VII.

Una domenica, il duca, Paquita, la nonna, il cugino e qualche amico

passeggiavano e prendevano il fresco in un vasto recinto, mezzo

giardino, mezzo orto, appartenente ad un giardiniere, loro conoscente.

Il sole tramontava incendiando l'orizzonte di una luce purpurea, il

riflesso chiarissimo di un caldo crepuscolo cominciava già ad invadere

una parte del cielo, i fiori lasciavano cadere languidamente le loro

teste, gli alberi si agitavano lentamente, mossi dall'aura

vespertina--ed alla dolce malinconia di quell'ora contrastavano, ma

non contraddicevano, le risa fragorose degli allegri crocchi e i

giuochi delle fanciulle che correvano spensieratamente sull'erba del

prato.

Paquita saltava come le altre, ma non vi era nei suoi movimenti la

franca allegria, la spensieratezza abituale, e di tanto in tanto

rivolgeva il suo occhio bruno verso Giorgio, il quale appoggiato

contro una pianta, nell'ombra, non era osservato e gioiva di essere

però veduto da lei. Mille pensieri gli si agitavano in folla nella

mente; non era mai stato tanto turbato, cambiava ad ogni istante di

decisione; voleva partire all'indomani, voleva rapirla, voleva dirle

tutto, almeno chiedere il suo amore. Ogni partito gli sembrava il

peggiore; sapeva solo che quella povera fanciulla, di cui qualche mese

prima ignorava persino l'esistenza, esercitava ora su di lui uno

strano potere. Correndo, ella gli passò vicino ed egli allora quasi

involontariamente pronunziò il suo nome.

--Paquita!

Ella si fermò.

--Ah! come sono stanca! ella disse, mi avete chiamata?

--Sì.

--Cosa volete?

--Venite a fare un giro con me, ho bisogno di parlarvi.

Come Tibaldo sarebbe stato stupito! La sua voce tremolava. Ella si

fece seria, udendo quelle parole dette seriamente. S'internarono in un

viale: camminando adagio, ad una certa distanza l'uno dall'altro.

Giorgio era deciso a parlare d'amore; a dirle tutto; non sapeva più

tacere; i profumi della sera lo inebriavano, la guardava fissamente e

non poteva togliere lo sguardo dai suoi bruni capelli che l'aria

agitava di momento in momento, da quelle guance rosee, ombreggiate

dalle lunghissime ciglia, da quegli occhi per la prima volta

abbassati. Mille parole gli venivano alla bocca, ma non le

pronunziava; pensò che alcuni lo credevano un seduttore e gli venne

quasi voglia di ridere, pensò più che mai a tutti i don Giovanni

passati e presenti, ai suoi amici di Parigi, al suo cameriere che lo

proclamava il più bel gentiluomo della cristianità, fece uno sforzo

inaudito e disse:

--Non credete, Paquita che.... dopo di aver corso in quel modo,

quest'aria vi possa far male?...

--No davvero, ella rispose, vi sono abituata.

Vi fu una pausa; camminarono ancora qualche passo. Giorgio si avvicinò

a lei, quasi appoggiandosi.

--Torniamo indietro, ella disse.

Egli fece uno sforzo sovrumano.

--Vi dissi or ora che ho bisogno di parlarvi.

Ella si fermò; alzò gli occhi, lo guardò e li tornò ad abbassare; ma

quello sguardo aveva bastato ad inebriarlo ancora più ed a mostrarle

il turbamento che prima le era svelato dalla voce soltanto. Si fece

subitamente rossa come bragia, e balbettò:

--Che avete a dirmi?

Ella si era fermata vicino ad un grosso albero il cui tronco enorme

accennava un secolo di vita. D'un tratto vi si appoggiò.

--Mi pare che lo sappiate.

Egli disse queste parole con voce bassa e rauca; quasi non

intelligibile, poi non disse più nulla; ma del braccio la cinse come

per sostenerla, e quasi inconsciamente piegò il viso su quello

impallidito della fanciulla. Ella chiuse a metà gli occhi, e si

svincolò respingendolo con ambe le mani.... ma il bacio era stato

restituito.

Ella si fece forza, si raddrizzò e tornò verso il prato; si tenevano

quasi involontariamente per mano. Quando furono al limitare del viale,

prima di esser veduti, ella lo guardò ancora. Egli se la strinse di

nuovo fra le braccia e questa volta ella non seppe resistere, la sua

testa si piegò sulla spalla di Giorgio, ma con un filo di voce

tremante, pronunziò queste parole:

--Lo direte alla nonna.

Egli la lasciò andare ed ella corse verso le compagne che la

chiamavano ad alta voce. Giorgio rimase più che mai turbato; quelle

ultime parole della fanciulla avevano d'improvviso risvegliati tutti i

suoi rimorsi assopiti e gli scrupoli che l'ebrezza del momento aveva

fatto tacere.

Paquita, come dicemmo, aveva resistito all'amore perchè nulla sperava

da Giorgio; ma non avendo potuto quella sera essere forte contro la

passione che la invadeva, nel confessarla, aveva gettato quella

parola, come una preghiera, un comando, un grido supremo. Con quella

parola ella diceva tutto e si salvava ancora; gli diceva chiaramente

ciò che aspettava da lui e perciò rendeva più violenta la lotta tra il

suo amore e la sua coscienza. Bisognava o chieder la sua mano, o

partire; oppur andare fino in fondo alla colpa.

Quando quella sera Giorgio andò a casa, il ragazzotto che gli serviva

da cameriere gli porse una lettera di Tibaldo--la quindicesima forse

alla quale non rispondeva--ch'egli gettò sul tavolo senza leggerla.

Poi si lasciò cadere sopra una poltrona e pensò. In certi momenti egli

era un uomo abbastanza positivo. Guardò la questione da tutti i lati;

e capì che il partito migliore era di partire al più presto e cercare

di sradicare quel sentimento, forse solo tenace in apparenza: giacchè,

se restava, bisognava prometterle di sposarla, e poi? Abbandonarla?

Egli rifuggiva da un tale pensiero. Mantenere la promessa? E se non

fosse che un capriccio? Legarsi per la vita, contradire tutte le

proprie idee, le proprie massime, la propria gioventù, pentirsi dopo,

rinunziare a cento progetti, perdere la propria indipendenza,

sagrificare forse ad una passione del momento la felicità di tutto

l'avvenire, rendersi ridicolo dinanzi ai suoi amici, dar ragione ai

moralisti? Era possibile? Ma all'idea di partire una profonda

tristezza lo afferrava, e quasi rimproverava sè stesso di non avere il

coraggio di restare e veder poi. Pure la sua decisione fu presa e

questa volta più ferma delle altre. Passò quasi tutta la notte a fare

i suoi preparativi, e all'indomani, verso mezzogiorno, col cuore

palpitante e nell'animo un vuoto, traversò la strada per andare ad

annunziare la sua decisione a Paquita.

Ella pure non aveva dormito. Non si dorme dopo una sera come quella

che aveva passato. Ella era amata, ella amava, lo aveva confessato, lo

sapeva; una vaga speranza, benchè incerta, l'agitava, egli sarebbe

venuto! avrebbe parlato!

Egli aperse l'uscio col suo discorso già preparato.--Ma ella lo

ricevette come non aveva mai fatto, gli stese le due mani e le tenne

strette lungamente fra le sue. I suoi occhi sfavillavano per la gioia

di non dover più fingere. Egli non ebbe allora più la forza di dire

ciò che doveva, ogni coraggio l'abbandonò. Assaporava le parole di

Paquita ad una ad una, beveva i suoi sguardi, dimenticava tutto,

ridiventava fiacco, la sua decisione non era più. Il caso fece sì che

la nonna--cosa rarissima--fosse uscita, ma essi parlavano a bassa voce

come qualcuno li udisse; si dissero quelle mille cose che da molto

tempo pensavano e che non si erano dette mai; ed egli uscì più

innamorato, più indeciso di prima; lasciando lei--poveretta!--ormai

piena di quella speranza cui il giorno prima non osava ancora

affidarsi.

Qualche tempo passò ancora così; i giorni si succedevano per ambedue

con una rapidità insolita; la nonna cominciava a sospettare, ma si

fidava completamente di sua nipote, benchè temesse che fossero vane

illusioni e che non si dovesse nutrire alcuna speranza.

La gran rivale · 第 21 / 53 题