Una domenica, il duca, Paquita, la nonna, il cugino e qualche amico
passeggiavano e prendevano il fresco in un vasto recinto, mezzo
giardino, mezzo orto, appartenente ad un giardiniere, loro conoscente.
Il sole tramontava incendiando l'orizzonte di una luce purpurea, il
riflesso chiarissimo di un caldo crepuscolo cominciava già ad invadere
una parte del cielo, i fiori lasciavano cadere languidamente le loro
teste, gli alberi si agitavano lentamente, mossi dall'aura
vespertina--ed alla dolce malinconia di quell'ora contrastavano, ma
non contraddicevano, le risa fragorose degli allegri crocchi e i
giuochi delle fanciulle che correvano spensieratamente sull'erba del
prato.
Paquita saltava come le altre, ma non vi era nei suoi movimenti la
franca allegria, la spensieratezza abituale, e di tanto in tanto
rivolgeva il suo occhio bruno verso Giorgio, il quale appoggiato
contro una pianta, nell'ombra, non era osservato e gioiva di essere
però veduto da lei. Mille pensieri gli si agitavano in folla nella
mente; non era mai stato tanto turbato, cambiava ad ogni istante di
decisione; voleva partire all'indomani, voleva rapirla, voleva dirle
tutto, almeno chiedere il suo amore. Ogni partito gli sembrava il
peggiore; sapeva solo che quella povera fanciulla, di cui qualche mese
prima ignorava persino l'esistenza, esercitava ora su di lui uno
strano potere. Correndo, ella gli passò vicino ed egli allora quasi
involontariamente pronunziò il suo nome.
--Paquita!
Ella si fermò.
--Ah! come sono stanca! ella disse, mi avete chiamata?
--Sì.
--Cosa volete?
--Venite a fare un giro con me, ho bisogno di parlarvi.
Come Tibaldo sarebbe stato stupito! La sua voce tremolava. Ella si
fece seria, udendo quelle parole dette seriamente. S'internarono in un
viale: camminando adagio, ad una certa distanza l'uno dall'altro.
Giorgio era deciso a parlare d'amore; a dirle tutto; non sapeva più
tacere; i profumi della sera lo inebriavano, la guardava fissamente e
non poteva togliere lo sguardo dai suoi bruni capelli che l'aria
agitava di momento in momento, da quelle guance rosee, ombreggiate
dalle lunghissime ciglia, da quegli occhi per la prima volta
abbassati. Mille parole gli venivano alla bocca, ma non le
pronunziava; pensò che alcuni lo credevano un seduttore e gli venne
quasi voglia di ridere, pensò più che mai a tutti i don Giovanni
passati e presenti, ai suoi amici di Parigi, al suo cameriere che lo
proclamava il più bel gentiluomo della cristianità, fece uno sforzo
inaudito e disse:
--Non credete, Paquita che.... dopo di aver corso in quel modo,
quest'aria vi possa far male?...
--No davvero, ella rispose, vi sono abituata.
Vi fu una pausa; camminarono ancora qualche passo. Giorgio si avvicinò
a lei, quasi appoggiandosi.
--Torniamo indietro, ella disse.
Egli fece uno sforzo sovrumano.
--Vi dissi or ora che ho bisogno di parlarvi.
Ella si fermò; alzò gli occhi, lo guardò e li tornò ad abbassare; ma
quello sguardo aveva bastato ad inebriarlo ancora più ed a mostrarle
il turbamento che prima le era svelato dalla voce soltanto. Si fece
subitamente rossa come bragia, e balbettò:
--Che avete a dirmi?
Ella si era fermata vicino ad un grosso albero il cui tronco enorme
accennava un secolo di vita. D'un tratto vi si appoggiò.
--Mi pare che lo sappiate.
Egli disse queste parole con voce bassa e rauca; quasi non
intelligibile, poi non disse più nulla; ma del braccio la cinse come
per sostenerla, e quasi inconsciamente piegò il viso su quello
impallidito della fanciulla. Ella chiuse a metà gli occhi, e si
svincolò respingendolo con ambe le mani.... ma il bacio era stato
restituito.
Ella si fece forza, si raddrizzò e tornò verso il prato; si tenevano
quasi involontariamente per mano. Quando furono al limitare del viale,
prima di esser veduti, ella lo guardò ancora. Egli se la strinse di
nuovo fra le braccia e questa volta ella non seppe resistere, la sua
testa si piegò sulla spalla di Giorgio, ma con un filo di voce
tremante, pronunziò queste parole:
--Lo direte alla nonna.
Egli la lasciò andare ed ella corse verso le compagne che la
chiamavano ad alta voce. Giorgio rimase più che mai turbato; quelle
ultime parole della fanciulla avevano d'improvviso risvegliati tutti i
suoi rimorsi assopiti e gli scrupoli che l'ebrezza del momento aveva
fatto tacere.
Paquita, come dicemmo, aveva resistito all'amore perchè nulla sperava
da Giorgio; ma non avendo potuto quella sera essere forte contro la
passione che la invadeva, nel confessarla, aveva gettato quella
parola, come una preghiera, un comando, un grido supremo. Con quella
parola ella diceva tutto e si salvava ancora; gli diceva chiaramente
ciò che aspettava da lui e perciò rendeva più violenta la lotta tra il
suo amore e la sua coscienza. Bisognava o chieder la sua mano, o
partire; oppur andare fino in fondo alla colpa.
Quando quella sera Giorgio andò a casa, il ragazzotto che gli serviva
da cameriere gli porse una lettera di Tibaldo--la quindicesima forse
alla quale non rispondeva--ch'egli gettò sul tavolo senza leggerla.
Poi si lasciò cadere sopra una poltrona e pensò. In certi momenti egli
era un uomo abbastanza positivo. Guardò la questione da tutti i lati;
e capì che il partito migliore era di partire al più presto e cercare
di sradicare quel sentimento, forse solo tenace in apparenza: giacchè,
se restava, bisognava prometterle di sposarla, e poi? Abbandonarla?
Egli rifuggiva da un tale pensiero. Mantenere la promessa? E se non
fosse che un capriccio? Legarsi per la vita, contradire tutte le
proprie idee, le proprie massime, la propria gioventù, pentirsi dopo,
rinunziare a cento progetti, perdere la propria indipendenza,
sagrificare forse ad una passione del momento la felicità di tutto
l'avvenire, rendersi ridicolo dinanzi ai suoi amici, dar ragione ai
moralisti? Era possibile? Ma all'idea di partire una profonda
tristezza lo afferrava, e quasi rimproverava sè stesso di non avere il
coraggio di restare e veder poi. Pure la sua decisione fu presa e
questa volta più ferma delle altre. Passò quasi tutta la notte a fare
i suoi preparativi, e all'indomani, verso mezzogiorno, col cuore
palpitante e nell'animo un vuoto, traversò la strada per andare ad
annunziare la sua decisione a Paquita.
Ella pure non aveva dormito. Non si dorme dopo una sera come quella
che aveva passato. Ella era amata, ella amava, lo aveva confessato, lo
sapeva; una vaga speranza, benchè incerta, l'agitava, egli sarebbe
venuto! avrebbe parlato!
Egli aperse l'uscio col suo discorso già preparato.--Ma ella lo
ricevette come non aveva mai fatto, gli stese le due mani e le tenne
strette lungamente fra le sue. I suoi occhi sfavillavano per la gioia
di non dover più fingere. Egli non ebbe allora più la forza di dire
ciò che doveva, ogni coraggio l'abbandonò. Assaporava le parole di
Paquita ad una ad una, beveva i suoi sguardi, dimenticava tutto,
ridiventava fiacco, la sua decisione non era più. Il caso fece sì che
la nonna--cosa rarissima--fosse uscita, ma essi parlavano a bassa voce
come qualcuno li udisse; si dissero quelle mille cose che da molto
tempo pensavano e che non si erano dette mai; ed egli uscì più
innamorato, più indeciso di prima; lasciando lei--poveretta!--ormai
piena di quella speranza cui il giorno prima non osava ancora
affidarsi.
Qualche tempo passò ancora così; i giorni si succedevano per ambedue
con una rapidità insolita; la nonna cominciava a sospettare, ma si
fidava completamente di sua nipote, benchè temesse che fossero vane
illusioni e che non si dovesse nutrire alcuna speranza.