Qualche tempo dopo, l'aspetto della villa era affatto mutato, quasi
scomparsa la tristezza delle vaste sale.--Pietro s'affaccendava sempre
più, tutto ringalluzzito; un misterioso sorriso di contentezza
illuminavagli il volto, divenuto gioviale. L'atmosfera stessa pareva
diversa. Le finestre dell'ala sinistra che guardavano su quel piccolo,
freschissimo lago, di cui già s'è parlato, stavano aperte.
Quello era l'appartamento abitato dai due ospiti sconosciuti; situato
nella parte più antica della casa, si componeva di una vasta sala,
riccamente addobbata, ma con le tappezzerie sdruscite assai; di due
altre stanze, una amplissima, l'altra meno, tanto alte che sembrava
d'essere in una torre; e di un gabinetto dipinto a fresco, dove il
tempo aveva corretto la fantasia molto procace del pittore. Per
giungere a questo appartamento bisognava attraversare la fila di
salotti che riempivano il corpo di mezzo del palazzo.
La camera, le cui finestre si aprivano sopra quell'oasi deliziosa, di
cui s'è detto, non era stata abitata da tempo immemorabile. La vôlta,
arrotondata quasi come la cupola d'un tempio, dipinta a colori
delicatissimi e coperta di dorature, a fogliami e rabeschi, sarebbe
stata abbagliante, se gli anni non avessero tolto il luccichìo degli
ornamenti e sbiadite le tinte. Un magnifico drappo di seta celeste ed
argento a fiorami, di tinta cangievole ed a riflessi più chiari,
copriva le pareti. I mobili bizzarramente scolpiti. Il letto,
altissimo, a colonne intagliate, tra le quali cadevano le cortine in
pieghe sontuose, occupava quasi tutta una parete. In faccia le due
finestre, per le quali la luce penetrava smorzata dalle frondose cime
degli alberi. In questa stanza il silenzio pareva maggiore che nelle
altre.
Dal momento dell'arrivo dei due fanciulli, tutto era cambiato. Pietro,
rimasto sbalordito, sedotto sulle prime, s'era poi come innamorato dei
due innamorati. Li serviva come avessero appartenuto alla famiglia dei
suoi padroni. Le sue giornate ora erano riempite; la sua vita aveva
uno scopo. S'occupava di loro più che poteva; nelle ore di solitudine,
o a mensa con la vecchia donna, stava forse più pensieroso che per lo
passato, ma si sentiva meno triste. Quali fossero i vari pensieri che
passavano in quella sua testa curva, non è certo facile l'indovinare.
Senza dubbio, egli doveva, malgrado la contentezza che provava per
quel poema vivente venuto ad illuminare la sua monotona esistenza,
essere molto imbarazzato se tentava di spiegarsi l'arrivo
straordinario di quei due. Ma, lo ripetiamo, non sapremmo proprio dire
a che cosa riflettesse, quando se ne stava con la fronte in mano
seduto vicino al focolare spento della vasta cucina. Supponeva forse
che fossero amici del principe? Una o due volte aveva rispettosamente
rivolto al giovine qualche domanda in proposito; ma ottenendo solo
risposte assai incerte. Ma non poteva dubitare che quei due sposi (li
credeva tali) fossero altissimi personaggi, e che il suo padrone
sarebbe stato onorato di ospitare nella sua villa; benchè nel modo
ch'erano giunti, nella loro taciturnità e in varie altre cose, vi
fosse certo un non so che di strano e molto dell'inesplicabile.
Ma sopratutto egli capiva che li amava. Subito aveva sentito per loro
una irresistibile simpatia; il suo vecchio cuore da tanto tempo muto
s'era come risvegliato dinanzi a loro, e provava per essi un affetto
che di giorno in giorno cresceva.
Agli altri abitanti della villa aveva detto che li conosceva, che
dovessero servirli come fossero i padroni. Sulle prime s'era
lambiccato il cervello per indovinare chi fossero e donde venissero;
ma più voleva loro bene, meno s'occupava di ciò; con l'aumentare
dell'affetto scemava in lui la curiosità. Dopo pochi giorni gli sembrò
naturalissimo di vederli; e in fine comprese che non avrebbe più
potuto vivere senza di loro; non gli passava per la mente che forse un
giorno sarebbe giunto in cui avrebbero dovuto partire; li amava
intensamente. E allo stesso tempo diminuiva a poco a poco in lui il
suo consueto desiderio di rivedere il principe; poichè la fulgente
presenza di quei due felici lo distraeva dal suo antico pensiero.
Essi rappresentavano inconsci l'amore nella sua espressione più pura,
più divina. Vivevano, ma sembravano al di fuori della vita; si vedeva
che ne ignoravano tutto, le lotte, i dolori, le colpe. Più ancora che
un sogno fatto reale, erano la incarnazione d'un poema. Dei cento
colori ond'è dipinta l'esistenza, essi non ne conoscevano che
uno--l'azzurro; dei sentimenti, ignoravano tutto fuorchè l'amore, e di
questo non sentivano nè il fuoco che incendia, ne il veleno che rode,
ma soltanto l'ambrosia celeste e la immensa luce che rischiara. Essi
erano un purissimo romanzo in azione, una poesia; nessun dramma era
stato tra di loro. Nel tumultuoso viavai d'una gran città, in quel
vortice affaccendato d'interessi, di passioni, di cupidigie, dove il
tragico passa rasente al comico, dove s'intralciano il male ed il
bene, dove si vive in modo affrettato e febbrile, essi sarebbero stati
uno straordinario contrasto, una nota isolata e dolcissima in
fragoroso concerto. Nella solitudine invece della villa abbandonata e
sontuosa, essi armonizzavano mirabilmente con la natura che li
circondava. Quel parco verdeggiante e misterioso era lo scenario
richiesto per quel roseo poema.
Si vedevano la mattina, in quell'ora freschissima quando la notturna
rugiada tremola ancora sull'erbe e sulle foglie, comparire sul
terrazzo; e ogni volta sembravano al Pietro un'apparizione nuova,
poichè non sapeva abituarsi a non ammirarli. Di là, passando pei
larghi viali dalle curve eleganti, dove, allontanandosi, formavano una
stupenda macchietta, s'internavano nel folto del parco, e andavano a
perdersi negli ombrosi recessi, dove vedevano l'azzurro del cielo
attraverso agli interstizi dei rami, senza altri testimoni che gli
abitatori dei nidi, nascosti tra le frondi. E nelle calde ore del
meriggio obliavano nella frescura di quei siti segreti, i raggi
cocenti del sole che percotevano la casa ed i prati. E quelle ore
passavano ineffabili; tutte d'una sola tinta, ma non monotone:
rapidissime e lente.
Appena che il vecchio domestico li scorgeva in distanza, il suo
sguardo si fissava su di loro, nè più lo distaccava. Più li guardava,
più rimaneva estatico; più cresceva in quel suo cuore, da tanto tempo
vuoto, l'affetto che subito aveva loro portato, e che diventava ora
quasi paterno. Con quanta gioia imbandiva loro la mensa frugale, ma
ricca d'apparato, nell'ampio salotto a stucco ed a freschi, dove una
volta i suoi padroni tanto allegramente banchettavano! Com'era lieto,
quanta serena contentezza gli riempieva l'anima, quando nella luce
dorata del crepuscolo, da una finestra, li vedeva in mezzo al prato,
illuminati dai raggi purpurei del sole calante! Per la prima volta
egli comprendeva tutta la indicibile bellezza di quei tramonti.
Rimanevano là lungamente. Il verde degli alberi passava per tutte le
tinte, poi l'ultimo raggio si spegneva, spariva e non rimaneva che la
chiara e smorta luce del crepuscolo ad illuminare la scena. In quel
fuggevole istante tutto prendeva in quel luogo un aspetto fantastico.
Si sarebbe potuto dimenticare d'essere in questo mondo, e quei due,
d'una bellezza soprannaturale, aiutavano a far obliare. Ma erano brevi
assai quei crepuscoli; ben tosto la luna, già vagamente disegnata nel
cielo, spandeva sul parco la sua bianca luce; e la tenebra calava
d'improvviso. La forma dei cespugli e i profili delle statue si
perdevano nella notte, i contorni si smarrivano, tutto facevasi
indistinto, e a gruppi lucenti le stelle s'accendevano nel firmamento.
Allora regnava una pace indescrivibile. V'era qualcosa in quella scena
di solenne e di sacro. La vôlta celeste, oscura e sublime, si stendeva
immensa, tutta tempestata di stelle, eterna traduzione dell'infinito
per le menti umane. Nel parco e dovunque, silenzio profondo. Tutto
riposava; solo dei soffi misteriosi correvano qua e là. La natura
stessa dormiva; il vasto palazzo quasi non sembrava abitato.
Ma, in un angolo dell'ala sinistra, alle finestre di quella camera che
abbiamo descritta, e che guardavano su quel lago (di notte tanto opaco
e quasi pauroso), dietro le pesanti cortine pareva che si sarebbe
potuto scorgere una luce diffusa, indistinta. Quella luce appariva
misteriosa e dolce. Pareva che su quel punto l'azzurro del firmamento
fosse più profondo e le stelle fulgenti d'una luce più arcana, e che
da quelle boscaglie e da quel lago sorgessero spiriti invisibili ed
emanassero ignoti profumi. E quella parte di casa sembrava circondata
da un nimbo, quasi fosse un tempio.