VIII.

Non accadeva sovente che Paquita uscisse sola, ma pochi giorni dopo la

scena narrata andò, senza che la nonna si decidesse ad accompagnarla,

a trovare una sua amica, figlia di un antiquario, la cui bottega era

situata nel quartiere elegante e perciò ad una certa distanza. Era una

giornata caldissima, e quando ella giunse, fu felice di potersi

riposare nel patio al quale si penetrava dal fondo della bottega, e

dove una piccola fontana tranquillamente zampillante nel mezzo

procurava una benefica frescura. Una porta aperta permetteva

facilmente di vedere quelli che entravano nella bottega, senza essere

veduti. L'antiquario faceva dei buonissimi affari ed infatti nessuno

possedeva una sì ricca collezione di armi antiche, di vasi, di mobili,

nessuno sapeva meglio di lui vendere dei Murillo in gran copia ai

forestieri. Le due ragazze ciarlavano già da una buona mezz'ora, e

Paquita si disponeva a partire quando d'improvviso cambiò colore.

L'amica le domandò la causa di un tal turbamento. «Nulla, nulla,» ella

rispose, e si rimise a discorrere, dimenticando di partire e gettando

spesso uno sguardo nella bottega.

Giorgio era entrato e stava guardando con attenzione alcune _navaje_

molto curiosamente ornate. Chiese il prezzo della più ricca, ch'era

molto elevato, la pagò senza dire una parola e la intascò. Paquita era

attonita dallo stupore; in che modo Giorgio spendeva una sì grossa

somma per una cosa inutile? All'istesso tempo, un sospetto che non

l'era mai venuto, la colpì rapidamente.

In quell'istante una carrozza aperta si fermò alla porta della

bottega; un servitore in livrea aperse lo sportello ed una signora

elegantissima, una vera parigina, scese ed entrò. Dal suo cappellino

scendeva un velo piuttosto folto sul viso che lasciava però travedere

una bocca bellissima e la punta di un nasino aristocratico.

--Signora duchessa, disse il mercante in cattivo francese, le trine

sono all'ordine com'ella desiderava, ora avrò l'onore di

mostrargliele.

Era la duchessa di M., venuta a Madrid per far visita ad alcuni suoi

parenti. Ma ella non ascoltava le parole del mercante; guardava

fissamente Giorgio, il quale invece stava in disparte, cercando di

sfuggire all'attenzione ed aspettando il momento favorevole per

svignarsela senza esser veduto. Egli sperava di non esser riconosciuto

e ne aveva ben d'onde. Si era lasciato crescere la barba ed era tutto

vestito di tela, con un gran cappello di paglia, abbassato sopra gli

occhi. Ma ella, sotto pretesto di guardar bene alcuni vasi chiusi in

una vetrina, si avvicinò a Giorgio, e quando lo ebbe ben guardato

disse ridendo:

--Riconosciuto, signor duca, malgrado quella tinta bruna e quella

barba. Ah, ah! è la Spagna che ci trattiene sì lungamente!

--Silenzio, duchessa, sono qui sotto il più grande incognito, per dei

motivi.... politici, rispose Giorgio che, non potendo più schivare

l'incontro, aveva subito riacquistata la sua disinvoltura.

--Davvero? Se sapeste come s'è parlato di voi a Parigi! La vostra

scomparsa fu un avvenimento. Tutti assediano quel povero Tibaldo

d'interrogazioni, ma egli si ostina a tacere. Probabilmente, perchè

non sa nulla nemmeno lui. Tutti dicono: chi sa dov'è? chi sa cosa fa?

Vi credono in China per lo meno. Ho molto piacere di vedervi; state

certo che manterrò il vostro segreto.

--Grazie; ve lo raccomando, sapete, in diplomazia non si scherza. E

ditemi in che modo ho la fortuna d'incontrarvi?

--Sono qui pel matrimonio di mia cugina con un grande di Spagna, alto

come il vostro bastone. Intanto vedo Madrid. Adoro questa città.

Domani sarò presentata a corte. Ma voi, cosa fate, caro duca? non

credo molto alla vostra politica, sapete?

--Avete torto, disse Giorgio seriamente. Si tratta di cose molto

gravi.

--Se sapeste come mi fate ridere quando prendete quell'aspetto serio.

Ma Dio mio! dimentico che il tempo vola e che mia cugina mi aspetta

per andare dal gioielliere. Addio, duca. Sono contenta di avervi

incontrato. Ah! è la Spagna che vi attira! Qui c'è sotto un mistero.

Ma silenzio! siate sicuro di me, sono muta come la tomba. Dovreste

però farmi le vostre confidenze. Addio, duca.

--Silenzio! disse Giorgio, ridendo questa volta, sono qui incognito.

--Già, già, come un cospiratore. Non monta, venite a trovarmi.

Prendete: questo è il mio indirizzo. Addio. Questa volta vado davvero.

E così dicendo la bella duchessa, ripetendo le sue raccomandazioni al

mercante e seguita a distanza dallo strascico del suo vestito, salì in

carrozza, mandò a Giorgio un ultimo saluto con la mano, e partì.

Giorgio uscì dalla bottega, un po' annoiato e un po' divertito da

quell'incontro, ma senza nemmeno sospettare la controscena che aveva

avuto luogo nel cortile. Nel mentre la duchessa, con le sue volubili

parole, interpellava il duca ad alta voce, a Paquita si rivelava un

segreto fatale per lei, nell'alta posizione di Giorgio, e le si

svelava ogni inganno. Fu talmente turbata che quasi svenne, senza che

la sua amica, la quale l'abbracciò inquieta e fece ogni cosa per

riconfortarla, potesse indovinare la causa di quella subita

indisposizione.

Ma ancor più sorpreso fu Giorgio, quando tornando a casa un paio d'ore

dopo con l'intenzione di andare più tardi da Paquita, vi trovò questo

biglietto:

«Signore, vi domando per grazia, vi supplico di tralasciare le vostre

visite fino a nuovo avviso, per delle ragioni molto importanti. Non vi

posso dire di più per ora. Vi vedrò per un'ultima volta, poichè sento

che non ne posso fare a meno, e perchè forse vi devo una spiegazione.

Ma ora non venite se davvero mi volete un po' di bene.

«Paquita».

Queste righe turbarono Giorgio in un modo che non è possibile

descrivere. Che significava un tale mistero? Cosa era accaduto? Quali

potevano essere le ragioni molto importanti per le quali egli doveva

cessare le sue visite a Paquita? E perchè quella forma cerimoniosa? Vi

era in quelle poche righe qualcosa di freddo, di nascosto, di duro che

lo spaventava. E sopratutto «vi vedrò per un'ultima volta». Dunque

tutto doveva esser finito fra di loro!... Sembrerà forse strano, ma al

primo momento non ebbe nemmeno il sospetto della verità. Come supporre

infatti che il suo colloquio con la duchessa di M. fosse stato udito?

Fu quasi tentato, di andar subito da Paquita malgrado la proibizione,

di disubbidire per prima cosa, ma pensò poi ch'ella era una fanciulla

intelligente assai e d'animo forte, e certo non di quelle che si

spaventano per nulla; se dunque ella diceva: «non venite se davvero mi

volete un po' di bene», doveva certo esservi un motivo ben serio.

Quelle ultime parole specialmente lo addolorarono e gli fecero un male

sì intenso, ch'egli capì di amarla ancor più di quello che credeva:

«....se davvero mi volete un po' di bene», dunque ella dubitava di

lui, dunque la confidenza non vi era più, dunque tutto si doveva

ricominciare! E non una parola d'amore, non un accento vero, nulla!

Ella lo supplicava a non andare, egli doveva dunque ubbidire, ella lo

avrebbe veduto--forse fra poco--era dunque necessario aver pazienza ed

aspettare. Ma qual vuoto nell'anima, quanti dubbii, quante congetture,

quante vane speranze, quale tormento in quel tempo! L'idea di restare

a lungo in quello stato d'impazienza febbrile, di tristissima

indecisione, lo atterriva; era una prova che gli sembrava superiore

alle sue forze. Egli la amava davvero, non vi era più da dubitarne

oramai, non poteva più, come il giorno prima temere o sperare che

fosse solo un capriccio passeggiero, mentre invece dubitava dell'amore

di lei di cui il dì innanzi era tanto sicuro ed orgoglioso. Era

precisamente il rovescio della medaglia.

In mezzo a questo sorgeva un'idea che gli riusciva piacevole. Egli

dunque si calunniava quando poneva in dubbio di poter sentire come gli

altri. Era quasi contento di soffrire.

Cinque giorni passarono--cinque secoli--senza ch'egli avesse alcuna

nuova di Paquita. Stava, come prima di conoscerla, lunghe ore alla

finestra, con lo sguardo fisso sulla finestra opposta, ma i vetri non

si aprivano, non una piega delle tende si moveva, i fiori del vaso

appassivano--dimenticati. Non sapeva che fare; si annoiava come non si

era mai annoiato; qualunque più piccolo rumore lo faceva sperare; ma

nessuno veniva. Egli non uscì di casa, tranne che per cercare il

cugino dal quale forse avrebbe potuto ottenere qualche informazione,

ma non lo potè trovare. Il caldo gli riusciva insopportabile. Tentò di

scrivere a Tibaldo, ma non vi riuscì; la più piccola occupazione gli

era di peso.

Finalmente, la sera del quinto giorno, gli furono consegnate queste

parole: «Venite domani alle due.» Quella notte che passò pieno

d'indecisione, agitato or dal timore or dalla speranza, quella notte

interminabile, e come certo da molto tempo non ne aveva passata una

simile, gli mostrò il cambiamento operatosi in lui. Si ricordò i balli

splendidi in cui tanto si annoiava, le signore bellissime che lo

lasciavano freddo, le fanciulle che non gli sembravano belle, le

cortigiane che gli parevano insipide. Pensò alle cene sontuose e pazze

nelle quali l'allegria fragorosa ed ebete non valeva a farlo

sorridere, pensò alle pazze innamorate che non gli facevano battere il

cuore--pensò come nulla più lo interessasse qualche mese prima, e

comprese quanto era mutato, ora che una riga di Paquita lo riempiva di

gioia e di tormento. Traversò la strada come volando, montò la scala,

entrò.

Paquita era in piedi, vicino alla finestra, pallidissima e con la

fisonomia talmente diversa dalla solita, che perfino la sua bellezza

aveva quasi mutato carattere. La sua voce era malferma assai, quando

disse:

--Signor duca....

Giorgio impallidì.

--Signor duca, voi m'avete ingannata, ma io vi perdono e per prova ho

voluto vedervi ancora, ma come vi scrissi, questa sarà l'ultima

volta....

--Paquita!...

--Vi prego di non interrompermi. Ho bisogno di parlarvi; la nonna è

fuori; ho saputo mandarla via, lo feci perchè aveva bisogno di

parlarvi da sola. Ella non deve sapere nulla.

--Paquita, che vi importa chi io sia, se vi amo ugualmente e se vi

giuro....

--Mi avete ingannata. Ora lasciatemi parlare e non m'interrompete, ve

ne prego. Venite con me.

Così dicendo ella passò nella stanza vicina, quella dove avevano

pranzato il primo giorno che Giorgio era venuto in casa, e

avvicinandosi al quadro coperto che--ve ne ricordate?--aveva eccitata

la curiosità di Giorgio, lo scoperse prestamente.--Era un ritratto di

donna molto ben dipinto, ma di scuola moderna, sebbene la bellissima

figura che vi era rappresentata fosse vestita di un costume del

cinquecento; il vestito, quadrato per davanti, mostrava il collo e il

petto bianchissimi sul quale pendeva una collana di perle; i capelli,

nerissimi, erano pure intrecciati con perle. Del resto, uno sguardo

ardente, dei lineamenti purissimi, una bocca voluttuosa e nella

fisonomia una forte somiglianza con Paquita, sebbene l'espressione

fosse meno caratteristica e meno simpatica.

--È il ritratto di mia madre, disse Paquita, che io non conobbi. Era

assai più bella di me e, come vedete, portava la seta e le perle, ma

fece molto dispiacere alla nonna ed ella stessa non fu felice. Ne so

poco di più, poichè non conosco la sua storia che molto

imperfettamente. Mia nonna le ha tutto perdonato e perdendola portò un

lutto, che io sola, ella disse, poteva consolare. Ho fatto il mio

possibile per riuscirvi.

--E siete tutto per lei. Perchè dunque....

--Non m'interrompete, signor duca. Io amo d'immenso affetto questa

povera mia madre che non mi fu dato conoscere, poichè la nonna mi

disse: «Ella mi ha fatto soffrire e mi ha fatto molto piangere e

pregare per lei, ma ora è lassù e può ella pregare per noi; tu le devi

venerazione. Ma più di tutto le devi d'essere virtuosa; io forse ti

dovrò abbandonare presto; se ti lascerò senza appoggio, tu non

dimenticare mai, e miralo ogni giorno, questo ritratto velato agli

occhi degli altri, ma che ti deve servire di salvaguardia. Guardati

dagli inganni e sopratutto dalle dolci parole piene di false promesse.

--Ma nulla è falso in me.

--Tutto lo può essere, dacchè il vostro nome è falso.--Dio! se la

nonna lo sapesse, ella che sempre mi raccomanda di star lontana dai

signori! Voi mi avete ingannata. Dio ha voluto che io fossi salvata

udendo il vostro discorso con quella bella signora che vi chiamò col

vostro titolo; cosa ho sentito in quel momento, possiate, signor duca,

nol sentirlo mai!... Ho voluto vedervi ancora una volta, sebbene forse

sia male, ho aspettato cinque giorni per trovare la forza, ma è solo

per darvi una spiegazione; sono decisa a non vedervi più; vi amo forse

ancora, ma non ho paura dinanzi a questo ritratto. Addio, vi stendo la

mano, stringetela e partite; è la mano di una fanciulla che è fiera

del suo nome quanto voi....

Giorgio la prese e la baciò, come avrebbe fatto ad una regina.

--Mi permettete di dire due parole a mia giustificazione? Io era qui

sotto un falso nome perchè aveva voluto cambiare completamente il mio

modo di vivere; ma con voi l'inganno mi pesò fin dal primo giorno.

Quando vi ho amato e ho sperato di essere corrisposto, una lotta

terribile s'impegnò in me stesso; ma vinsi poichè decisi di dirvi

tutto e partire. Dopo quella sera nel giardino--vi ricordate?--quando

ci capimmo ambedue, feci uno sforzo di cui non mi credevo capace e

venni per dirvi addio. Voi mi stendeste le due mani, mi guardaste, ed

io non ebbi più la forza. Perdonatemi, lo potete, perchè non fui altro

che debole e perchè vi amo troppo. Che la mia memoria resti pura,

siate felice, ma ricordatevi qualche volta....

--Addio, disse Paquita, vi ripeto che tutto è perdonato--e sebbene

lontano il mio.... affetto vi resterà--Addio.

--Addio, mormorò Giorgio ancora, baciandole di nuovo la mano, poi si

diresse verso l'uscio; ma nell'aprirla cento idee, buone e cattive, si

presentarono d'improvviso alla sua mente. Una voce maligna gli

susurrava all'orecchio: Imbecille! perchè partire così; sai bene che

ella è più innamorata di te! Il suo cuore si gonfiava e sentiva che

non poteva risolversi a non vederla più.

Tornò indietro--le prese le mani fra le sue ed esclamò:--Paquita! lo

sapete che non posso partire! Come lo volete? Dite, non mi amate più?

Non si può cessare di amare. Come volete che tutto sia finito fra di

noi? Come volete che io vi dimentichi? Come volete che io non vi abbia

più a vedere? Ditemi cosa posso fare, ditemi....

--No, partite. Ella ritirò le mani dalle sue. Non voglio più sentirvi

parlar d'amore; non avete il nome col quale mi avete conosciuta, non

siete dunque più quello che io amo. Addio.

Ella era pallidissima e si scorgeva che soffriva orribilmente, ma vi

era tanta freddezza nelle sue parole, che Giorgio credette quasi di

non essere più amato ed uscì.

La gran rivale · 第 22 / 53 题