
Folle colui, che ne' più lieti dì
Della verde stagion di gioventù
Vive di gloria vana in schiavitù,
E di sterile fama s'invaghì;
Se Apollo in van la mente, e il sen m'empì
Di nobile poetica virtù,
E or sulle cime del Parnaso, or su
l'alto Elicona passeggiai fin quì;
Poichè le Muse il Creditor sprezzò,
E lungi ognor volse da Cirra il piè,
Nè dell'immortal fronda il crine ornò;
E di vaga Poesia pago non è,
E queste rime, che tessendo vo,
Non le apprezza il valor di Giulj tre.
SONETTO
Uom di voce sottil, di mezza età,
Asciutto lungo magro e curvo un po',
Tardo e lento così, che noja fa,
Irresoluto, quanto esser mai può.
Curioso, ed amator di novità;
Tenace del parer, cui s'appigliò;
Se l'interroghi, estatico si sta
Mezz'ora senza dir nè sì, nè no;
Ma sopra il tutto seccator così,
Così nojoso, ed importuno egli è,
Che il suo proprio carattere sta quì.
Ora se alcun brama saper da me,
Chi sia quell'Uom, di cui parlai fin quì,
È questi il Creditor de' Giulj tre.
SONETTO
Chiunque il suon de' miei lamenti udì,
Onde i miseri fogli empiendo vo,
E le querele, che sparsi fin quì
Contro quei, che i tre Giulj mi prestò;
Forse dirà, ch'io non dovea così
Trattar basso soggetto, e che perciò
Di quel celeste dono, onde mi empì
La mente Apollo, inutil uso io fo.
Ma che mai può saper costui, chi dà
Sprone al mio canto, ed il dolor qual'è,
Che il cor m'affligge, e che languir mi fa?
Che può saper, che spesso entro di me
Non pianga le mie vere avversità,
Sotto il pretesto delli Giulj tre?
SONETTO
Stando jernotte in cameretta, e lì
Allo splendor, che un lumicin mi fa,
Cantando i guai, che il Creditor mi dà,
M'apparve Apollo, e mi parlò così:
Ti basti omai scherzato aver fin quì,
Se ti punge d'onor cupidità,
Canta opre degne d'immortalità,
Indi torvo guatommi, e poi sparì.
Alto stupor m'invase, ed arrestò
La voce entro la gola, e mi cadè
Di man la Cetra, e il lume si smorzò.
Ma pure alfin tornando alquanto in me
Quì, dissi, omai la buona notte io do
Al Creditor per sempre, e a' Giulj tre.
IL FINE.
INDICE DE I SONETTI
A
_Altri canti il valore, e la pietà_ pag. 1.
_A un Pittor dissi un giorno: Io vò da te_ 44.
_Augel, che lo Sparvier lungi mirò_ 53.
_Amici rallegratevi con me_ 62.
_Alza la grave mazza il Fabro, e dà_ 89.
_Antichissimamente costumò_ 95.
_Avanti il Creditor viemmi ogni dì_ 112.
_Armato tutto il Creditor, non già_ 121.
_Ascolta i bei ricordi, che ti do_ 134.
_Ascolta o Creditor de' Giulj tre_ 143.
_Allorchè questi il Padre Tebro udì_ 155.
_Amor nascosto entro il mio cor così_ 174.
B
_Ben cento volte ho replicato a Te_ 148.
_Balenar veggio spesso a mezzo dì_ 178.
C
_Chi crederia, che arida selce, e che_ 4.
_Che sia il debito un mal, dubbio non v'ha_ 10.
_Canta lo stanco passaggier, che a piè_ 17.
_Che tengo certa indubitata fè_ 57.
_Chi agli affamati il voto ventre empì_ 61.
_Chiunque a' rai del giorno i lumi aprì_ 82.
_Come il dono di Paride, che un dì_ 86.
_Cometa, che pel Ciel cinta sen và_ 90.
_Crisofilo, che sempre amor provò_ 98.
_Crisofilo mio caro, io so che tu_ 99.
_Come caldaja, o pentola che sta_ 103.
_Crisofilo impegnossi in pochi dì_ 114.
_Che pensi o Creditor che stai così_ 120.
_Crisofilo fra le altre sue virtù_ 136.
_Cessate o fieri venti, or che di quà_ 157.
_Certa antica moneta in un Burò_ 164.
_Che mai l'ambizioso Uom non tentò_ 192.
_Chiunque il suon de' miei lamenti udì_ 199.
D
_Di bella lode ardente avidità_ 5.
_Dunque mentre mi chiedi i Giulj tre_ 12.
_Dimmi, che giova, o Creditor, che tu_ 26.
_Dica chi vuol, l'attrazzion si dà_ 65.
_Di tanto orrore un sogno tal mi fu_ 106.
_Dicon, ch'era una volta in Friggia un Re_ 110.
_Dal frigido Lappon, vanne fin là_ 144.
_Di che stupirsi il Creditor non ha_ 145.
_Dica pur, chi dir vuole: eccolo quì_ 150.
_Dacchè partì Crisofilo di quà_ 158.
_Dicesi, che taluno adoperò_ 161.
_Di sbrigarmi oramai speme non v'è_ 166.
_Dacchè l'imagin della tua beltà_ 175.
_Dunque pieni di dolce ilarità_ 180.
E
_È Fola ciò, che dicesi dei dì_ 33.
_È cosa natural, ch'io sogni ciò_ 37.
F
_Finchè guai non mi afflissero, finchè_ 8.
_Felici tempi in cui Berta filò_ 41.
_Fiera gente vid'io, che non ha Fè_ 45.
_Finchè ti splenderan sereni i dì_ 72.
_Forse al tempo, che Davide regnò_ 104.
_Forse viver non puoi senza di me?_ 126.
_Felice il Mercadante, che non sta_ 127.
_Forse talun si sdegnerà con me_ 194.
_Folle colui, che ne' più lieti dì_ 197.
G
_Guardami il Ciel! che brutto sogno oimè!_ 105.
_Giacchè quest'aere, che spirando vo_ 152.
H
_Ho inteso dir di Ciceron, che fu_ 124.
I
_Io, che folle vantava un tempo fa_ 9.
_Io non potrò dimenticar mai più_ 13.
_Io mi sognai, saran due notti o tre_ 25.
_Il caro foglio Ergasto mio, che tu_ 54.
_Insegnano i Filosofi, che se_ 69.
_Impallidisce il misero Bassà_ 70.
_Il bel costume di operar così_ 75.
_Inusitata generosità_ 77.
_Io non bramo il Tesor d'Attalo Re_ 101.
_Il numero ternario un non so che_ 137.
_Importuno il tafan così non è_ 146.
_Io mi protesto, che non so ciocchè_ 151.
_Io t'assicuro, o Creditor, che se_ 165.
L
_Lungi o favole o sogni altri già fu_ 3.
_L'uso scema il piacer. Cosa non v'ha_ 29.
_L'amor sincero, che ravviso in te_ 55.
_Là presso il Polo, nei più corti dì_ 81.
_Lo stupido Barbier, che a Mida un dì_ 88.
_La lingua d'oc, dett'anch'oggi così_ 108.
_La prima volta, che il Nocchiero udì_ 122.
_L'Imagine di Nisa un tempo fa_ 173.
_La rigida stagion omai partì_ 188.
_La soverchia in parlar prolissità_ 190.
M
_Mai l'Uom felice in vita sua non fu_ 15.
_Mentre la greggia pascolava un dì_ 20.
_Mi ricordo aver letto in un Rabbì_ 27.
_Mentre l'Eco mi chiede i Giulj tre_ 31.
_Menzogna filosofica non è_ 49.
_Ma il Creditore mio de' Giulj tre_ 58.
_Ma quand'Egli si ostina a dir di no_ 60.
_Mentre il mio Creditor dei Giulj tre_ 130.
_Meco t'adiri, e vuoi saper perchè_ 139.
_Ma per ragion di fatto io sosterrò_ 142.
_Ma come un tempo Oreste, il qual poichè_ 153.
N
_Non è il debito un mal, che abbia con se_ 28.
_Nocchier, che lungamente s'avvezzò_ 36.
_Non ci perdiamo d'animo però_ 63.
_Non poche volte ho inteso dir, da chi_ 78.
_Nocchier, che 'l vasto mar solcando va_ 94.
_Non già per impugnar la verità_ 107.
_Non di tanto piacer Priamo esultò_ 163.
_Non isdegnarti, se la tua beltà_ 167.
_Nisa, quell'orsacchin, che l'altro dì_ 169.
_Nisa, se mai ricuperar potrò_ 177.
O
_O bambolin che nella prima età_ 16.
_Or che d'Europa tra fiere ostilità_ 22.
_Oppressa dai gran debiti allorchè_ 23.
_O sia qualche diabolica virtù_ 30.
_Or che il lucido Sol da noi partì_ 34.
_O sonno placidissimo, che se'_ 35.
_O Crisofilo mio da un tempo in quà_ 50.
_Or dunque, Ergasto mio, sappi, che io vo_ 56.
_Oh quanto scioccamente vaneggiò_ 102.
_O inutile travaglio, o vanità_ 113.
_Opra da discret'Uom giammai non fu_ 129.
_Or dunque, amici, un caro addio vi do_ 154.
_O felice avventura, o novità_ 156.
_O Nisa mia, non ti piccar però_ 168.
_Omai sei volte il Sol dal Gange uscì_ 170.
_O Nisa bella, or che vicin ti sto_ 181.
_Or qual mi ingombra insolita virtù_ 183.
_Odimi Osmino: Come pria tu puo'_ 184.
P
_Placido scorre un fiumicel laggiù_ 40.
_Propizio il Ciel m'assista, e di lassù_ 42.
_Per legge di natura ciascun de'_ 51.
_Per occultarmi al Creditor, poichè_ 74.
_Prima i rapidi fiumi andranno in su_ 83.
_Passaggier, che soletto inerme, e a piè_ 85.
_Pellegrin, che smarrissi, e s'internò_ 97.
_Pallon, che la parete a colpir va_ 116.
_Pera colui, che primo a noi portò_ 119.
_Postier vi sono lettere per me?_ 160.
_Possente Bacco, almo piacer sei tu_ 182.
_Poichè la pioggia Autunnal cadè_ 195.
Q
_Quando un atto spessissimo si fa_ 11.
_Quel, che ha più di vigore, e attività_ 38.
_Quindi è, che ognor rammento il luogo, e il dì_ 39.
_Quel, che sì fieramente imperversò_ 47.
_Quando il Sol più cocenti, e dritti in giù_ 71.
_Qualor tetra mestizia m'assalì_ 73.
_Qual Uom, che lunga prigionia soffrì_ 80.
_Qual'armonia dal Ciel fra noi calò_ 96.
_Qual geme afflitta, e misera Città_ 159.
_Questo è il luogo fatal, Tirsi, ove un dì_ 185.
_Quando del Mondo nella prima età_ 189.
_Questi, che al vento in van spargendo vo_ 196.
R
_Ronzin, che i sproni al fianco ognor soffrì_ 92.
S
_Se già negli anni di mia gioventù_ 2.
_Senza quella sublime alma virtù_ 6.
_Se a rimirar qualche augelletto sto_ 18.
_Se colla produttrice alma virtù_ 21.
_Se un natural perpetuo moto egli è_ 32.
_Se morte un brutto scherzo non mi fa_ 43.
_Se tu avessi la verga di Mosè_ 48.
_Se su le gambe, su la faccia, o su_ 52.
_Se interrogasse alcun quelli, che già_ 67.
_Spesso al mio Creditor vien volontà_ 76.
_Se un risalto febbril si desta in me_ 79.
_Se Dedalo ingegnoso ai fianchi unì_ 84.
_Sempre per infallibil terrò_ 87.
_Spesso in mezzo alle mie calamità_ 91.
_Si mostra il Creditor spesso con me_ 93.
_Soffrir d'aspro Padron la senettù_ 100.
_Saggio Guerrier, che forza, ed arte usò_ 109.
_Secondo la diversa qualità_ 118.
_Stansi i bitumi oziosi, e i solfi giù_ 125.
_S'armi fortuna pur contro di me_ 131.
_Se là, dove il Pastor recinto fe_ 133.
_Se pur così non m'interpelli, acciò_ 140.
_Se il Ciel tutte versasse addosso a me_ 147.
_Se in compagnia di vaghe Ninfe io sto_ 149.
_Se mai d'un rio sul verde margo, o appiè_ 171.
_Se d'altre Ninfe in compagnia sen va_ 176.
_Sorgi omai dalle piume, Elpin, che già_ 179.
_Soffia aquilon, e il Ciel s'irrigidì_ 187.
_Se facessi più prove, che non fe_ 193.
_Stando jernotte in cameretta, e lì_ 200.
T
_Tu mi chiedi denari, ed io non gli ho_ 19.
_Tunisi, Algeri, Tripoli, e Salè_ 46.
_Tu, che sai ben di Logica, che fa_ 59.
_Timida Lepre, o Cavriol, poichè_ 68.
_Tu dici, che niun mai trovar potrà_ 111.
_Tu crederai, che irato io sia con te_ 115.
_Tra l'affanno, e il calor smaniando sta_ 117.
_Tra i Filosofi dell'antichità_ 123.
_Tigre, a cui i figli il cacciator rapì_ 191.
V
_Voi che udite le mie calamità_ 7.
_Vaghe colline, ombrose amenità_ 14.
_Vincolo conjugal non mi legò_ 24.
_Vano desio, folle pensier nutrì_ 64.
_Vero è, che questa incognita virtù_ 66.
_Vn certo Ammirator d'Antichità_ 128.
_Vieni: mi disse il mio destino un dì_ 132.
_Vn Bando rigoroso affisso fu_ 135.
_Valoroso guerrier colui non è_ 138.
_Vom, che sempre tranquillo il tutto udì_ 141.
_Vedesti mai, se il genitor partì_ 162.
_Ve', quel gruppo di fior, che comparì_ 172.
_Ve', che alla riva il marinar di già_ 186.
_Vom di voce sottil, di mezza età_ 198.
IL FINE.
NOTE:
[1]
. . . . . . _amphora caepit_
_Institui, currente rota, cur urceus exit?_
Hor. de Art. Poet.
[2] Questo semplicissimo Sonetto estemporaneamente fatto diede
occasione all'Opera.
[3] _Cic. lib. 3. de Off._
[4] Uno de' motivi, per cui la Plebe si ritirò nel Monte Sacro fu per
ritrovarsi oppressa da' debiti, per sollevarla dai quali invano avea
nella Curia pubblicamente parlato M. Valerio Dittatore: Menenio Agrippa
però col celebre Apologo delle membra del Corpo Umano fra loro discordi
gl'indusse a riunirsi coi Senatori. _Liv. Dec. pr. lib. 2. cap. 16. e
17._
[5] _Num. 36. 4. Deut. 15. 2._
[6] Nomi di Arabi autori di Cabale.
[7] Questa Società chiamavasi degli Eranisti _apò tù eranizin_
dall'impetrarsi da qualcheduno, che gli amici alcuna casa a suo pro
contribuissero. Onde Gronovio nelle antichità Greche riferisce, che
_èranos_ chiamavasi quella Cena, alle spese della quale ciascun degli
Amici la sua porzione contribuiva.
[8] _Liv. Dec. pr. lib. 3. cap. 13. & 14._
[9] _Liv. Dec. pr. lib. 5 cap. 27._
[10] Dieu, chi destinoit les hommes a la societé, la leur rendit
necessaire par mille besoins reciproques. _M. Debonnaire Introd. a les
Lecons de la Sagesse._
[11] In udendo una Musica.
[12] Platone.
[13] Le lingue Volgari nate dalla corruzzione della latina presero
ordinariamente la denominazione dalla particola affermativa. Quindi
perchè la Lingua Provenzale esprimeva l'affermazione colla particola
_oc_ perciò fu detta Lingua d'_oc_; e perchè la Lingua Italiana si
affermava colla particola _sì_, perciò da Dante _cant. 33. della
Comedia_ l'Italia fu chiamata _il bel Paese del sì_. E quindi ancora,
perchè i Provenzali in Poesia Romanza, e i Franchi in Prosa le prodezze
di Artù e degli altri Cavalieri, detti erranti, narrarono; perciò
_Poeti dell'oc, e Prosatori dell'ouì_ chiamolli Monsignor Giusto
Fontanini, che potrà leggersi al _cap. 30. dell'Eloq. Ital._
[14] Il Padre Daniele Autore dell'Opera intitolata: _Viaggi per lo
Mondo di Cartesio._