Non accadeva sovente che Paquita uscisse sola, ma pochi giorni dopo la
scena narrata andò, senza che la nonna si decidesse ad accompagnarla,
a trovare una sua amica, figlia di un antiquario, la cui bottega era
situata nel quartiere elegante e perciò ad una certa distanza. Era una
giornata caldissima, e quando ella giunse, fu felice di potersi
riposare nel patio al quale si penetrava dal fondo della bottega, e
dove una piccola fontana tranquillamente zampillante nel mezzo
procurava una benefica frescura. Una porta aperta permetteva
facilmente di vedere quelli che entravano nella bottega, senza essere
veduti. L'antiquario faceva dei buonissimi affari ed infatti nessuno
possedeva una sì ricca collezione di armi antiche, di vasi, di mobili,
nessuno sapeva meglio di lui vendere dei Murillo in gran copia ai
forestieri. Le due ragazze ciarlavano già da una buona mezz'ora, e
Paquita si disponeva a partire quando d'improvviso cambiò colore.
L'amica le domandò la causa di un tal turbamento. «Nulla, nulla,» ella
rispose, e si rimise a discorrere, dimenticando di partire e gettando
spesso uno sguardo nella bottega.
Giorgio era entrato e stava guardando con attenzione alcune _navaje_
molto curiosamente ornate. Chiese il prezzo della più ricca, ch'era
molto elevato, la pagò senza dire una parola e la intascò. Paquita era
attonita dallo stupore; in che modo Giorgio spendeva una sì grossa
somma per una cosa inutile? All'istesso tempo, un sospetto che non
l'era mai venuto, la colpì rapidamente.
In quell'istante una carrozza aperta si fermò alla porta della
bottega; un servitore in livrea aperse lo sportello ed una signora
elegantissima, una vera parigina, scese ed entrò. Dal suo cappellino
scendeva un velo piuttosto folto sul viso che lasciava però travedere
una bocca bellissima e la punta di un nasino aristocratico.
--Signora duchessa, disse il mercante in cattivo francese, le trine
sono all'ordine com'ella desiderava, ora avrò l'onore di
mostrargliele.
Era la duchessa di M., venuta a Madrid per far visita ad alcuni suoi
parenti. Ma ella non ascoltava le parole del mercante; guardava
fissamente Giorgio, il quale invece stava in disparte, cercando di
sfuggire all'attenzione ed aspettando il momento favorevole per
svignarsela senza esser veduto. Egli sperava di non esser riconosciuto
e ne aveva ben d'onde. Si era lasciato crescere la barba ed era tutto
vestito di tela, con un gran cappello di paglia, abbassato sopra gli
occhi. Ma ella, sotto pretesto di guardar bene alcuni vasi chiusi in
una vetrina, si avvicinò a Giorgio, e quando lo ebbe ben guardato
disse ridendo:
--Riconosciuto, signor duca, malgrado quella tinta bruna e quella
barba. Ah, ah! è la Spagna che ci trattiene sì lungamente!
--Silenzio, duchessa, sono qui sotto il più grande incognito, per dei
motivi.... politici, rispose Giorgio che, non potendo più schivare
l'incontro, aveva subito riacquistata la sua disinvoltura.
--Davvero? Se sapeste come s'è parlato di voi a Parigi! La vostra
scomparsa fu un avvenimento. Tutti assediano quel povero Tibaldo
d'interrogazioni, ma egli si ostina a tacere. Probabilmente, perchè
non sa nulla nemmeno lui. Tutti dicono: chi sa dov'è? chi sa cosa fa?
Vi credono in China per lo meno. Ho molto piacere di vedervi; state
certo che manterrò il vostro segreto.
--Grazie; ve lo raccomando, sapete, in diplomazia non si scherza. E
ditemi in che modo ho la fortuna d'incontrarvi?
--Sono qui pel matrimonio di mia cugina con un grande di Spagna, alto
come il vostro bastone. Intanto vedo Madrid. Adoro questa città.
Domani sarò presentata a corte. Ma voi, cosa fate, caro duca? non
credo molto alla vostra politica, sapete?
--Avete torto, disse Giorgio seriamente. Si tratta di cose molto
gravi.
--Se sapeste come mi fate ridere quando prendete quell'aspetto serio.
Ma Dio mio! dimentico che il tempo vola e che mia cugina mi aspetta
per andare dal gioielliere. Addio, duca. Sono contenta di avervi
incontrato. Ah! è la Spagna che vi attira! Qui c'è sotto un mistero.
Ma silenzio! siate sicuro di me, sono muta come la tomba. Dovreste
però farmi le vostre confidenze. Addio, duca.
--Silenzio! disse Giorgio, ridendo questa volta, sono qui incognito.
--Già, già, come un cospiratore. Non monta, venite a trovarmi.
Prendete: questo è il mio indirizzo. Addio. Questa volta vado davvero.
E così dicendo la bella duchessa, ripetendo le sue raccomandazioni al
mercante e seguita a distanza dallo strascico del suo vestito, salì in
carrozza, mandò a Giorgio un ultimo saluto con la mano, e partì.
Giorgio uscì dalla bottega, un po' annoiato e un po' divertito da
quell'incontro, ma senza nemmeno sospettare la controscena che aveva
avuto luogo nel cortile. Nel mentre la duchessa, con le sue volubili
parole, interpellava il duca ad alta voce, a Paquita si rivelava un
segreto fatale per lei, nell'alta posizione di Giorgio, e le si
svelava ogni inganno. Fu talmente turbata che quasi svenne, senza che
la sua amica, la quale l'abbracciò inquieta e fece ogni cosa per
riconfortarla, potesse indovinare la causa di quella subita
indisposizione.
Ma ancor più sorpreso fu Giorgio, quando tornando a casa un paio d'ore
dopo con l'intenzione di andare più tardi da Paquita, vi trovò questo
biglietto:
«Signore, vi domando per grazia, vi supplico di tralasciare le vostre
visite fino a nuovo avviso, per delle ragioni molto importanti. Non vi
posso dire di più per ora. Vi vedrò per un'ultima volta, poichè sento
che non ne posso fare a meno, e perchè forse vi devo una spiegazione.
Ma ora non venite se davvero mi volete un po' di bene.
«Paquita».
Queste righe turbarono Giorgio in un modo che non è possibile
descrivere. Che significava un tale mistero? Cosa era accaduto? Quali
potevano essere le ragioni molto importanti per le quali egli doveva
cessare le sue visite a Paquita? E perchè quella forma cerimoniosa? Vi
era in quelle poche righe qualcosa di freddo, di nascosto, di duro che
lo spaventava. E sopratutto «vi vedrò per un'ultima volta». Dunque
tutto doveva esser finito fra di loro!... Sembrerà forse strano, ma al
primo momento non ebbe nemmeno il sospetto della verità. Come supporre
infatti che il suo colloquio con la duchessa di M. fosse stato udito?
Fu quasi tentato, di andar subito da Paquita malgrado la proibizione,
di disubbidire per prima cosa, ma pensò poi ch'ella era una fanciulla
intelligente assai e d'animo forte, e certo non di quelle che si
spaventano per nulla; se dunque ella diceva: «non venite se davvero mi
volete un po' di bene», doveva certo esservi un motivo ben serio.
Quelle ultime parole specialmente lo addolorarono e gli fecero un male
sì intenso, ch'egli capì di amarla ancor più di quello che credeva:
«....se davvero mi volete un po' di bene», dunque ella dubitava di
lui, dunque la confidenza non vi era più, dunque tutto si doveva
ricominciare! E non una parola d'amore, non un accento vero, nulla!
Ella lo supplicava a non andare, egli doveva dunque ubbidire, ella lo
avrebbe veduto--forse fra poco--era dunque necessario aver pazienza ed
aspettare. Ma qual vuoto nell'anima, quanti dubbii, quante congetture,
quante vane speranze, quale tormento in quel tempo! L'idea di restare
a lungo in quello stato d'impazienza febbrile, di tristissima
indecisione, lo atterriva; era una prova che gli sembrava superiore
alle sue forze. Egli la amava davvero, non vi era più da dubitarne
oramai, non poteva più, come il giorno prima temere o sperare che
fosse solo un capriccio passeggiero, mentre invece dubitava dell'amore
di lei di cui il dì innanzi era tanto sicuro ed orgoglioso. Era
precisamente il rovescio della medaglia.
In mezzo a questo sorgeva un'idea che gli riusciva piacevole. Egli
dunque si calunniava quando poneva in dubbio di poter sentire come gli
altri. Era quasi contento di soffrire.
Cinque giorni passarono--cinque secoli--senza ch'egli avesse alcuna
nuova di Paquita. Stava, come prima di conoscerla, lunghe ore alla
finestra, con lo sguardo fisso sulla finestra opposta, ma i vetri non
si aprivano, non una piega delle tende si moveva, i fiori del vaso
appassivano--dimenticati. Non sapeva che fare; si annoiava come non si
era mai annoiato; qualunque più piccolo rumore lo faceva sperare; ma
nessuno veniva. Egli non uscì di casa, tranne che per cercare il
cugino dal quale forse avrebbe potuto ottenere qualche informazione,
ma non lo potè trovare. Il caldo gli riusciva insopportabile. Tentò di
scrivere a Tibaldo, ma non vi riuscì; la più piccola occupazione gli
era di peso.
Finalmente, la sera del quinto giorno, gli furono consegnate queste
parole: «Venite domani alle due.» Quella notte che passò pieno
d'indecisione, agitato or dal timore or dalla speranza, quella notte
interminabile, e come certo da molto tempo non ne aveva passata una
simile, gli mostrò il cambiamento operatosi in lui. Si ricordò i balli
splendidi in cui tanto si annoiava, le signore bellissime che lo
lasciavano freddo, le fanciulle che non gli sembravano belle, le
cortigiane che gli parevano insipide. Pensò alle cene sontuose e pazze
nelle quali l'allegria fragorosa ed ebete non valeva a farlo
sorridere, pensò alle pazze innamorate che non gli facevano battere il
cuore--pensò come nulla più lo interessasse qualche mese prima, e
comprese quanto era mutato, ora che una riga di Paquita lo riempiva di
gioia e di tormento. Traversò la strada come volando, montò la scala,
entrò.
Paquita era in piedi, vicino alla finestra, pallidissima e con la
fisonomia talmente diversa dalla solita, che perfino la sua bellezza
aveva quasi mutato carattere. La sua voce era malferma assai, quando
disse:
--Signor duca....
Giorgio impallidì.
--Signor duca, voi m'avete ingannata, ma io vi perdono e per prova ho
voluto vedervi ancora, ma come vi scrissi, questa sarà l'ultima
volta....
--Paquita!...
--Vi prego di non interrompermi. Ho bisogno di parlarvi; la nonna è
fuori; ho saputo mandarla via, lo feci perchè aveva bisogno di
parlarvi da sola. Ella non deve sapere nulla.
--Paquita, che vi importa chi io sia, se vi amo ugualmente e se vi
giuro....
--Mi avete ingannata. Ora lasciatemi parlare e non m'interrompete, ve
ne prego. Venite con me.
Così dicendo ella passò nella stanza vicina, quella dove avevano
pranzato il primo giorno che Giorgio era venuto in casa, e
avvicinandosi al quadro coperto che--ve ne ricordate?--aveva eccitata
la curiosità di Giorgio, lo scoperse prestamente.--Era un ritratto di
donna molto ben dipinto, ma di scuola moderna, sebbene la bellissima
figura che vi era rappresentata fosse vestita di un costume del
cinquecento; il vestito, quadrato per davanti, mostrava il collo e il
petto bianchissimi sul quale pendeva una collana di perle; i capelli,
nerissimi, erano pure intrecciati con perle. Del resto, uno sguardo
ardente, dei lineamenti purissimi, una bocca voluttuosa e nella
fisonomia una forte somiglianza con Paquita, sebbene l'espressione
fosse meno caratteristica e meno simpatica.
--È il ritratto di mia madre, disse Paquita, che io non conobbi. Era
assai più bella di me e, come vedete, portava la seta e le perle, ma
fece molto dispiacere alla nonna ed ella stessa non fu felice. Ne so
poco di più, poichè non conosco la sua storia che molto
imperfettamente. Mia nonna le ha tutto perdonato e perdendola portò un
lutto, che io sola, ella disse, poteva consolare. Ho fatto il mio
possibile per riuscirvi.
--E siete tutto per lei. Perchè dunque....
--Non m'interrompete, signor duca. Io amo d'immenso affetto questa
povera mia madre che non mi fu dato conoscere, poichè la nonna mi
disse: «Ella mi ha fatto soffrire e mi ha fatto molto piangere e
pregare per lei, ma ora è lassù e può ella pregare per noi; tu le devi
venerazione. Ma più di tutto le devi d'essere virtuosa; io forse ti
dovrò abbandonare presto; se ti lascerò senza appoggio, tu non
dimenticare mai, e miralo ogni giorno, questo ritratto velato agli
occhi degli altri, ma che ti deve servire di salvaguardia. Guardati
dagli inganni e sopratutto dalle dolci parole piene di false promesse.
--Ma nulla è falso in me.
--Tutto lo può essere, dacchè il vostro nome è falso.--Dio! se la
nonna lo sapesse, ella che sempre mi raccomanda di star lontana dai
signori! Voi mi avete ingannata. Dio ha voluto che io fossi salvata
udendo il vostro discorso con quella bella signora che vi chiamò col
vostro titolo; cosa ho sentito in quel momento, possiate, signor duca,
nol sentirlo mai!... Ho voluto vedervi ancora una volta, sebbene forse
sia male, ho aspettato cinque giorni per trovare la forza, ma è solo
per darvi una spiegazione; sono decisa a non vedervi più; vi amo forse
ancora, ma non ho paura dinanzi a questo ritratto. Addio, vi stendo la
mano, stringetela e partite; è la mano di una fanciulla che è fiera
del suo nome quanto voi....
Giorgio la prese e la baciò, come avrebbe fatto ad una regina.
--Mi permettete di dire due parole a mia giustificazione? Io era qui
sotto un falso nome perchè aveva voluto cambiare completamente il mio
modo di vivere; ma con voi l'inganno mi pesò fin dal primo giorno.
Quando vi ho amato e ho sperato di essere corrisposto, una lotta
terribile s'impegnò in me stesso; ma vinsi poichè decisi di dirvi
tutto e partire. Dopo quella sera nel giardino--vi ricordate?--quando
ci capimmo ambedue, feci uno sforzo di cui non mi credevo capace e
venni per dirvi addio. Voi mi stendeste le due mani, mi guardaste, ed
io non ebbi più la forza. Perdonatemi, lo potete, perchè non fui altro
che debole e perchè vi amo troppo. Che la mia memoria resti pura,
siate felice, ma ricordatevi qualche volta....
--Addio, disse Paquita, vi ripeto che tutto è perdonato--e sebbene
lontano il mio.... affetto vi resterà--Addio.
--Addio, mormorò Giorgio ancora, baciandole di nuovo la mano, poi si
diresse verso l'uscio; ma nell'aprirla cento idee, buone e cattive, si
presentarono d'improvviso alla sua mente. Una voce maligna gli
susurrava all'orecchio: Imbecille! perchè partire così; sai bene che
ella è più innamorata di te! Il suo cuore si gonfiava e sentiva che
non poteva risolversi a non vederla più.
Tornò indietro--le prese le mani fra le sue ed esclamò:--Paquita! lo
sapete che non posso partire! Come lo volete? Dite, non mi amate più?
Non si può cessare di amare. Come volete che tutto sia finito fra di
noi? Come volete che io vi dimentichi? Come volete che io non vi abbia
più a vedere? Ditemi cosa posso fare, ditemi....
--No, partite. Ella ritirò le mani dalle sue. Non voglio più sentirvi
parlar d'amore; non avete il nome col quale mi avete conosciuta, non
siete dunque più quello che io amo. Addio.
Ella era pallidissima e si scorgeva che soffriva orribilmente, ma vi
era tanta freddezza nelle sue parole, che Giorgio credette quasi di
non essere più amato ed uscì.